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Blue ha commentato S.H.I.N.E. il 2020-10-14 16:49:41

Carino... anche se, tecnicamente, non capisco come sia potuta accadere una vicenda del genere. Voglio dire, non ho dubbi che la notizia che è stata pubblicata sia vera... solo che, tecnicamente, semplicemente non è possibile. Non c'è nesso tra le cose, gli impulsi viaggiano nell'etere, il web viaggia su rete fissa... sì insomma, qualcuno si è mai preso la briga di spiegare razionalmente? Immagino di no.

Ma questo non c'entra niente con il tuo racconto... anche se - ammettilo - qui ci hai dovuto mettere poco di tuo. Ma quel poco - questo lo ammetto io - è riuscito bene.


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Rubrus ha commentato La luce a tempo il 2020-09-22 18:05:45

ATTìENZIONE PIPPONE IN ARRIVO. Prima una riflessione strutturale. Molti Fedeli Lettori, non solo di King ma anche di altri autori, vanno in solluchero allorchè vedono elementi di continuità tra un’opera e l’altra come se l’intero corpus delle opere di uno scrittore appartenga a una sorta di multiverso. Suppongo che ciò nasca da un’esigenza di armonia, di ordine, di concinnitas che nel mondo, oggi anche per la fretta con cui lo sbirciamo, non si trova. Sia come sia, spesso si chiedono: “come fa?”. Si licet parva componere magnis, non è difficile, anzi, è quasi naturale, anzi, necessario. Una cosa sono le storie, e sappiamo che, mentre gli intrecci sono infiniti, le trame no, altra cosa ancora i temi sottesi a queste storie, legati agli argomenti cari all’autore e alla sua visione del mondo. Questa ridotta quantità di temi e trame a fronte di una grande quantità di intrecci provoca presto o tardi e inevitabilmente degli elementi di raccordo tra le opere dello stesso autore, elementi che diventano “continuità”. Da qui alla creazione di un universo organico il passo è relativamente breve. Per esempio e sempre “si licet parva componere magnis”. Ho dato vita a “Offlighthings” in un racconto del 1999 “Aspirazione” (lo trovi qui). Era uno pseudobiblum di uno pseudoscrittore, Steven Allan Phillips. Forse però potrei addirittura ipotizzare di aver concepito “Offlighthings” addirittura negli anni ‘80, al tempo delle storie raccontate da ragazzi intorno al fuoco (ovviamente il titolo era in italiano). Anni dopo, dovendo dare un titolo a una raccolta di racconti di una casa editrice ormai chiusa, scelsi – ovviamente - “Offlighthings”. Anni dopo ancora concepii questo racconto che rimase nel limbo un bel po’ di tempo, finché non trovai il modo di saldare tra loro l’idea di base (la luce a tempo, che nasce da un fatto reale) e lo pseudobiblum. In un momento ancora successivo scrissi il racconto omonimo “Offlighthings” che ho pubblicato un po’ di tempo fa. Questo quanto alla costruzione o alla genesi dei racconti – la cui versione base è di qualche settimana o mese fa. Quanto ai temi, penso che sul buio, come elemento narrativo, si possano dire così tante cose che è meglio non dire nulla. Per fortuna, e malgrado tutto, la condizione di deprivazione sensoriale associata al buio rimane e, su questa tela, ovviamente nera, ciascuno può dipingere quel che vuole. Quanto ho cercato di fare (come cerco di fare spesso) è associare al contesto elementi di inquietudine a livello sociale e psicologico. A livello sociale osserverei che la solitudine è, a più livelli, elemento perturbante, tant’è che, a parità di contesto, se si è da soli si ha più paura che non in gruppo. Oggidì – e forse più che mai oggidì – la pandemia, ma anche la riduzione dei contatti umani a contatti sempre più informatici, spinge verso la desertificazione economica ed affettiva della società. I punti di incontro reali (nel racconto parlo delle librerie, ma si possono fare tanti esempi) subiscono la concorrenza di quelli virtuali, che sono più facili perché puoi sempre e comunque, con minor sforzo e minor sensi di colpa, trattare l’altro come mezzo e (non esagero e non dico come fine) non come persona. Se e finché l’altro ti dà la scarica di dopamina che (ci sono studi di neuroscienziati che lo dimostrano) un “like” procura, ci stai insieme, quando smette, puoi tranquillamente mollarlo senza sforzarti neppure di dire perché (e, ripeto, senza neppure il fastidio di uno scontro, un confronto, un senso di colpa). La scusa solitamente è “non ho tempo” e non è vero. È semplicemente una scala di priorità. Il problema è che la moltiplicazione a livello di massa di questo comportamento provoca una successione inappagante di momenti, anzi facili istanti, di piacere che non può mai sostituire la difficoltà, ma anche la stabilità di un rapporto protratto nel tempo. Nel racconto questo produce il parallelismo tra le solitudini dei tre personaggi Tommaso, Ada, Clara (anche se Tommaso ha un suo tormento, un suo interrogarsi e interrogare – ecco perché “Tommaso” - che lo rende meno negativo, forse persino positivo, ma più debole). Si sono incontrati per un po’, non sono rimasti soddisfatti, ma non hanno saputo stabilire una “profondità”. In sua vece hanno creato delle relazioni strumentali transitorie (per inciso, secondo me il fenomeno dei femminicidi o degli infanticidi è legato profondamente a tali dinamiche) che alla fine li lasciano sempre soli. E un individuo solitario è una facile preda per le creature che cacciano nel buio.


