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Roberta ha commentato Amori, film e altri fantasmi il 2020-08-06 16:59:17

Così è: c’è chi si vede offrire le occasioni e se le lascia scappare, e chi aspetta ogni giorno una nuova occasione che non arriva. Triste ma bello.

PS: comunque Raimondo mi fa tenerezza. Ciao!


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Rubrus ha commentato Storto il 2020-08-04 09:14:15
Di questa storia, il cui tema è essenzialmente la crescita attraverso la perdita dell'innocenza, ci sono tre - o forse quattro - racconti. In questo il protagonista rifiuta il sentimento amoroso che costituisce un, o forse il, rito di passaggio tra infanzia e adolescenza, compie sostanzialmente la scelta di Ippolito e rimane vittima della hybris, ma rimane anche, in un certo senso, eternamente giovane. In "Girabuio" il protagonista compie una scelta di dominio e di controllo del sentimento amoroso, diventa sostanzialmente un manipolatore, ma non sfugge alla hybris. In "Crepuscolo" il protagonista accetta il sentimento, ma viene tradito, quindi l'evoluzione c'è, ma viene interrotta. In "Amori film e altri fantasmi"... be', l'ho pubblicato ora (anche se è un racconto vecchio).

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Elisabeth ha commentato Storto il 2020-07-27 16:33:40
Racconto che ricordo benissimo, uno dei primi che lessi su net penso per casualità o curiosità verso il genere noir . Forse per la dinamica del gruppo, l'età dei protagonisti, l'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi credo di poter affermare -a gusto- che lo preferisco in assoluto a tutti gli altri tuoi letti finora. E' un racconto che resta. Buona estate.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Ristle-tee, rostle-tee... (lievi problemi con la Didattica A Distanza) il 2020-07-17 17:52:34
Ciao Roberta, commento piaciutissimo, come sempre fine e profondo spirito critico il tuo che mi ha fatto sentire compreso, e di questi tempi è un bene preziosissimo.
Questo piccolo racconto mi è molto caro, come una storta alchemica in cui precipitano tanti mesi di angoscia e sofferenza, cercando l'esorcismo dell'arte e persino dell'ironia e della curiosità, come ben esordisci.
Ho cercato di modellare tutto il materiale nichilistico, dovuto alla pandemia e dintorni, che si è accumulato nella mia psiche per mesi, in modo da creare un'emozione positiva e costruttiva.
Ci sono vari omaggi nel racconto: un omaggio a P.I.A.F. e alla dialettica interna con grandi autori come te e Rubrus ed Elizabeth e i pochi altri che sono rimasti; un omaggio alle possibilità espressive di P.I.A.F. dove è possibile creare un montaggio avvincente con la prosa, la poesia, l'audio - che adesso riesco a porgere al lettore in modo rispettoso -, le immagini e tutto il layout di contorno, sempre per creare un'emozione positiva ed assertiva in chi scrive e in chi legge.
E' una forma d'espressione pura nella quale credo, e che solo con P.I.A.F. è possibile, nel web.
Un omaggio al corpo docente italico, che si trova ad affrontare questa drammatica, per certi versi tragica, crisi che è tutt'altro che finita, e che in autunno comporterà nuove incognite e pericoli da non prendere alla leggera.
Come hai ben compreso, all'inizio del brano faccio un'autentica professione di fede in favore di un certo tipo d'insegnamento che io stesso ho ricevuto e che mi ha salvato letteralmente la vita; la dialettica di certi prof mi ha fatto capire la mia anima e la mia possibilità di autonomia creativa.
Un omaggio ai ragazzi e alle ragazze che vengono colpiti da questa storica rivolta conclamata della natura, ragazze e ragazzi ignorati nei loro sentimenti interiori e profondi da tutti i mass-media in modo acritico e vergognoso.
In questi mesi ho parlato in strada con molti di loro e una ragazza mi ha detto una frase che mi ha colpito molto:
-"Voi vi siete goduti il grasso del "produci e consuma" e a noi è rimasto solo il "crepa".-
Ho detto: " è un bel sofisma che va argomentato, però c'è del vero in quel che dici, ma non vivere con la rabbia del risentimento, è una brutta compagnia che divora l'anima".
Ma la tua osservazione più precisa e penetrante è la dinamica delle scatole cinesi, della chiusura alla dialettica e alla comprensione, delle dinamiche della solitudine creativa e dell'isolamento che è impoverimento umano.
Ed è proprio questo opporsi alla mancanza di dialettica, alla pericolosa prevalenza di una mentalità negativa fatta di rabbia, opposizioni preventive ed esclusioni a priori, che mi porta a ritenere la pubblica istruzione l'ultimo baluardo contro la definitiva barbarie del consumismo selvaggio globale, che, complice l'inconsistente politica di populisti incompetenti, ci ha portato a un passo dall'abisso finale.
Gli insegnanti nella mia vita, con tutti i grandi libri che mi hanno suggerito di leggere, mi hanno insegnato a conoscere e a vivere non in base a contrasti assoluti o a discriminazioni ma sviluppando la capacità di distinguere, di percepire le differenze, di rispettare il pluralismo insito nella vita.
Essere intelligenti imparando a distinguere senza giudicare e a cogliere le differenze senza condannare né assolvere, nè discriminare per porsi con la realtà con le modalità della relazione e della vera connessione umana.
La dialettica ginocchia contro ginocchia, sul campo, è quella modalità di connessione - che è saper distinguere senza discriminare - che permette la vera espressione delle differenze umane.
Altrimenti l'Apocalisse è ora.
Grazie e abbi salute e gioia

