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Vecchio Mara ha commentato Dialogando, presumibilmente, con Dio il 2019-07-04 21:02:27
questo e uno dei miei racconti preferiti, c'è dentro molto di me... si potrebbe definire, quasi autobiografico, purtroppo. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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Vecchio Mara ha commentato L'uomo dalle forbici d'oro il 2019-07-04 20:59:32
Il nostro barbiere sapeva come demolire gli sbruffoni, senza farsi e senza far del male, usando la psicologia. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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Elisabeth ha commentato Stanza23. il 2019-07-02 17:11:35

Grazie Paolo, ben trovato. Forse non voleva essere neppure un racconto, magari soltanto pensieri. Bene che lasci spunti di immaginazione in chi legge. 


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Paolo Guastone ha commentato Stanza23. il 2019-07-02 16:24:40
E allora complimenti due volte! Primo perché ci hai messo solo 60 minuti, secondo perché il racconto è veramente bello e, come nel tuo stile, non annoia mai ma ti rapisce e ti conduce a spasso nei meandri delle menti dei protagonisti. E, soprattutto, ti lascia immaginare tanto, ma veramente tanto....

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Paolo Guastone ha commentato Tallone da Killer il 2019-07-02 16:17:35
Un racconto che rapisce ed incolla il lettore al video. Fino alla fine. E il bello è che la morale arriva dopo, alle ultime righe, quando ormai il lettore si è già fatto un'idea tutta sua. Ed è una morale assai edificante che dall'ultima riga stende un flebile nodo con le prime. Togli anche ogni piccola macchia per non rimanere sporco per sempre.

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Paolo Guastone ha commentato VERA il 2019-07-02 16:05:17
Bel racconto che ben descrive l'abisso in cui è caduta la povera protagonista. Ma alla fine tutto si aggiusta e anche lei trova il meritato conforto, anche se, come temo, nessun albero ai lati della strada vedrà mai crescere il nuovo germoglio.
In ogni caso: Brava!

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Paolo Guastone ha commentato Dialogando, presumibilmente, con Dio il 2019-07-02 15:53:55
In qualità di genitore rabbrividisco alla disgrazia che ha colpito il protagonista. Ma, come per le stoppie marcite che in primavera rifioriscono, ecco che anche noi abbiamo la possibilità (mi verrebbe da dire "presumibilmente" ma non lo dico....) di tornare nel mondo felice, dove si sta sempre bene e non fa mai né troppo freddo, né troppo caldo.
Lo ha capito anche Giovanni, finalmente, ed è sul come abbia fatto a capirlo che ruota tutto il tuo bellissimo racconto.

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Paolo Guastone ha commentato Lo tradiva con tutti il 2019-07-02 15:45:03
E io che pensavo che.....Bravo Massimo! Non ricordo questo racconto ma non importa perché ora so dove rileggerlo.

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Paolo Guastone ha commentato Il mondo migliore il 2019-07-02 15:39:44
Beh, questa è una bella domanda. Ed è anche un bel racconto, as usual.
Il nome del vecchietto, però, accostato al titolo, mi insospettisce.....eh....eh....

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Paolo Guastone ha commentato L'uomo dalle forbici d'oro il 2019-07-02 15:31:34
Certo! Mai giudicare il frutto dalla buccia. Proprio come il nostro bravo barbiere.
E bravo anche a te, caro Giancarlo: uno spaccato di vita quotidiana, come tanti, sapientemente narrato e che non scade mai nel banale.

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Elisabeth ha commentato Stanza23. il 2019-07-01 10:45:58

Mauro grazie per la lettura e per il tuo commento. Hai compreso in tutto questo brevissimo racconto, nato velocemente per dare spazio a una cosa non da poco e che non volevo lasciar cadere, cioè la vita di un uomo o la non-vita di un uomo e il suo coma. Cque, per me conta moltissimo avere la capacità di camminare anche sotto al diluvio, è necessaria e ci sposta oltre, le circostanze, le apparenze, ciò che leggiamo col nostro metro di misura (che quello possediamo), ma è limitato e limitante. Si va a finire in un discorso che non appartiene certo alla narrativa/scrittura. Grazie e buona estate anche a te!


