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Roberta ha commentato Luca 3: Compleanni il 2019-10-14 14:41:25

Ciao Rub, no, non è l'ultima puntata e nemmeno la penultima. Avevo annunciato tre o quattro puntate, ma poi ho optato per un "taglio web" e ho suddiviso la storia in capitoletti di poco più di mille parole ciascuno. Mancano ancora almeno tre puntate, credo. Concordo, così la storia è irrisolta e ha bisogno di uno sviluppo, che arriverà e spero non deluda.



Hai ben individuato le verie fasi attraversate dalla protagonista, che si preoccupava del giudizio degli altri quando lei stessa era sorpresa di quella sua manifestazione d'affetto inopportuna. Più avanti, temeva di essersi esposta non per il giudizio altrui ma per quello di Luca, che in quel momento sembrava non corrispondere pienamente ai sentimenti di lei. Visto che in seguito l'affiatamento è pienamente reciproco, del giudizio degli altri non le importa nulla.



 


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Paolo Guastone ha commentato Le lettere segrete il 2019-10-14 10:02:32
Racconto molto accattivante e ben condotto, anche se, a volte, si avverte il bisogno di una sforbiciatina. Finale inaspettato e davvero stuzzicante, così come bella ed originale è la trama. Alla fine, però, tutti i nodi vengono al pettine ed il protagonista paga le colpe di una vita vissuta insieme a tanti fantasmi. Troppi.

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Rubrus ha commentato Luca 3: Compleanni il 2019-10-13 17:06:14
Non so se questa sia l'ultima parte - dovevano essere tre o quattro ? - ma direi che, più o meno in ciascuna, viene esposta una fase diversa, dallo stupore, alla riflessione, alla paura, all'analisi man mano sempre meno razionale. Direi che in questa siamo all'accettazione. Mi pare, a questo proposito, da notare che benchè il legame sia oramai visto anche da terzi, sia pure come pettegolezzo o burla, la protagonista non si dia troppa pena di smentirlo - anche perchè forse smentirlo equivarrebbe ad alimentare i pettegolezzi stessi - segno che il giudizio altrui riveste per lei minore importanza di quanto non accadesse in precedenza; inoltre nelle ultime righe l'attrazione viene accettata in tutte le sue manifestazioni, senza remore, come un fatto evidente. Se la storia terminasse qui, peraltro, io l'avvertirei come irrisolta.. Manca insomma ancora il passaggio, secondo me, tra la potenza, o la fantasia, e l'atto, sia a livello individuale o di coppia che sociale, messa in atto che sarebbe anche messa alla prova.
.

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Rubrus ha commentato Concerto Rosso il 2019-10-09 18:40:26
... e niente, i refusi sfuggono anche alla terza rasatura. Non saprei dire se ho uno stile, ma posso dire da dove è venuta l'idea della struttura del Concerto Rosso, esposta nel "pippone" a metà del racconto, dove parlo delle quattro note cui corrispondono sempre altre quattro note a meno che non ci sia un errore ecc. Altro non è che la struttura del DNA e le quattro note sono le quattro basi di cui si compone la molecola. Il "Concerto" quindi altro non è che la messa in musica della replicazione del DNA con tanto di mutazioni periodiche dello stesso. Qualche anno dopo che scrissi il racconto, qualcuno ebbe l'idea di farlo sul serio e, se cercate in rete "DNA in musica" troverete un po' di roba. Se ci ha pensato un musicista vero, forse l'idea non era proprio da buttare.

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Antonino R. Giuffrè ha commentato Concerto Rosso il 2019-10-09 11:46:45
Nella fitta trama di rimandi poeiani spicca comunque la tua personalità scrittoria, soprattutto nello stile che, pur echeggiando quello ottocentesco, resta pienamente “rubrusiano”. Quanto ai contenuti, detto che in racconti simili permane sempre il dubbio di non aver colto tutti i riferimenti all’autore, non posso che sottolineare la tua capacità di aver fatto di un luogo ben preciso, la casa di Leonard, una sorta di “never-never land”, dove le certezze logiche del protagonista sono costantemente risucchiate nell’abisso dell’irrazionale. Piaciuto molto.
Ps. A volte hai dimenticato il punto alla fine di una frase. C’è un “ciu” al posto di un “cui”, se non erro. Ciao.