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Roberta ha commentato Ristle-tee, rostle-tee... (lievi problemi con la Didattica A Distanza) il 2020-07-17 13:41:24
Divertente e curioso. Immagino che alle elementari la didattica a distanza sia stata particolarmente difficile da gestire, poi i problemi cambiano a seconda dell’età degli studenti. Di certo una ribellione è assolutamente giustificata, da parte di tutti. Il problema più grave è quello che descrivi all’inizio del brano. Cosa resta, cosa si apprende, vedendo la prof in un monitor o dentro un cellulare, con la voce che va e viene, leggendo e studiando da soli? Se quell’argomento non è legato a un ricordo vero, al l’espressione del volto dell’insegnante, alla sua presenza concreta, alle domande dei compagni? Il racconto fa pensare a un gioco di scatole cinesi: ognuno racchiuso nel suo monitor, tutti rinchiusi nelle loro casa, finché da fuori entra “il male”, irrompe, e i bambini sembrano gioiosamente travolti dalla follia.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Ristle-tee, rostle-tee... (lievi problemi con la Didattica A Distanza) il 2020-07-16 21:19:07
Molti grandi o buoni registi hanno usato le filastrocche perturbanti nei loro film.
Mi sapresti abbinare il titolo della pellicola con il regista?

Wes Craven:
Dario Argento:
Jack Clayton:
Charles Laughton:
Tim Burton:
John Carpenter:
Tommy Lee Wallace:
William Castle:

Che cosa si vince: il piacere di giocare e d'immaginare, non basta?

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Rubrus ha commentato A proposito di Sherlock Holmes Padre Brown e l'ombra di Dracula il 2020-07-15 16:30:56
A proposito di Urania, in edicola c'è anche un romanzo di Heinlein "La porta sull'estate" che cercavo da tempo, In realtà anche Chesterton a un certo punto iniziò a considerare il suo personaggio una macchina da soldi cui ricorrere per fare cassa e potersi dedicare alla narrativa "alta". Il fatto è che Chesterton sapeva farla meglio di Doyle., la narrativa alta (la citazione che ne riporti, nella sua acutezza, ne è un esempio). Però è difficile capire, a volte, le potenzialità di un personaggio, e, in effetti, sia Doyle che Chesterton non ci riuscirono in pieno. Impossibile dire se e fino a che punto su ciò abbia inciso una certa visione della narrativa pop. Stevenson - sono d'accordo - no, lui la comprese appieno (secondo me) fregandosene altamente della critica, dei riscontri, e lasciandosi trasportare dal puro gusto di raccontare.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato A proposito di Sherlock Holmes Padre Brown e l'ombra di Dracula il 2020-07-15 11:33:26
Ciao Roberto, ottima segnalazione/recensione.
La narrativa da edicola è qualcosa di preziosissimo che si sta perdendo con il web. Basta solo dire Urania e abbiamo detto.
Chesterton e Stevenson sono maestri assoluti di stile e grandi indagatori dell'animo umano:
"Quando voi parlate di scienza della criminologia, voi intendete studiare un uomo dal di fuori, come se fosse un gigantesco insetto, o un fenomeno lontano da noi; mentre il più grande orrore del male sta appunto nel fatto che è così vicino a noi, che è in tutti noi."
Come anche Kafka, Baudelaire e King e altri grandi, anceh di altri generi, Chesterton aveva il senso del male che è connesso al senso del sacro, quel Surplus di energia vitale che da sempre danna o fa volare l'essere umano: per questo, credo, Doyle nella sua autobiografia "Memories and Adventures" non menziona mai come sua esperienza Sherlock, quello che gli permetteva di vivere con grande e agiato Surplus!
Sherlock lo vedeva, per parafrasare Kant, come un'isola in mezzo all'oceano che non è mai andati una volta sulle sue spiagge ad ascoltare il ritmo delle onde.
Stevenson e Chesterton sapevano bene connettersi all'oceano senza perdere la distinzione netta delle coste e del sacro e del male.
Ciao

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Rubrus ha commentato Il gatto morto il 2020-07-07 16:43:57
Efficace la dinamica, anzi, la dialettica dei rapporti tra i due personaggi. Confesso che mi ero immaginato che Jack contraesse qualche terribile malattia (o subisse una terribile, ma invisibile trasformazione) e, il giorno dopo, chiedesse di lavorare con Mark per rendergli la pariglia, ma tu hai deciso diversamente e va bene così.
Ciao.