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Stanza23. il 2019-06-30 13:01:08
Come sempre nel tuo modo di raccontare c'è tanto rispetto e gentilezza verso il lettore: la storia si dipana per tratti essenziali e sta a chi legge unire i puntini di sospensione come in quel fanoso gioco enigmistico.
Unendo i miei trattini ho immaginato questa domanda: quanto conta la nostra volontà e quanto il nostro libero arbitrio di fronte a "mostri" esistenziali superiori per forza ed energia quali il Caso, il Destino o la Vita stessa in potenza e in divenire?
Quanto conta questo saper camminare persi nel diluvio o attraversando deserti infuocati - visto il clima attuale -, comunque il solo ostinarsi a camminare con voglia e disinvoltura?
Per me conta molto, come questo bel racconto.
Abbi gioia

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -. il 2019-06-29 07:22:03
Cara Elisabeth, è fondamentale la priorità da te sottolineata opportunamente del connubio storia/lettore sull'imperante connessione Ego/Teatrino dell'io-me.

Dai tempi di Neteditor fino a PIAF, molti di noi eterni discenti e appassionati di scrittura creativa hanno compreso che la strada da seguire, in questi tempi di proliferazione degli ego sdruccioli e spiccioli, e quella del ritorno all'antico.
Abbiamo preso gli anticorpi dall'antica oratoria latina di Catone il Censore e da Cicerone, a questo andazzo egolatrico informatico:

"Rem tene, verba sequentur," tradotto letteralmente, significa: - "abbi nella mente e nel cuore un argomento profondo e pregnante -e possibilmente non il tuo Ego -, e le parole seguiranno-.
La paternità di questa "sententia" viene attribuita a Catone il Censore, scritta nelle "Orationes", testo didascalico nel quale viene delineata accuratamente la tecnica dell'ars oratoria interpretata secondo il mos maiorum.

Aggiunge Cicerone nel De oratore, 3.125:
"...rerum enit copia verborum copiam gignit".
(Infatti l'abbondanza della materia produrrà l'abbondanza delle parole).

E allora se fai narrativa, interesserà solo una buona storia e solo quella comanderà.
E se fari saggistica, interesserà solo un forte argomento e solo quello influenzerà il testo.
E così via.
Buona estate e abbi gioia

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Elisabeth ha commentato Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -. il 2019-06-28 13:53:12

Ciao Mauro. Quello che scrivi vale per tutti i tipi di genere non soltanto il fantastico e lo trovo un ottimo spunto di riflessione. Ecco perché a mio avviso lo scrittore/autore dovrebbe pensare solanto a scrivere e non a vendere il proprio prodotto a quello dovrebbero pensarci le case editrici. Le presentazioni... si presenta un romanzo, una storia, non l'autore/scrittore. Quando ho tra le mani un libro e leggo, mi rapporto con la storia, trama etc, non penso mai al viso, alla vita dello scrittore. Insomma molto spesso viene dai più dimenticato che è la storia a parlare al lettore, non lo scrittore anche se lo fa attraverso alcune caratteristiche narrative che magari lo contraddistinguono e lo rendono riconoscibile al lettore.



Il connubio è storia-lettore. Quando l'autore porta se stesso e non la storia a mio avviso ha a che vedere con l'ego. Insomma l'autore deve rimanere dietro la trama e i personaggi e può anche non farsi mai vedere (che magari procura danni anche alla storia stessa). Se il prodotto è valido, parlerà lui per l'autore. Grazie per questo spunto di riflessione.


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oedipus ha commentato Stanza23. il 2019-06-28 11:55:00
La trama di una storia oppure di un grande romanzo non è che un tramite per scrivere le proprie fantasticherie, le proprie osservazioni, i propri pensieri. Mi è sempre piaciuto il tuo modo di scrivere.