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Rubrus ha commentato Concerto Rosso il 2019-10-08 15:08:01
Grazie. Be', tra l'originale e la copia, come si suol dire, sempre meglio l'originale. I richiami sono tutti volontari e, in effetti, questo racconto assomiglia un po' al mostro di Frankenstein perchè è cucito mettendo insieme spunti di tanti racconti di Poe e qualche ammiccamento cinematografico e biografico. Più o meno nell'ordine.
. l'impianto generale, con tanto di crollo finale, viene da "La caduta di Casa Usher" (il protagonista si chiama Roderick, come il mio protagonista)
- "Littleton Barry" è uno pseudonimo usato da Poe. Roger Corman fu regista di film ispirati molto (ma molto) liberamente ai racconti di Poe (qui è il titolare di una linea di corriere) e interpretati dal grande Vincent Price (da cui "Price Mansion")
- nella casa, che architettonicamente, ricorda appunto un po' "La Maschera della Morte Rossa" ci sono e non potevano non esserci "Il pozzo e il pendolo".
- il cavallo che compare all'inizio viene dritto dritto da "Metzergenstein", con la sua maledizione, però si chiama Valdemar, come il protagonista del racconto omonimo
- l'animale più importante nel mio racconto è, e non poteva non essere "Il gatto nero"
. l'idea delle mogli che paiono reincarnarsi l'una nell'altra viene da "Ligeia"
- la faccenda dei denti che vengono strappati per conservarne la bellezza viene da "Berenice" e in generale tutta la faccenda delle consorti sventurate viene dalla c.d. "trilogia muliebre" di Poe: Berenice, Morella, Ligeia. Anche la frase "E, là dentro, c'è una volontà che non muore... "ecc viene da quella trilogia. Poe la attribuisce a Joseph Glanville, ma forse è solo una sua invenzione
- Virgina era il nome della moglie di Poe, morta prematuramente.
- a chiusura del racconto compare, fatalmente, un "Corvo"

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Blue ha commentato Concerto Rosso il 2019-10-08 13:49:43

Una rivisitazione della storia "horror" di Poe: può sembrare blasfemo, ma forse, pur nella sua brevità, non meno inquietante dell'originale. Indubbiamente, l'uso del linguaggio più simile possibile a quello che avrebbe utilizzato EAP contribuisce a creare la giusta atmosfera; ma questo è un merito in più, perchè non era affatto esercizio facile (anche se - modestissimo parere - forse ci hai indugiato persino un po' troppo).

Gran bel "tributo", con qualche richiamo, forse involontario, anche alla "Maschera della morte rossa", non a caso coetaneo (si dice così?) de "Il pozzo e il pendolo".


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Roberta ha commentato Posseduta platonicamente il 2019-10-04 19:03:31
Grazie mille in gravissimo ritardo....

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Incomunicabilità il 2019-10-04 16:54:42
Grazie, Roberta: controdeduzione perfetta e riflessione conclusiva veramente profonda, e infatti, è questo l'archetipo di Ade che intendevo.
Ora, il difficile sta nel rendere narrativo l'archetipo, in ossequio al noto precetto "show, don't tell".
E per me sei riuscita benissimo nella difficile missione di esplicare sul piano narrativo quella ricerca di profondità che il mondo attuale sembra tanto temere ed evitare.
Brava ancora e abbi gioia

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Roberta ha commentato Incomunicabilità il 2019-10-04 14:18:37

Caro Mauro,



il tuo ultimo commento merita certo una risposta migliore di questo stringato ringraziamento. Avendo poco tempo ed energia avevo riassunto ai minimi termini: nel tuo commento precedente non avevo ben capito cosa tu intendessi per “il mondo dell’Ade”, perché lo identificavo tradizionalmente con l’aldila del mondo classico. Leggendo il tuo secondo commento ho poi capito che l’Ade di cui parli è la profondità, l’addentrarsi nel proprio mondo interiore e in quello dell’altro. Solo così vi può essere una relazione vera, nella quale non può mancare Ermes, il messaggero.



In altre parole, l’assenza di logos e di comunicazione condivisa, cioè compresa da entrambe le parti, cosa che richiede impegno, sforzo e che comporta anche qualche rischio, ma d'altra parte conduce alla complicità e all'amore profondo, al desiderio dell'anima e non solo del corpo, porta alla chiusura, all’’allontanamento e alla morte prematura. Dici bene, chi sceglie di mettere l’altro di fronte al fatto compiuto senza spiegazioni lo trascina con se nel baratro, mentre sappiamo che la parola spiega, approfondisce, apre e lenisce, mostra punti di vista non prima immaginabili, avvicina e non respinge. Dopo essere scesi insieme nel profondo delle nostre anime, senza paura, ci si può anche dire addio, con la pace nel cuore.


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Roberta ha commentato Incomunicabilità il 2019-09-24 19:47:22

Grazie, troppo buono. Un incoraggiamento così è una flebo di autostima! 



Ps: ora ho capito la differenza tra Thanatos e Ade (grazie al tuo riferimento alle teorie di Hillman, che sinceramente conosco poco). 



Perdona la brevità, ma sono reduce da una giornata di lavoro pienissima... A presto, ciao