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Rubrus ha commentato OFFLIGHTHINGS il 2020-07-03 17:25:11
Be', è un racconto in buona parte tipicamente estivo, senza troppe pretese se non quella di non essere del tutto scontato. Mi è piaciuto spostare la paura del buio dall'uomo al cane che, in questo tipo di racconti, funge spesso da sentinella. Il resto è venuto da sè. E anche il messaggio, in fondo, sta dentro la storia. Basta scavare e tirarlo fuori.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato OFFLIGHTHINGS il 2020-07-02 18:26:55
Gran bel pezzo, dove perfezioni una delle tue tecniche preferite: il lento crescendo e il finale possente che ti schiaffeggia in faccia.
E poi la narrazione del gran tema della paura del buio, colonna portante dell'horror, e che per me ha in King il suo cantore più raffinato.
Ci racconti che cos'è quella sensazione particolare che si prova quando si ha paura, vale a dire quel momento prima della paura.
Bellissima l'intuizione del cane (e direi anche del gatto) come compagno scelto dall'uomo, non solo per la caccia alle lepri e ai topi, ma sopratutto - ricordiamo sempre che cani e gatti sono animali notturni, che si sono evoluti con l'uomo in diurni, ma nasciamo tutti come notturni, perchè all'inizio della nostra evoluzione il giorno era dominato da mostri, animali giganteschi e assassini - come guardiano del buio, che sa scrutare e leggere nel buio.
Da quest'accoppiata s'evince che per affrontare e vincere la paura del buio occorre fiducia in un essere che ci faccia compagnia e dipani le tenebre.
Bè, brano meraviglioso, da rileggere anche più di una volta per coglierne tutte le sfumature.
Abbi gioia

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Capitan Shiloh - a P.B.Shelley - il 2020-06-30 17:56:59
Grazie Roberta, a rileggerti, a presto e ricambio le buone ferie!

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Roberta ha commentato Capitan Shiloh - a P.B.Shelley - il 2020-06-30 15:44:11
Buone vacanze!

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Capitan Shiloh - a P.B.Shelley - il 2020-06-28 08:12:11
Insieme a P.B. Shelley colgo l'occasione per augurare una buona e finalmente gioiosa estate a tutte le amiche e gli amici di Parole Intorno Al Falò.
Con il presente webtale - un tempo li chiamavamo "fullminei", ricordate? - ribadisco il mio orrore contro i nichilismi di ogni sorta e specie e il mio amore viscerale per P.I.A.F. e l'alta qualità della sua grafica, dei suoi autori e dei suoi testi, opere e commenti.
A P.I.A.F. sempre, nei secoli, fedele, come Shelley alla sua goletta Ariel e al vasto oceano.
Ultimamente il troppo successo, a causa della pandemia, ha reso il web sempre più spocchioso e tonitruante e "troni"tuante e vacuo e influenzato in modo letale dagli "influencer".
Tutto il mondo dei social web è solo una caccola di scolopendra, rispetto a un solo testo fatto bene, a un solo commento redatto con passione e intelligente lungimiranza di P.I.A.F.
In P.I.A.F. we trust!
Come sempre, quando il daimon me lo comanderà, tornerò a postare anche in estate.
Abbiate gioia!

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Jack Scanner ha commentato Porte il 2020-06-26 12:49:45
Grazie, Rubrus, tu per me sei un punto di riferimento. I tuoi commenti mi servono molto per capirmi

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Rubrus ha commentato Porte il 2020-06-25 18:06:50
Mi è capitato più di una volta di fare dei c.d. "sogni lucidi" e ne riconosco uno quando lo incontro. E' proprio così, comunque - poi non so quanto di vero ci sia nel racconto e francamente non importa -: se ne esce ragionando. Io ho sempre fatto così, almeno. Stilisticamente, mi piace. E' quasi cronachistico, non ammiccante, e direi che lasciar parlare i fatti, di per sè già abbastanza allucinati, è stata la scelta migliore.