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Elisabeth ha commentato Stanza23. il 2019-06-27 18:18:20

Ti ringrazio per la lettura. Se ti è piaciuto nella sua trama pur flebile (a cui ho dedicato meno di un'ora di stesura) mi fa piacere, a maggior ragione se hai apprezzato le divagazioni (che restano importanti/utili per questa trama). Ciao ben tornato, allora.


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oedipus ha commentato Stanza23. il 2019-06-27 09:48:28
Dopo anni di assenza, ritorno per caso e ritrovo che chi era bravo è ancora (come potrebbe essere il contrario?) bravo.
E la bravura non la leggo nella storia che, seppur flebile, non manca mai, ma nelle sue divagazioni.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato LA PRIMA E ULTIMA VOLTA CHE PARTECIPAI A UN RADUNO DI SCRITTORI LITWEB il 2019-06-26 18:47:33
La tua osservazione è una precisa diagnosi del problema attuale della scrittura web, ma forse anche a livello globale, vale a dire l'impossibilità del pop.
Ho sempre creduto a una letteratura popolare di qualità e amo i generi e le graphic novel e le serie tv ecc - ma di qualità, ripeto senza appello - ma a mio avviso il doversi accaparrare dei like o dei followers con la forza o con la astuzia del marketing coatto ci rende inevitabilmente ridicoli e meschini e sciatti.
Si può però scrivere per se stessi e per la propria anima, evitando di fare i pagliacci, sperando in tempi migliori, quando le persone si troveranno finalmente agghiaccianti nel loro voler essere sempre sul palcoscenico dell'egotismo demente.
L'anima di ognuno di noi non morirà mai, la mia sta nell'inattuale Rinascimento, la tua lo sai solo tu e nessuno può rubarcela.
Ti lascio un mio ragionamento più esteso sul cruciale problema da te sollevato, abbi gioia

“Non esiste né grande né piccolo

per l'Anima che tutto crea:

e dov'essa arriva, lì sono le cose;

ed essa arriva in dovunque.

Io sono colui che possiede la sfera,

le sette stelle e l'anno solare,

la mano di Cesare e di Platone il cervello,

di Cristo Signore il cuore, e di Shakespeare la musica


Vi è un’unica mente universale per tutti gli individui. Ogni essere umano e in comunicazione con essa e si immette in essa e in tutto ciò che è di essa.

Chi una volta sia ammesso a un tale superiore diritto di ragione, si fa libero cittadino dell'intero dominio. Ciò che Platone ha pensato, anch'egli può pensarlo; ciò che un santo ha sentito, anch'egli può sentirlo; e tutto ciò che in qualsiasi tempo sia accaduto ad ogni uomo, egli può comprenderlo.

Chi ha accesso a una tale Anima universale, partecipa di tutto ciò che è stato e che può essere fatto, poiché è essa l'unico e sovrano elemento agente.”

Ralph Waldo Emerson,”Storia”

L’immagine è quella di una sorgente e di un’origine, di un’acqua fresca e cristallina che sgorga dal profondo della terra e della roccia e arriva tersa e adamantina dal cielo.
Tutto parte dallo scrivere (dove per creare, s’intende, per noi novecenteschi e ottocenteschi, leggere&scrivere, più leggere-che-scrivere) per sé stessi, se inteso come appartenenza alla Mente Universale di Emerson o al grande oceano di Babbo Dante:
“…la nostra patria è il mondo, come per i pesci il mare, ma a forza di bere l'acqua dell'Arno ho appreso ad amare intensamente Firenze.”
Scrivere per quella vasta Mente Universale non vuole dire messaggiare le vaste plaghe globali di internet per incensare il proprio miserrimo reuccio Ego.
Nell'attuale imbarbarimento della comunicazione tra esseri umani -fenomeno che viene prima dalla più sofisticata scrittura creativa- l'era dei software ci ha portato a quella delle app, quella dei siti letterari web ci ha portato alle demenziali e afasiche smanettate con twitter, facebook, whatsapp e instagram.