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Incomunicabilità il 2019-09-23 21:00:18
Ancora pensieri molto profondi che mi richiamano altro Ade dalla mia Anima (per stare in tema).
Accenni con grande precisione a un tema fondamentale della psicologia archetipa di James Hillman, di cui sono studioso e seguace.
La differenza tra Ade e Thanatos nel gioco a tre - nella coppia di amanti - tra Eros, Psiche e appunto, Ade/Thanatos, eternamente suggellato nel romanzo di Apuleio.
Vale a dire Thanatos non conosce Ermes, mentre per i miti greci Ade e Ermes avevano lo stesso copricapo che rendeva invisibili e riconduceva alle ricchezze nascoste della psiche umana.
Per questo Ade/Ermes era detto Plutone, il riccone, per questo era chiamato Trofonio (l'Ade era l'antro di Trofonio), "colui che nutre".
Per rendere molto più piano e comprensibile tutto ciò basti pensare a quel momento topico, quando una coppia di amanti litiga, in cui uno dei due vuole "mettere di fronte all'atto compiuto" l'amato.
Questo voler passare alle "vie di fatto" è Thanatos, la morte bruta della materia senza comunicazione.
Ade, in Grecia, non aveva né templi né sacrifici né culti rituali, perchè era colui che, come Psiche, dà nutrimento all'anima dell'uomo e del mondo.
Thanatos è invece l'impoverimento, la miseria, l'oscurità senza possibilità dello psicopompo, della conversazione, del sorriso divino e radioso (anche se a volte truffaldino, ma comunque vivo) dell'aureo Ermes.
La via dell'azione irriflessiva mi porta verso il pathos dell'oscura brutalità; l'entrare nella Casa di Ade insieme al mio amante mi porta a Eros e a Ermes e al banchetto degli dei.
Tradotto in termini odierni: thanatos sono quegli isolati e miseri che si masturbano guardando you porn e la triste e monotona macelleria di muti organi sessuali depilati; la Casa dell'Ade è quando nella tua narrativa ci racconti il modo unico, psicologico, profondamente psichico che hanno i protagonisti delle tue storie di fare l'amore, e di interagire tra loro prima e dopo quella messa in atto; cercando di RICONOSCERSI nell'anima, e come in questo caso, rendendosi conto che Thanatos ha messo una cappa nera sull'anima di chi si ama, e, orribilmente, deve scendere agli inferi perchè LUI L'HA SCELTO.
Per noi è unico, prezioso, indispensabile, ma noi non possiamo, non vogliamo sgcegliere Thanatos con lui. Non è giusto, e per i Greci Dike era la Dea delle Dee.
E l'importante è che nessuno ci coinvolga nelle sue scelte nichilistiche per Thanatos, perchè invece noi siamo per Eros, per Psiche e per Ermes e abbiamo il diritto di difendere le nostre scelte per questi Dei supremi, per la vita unica che ci è stata donata, ad ogni costo e con ogni mezzo, per legittima difesa della vita divina in noi.
Perchè, alla fine del giro di giostra, noi ogni giorno scegliamo tra Thanatos e la Casa dell'Ade, tra la psicopatologia delle "vie di fatto" e la ricchezza psichica delle nostre metafore.
Con questa profondità che hai raggiunto, sei pronta per un romanzo memorabile, Roberta.
Crealo, sceglilo, scrivilo, fallo: nella Casa dell'Ade.Sei pronta?
Abbi gioia

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Rubrus ha commentato Incomunicabilità il 2019-09-23 19:52:54
Ciao.... in effetti sì è sparito, ma non importa, comunque hai ragione. Diciamo che, come lettore, mi è rimasta per l'appunto l'incertezza su quel che pensa veramente lui, anche se poi, ovviamente, quel che si fa e, naturalmente in minor misura, quel che si dice, conta più di quel che si pensa.

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Roberta ha commentato Incomunicabilità il 2019-09-23 15:31:21

Rispondo al commento di Rubrus (che non vorrei aver cancellato per sbaglio, perché ora, dopo aver pubblicato la risposta, non lo vedo più!):



Non vorrei sembrare così presuntuosa da paragonarmi a Proust, ma, per far capire che cosa non va del tuo discorso, ti ricordo che anche la Recherche è un racconto in prima persona nel quale il punto di vista è solo interno (del Narratore); non per questo si può dire che Gilberte e Albertine nella Recherche non esistono. Non sappiamo cosa pensano, ma solo cosa pensa e cosa prova per loro il narratore, che però ci dice come e dove le ha conosciute, come si svolge a grandi linee la frequentazione (nessun colpo di scena eclatante, quindi per molti noiosissimo), come si comportano con il protagonista e come finisce la relazione. Il mio racconto è ridotto all’osso ma segue le stesse regole: il personaggio maschile esiste, e, nell’ordine:



la bacia, dando inizio alla relazione



la porta a casa sua quasi tutte le sere



fa l’amore con lei e sussurra il suo nome (cosa che, credimi, fa la differenza)



non dice nulla quando lei se ne va



l’abbandona per un’altra.



Non sappiamo cosa pensa, ma cosa fa e, a grandi linee, che tipo di persona è. Insomma, esiste, anche se non parla, ma neanche lei parla con lui, perché, appunto, incomunicabilità è il titolo del racconto.


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Roberta ha commentato La matita di IT il 2019-09-23 15:28:03
Adesso ho capito bene ;-)

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Rubrus ha commentato La matita di IT il 2019-09-23 12:21:44
Lo è. Ci si concentra molto sui bambini, ed è giusto, ma mezzo romanzo ha per protagonisti gli stessi bambini diventati adulti ; se si guardano le loro vite da vicino, si vede che nessuno (a prescindere dagli eventi accaduti nel 1958) ha veramente vinto le proprie paure - e alcuni di loro non ci riusciranno mai, o forse all'ultimo momento - ma tutti loro, malgrado l'apparente successo (a parte Mike, sono tutti ricchi), sono rimasti Perdenti. La peculiarità della formazione che King rappresenta non è, come accaduto in fondo fino ad allora: "smetti di crederci, sono solo spauracchi infantili e devi superarli per diventare adulto" (in ultima analisi, il percorso di "Pinocchio"), ma, al contrario: a) non li superi mai veramente, a prescindere da quanti soldi in banca b) per andare oltre devi andare indietro, ritornare bambino e battere quelle paure sul loro stesso terreno. Solo così le supererai veramente, non dimenticandole o ignorandole.