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Eli Arrow ha commentato Unghie il 2020-06-25 14:20:31

Difficile riuscire a vedere gli altri per come sono effettivamente, senza le stratificazioni di proiezioni che ci fanno da occhiali. Di conseguenza, i giudizi sugli altri molto raramente sono imparziali, oltre al fatto che gli altri, noi compresi, siamo abituati a celarci sotto veli e maschere, come tu giustamente noti. La domanda, anzi, le domande sono, a mio parere: 'Cosa stiamo guardando?' e 'Chi pensiamo di vedere?' Difficile rispondere, anche quando le rivolgiamo alla nostra immagine nello specchio.



Qui, come dicevo sopra a Rubrus, volevo addentrarmi un po' nel meccanismo della proiezione. Sono contenta che ti sia piaciuto e ti ringrazio della lettura. Ciao Mauro.


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Rubrus ha commentato Il monte delle Sante Marie. (Uno) il 2020-06-25 10:25:08
Grazie, di averlo concluso. Per quel che può valere, il personaggio di Martin vien fuori così come l'ho dipinto. Martin non crede nella prospettiva collettivistica - e i fatti gli daranno ragione, ma questo non conta - così come è estremamente scettico su ogni manifestazione esoterica o taumaturgica (anzi, è portato a negarle ed affermare che ognuno ci vede quello che è già convinto di vederci). Tuttavia, torna indietro, si unisce di nuovo al gruppo e arriva fino in fondo. Perchè? Nel mio sviluppo perchè - e possiamo prendera come una rivelazione che trae dal brano del Vangelo - se ci sono prove o segni, non c'è fede (o è molto fragile) : in effetti non ce nè bisogno. La fede ha senso solo dove e se c'è un'assenza. La ricerca di una presenza porta o a una delusione o alla manifestazione sì di un potere, ma distruttivo (attento a quello che cerchi perchè potresti trovarlo). Il che mi pare essere quanto succede agli altri. Martin, pur nel suo individualismo o cinismo, se vogliamo dare una connotazione negativa al suo carattere, ha già visto qaunto è dato vedere e l'ha sfangata. Spero per lui non da solo,

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Elisabeth ha commentato Il monte delle Sante Marie. (Uno) il 2020-06-24 19:04:28

Il Monte delle Sante Marie. (il male del buio) - Fine.



 



Gocce pesanti come sassi presero a frustarci le braccia e le spalle attraversando i rami degli alberi, ci rigavano il viso, i nostri respiri si erano fatti di vapore, uscivano dalle bocche come fumi di drago. La pioggia ci obbligò al silenzio, le parole nascevano e morivano nel limbo dei pensieri, difficile farsi udire dagli altri sotto il frastuono che avevamo intorno. Se il Male del Buio ci aveva obbligati a dare un senso alla nostra sopravvivenza, la pioggia adesso ci obbligava al tempo dell'attesa, mettendo tra noi e la cima del monte uno spazio che non potevano quantificare. Mancava poco, lo aveva detto Esther.



Si era fatto di piombo il cielo, sfregiato per lo più da intermittenti saette. Lucy era diventata tutto un tremito come se l'acqua le avesse inzuppato il corpo conformandolo alla mollezza di un budino. Ambra, al primo balenìo, era corsa in fretta dietro a Martin, avevano trovato ripararo dentro a un folto arbusto di terebinto che emanava un pungente odore di resina, accentuato dalla pioggia. Erano impalati come sentinelle nelle guardiole, irrigiditi davanti al muro d'acqua, pronti a non concedere l'uno all'altra lo spazio che li preservava. Poggiato al tronco rugoso di un pino, cercavo con gli occhi quelli di Esther, senza trovare corresponsione concentrata com'era a scrutare il cielo da sotto uno sperone di roccia calcarea che sbucava dal terreno costringendola a rimanere accovacciata con le mani e le ginocchia nella terra. Quello era un tempo interminabile brandito a colpi di rovesci, necessario a che ognuno di noi trovasse infine rifugio solo in se stesso e in nessun altra cosa, compresi Sandro e Nicola i cui visi parevano imbambolati davanti al violento temporale e benchè non mancasse davvero l'umido che faceva rigonfiare le cose, Sandro appariva prosciugato tanto che il viso gli risucchiava gli occhi, una volta sporgenti e acquosi. Avvolti in frasche di ginestra sembravano mummie in un sarcofago.



Poi avvenne qualcosa. Esther abbandonò la posizione da cane tenuta fino a quel momento, aggrappata allo sperone di roccia, sollevò il corpo, un passo davanti all'altro si gettò sotto al temporale mentre i rivoli fangosi le venivano incontro dalla curva dell'ultima erta. Si mosse senza preavviso alcuno, incurante del gruppo che aveva guidato fino a quel momento, i vestiti le stavano avvinghiati alla pelle, appesantiti dalla pioggia. Sentii la voce di Ambra che la richiamava indietro, ma fu un suono perduto tra metri cubi liquidi che parevano sciogliere anche i sassi.