Hanno iniziato a nascere programmi che non sono fatti nemmeno più per il computer, ma che sono pensati apposta per lo smartphone: strumenti leggeri che ti puoi praticamente portare addosso e ovunque e non confinarti in uno studiolo petrarchesco.

Coprono una serie di bisogni o desideri che vengono in giro con te e non s'interessano molto al fatto che hai una casa o una biblioteca o che sei devoto a un'Anima più vasta del tuo reuccio Ego.

Non vale più la pena di accendere nemmeno il computer: le app sono lí, prendi il cellulare in mano, clicchi su un’icona, ed è fatta.

Meno ci si sforza e meglio è: questo è l'anti-ideale contemporaneo dei social e delle app.

La pigrizia fatta a sistema per rimbambire l'utente e pilotarlo nel voto e nel consumi e negli stili di vita sempre più vuoti e nichilisti, sempre più indotti da venditori di tappeti laceri e ciarlatani d’accatto.

L'essere umano viene manipolato a credere che l'esterno deve provvedere a lui, e che deve essere più contento quanto minore deve essere il suo apporto alla vita virtuale.

Il miracolismo è il suggello della nostra attuale barbarie.

Per la mia "arretrata" cultura umanistica e rinascimentale scrivere per se stessi significa anche e sopratutto ricordare che nella vita si possiede e si gode solo quello di cui si conquista la fiducia.

La sorgente diventa ruscello e prende a scorrere verso valle e, gradualmente, le sue acque s’intorbidano e s’inquinano con il mondo minerale, quello vegetale e quello umano, ammorbandosi irreparabilmente fino a quando il prodigioso ciclo dell’acqua e di tutti gli altri circoli elementali naturali non ritorneranno alla fonte e all’origine il fluido iniziale.
Scrivere per pochi altri: può essere un meraviglioso esercizio dell’amicizia o può essere un incubo snobistico, dipende; se si smarrisce la convinzione di servire con umiltà un'idea superiore, che si rivolge a tutti, e si cade nella follia di credere di appartenere a una cerchia di raffinati che si attestano a vicenda di saperla più lunga degli altri, come i soci di un club esclusivo che proclamano da soli di rappresentare la crema sociale del mondo, allora è meglio tornare a chiudersi a triplice mandata nel proprio studio.
Scrivere per tanti, per le masse?
Ah, certo, chi di noi non coltiva il meraviglioso sogno pop di girare il mondo, strapagati, facendo conferenze e firmando autografi a moltitudini di ammiratori veneranti?
Il problema è per accalappiare un pubblico bisogna fare i commedianti e i giullari, e se è un male prendersi troppo sul serio non è ancora più disastroso non accorgersi di essere ridicoli?
E poi, siamo davvero preparati, abbiamo davvero qualcosa d’interessante da dire in quei convegni?
Ognuno di noi si faccia soccorrere dal suo senso dell’autoironia e nel dubbio torni a gambe levate nel suo studiolo, in nome della salute e dell’igiene mentale del globo.
Abbi gioia

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oedipus ha commentato LA PRIMA E ULTIMA VOLTA CHE PARTECIPAI A UN RADUNO DI SCRITTORI LITWEB il 2019-06-26 16:07:04

Ho trovato molte verità nel tuo racconto e mi domando coma fai a proseguire in un sogno che ormai è tanto vecchio da essere sicuramente irrealizzabile. Ho scritto per dar voce alla mia fantasia per troppi anni imprigionata ma poi mi sono accorto che per essere letto bisogna condividere qualcosa con i propri potenziali lettori, e io ne non condividevo assolutamente nulla.