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Roberta ha commentato La matita di IT il 2019-09-23 11:48:23
Il succo sta tutto qui: “A mio parere il grande colpo di genio di King è di avere fuso il romanzo dell’orrore e quello formazione, ma non è che il romanzo dell’orrore è irrilevante. Se non c’è il romanzo dell’orrore, se manca uno dei due elementi, come si fa a fare la fusione?” Questo è il motivo per cui It è apprezzato anche da gente che, come me, non ama particolarmente l’horror. Per il resto, nel mio commento ho cercato di dare delle spiegazioni in merito alla funzione di It nel romanzo, e l’ho fatto in base alla mia esperienza: paure, incubi frequenti legati a lutti o traumi subiti in età precoce. Sarà la scoperta dell’acqua calda, ma a me sembrava importante rilevarlo...

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Rubrus ha commentato La matita di IT il 2019-09-23 11:27:48
Che ci siano altre dimensioni è un dato scientificamente affermato - secondo alcuni fisici sarebbero undici, secondo altri di più - così come è probabile che esistano diversi universi paralleli (ma a volte non sempre paralleli). Da questo, a dire che siano Inferno Purgatorio e Paradiso, i Nove Mondi dei Norreni, gli Otto dei Buddisti... be'... calma. Temo di essere troppo scettico dentro per credere veramente a simili affermazioni. ;-)

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Roberta ha commentato La matita di IT il 2019-09-23 11:22:38
Ah ecco! Mi sembrava di aver capito che tu credi veramente che ci sia un'altra dimensione... Certo che la bravura di King sta nel farci immedesimare nei personaggi inducendo la sospensione dell'incredulità! Su questo non c'è bisogno di discutere, ma non mi sembra che l'articolo parli di quest'aspetto.

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Roberta ha commentato Incomunicabilità il 2019-09-23 11:14:34
Ciao Mauro! Ti ringrazio molto per questo bel commento. Hai giustamente individuato come cuore pulsante del racconto quei comportamenti che rendono il rapporto frammentato, scomposto, confuso. E' proprio in quel comportamento che il racconto suggerisce si trovi la causa della fine del rapporto. Tu non potevi spiegare meglio come la mancanza di impegno e di attenzione, i tradimenti, le violenze anche psicologiche portino alla fine (violenta e tragica) della capacità di immaginare. Io qui aggiungo che il linguaggio del corpo e/o dei segni (intesi come messaggi che l'altro dà) non possono MAI essere sufficienti, perché quando il momento del trasporto amoroso finisce, se non c'è la parola che spiega, afferma, colma i vuoti, e contemporaneamente le azioni sono ambigue, contraddittorie, lo spazio interiore si riempie di dubbi, di fraintendimenti che a loro volta danno luogo a comportamenti ambigui che l'altro non capisce. L'amore senza il dialogo e senza la spiegazione dei comportamenti diventa, nel momento in cui si rimane soli, un incubo di impressioni confuse, incertezze, dubbi. È quello che tu intendi, credo, quando dici "Noi incontriamo Ade...". L'immaginazione per continuare ad esistere ha bisogno di conferme, altrimenti finiamo come Orlando che si auto-inganna dicendo a se stesso, di fronte all’evidenza, che sicuramente Medoro è un nome che Angelica ha dato a lui. Quando l'evidenza si afferma con altre prove, anche Orlando smette di illudersi e affronta la delusione e il tradimento nel modo più umano, con la rabbia. Tornando al cuore del racconto, il piacere di stare con la persona che ami non si deve interrompere per paura di entrare troppo in profondità. È di questo che il racconto parla, della paura di andare fino in fondo, compiendo, sul più bello di un rapporto, quella fuga che non tiene conto dell'altro, e che si compie proprio perché ci si sente sicuri del suo amore.
Per il resto, il mio stile è sempre stato sintetico, anche se talvolta mi sono sforzata di ampliare le descrizioni dei fatti e delle riflessioni. Infine, mi dispiace molto che questo sito sia così poco frequentato: anche qui si tratta della nostra disponibilità a dedicare tempo al dialogo. Commentare e rispondere richiede letture attente, riflessione e tempo per scrivere…
Grazie ancora e a presto!

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Rubrus ha commentato La matita di IT il 2019-09-23 11:14:13

A scanso di equivoci. Penso che l’articolo sia ben fatto e ben motivato e mi piacerebbe leggerne di più così, come anche sono convinto che King ne meriterebbe di più.



Credo però che (come gli abitanti di Derry) molta, critica, troppa, anzi, specie italiana, soffra di una ristrettezza di visione che, nel momento in cui è costretta parlare bene di un romanzo fantastico, la costringe a trovare i relativi pregi negli elementi non fantastici che, immancabilmente, degrada a metafore.



Faccio un  esempio: è come chiedere a un gastronomo appena uscito da un ristorante in cui servono pesce come ha mangiato e sentirsi rispondere “ottimi primi, contorni fantastici, dolci superlativi”.