Il mio scarpone si mosse in avanti e come lupi usciti da una caverna, ci mettemmo di nuovo in fila, dietro il capobranco.



Non c'era nessuna ragione logica per seguire Esther in quel momento, rispondevamo piuttosto a qualcosa che proveniva da lontano, impresso sotto ragionevoli nozioni, nascosto tra coerenze assennate, con cui un tempo ci eravamo misurati, ovvero che un animale da branco rimasto solo diviene un animale in pericolo e, da lì a poco, pure morto.



Per la prima volta, Martin allungò la mano verso Ambra che d'istinto l'arpionò in previsione della salita che aveva innanzi.



Sandro scuoteva la testa, provando a gettare via dagli occhi l'acquazzone che gli impediva di vedere il terreno, Lucy pareva essersi ritirata di un'altra taglia, come fosse necessario contenere le energie per arrivare al monte sotto i lampi incessanti. Nicola bofonchiava che un temporale a quel modo non lo aveva mai visto, percepivo del suo monologo solo la coda delle parole che mettevo insieme per deduzione logica.



Eravamo di nuovo in cammino, fuori dal luogo sicuro, a mostrare le schiene alla frusta del cielo.



Girata l'ansa del bosco, tra il fango e i sassi si aprì la cima del monte. Una croce arcana in ferro si ergeva in mezzo alle gramigne e Lucy ci stava seduta davanti con le gambe incrociate. Sandro le corse incontro nonostante il peso non gli permettesse ancora certi slanci, inciampò in una radice oleata dalla poltiglia rovinando a pancia in giù sul terreno e Nicola fece qualcosa che non avrebbe dovuto fare. Rise.



Anche se inopportuna, quella risata fu un tremito che gli sonquassò il ventre, con un tono di voce che non gli apparteneva, dalla bocca gli uscivano rulli di tamburi che lo facevano rimanere senza fiato per alcuni istanti, poi ripartiva. Stava avvenendo qualcosa che non capivamo. A quella risata Esther si voltò e, anzichè provare a rialzare Sandro dalla fanghiglia dato che stava a meno più di un metro da lei, sollevò una mano, chiusa a pugno e la mosse a ripetizione con la potenza di un maglio contro la sua testa. Ambra si portò le mani al viso, attonita, sgomitando per liberarsi dalla presa di Martin che era stata sicura fino a pochi attimi prima. Sandro rimase sotto la pioggia, le gambe batterono contro le pozzanghere, il cranio restò conficcato nella punta di un pezzo di selce che era stato sepolto dal terriccio degli anni, riaffiorato con la violenta perturbazione. Nicola razzolava nel fango scosso dal ridere, senza respiro, risucchiava l'aria nei polmoni emettendo grugniti come un suino nel recinto. I rivoli si tinsero di un colore ferroso. Lucy sollevò il braccio e puntò il dito contro Esther, che era tornata nella stessa posizione, seduta dinanzi alla croce. Le urlava ch'era impazzita, che era tutta colpa sua e che ci aveva condotto in un tranello, rigurgitava parole impronunciabili, scaricando nell'aria l'elettricità di tutto l'intero temporale che avevamo sul capo.



Esther frugò nei pantaloni e con la rapidità di un prestigiatore aprì il coltellino svizzero che aveva usato più volte per separare le fette di pane durante il ristoro. Non fu una ferita profonda quella che si aprì nel collo di Lucy, piuttosto un buco, sottile e sufficiente ad interrompere il regolare flusso della giugulare. Un bavaglio rosso le si materializzò sulla maglietta bianca, poi confluirono, in un unico grappolo, molteplici arabeschi disegnati dalla pioggia.



Rimase qualche attimo in piedi, lo sguardo attonito e quando provò a parlare cadde al suolo dentro il suo stesso sangue.



Martin mi guardò. Disse che dovevamo tornare indietro, lasciare Esther e Nicola in preda al demonio che gli era saltato addosso.



Ambra piangeva, scuoteva il capo. Raccolse una pietra e la scagliò con forza contro la croce. La pietra rimbalzò con un suono secco tornando ai suoi piedi. 



Provai a chiamare Esther, non si voltò.



Nicola aveva la faccia viola, aveva portato tutte e due le mani al collo, voleva parlare senza riuscirci, gli occhi sgranati di chi muore appeso a un cappio.