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Vecchio Mara ha commentato La festa della mamma il 2019-06-10 22:32:09
il primo finale prevedeva, nonostante il tradimento la vittoria dei sentimenti. Il secondo è un noir, molto più in linea con il tempo corrente, ogni giorno si sente parlare di tradimenti che finiscono nel sangue. Ti ringrazio e ti auguro buone vacanze, sperando che con l'autunno il sitaioli, tornino a scrivere e commentare.

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Rubrus ha commentato La festa della mamma il 2019-06-10 18:00:53
Il primo finale mi pare un po' incompiuto, perciò, e solo per questo, preferisco il secondo. Ne approfitto per dirti che per cause di forza maggior dovrò assentarmi per un po' e ti saluto sperando di ritrovarvi preso anche più presenti e numerosi.

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Elisabeth ha commentato Stanza23. il 2019-06-06 21:24:33

Sì, infatti. L'analogia è centrata e lascio al lettore immaginare quale possa essere il segreto, ognuno ci veda ciò che vuole, in fondo è un mistero. Grazie.



(...allora che la pioggia sia con te). Ciao.


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -. il 2019-06-06 19:50:16
"Se uno pubblica, vuole un pubblico, lo dice la parola (e, come diceva Moretti "Mi si nota di più se non vengo o se vengo?"). Il punto di partenza è ammetterlo. La perversione, diciamo così, delle presentazioni scaturisce quando c'è uno sviamento dall'oggetto venduto. Quando cioè l'oggetto della presentazione non è più l'opera in sè e per sè, ma l'autore."

Come sempre tante belle osservazioni, da cui ho molto da imparare, ma il nucleo che più condivido è questo: "Il punto di partenza è ammetterlo".
Vale a dire l'onestà intellettuale di comprendere che in una presentazione stai comunque "vendendo un prodotto" e un pò anche te stesso, ma perlomeno sapere che tipo di prodotto stai proponendo sul bancone del mercato.
E' un saggio? E' un libro di ricette? Sono tue opinioni politiche?
E allora c'è un codice da tenere e rispettare.
Ho scritto, edito e propondo una storia fantastica: e allora c'è un altro codice da tenere, vale a dire propongo un mio mondo sbattendomene del mondo cosidetto "reale".
Quello che vedo crescere tra le persone, lettori, scrittori o semplici passanti, è lo smarrimento e la confusione dei ruoli.
E mentre gli atteggiamenti saggistici, moralistici, politici e giornalistici non fanno che aumentare la confusione, invece la narrativa fantastica la sembra dipanare, per ognuno a suo modo.
Abbi gioia e quale sarà il futuro non possiamo saperlo, possiamo solo ognuno di noi tendere l'arco dell'avvenire con la propria freccia possibile e umanamente limitata.

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Rubrus ha commentato Stanza23. il 2019-06-06 19:26:57
E' un racconto "trattenuto". La protagonista è un po' diversa dagli altri personaggi, forse perchè segnata da un sentire più profondo, tuttavia tiene tutto per sè. Allo stesso modo, l'uomo nella stanza è chiuso in sè, dentro il suo coma e, per qualche istante, le due chiusure viaggiano affiancate come binari. Cosa accada in conseguenza di ciò, ci è taciuto (penso che ciascuno possa fare le sue deduzioni e ipotesi). Subito dopo, riappare la protagonista col suo segreto, che rimane segreto anche al lettore, e la profondità di quanto accaduto è nota solo a Vito e alla protagonista. Il mondo, intanto, va avanti per la propria strada e crede, o preferisce credere, a quel che vuole, perchè più rassicurante, più normale, meno profondo. Piaciuto. NE approfitto per dire, che a breve, dovrò assentarmi per un po' per ragioni di forza maggiore. Ciao.