Partiamo da un’ovvietà.



Tutti i romanzi sono opera di fantasia, ma proprio tutti. Altrimenti sarebbero saggi. Un saggio mascherato da romanzo è una pippa allucinante e, di solito, viene immediatamente sbugiardato e rifiutato dai lettori. A volte, è solo questione di tempo e il camuffamento per un po’ funziona, ma, presto o tardi, l’inganno viene svelato.



Proprio perché è un’opera di fantasia, nel romanzo esistono e possono esistere tranquillamente, e anzi essere decisivi, elementi che non hanno riscontro nella realtà.



A meno che non sia un dittatore coreano, non è che se vado a vedere un film di 007 penso che James Bond esista davvero, ma, finchè sono al cinema, non soltanto ci credo, ma mi aspetto che il film  mi spinga a crederlo.



Allo stesso modo, finchè sono dentro “It” mi aspetto ed esigo che il libro mi faccia credere in quell’essere venuto dal macroverso (qualunque cosa esso sia).



Quindi, da un lato, sì, sono convinto che, mentre scriveva, King fosse in una sorta di mondo alternativo in cui It esisteva e mirasse a far entrare il lettore dentro quel mondo.



Dall’altro lato, e soprattutto, mettersi a parlare di metafore, allegorie e quant’altro per evidenziare i pregi del romanzo è come considerare il lettore, e anche lo scrittore, un mezzo scemo, o un poppante che ancora deve essere convinto che non ci sono mostri sotto il letto.



Sia il lettore che lo scrittore lo sanno benissimo.



Il pregio del romanzo non sta nell’essere metafora o allegoria (senza contare che ognuno può giocarci parecchio, con metafore e allegorie, infilandoci dentro un sacco di cose diverse).



Il pregio del romanzo, di ogni buon romanzo fantastico, sta nella sospensione dell’incredulità, nel farci credere che, parlando di It, il mostro è reale.



È qualcosa di molto tecnico in cui entrano in gioco tanti fattori, ma che posso riassumere in uno: la credibilità del contesto. It è reale e credibile perché reale e credibile è la città di Derry, le persone che la abitano, soprattutto i personaggi. E, sempre dal punto di vista tecnico, è credibile perché visto attraverso la lente prospettica dell’infanzia, la quale, appunto, crede che sotto il letto ci siano i mostri.



Quindi, non è che King si serve di “It” per parlare della sua provincia, dei suoi perdenti ecc. L’è proprio tutta al rovescio. Si serve della sua provincia e dei suoi perdenti per parlare di “It”.



È chiaro che l’abilità di uno scrittore non si misura  unicamente dalla sua abilità di creare spauracchi (parlando di horror), ma dalla valutazione di tutti gli elementi dell’opera, ma questo non autorizza il critico a prendere quello che, in fondo, è un elemento qualificante dell’opera e svilirlo.  



Insomma e per esempio: sono ormai più di trent’anni che i pagliacci sono - ahiloro – icone horror. Non si può obliare che King e “It” hanno avuto un ruolo decisivo in tutto questo ed è miope fingere che questo impatto non ci sia. Nessuno prima di lui aveva usato quell’immagine in quel modo e con tale efficacia. Da noi (per esempio) si era al “ridi, pagliaccio!” e quindi al clown come figura malinconica, ma non spaventosa. Eppure, già allora, anche da noi, i bambini avevano un po’ paura dei pagliacci. King ha colto il fenomeno e l’ha usato con maestria.



Poi, la rappresentazione della provincia americana, le dinamiche del gruppo, il passaggio dall’infanzia alla adolescenza sono tutti ottimamente narrati e nessuno lo mette in dubbio.



A mio parere il grande colpo di genio di King è di avere fuso il romanzo dell’orrore e quello formazione, ma non è che il romanzo dell’orrore è irrilevante. Se non c’è il romanzo dell’orrore,  se manca uno dei due elementi, come si fa a fare la fusione?



Un ultimo esempio (e chiudo).



Nessuno, spero, mette in dubbio che il romanzo giallo possa essere un buon romanzo o, al contrario, nessuno, spero, afferma che un romanzo non può essere buono in quanto giallo.



Ci sono voluti decenni per arrivare a questo.  Prima il romanzo giallo o noir erano roba da edicola, di serie B, adatta a gente dalla bocca buona, anche un po’ rozza, ingenua e stupidotta.



Il romanzo fantastico, specie da noi, specie l’horror, deve ancora terminare questo percorso, specie per i critici letterari. I lettori credo che se ne siano già accorti.