Feci cenno di sì a Martin. Avremmo potuto tornare indietro a passo svelto, sfidando il temporale che adesso creava turbini di vento nell'aria, strappava le foglie sbattendole sui morti che lasciavamo ai piedi della croce. Avremmo potuto scendere in paese, chiedere soccorsi, bussare alle case, aprire la chiesa in cerca di qualcuno per l'estrema unzione.



Avremmo potuto. Martin mi aveva già superato di una decina di metri, Ambra gli dava di nuovo la mano, dietro di loro si richiudeva la macchia e si alzava la nebbia. Mi voltai a cercare un cenno di umanità in Esther, senza trovarlo, nonostante il suo viso fosse contrito, trasfigurato nello sconforto e le sue lacrime si confondessero con la pioggia battente del cielo. Eravamo arrivati fin lì per rendere alla beata Maria dipinta dall'evangelista Luca qualcosa di nostro, senza avere il tempo di trovarne traccia. Restituirle gratitudine per averci salvato dal Male degli uomini che aveva contagiato portando il buio. Rimasi indietro, a guardare.



Non sapevo più chi fosse Esther. Ciò che riuscivo a vedere di lei, era una donna ai piedi del calvario, pronta a mietere vendetta in quel punto esatto dove si era consacrato il male terreno e cominciava quello divino. Era vero; certe cose  non si potevano cambiare, il destino le metteva dinanzi agli uomini per capire di che pasta erano fatti.



Mi addentrai nel bosco ponendo le mani dinanzi agli occhi per spartire le acque di pochi centimetri, forse era già sera, forse ancora pomeriggio, difficile da dirsi, dato che tutto pareva privato del tempo.



Nel sentiero fino a valle non trovai più traccia nè di Ambra nè di Martin. Meglio dire che a valle non tornarono più.



Vicino all'ultimo tronco, lì dove mi ero addormentato sognando la spiaggia, trovai un vangelo dalle pagine sfarinate per via della pioggia.



Si intuiva che era stato aperto più volte in un punto preciso. 



Staccai le pagine consunte, incollate le une sulle altre, e lessi.



 



Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno. 



 



A noi era mancato questo. Vedere oltre il buio.



 



____________________________________



(questo racconto si conclude qui, anche se dopo un po' di settimane e adesso è arrivato il suo momento. La frase di chiusura è il mio modo di ringraziare Rubrus per la sua collaborazione, dato che è parte del suo intervento).


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Rubrus ha commentato Jack e Ginger il 2020-06-24 15:33:18
E' un inizio e, come dice Mauro, ci possono essere diversi sviluppi, alcuni dei quali avranno senz'altro al centro il rapporto tra i due fratelli - opposti - e la trama potrebbe snodarsi appunto, sulla falsariga del viaggio sull'auto. Detto questo, però, non per fare il rompiscatole, ma un testamento così, in Italia, lede la legittima che spetta ai figli ed è invalido. In realtà non è un grosso problema perchè se rispettare o no le volontà del padre, malgrado contrarie alla legge, e facilmente annullabili, potrebbe essere proprio la prima cosa di cui i fratelli discutono.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Jack e Ginger il 2020-06-23 17:33:33
Caro Caribù, hai posto le fondamenta, con un preciso e intrigante incipit, che apre a un ottimo road movie che auspico - è un gusto mio - sfoci nel thriller; pertanto, come prima regola del buon thriller: "Il protagonista affronta il pericolo di morte, sua o di qualcun altro."
Durante il viaggio una forza antagonista minaccerà e colpirà i fratelli, e sarà lì che, per sopravvivere, capiranno che è meglio far forza su quello che li unisce, piuttosto che continuare a infastidirsi e a indebolirsi inutilmente con quello che li divide...

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Caribbean Caribù ha commentato Jack e Ginger il 2020-06-23 14:56:34
E' un inizio, è un'idea, è una parte dentro di me, è un testo che mentre scrivevo mi ha mosso dentro qualcosa... prendetelo così com'è.
Non aspettatevi un seguito, nemmeno io so se verrà.

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Rubrus ha commentato Suoni il 2020-06-22 12:56:03
In realtà questo racconto mi frullava in testa da diverso tempo, forse addirittura da anni. Mi è venuto in mente lo sviluppo relativamente poco tempo fa, e quindi, finalmente, l'ho scritto. Penso sia uno di quei racconti che si devono prendere il loro tempo, prima di uscire dal posto in cui si trovano. Qualunque sia.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Suoni il 2020-06-22 11:56:36
Bellissimo: in questi tuoi racconti "trascendenti" (ma per me in senso husserliano, nel senso che sono anche molto "sensibili", e qua è evidenziato dall'acustica) l’Invisibile non è bandito in nome di un’utopia tecnocratica e la Materia non trionfa - e non è tronfia - a spese dell’Uomo.
C'è una ritualità umanistica - che può piacere a laici e non - che non è piatta liturgia ma viva intelligenza, sensibilità, cura per il particolare.
E complimenti, ultimamente sei prolifico nella qualità: passerò anche dalle altre parti.
Abbi gioia