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Mauro Banfi il Moscone ha commentato La luce a tempo il 2020-09-22 17:23:25
Giungiamo così alla seconda puntata di una serie di racconti che come struttura mi ricorda un pò "Il Re in giallo" di Robert William Chambers, un'antologia di racconti brevi legati al tema di un terribile "Pseudobiblion",che porta alla pazzia coloro che lo leggono. Questa tematica verrà ripresa da Howard Phillips Lovecraft per il suo Necronomicon, come noi amanti del genere ben sappiamo.Non sono ancora riuscita a deicidermi se il volume di questi due racconti appartenga ai libri che non sono mai esistiti ma che potrebbero esistere o ai libri che esisteranno ma che ora non esistono.
Aspetto il seguito della serie per decidermi.
In questo "Re al buio" - titolo che ti propongo per la raccolta rubrusiana - ci sono molti elementi di vivo interesse e di rapida presa emotiva.
I mostri, i lovecraftiani, chambersiani Vashta Nerada che sono una raprresentazione narrativa delle terribili accelerazioni che tutti noi stiamo vivendo in questa pazzesca introduzione al terzo millennio.
Il mondo accelera in modo troppo veloce e crea intorno a sè ampie zone di oscurità e disorientamento. La maggior parte delle persone ne resta spiazzata, come se non avesse compreso di trovarsi su un treno ad alta velocità in corsa.
Tutto cambia intorno a noi troppo in fretta e l’unico limite umano sembra essere l'immaginazione degli scienziati e dei medici nello scoprire gli effetti inesausti della nostra autodistruzione, che prosegue imperterrita su un piano inclinato.
Sapiente nel racconto la tensione creata dall'ambiguità malessere fisico/buio rele/oscurità che cela mostri.
Tutto accellera in modo disumano e crea intorno a sè ampie aree di buio senza argini, margini, appigli umani.
Chesterton diceva che se qualcuno fa buio in una stanza è per farci credere che in quella stanza buia ci sia qualcosa di ineffabilmente minaccioso e inconoscibile, che resta tale finchè restiamo all'esterno di quella stanza fissando il suo buio, ma basta entrare e premere l'interruttore della luce per accorgersi che non c'è niente.
La resilienza nei racconti di Rubrus arriva sempre da quel semplice accendere l'interruttore, quel salire le scale per vedere che cosa diamine sta succedendo al temporizzatore; l'autore non ha nessuna sintonia e simpatia per l'ineffabile oscurità da tenere nascosta; nelle sue storie c’è un così forte senso delle cose concrete e umane, del profondo mistero alla luce del giorno della vita, nel suo essere semplice e quotidiana e umana, che crea nel lettore quella familiarità da cui dipende in buona parte la nostra immedesimazione a seguito della verosomiglianza; ne scaturisce un orrore plastico, sodo, scevro dalle fumosità e dal misticismo proprio della cattiva letteratura fantastica.
Ne consegue un altro grande racconto di Rubrus.
Abbi gioia