 


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Incomunicabilità il 2019-09-22 21:16:56
Un brano che mi ha davvero preso tanto, Roberta e che mi ha creato uno spazio d'intervento molto ampio che cerco di condensare.
E del resto la sintesi, l'elissi, la sinossi è un pò lo stile a cui la rivoluzione web ci ha costretto, ma se esprime qualcosa di significante, come in questo caso, ben venga.
Sì, perchè come per tutti noi, anche il tuo scrivere mi sembra asciugato e ossificato, ma nel virtuoso senso degli ossi di seppia di Montale.
Tutti noi cambiamo e dai tempi di Neteditor acqua ne è passata sotto i ponti.
Torniamo al bel racconto, dopo questo breve accenno a faccende stilistiche: il suo cuore pulsante sta in quella potente analogia, quel "anteporre qualcosa di poco importante al piacere di stare con la persona che ami".
Questa è intuizione profondissima di quello che avviene nel cuore umano e del nostro tempo.
Sarò sintetico: nei rapporti d'amore, l'Eros per diventare Anima (coscienza e comunicazione interpersonale del rapporto) deve affrontare la dimensione di Ade, formando il triangolo Amore/Psiche/Morte.
Noi incontriamo Ade tutte le volte in cui i fatti concreti di ogni giorno svaniscono e cominciano a trasfigurarsi nelle nostre immaginazioni profonde.
E' noto che non si lascia un partner perchè si smette di amare, ma di immaginare.
Quando la nostra immaginazione è costretta a spegnersi a causa di brutali letteralismi o materializzazioni (i tradimenti, gli abbandoni, le violenze fisiche o psicologiche), alla nostra Anima viene sottratta la capacità di creare metafore e viene condannata alla psicopatologia.
Il Pathos sta tutto nel subire i letteralismi senza più riuscire a trasformarli metaforicamente.
E allora fuggiamo la bruta materia letteralizzata e cerchiamo ancora l'immaginazione, l'Eros e l'innamoramento per via delle metafore.
Per questo una solitudine piena d'immaginazione è qualcosa di ricco e un isolamento schiavo di letteralismi è impoverimento.

L'incomunicabilità odierna si attiva proprio da questa negazione del mondo di Ade e della nostra Anima.
Il possente dio Ade ci ricorda (prevalentemente non la potenza dei sogni ma anche con altri sintomi divini) che noi non siamo reali, noi siamo le nostre metafore e in estrema sintesi, si va verso la psicopatia prendendo solamente le cose alla “lettera”, perdendo così la “metafora”.
Ecco perchè oggi le persone sono così isolate, sperperando capitali fondamentali di amicizia, amore e comprensione.
Ecco perchè antepongono qualcosa di poco importante - i letteralismi, i materialismi e i fanatismi settari rigurgitanti odio e ignoranza - al piacere di stare con la persona che ami.
Perchè il piacere di stare con la persona che ami deve legare Eros con Ade, e l'Anima della coppia si sviluppa solo se le cose non vengono prese alla lettera, ma in modo metaforico, immaginativo.
Come vedi, è quello che è successo anche qua su Parole Intorno al Falò: hanno quasi tutti scelto di seguire i letteralismi e i fatti bruti della loro vita - o medium social diversi, più impattanti, brutli e banausici, e se parliamo di Instagram e simili siamo sempre, infatti, nella brutalità senza immaginazione -, rinunciando a un serbatoio di amicizia e comprensione che era fatto d'immaginazione, di pensiero strutturato e di metafore, analogia d'Anima.
Oggigiorno c'è in giro una grande paura di Ade e d'immaginare insieme ai propri simili (Il Salvinismo è la manifestazione perfetta di questo neomaterialismo ottuso e osceno e antipsicologico e anti Ade), ma questo è un altro tema e ne parleremo un'altra volta.
Per ora, brava e abbi gioia.
Come dai tempi di Neteditor, continuo a provare gioia per la tua bella capacità di metaforizzare.

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Roberta ha commentato La matita di IT il 2019-09-22 18:16:27

Ciao Rubrus, trovo questo pezzo interessante e affascinante ma un po’ complesso e difficile. Concordo innanzi tutto sul fatto che la tesi secondo cui It è irrilevante nel romanzo non è sostenibile. Prima di rileggere il tuo post, avrei affermato che sicuramente anche Stephen King sa, come tutti, che il male esiste anche senza bisogno di supporti soprannaturali, ma che non è certo questo il messaggio principale. Poi, però, la rilettura mi ha costretta a riflettere ulteriormente. Inizialmente nella mia risposta sottintendevo che, a volte. il male dà luogo a delle proiezioni, sotto forma di incubi o di allucinazioni, in particolare nei bambini e i nei preadolescenti. Rileggendoti, mi pare di capire che tu sostenga che quelli che io chiamo incubi e allucinazioni siano cose reali che solo i bambini possono vedere. È un’ipotesi affascinante, e molto probabilmente è davvero questo che King vuole suggerire. Comunque il mio commento originale era questo: La tesi dell’autore è interessante e ben articolata, ma non convincente. Senza It il romanzo non esisterebbe: prima di tutto It come mostro assassino è il filo conduttore del romanzo e costituisce il motivo di rottura dell’equilibrio che dà inizio alle peripezie dei personaggi. Da una parte, certamente, il romanzo tratta dei mostri che in modi diversi, a seconda dei casi, frenano la libertà e la crescita: genitori troppo possessivi o violenti o opprimenti. I ragazzi della banda di Perdenti sono accumunati da situazioni familiari problematiche, genitori ossessivi o violenti che ne opprimono la crescita (qui It potrebbe essere anche la proiezione dei mostri – genitori). I ragazzi non vivono galleggiando, ma ancorati a terra tenendosi per mano, con la forza e il coraggio della solidarietà e dell’amicizia. Nel romanzo c’è altro, qualcosa che ha a che fare con il trauma, la morte e le apparizioni dei morti che continuano a vivere da qualche parte. A volte It è il caso, il male che ci attende dietro l’angolo: ad esempio “la cosa” che attrae il piccolo verso il tombino: in questo caso il mostro che provoca la morte violenta potrebbe essere semplicemente una macchina che, sopraggiungendo mentre lui è assorto e incantato, lo travolge; ma nel ricordo e nella mente del fratello maggiore preadolescente un evento reale po’ trasformarsi in soprannaturale, oppure un trauma che ci tormenta (il padre morto che appare nella palude: per la percezione del ragazzino, vedi sopra). In entrambi i casi la causa o l’oggetto della morte violenta s’incarna, nella mente e nella memoria, in un mostro. In periodi o situazioni particolari della vita, come nell’infanzia o nella preadolescenza, i ricordi traumatici e gli incubi sono più frequenti e particolarmente vividi. In persone eccessivamente sensibili, paurose e insicure, forse perché prive di un punto di riferimento, di una figura di attaccamento forte e protettiva, le paure e le ossessioni possono dar forma ad allucinazioni. Credo che King sappia qualcosa di questi fantasmi la cui presenza è talmente forte, a volte, da essere più reale della realtà.