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato La misteriosa sparizione del fiume Po il 2020-06-18 17:04:33
Grazie Roberto, un tuo piaciuto per me vale di più di una laurea honoris causa in lettere moderne.
Calzantissimo Rodari e inoltre alcuni eco thriller che ho visto ultimamente e le metamorfosi di Ovidio riscritte e lette da Vittorio Sermonti.
Due dinamiche: le cose e le persone non sono mai da dare per scontate e i violenti cambiamenti a cui siamo e saremo sottoposti nel terzo millennio.
Nel Novecento si è scatenata la violenza della storia sull'individuo, e ora, anche per responsabilità dirette e indirette dell'individuo verremo alluvionati dala violenza della natura sull'individuo.
Mi spiace per il mio pessimismo greco, ma la vedo così e trovo che solo la scrittura creativa o la creatività in genere sia l'unica possibilità di eu-daimonia, di liberazione, di esorcismo, di gioia possibile sotto il bombardamento di queste violente e continue mutazioni, ormai arrivate al limite del sostenibile: il vaso di Pandora è rotto, c'è poco da fare.
Abbi gioia

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Rubrus ha commentato La misteriosa sparizione del fiume Po il 2020-06-18 13:51:09
Piaciuto questo racconto dalle atmosfere che, specie nell'incipit, ricordano Rodari. Tanto gradito che mi pare di vedere due buchi che, pur nella ellissi tipica e necessaria dei racconti di Rodari (per cui, per esempio, non serve e non si chiede la verosimiglianza del processo di inaridimento e desertificazione, nè se ne avverte il bisogno) avverto. Il primo è il legame tra i cavalli e la ricomparsa del fiume, il secondo è che, preciserei che, alla fine, la gente è pur scesa da cavallo, ma a questo punto mi chiedo che fine abbia fatto il branco. Piaciuto, ciao.

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Rubrus ha commentato Riflessi il 2020-06-17 17:49:36
C'è una vecchia freddura. Il barbiere chiede al cliente: "Come desidera che le tagli i capelli, signore?" E il cliente "In silenzio".
Barbieri e parrucchieri sono stati particolarmente colpiti dal recente confinamento perchè, evidentemente, quella è un''attività che può essere svolta solo in presenza (e anche abbastanza rischiosa: so di un paese di poche centinaia di abitanti dove l'unico morto di Covid19 è stato proprio il parrucchiere: dato che non si sono registrati focolai, il virus deve essere stato portato da un turista). Tra l'altro, di "barbieri" veri ce n'è ormai pochissimi, in città. Sono quasi tutti parrucchieri e, moltissimi, sia per uomo che per donna. Nè bene nè male, penso io. Semplicemente, i tempi che cambiano. Ciò che si è perso, però, è una certa atmosfera che si respirava solo dai barbieri e solo per uomini. Qualcosa che ho cercato di riprodurre. Anche nei suoi lati oscuri, evidentemente.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Riflessi il 2020-06-17 16:31:35
Quando avevo tanti capelli - ora sono serenamente e largamente stempiato - amavo molto i barbieri che sono sempre stati dei centri sociali tra le righe di un borgo, di un paese, come quelli in cui ho sempre vissuto.
E mi ha sempre impressionato come questi luoghi sono letteralmente delle "spugne psicologiche": s'intridono, s'inzuppano di storie e di aneddoti e di pettegolezzi, e sopratutto sono delle vere e proprie palestre di dialettica tra umani: il barbiere bravo interroga discretamente e formula una tesi, tu sul sedile rispondi e tutt'intorno a te, intervengono con tatto, solitamente, altri avventori e si crea una comunità umana con tutti i suoi problemi e le sue magagne, ma almeno dialetticamente viva; dal barbiere vengono fuori tutti i difetti e le colpe umane MA ALMENO SE NE PARLA.
Cerco di rivelare il meno possibile, perchè il racconto si basa su un finale eccezionale che non va svelato, ma, parafrasandomi, almeno cerco di parlarne con rispetto alla narratologia.
Quei fantasmi armati di rasoio in fondo alla serie di rifrazioni non sono forse quella dialettica umana che sta sparendo sotto i feroci colpi dell'informatica, della pandemia, dell'ormai conclamata crisi di similautismo e sociapatia in cui sta piombando la nostra fantasmatica società?
Senza dialettica non c'è più democrazia e non c'è più umanità: il piacere di leggerti comunque attenua il peso delle mie personali preaoccupazioni, in fondo ai riflessi di questo racconto ogni lettore può vedere i fantasmi dei suoi dubbi e dei suoi crucci, ed esorcizzarli con la lettura.
Abbi gioia