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Rubrus ha commentato Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -. il 2019-06-06 14:05:52
Be', penso che la narrativa fantastica sia un po' una lente di ingrandimento, o un microscopio, o uno specchio della realtà, quasi che, allontanandosi da essa o esaminandola da altre prospettive, cerchi, a modo proprio e a volte riuscendovi ed altre no, di comprenderla meglio. Personalmente, non apprezzo molto la letteratura fatta di letteratura; a questo proposito ricordo una critica che Eco fece indirettamente a se stesso in non so più quale romanzo. La diatriba era nata da "cielo del colore di un Tintoretto". L'accusa era che, se uno non sapeva o non visualizzava che cosa fosse un Tintoretto, il paragone non serviva a niente. Alla fine l'accusa che l'altro rivolgeva allo pseudo - Eco era "tu sembri profondo, ma la tua profondità non è altro che una sovrapposizione di superfici". Insomma, tanto fumo e poco arrosto. Penso che l'esortazione a essere non solo "una sovrapposizione di superfici" sia corretta. Penso che sia meglio dire meno, ma con un senso, per quanto ridotto, senza paludarlo e affastellarlo al di là delle necessità della narrazione avvincente. Il fatto è che è molto più difficile andare al cuore delle cose , alla res catoniana, piuttosto che perdersi nel labirinto degli specchi dei rimandi e delle analogie. A volte, trovata la res, si può rimanere persino delusi della sua apparente semplicità.
Con riferimento alle presentazioni, penso, ancora una volta con Eco, che per sè si scriva solo la lista della spesa. Se uno pubblica, vuole un pubblico, lo dice la parola (e, come diceva Moretti "Mi si nota di più se non vengo o se vengo?"). Il punto di partenza è ammetterlo. La perversione, diciamo così, delle presentazioni scaturisce quando c'è uno sviamento dall'oggetto venduto. Quando cioè l'oggetto della presentazione non è più l'opera in sè e per sè, ma l'autore - e qui andiamo verso il peggio del peggio dell'ipertrofia di diarismo / soggettivismo che funesta troppa produzione (con tutto il rispetto: ma a me che mi frega di Aristide Scannagatti come autore?) oppure, peggio ancora, di questa o quella costruzione teorica. A questo punto inizio a sentire puzza di romanzo a tesi e giro al largo. A presto, e spero di ritrovarvi anche più numerosi.

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Rubrus ha commentato Crepuscolo il 2019-06-06 12:52:19
Ogni tanto mi piace ricordarlo: non amo le metafore, non le capisco e loro non capiscono me. A volte ho usato la pluralità di senso o l'ambiguità di una parola - un altro esempio che mi viene in mente è "Aspirazione" - come elemento, ma difficilmente vado oltre. Come se preferissi andare a fondo, più lontano, o lato, Per il resto, mie regole di scrittura sono "ometti le parole superflue" e "se c'è un fucile in scena, deve sparare". Penso che la densità venga da lì. Come dicevo, a presto sperando di ritrovarvi più presenti e numerosi.