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Rubrus ha commentato Anatomia di un racconto - Cacciatori di Vecchi - di Dino Buzzati il 2019-09-15 08:39:49
Secondo me, nell'analisi di quegli anni e forse non solo, si da troppo poco peso al banale dato economico. Prima c'era una società in gran parte ancora agricola, basata sul risparmio, sul bene durevole, sulle gerarchie. Con il boom - dal '58 al '62 - il benessere si diffonde e le generazioni più giovani (e ricordiamoci che fino agli anni '70 l'Italia era in forte crescita demografica), da un lato non devono più spaccarsi la schiena nei campi, dall'altro ambiscono ad avere beni (dalle Vespe, alle Lambrette, alle vacanze) e non accettano più che vengano loro negati. L'inizio dello scontro tra le gnerazioni di quegli anni nasce lì. Oggi le dinamiche sono diverse.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Anatomia di un racconto - Cacciatori di Vecchi - di Dino Buzzati il 2019-09-15 08:20:56
Bella riproposta, Roberto, di un grande racconto dell'eterno Buzzati.
Ricordo bene quella svolta geniale, la classica punizione della ybris - dinamiche che come hai ben detto non possono mai mancare in un buon racconto weird, di qualsiasi genere -, quando il protagonista Regora - una sorta di Alex di Arancia meccanica tradotto in narrativa - con la sua ragazza, all'improvviso, notano qualcosa di strano: specchiandosi ad una vetrina illuminata da un lampione, si accorgono infatti di non essere più i ragazzi giovani ed aitanti di una volta ma sono di colpo diventati due anziani.
E via con la nemesi, classicamente inarrestabile.
Quanto sia eterno ed attuale questo racconto lo abbiamo, con orrore, visto nelle cronache di quella baby gang, in Puglia, che stalkerizzava e malmenava anziani disabili.
Le riflessioni sono tante da fare e consiglio ai lettori, oltre alle centrate considerazioni di Rubrus, il bel libro riassuntivo di Umberto Galimberti "La parola ai giovani", dove si analizza il complesso impatto del nichilismo sul nostro tempo.
Per quanto mi riguarda, da buon junghiano/hillmaniano ritengo che ogni società sana e creativa - come quelle della Grecia classica e del Rinascimento - sa mantenere in equilibrio dinamico e creativo il rapporto tra il Puer e il Senex.
In un mio recente studio rinascimentale, concludevo:

http://www.paroleintornoalfalo.it/lettura.php?testi_id=992

Il Puer/Nuovo ha dunque bisogno del Senex/Vecchio per non cadere nell'inconsistenza della volubilità cronica e nell'inconcludenza dell'Attimino, e il Senex/Vecchio ha bisogno del Puer/Nuovo per non essere soltanto storia mummificata, vuote formule astratte una statua di marmo, sterile e immobile, scagazzata dai piccioni nel parco.
Ma il punto è: la nostra società ammalata di consumismo autodistruttivo e narcisismo violento e patologico è una struttura sana?
Da tempo propendo per il pessimismo leopardiano e machiavellico: no, non è sana, siamo nel puro neodecadentismo e le punizioni alla ybris stanno solo per cominciare e susseguirsi con effetti sempre più gravi.
Nonostante il pessimismo della ragione mantengo sempre la mia ferma e resistente volontà costruttiva antinichilista e antipessimista, ma sono un inattuale, è chiaro, come Leopardi sono arrivato alla fase della "strage delle illusioni", e del resto , anche Buzzati, per essendo um mago del fantastico e dotato di un grande senso dell'Altrove, era ben refrattario ai romanticismi e alle vane speranze misticheggianti.
Perlomeno nei suoi racconti "neri" che sono i miei preferiti, e questo lo è.
Abbi gioia, carissimo, evviva Buzzati!