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Roberta ha commentato Dialoghi con Leucò. Il fiore il 2020-06-16 21:06:47

Eh sì, è proprio così. E De Gregori lo celebra in Alice guarda i gatti: \\"E Cesare perduto nella pioggia/Sta aspettando da sei ore/Il suo amore ballerina/E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’/E il tram di mezzanotte se ne va\\". Alla Pivano ha dedicato tre poesie bellissime, Mattino, Estate e Notturno, ora contenute in Lavorare stanca (Poesie scritte in appendice), nelle quali si percepisce l\\'affetto e la delicatezza che anche lei provava per lui: non lo prese in giro come fecero altre, ma amava un altro, l\\'architetto Ettore Sottsass, e lo sposò. La poesia Notturno la riporto perché è bellissima:



La collina è notturna, nel cielo chiaro.

Vi s'inquadra il tuo capo, che muove appena

e accompagna quel cielo. Sei come una nube

intravista fra i rami. Ti ride negli occhi

la stranezza di un cielo che non è il tuo.



La collina di terra e di foglie chiude

con la massa nera il tuo vivo guardare,

la tua bocca ha la piega di un dolce incavo

tra le coste lontane. Sembri giocare

alla grande collina e al chiarore del cielo:

per piacermi ripeti lo sfondo antico

e lo rendi piú puro.



Ma vivi altrove.

Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.

Le parole che dici non hanno riscontro

con la scabra tristezza di questo cielo.

Tu non sei che una nube dolcissima, bianca

impigliata una notte fra i rami antichi.



Molto interessante per conoscere Pavese è anche il ritratto che ne fa Natalia Ginzburg in Lessico familiare, dove tra l\\'altro spiega anche le circostanze del suicidio: «Pavese si uccise un’estate che non c’era, a Torino, nessuno di noi. Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e predispone il corso d’una passeggiata o d’una serata. Non amava vi fosse, nelle passeggiate e nelle serate, nulla d’imprevisto o di casuale. […] L’imprevisto lo metteva a disagio. Non amava essere colto di sorpresa». Nel complesso però ci lascia il ricordo di un uomo che conosceva l\\'ironia, che aveva e sue manie, che amava la solitudine ma aveva bisogno degli altri. Grazie a te, Mauro!


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Dialoghi con Leucò. Il fiore il 2020-06-16 20:18:28
Buonasera Roberta e grazie del bel ragionamento - come sempre - profondo ed esaustivo e posto con la consueta e garbata gentilezza.
Partendo dal tema mitologico della "crudeltà del dio" - tema molto caro anche alle ricerche di Giorgio Colli - volevo porti un polo dialettico con le contradizioni dell'uomo/autore Pavese: il realismo e il mito.
Penso, senza tema di piaggeria, che hai ricamato sul tema una sintesi precisa e che rasenta la perfezione.
In verità mi hanno sempre molto colpito l'opera e la sensibilità di Pavese, come quella di altri autori del Novecento che si sono trovati a vivere in quella contraddizione tra realtà totalitaria e fuga nel mito, e davvero nel Novecento la crudeltà del dio è stata davvero ipermaterialista e feroce.
Nel leggere il tuo bel approfondimento mi è tornato in mente un aneddoto della sua vita che ritengo sia illuminante su come una persona sensibile come lui conviveva con le sue contraddizioni.
Pavese combinò un incontro con una ballerina - tante e sfortunatissime furono le sue infatuazioni femminili, tra cui quella per la grande e da me amatissima e lettissima Fernanda Pivano -: l'appuntamento galante era fissato per le 18, ma lo scrittore la aspettò invano fino a mezzanotte sotto la pioggia e si prese una pleurite.
Mi sono immaginato questo strepitoso traduttore di Melville, Joyce, Sinclair Lewis e Topolino seduto bagnato fradicio su dei gradini, con un mazzo di fiori zuppo marcio in mano, mentre piangeva amaramente sotto la pioggia: qualcosa di una bellezza toccante e stringente.
Ho pensato ai tre anni di confino come antifascista a Brancaleone Calabro, a causa del suo innamoramento per la cospiratrice anti regime Tina Pizzardo, per la quale ruppe ogni cautela e prudenza, rischiando a più riprese la vita.
Ho pensato a come comunque tra realtà e mito viene fuori la vera nobiltà d'animo - o l'autentica malvagità - di un essere umano.
Pavese ci ha lasciato un'immagine di grandezza di possibilità nella sensibilità di un uomo, ed è quell'immagine di autenticità che ci ha lasciato, secondo me, come eredità.
Grazie ancora

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