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Rubrus ha commentato Crepuscolo il 2019-06-06 12:47:30
Ciao. La ragione per la quale non ho indicato il genere non è, stavolta, una svista - di solito è così - ma i due motivi che hai detto tu. A suo tempo il racconto l'avevi commentato, e positivamente, ma ricordo che, all'epoca, un altro lettore - non tu - riferì di aver avuto un'esperienza simile. Penso, a dire il vero, che tutti abbiamo avuto esperienze simili e che questo sia uno dei fattori che porta al gradimento di questo racconto. Naturalmente, come "esperienza simile", non mi riferisco al buttare la gente giù dalla finestra. A presto, sperando di ritrovarvi più presenti e numerosi.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -. il 2019-06-05 14:04:50
Ciao, Roberta, commento quanto mai condiviso e apprezzato.
Ottima la trovata della buca, illuminante, mi ci sono davvero ritrovato.
Mi ha ricordato certe geniali soluzioni sceniche di Strehler per rappresentare il teatro di Beckett e di Ionesco e certe "anticonferenze" a cui ho assistitito: quelle di Claudio Magris e Michele Mari, miei punti di riferimento letterari.
I due autori sembravano passanti piombati lì per caso, parevano orsi nella caverna, ombre cinesi sul muro o silhouette dietro al paravento.
Entrambi, a loro modo, sostenevano questa idea che mi è rimasta marchiata a fuoco (anche se caratterialmente sono senz'altro un animatore culturale, estroverso e alquanto teatrale nel mio modo d'esprimermi): la letteratura è un mondo che non si deve preoccupare del mondo:
Grazie a Mari ho compreso che anche i miei amati romanzi classici d'avventura sono da intendere come leggende mitopoietiche e non come programmi da intendere alla lettera, e così li ho riletti e rigustati di più (come il mio libro preferito in assoluto "Il richiamo della foresta" di Jack London).
Con questo i moralisti, i saggisti, i politici, i venditori di saponette culturali, i mediocri giornalisti d'appendice, per la carità, facciano pure i loro teatrini; mi astengo solo dal parteciparvi, non voglio impedirli.
Ma l'idea alta e nobile di narrativa fantastica e classica mainstream è quella lì e non altro: scrivere di un mondo (tutto tuo) sbattendosene altamente del mondo "reale"; è tra l'altro dimostrato che così si raggiunge un più profondo grado di "realismo", pensiamo al Moby Dick di Melville o al Pinocchio di Collodi.
Con questo tipo di letteratura alta e profonda è possibile fare conferenze?
Sì, ma mascherati, intabarrati fino al mento, nascosti dietro a un muro, sinotizzando la storia espressa ma sopratutto leggendone brani integrali, e come dici bene, mentre li si legge, stare nascosti nella "buca" del pudore umano autentico.
Abbi gioia

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Roberta ha commentato Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -. il 2019-06-04 21:09:33

Lo scrittore è sempre solo con se stesso quando crea e credo che pubblicizzare il proprio libro sia una cosa tutt’altro che consona alla personalità dell’artista. Purtroppo al giorno d’oggi è la visibilità che conta è quindi chi non si mostra in pubblico rischia di scomparire nella massa delle pubblicazioni. Il problema infatti è che vengono pubblicati infiniti libri e il successo non dipende dalla qualità ma dalla visibilità dell’autore. Personalmente, piuttosto che presentare un mio libro in pubblico, se mai ne pubblicassi uno, scaverei una buca e mi ci siederei dentro, sola con me stessa ovviamente. Come lettrice, invece, diffido della propaganda editoriale e preferisco dedicarmi esclusivamente ai classici.



Se ci dovesse essere un nuovo Kafka in circolazione, confidiamo in un Max Brod.


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Crepuscolo il 2019-06-02 13:09:17
Due tipologie di crepuscolo: quello che precede il giorno e quello che precede la notte.
Come sempre riesci a trasformare delle potenziali metafore concettuali in racconti concreti, massicci di un peso specifico umano e pragmatico, e qua dolenti, lancinanti, direi...c'è un senso del soffrire umano molto acuto in questo racconti, veramente toccante, straziante...
"Non c'è notte che non veda giorno", scrive Shakespeare in un suo bel dramma, e c'è davvero un afflato teatrale alto in questa novel, con quel soppalco a stagliare un palcoscenico di umanità in lotta per uscire a rivedere le stelle dalle nebbie dell'esistenza.
C'è anche qualcosa di fatale, di resa al Destino, alla sua D maiuscola, e forse, solo la lettura e la scrittura e la loro condivisione e ovviamente, l'amore, quello autentico, che il protagonista purtroppo non conosce e non conoscerà, possono ristrasformarla in d minuscola.
C'è la tentazione di allargare il racconto al crepuscolo degli idoli tecnologici e della comunicazione umana che ci circonda, ma riesci, come il solito, a tenere il lettore nell'ambito della fiction, e lì, come critico letterario rimango soddisfatto del limite ben cesellato.
Come sempre tanta roba in poche righe e in poco spazio, sintetico e umanamente profondo come altrove, abbi gioia caro Rub

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