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Rubrus ha commentato Mea culpa il 2019-09-08 09:23:09
Effettivamente ho usato spesso, per i racconti, la tecnica del dialogo tra un narratore e un ascoltatore (spesso più giovane, o comunque più inesperto del narratore) che fa le veci del lettore. Consente di guidare il racconto e, se serve, di depistarlo per evidenziare l'eventuale sorpresa.
Poi, in realtà, personalmente non ho mai avuto rapporti particolarmente stretti col clero (ma... sì, due robe sul giornale parrocchiale ai miei tempi, più di trenta anni fa, le ho scritte, solo che si trattava delle vite dei santi). E' invece vero che condivido, col giovane del racconto, l'idea che egli matura in relazione alla ragione per cui si leggono (e scrivono) storie di paura. Credo che abbiano una funzione apotropaica o catartica, anche se dubito molto possano condurre a una definitiva "liberazione" (nel senso che secondo me non esiste, una liberazione di tal fatta). Quanto infine alla concezione del male sottesa a questo racconto, come sproloquiavo sopra, è la mia. Ben tornato e spero di leggerti presto.

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Rubrus ha commentato Crepuscolo il 2019-09-08 09:09:15
Be', la duplicità di senso di un termine consente di prendere due piccioni con una fava e ho costruito alcuni racconti su questo espediente. Poi cerco di metterci anche altro. Ciao e ben ritrovato.

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Antonino R. Giuffrè ha commentato Mea culpa il 2019-09-07 10:52:26
C’è molto Rubrus in questo racconto, che non avevo mai letto: dialoghi serrati tra due personaggi, detto-non detto, citazionismo (anche “interno”, credo, penso soprattutto alla figura del giovane scrittore/giornalista). Piaciuto e bentornato.

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Rubrus ha commentato Mea culpa il 2019-09-06 18:46:47
In parte ti rimando al "pippone" qui sotto circa la mia personale convinzione sul male, in relazione al quale penso, a questo punto, e parlo a titolo personale, di aver raggiunto la seguente convinzione: c'è, è qualcosa di molto grande e complesso, se ce lo troviamo di fronte, guardiamolo senza farci troppi trip mentali per indorare la pillola e annacquare l'impatto che ha nelle nostre esistenze. Ho scritto pochi racconti in cui compare (o s'intravede) quel tizio tradizionalmente rappresentato con corna e zoccoli, che ne costituirebbe il principale azionista: credo tre o quattro (quindi, circa il due per cento di quello che ho scritto). Due non sono male e mi piace credere che questo sia il meno peggio riuscito.

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Rubrus ha commentato Mea culpa il 2019-09-06 18:38:32
Quanto accaduto al vero sacerdote - al quale, ripeto, ho solo "rubato" - l'aspetto fisico, è presto detta: alla bella età di 94 anni, essendo ancora patentato (ma chi gli avrà dato la patente?) e forse troppo confidando in alte protezioni, è andato a impastarsi con l'auto, dopo averne perso il controllo, contro il muro della chiesa, procurandosi fatture multiple. In questo racconto molti hanno colto sfumature differenti. Quando lo scrivevo l'idea centrale era - e rimane - la pervasività del male. Quest'estate, a proposito di un progetto su "II maestro e Margherita" si discuteva sulla possibile morale del romanzo - probabilmente sintetizzata nella citazione di Goethe che lo precede e relativa al diavolo, definito come "parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene". Parlo, va da sè, a titolo personale. Quella definizione lì, che credo tra l'altro abbia le sue radici in Sant'Agostino, non mi ha mai convinto. Da un lato è consolatoria e la trovo più l'espressione di un auspicio che una descrizione dell'esistente. Insomma, il male (e segnatamente il diavolo) sarebbe una versione un po' più raffinata di un lassativo, quella roba che non è piacevole da assumere, ma ti fa bene e, insomma, a tempo debito lo capiremo. Dall'altro lato la trovo mortificante (anche per il diavolo o per la forza che lo muove, ridotto fondamentalmente a un Fantozzi dell'iniquità: le prova tutte, ma fallisce sempre): se, alla fin fine, il male finisce per produrre il bene, allora anche il male è bene; semplicemente non è compreso. Ma, se è bene, allora è necessario e non ce ne libereremo mai. Assumeremo lassativi per tutta la vita (e, per inciso, se così è, l'intera storia della Salvezza è inutile: se il male è una realtà provvisoria destinata a produrre il bene, allora non possiamo e non dobbiamo esserne liberati - altrimenti sai che blocco intestinale). La sola cosa che possiamo dire - e che è un po' la morale del racconto - è che il male c'è e c'è sempre, muta forma, muta azioni, ma continua a vivere e sopravviverci. E gli agenti del male non sono tanto quei personaggi che fanno ballare i tavoli, hanno la raucedine e non gradiscono la zuppa di piselli, tanto da vomitartela addosso (anche se, chissà, magari qualche volta se ne potrebbe intravedere l'ombra, come in questo racconto) . Siamo noi, che, con pensieri, parole, opere, azioni ed omissioni (per usare una formula liturgica) lo facciamo vivere e sopravvivere, quasi fossimo forze che, intanto che andiamo cercando il bene (ma mica sempre lo andiamo cercando, eh?, secondo me col fischio che "non sappiamo quello che facciamo", un sacco di volte lo sappiamo benissimo), danno corpo al male. Il resto... sarebbe bello se fosse diverso, ma non abbiamo elementi validi e sufficienti per dirlo.

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