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Rubrus ha commentato Lo zio matto il 2020-09-08 15:17:37
Ciao e ben ritrovata. Più che "precedenti" aveva pulsioni che il nipote ha riconosciuto avendole anche lui avvertite, per la prima volta, in occasione dell'episodio del pozzo. Per non cedere a quelle pulsioni, che comprende di non riuscire più a dominare, lo zio si uccide (l'altra ragione, quella che la famiglia credeva fosse la sola ragione, è che era sul lastrico). Non così il nipote: il nipote non ha problemi ad abbandonarsi ai propri istinti e la malcapitata in auto ne fa le spese.

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Blue ha commentato Lo zio matto il 2020-09-08 14:23:11

Ben ritrovato, Rubrus.

Ci sono un po' di punti oscuri, in questo racconto: cominciamo dal "lato oscuro", per usare un gioco di parole. Se lo zio matto aveva dei - ehm - diciamo così, "precedenti", questi dove sono? Come fa il protagonista a sospettare di qualcosa, se fino ad allora non si erano mai verificati episodi?

E poi: perchè uccidersi? Per non cadere in tentazione? E ancora: la famiglia sapeva? E' questa la ragione di quel "era solo parte della verità"? E una famiglia che sa (o anche solo sospetta) cose del genere, che fa? Si limita a diseredarlo? Mah...

E infine: chi è la sventurata? Giada? O una sconosciuta qualsiasi (non che la cosa sia fondamentale, ai fini della storia...)?


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Elisabeth ha commentato Lo zio matto il 2020-09-08 10:03:56

Eppure, approfittando della casualità-causa, il suo ripetersi sicuramente al di fuori della regola in un apparente nonsense, creava un incubo a ripetizione e  evocando l'immagine del movimento del pendolo, a ripetizione.  Lo avrei lasciato, sai? A parte i righi tronchi intendo. Ho capito il motivo della idea... disconnessione è la soluzione migliore o connettersi quando siamo noi a decidere, uscendo dal bisogno indotto che apre il fianco alla manipolazione e alle sue manifestazioni. Nessuno ne è immune ma ognuno ha gli strumenti per limitare il danno, usarli richiede la capacità di andare oltre. L'amore è una cosa seria che va oltre il messaggio del web e oltre il romanticismo. Spesso non si serve neppure delle parole. Cque resta un bel racconto.


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Rubrus ha commentato Lo zio matto il 2020-09-07 18:04:33
Ehmmm.... sono davvero refusi, perchè oggi stanno lavorando in zona per la banda larga, l'orchestra stretta, la fanfare sbilenca o chissà che altro e quindi credevo di averli corretti, ma il sistema non ha preso i copiaincolla. Ora provo a rimediare e spero che anche questa revisione il racconto piaccia lo stesso. Comunnque, idea per il racconto mi è venuta da una reclame, la prima, quella "tickling" della Sky un cui un tizio barbuto afferma che qualcuno (non chiarisce "chi") afferma che c'è una rete che collega le persone. Il barbuto prosegue il dialogo dicendo "l'amore?" e subito dopo "l'amore è complicato, questo è semplice, ma altrettanto potente". Ergo - dice la reclame nel sottotesto, ma neppure troppo sotto - la connessione web è potente come l'amore, ma più semplice, Ergo, è meglio Non credo di essere particolarmente romantico (litote), ma quella pubblicità mi fa venire i brividi anche senza ricordare che Skynet è la AI che scatena la terza guerra mondiale in Terminator. Vedete come ci manipolano? L'idea che il web sia un surrogato preferibile alle relazioni umane non è colta subito a livello razionale (occorre soffermavicisi un po'), ma sono certo che, a livello di subconscio, o subliminale, funziona diversamente. Ciliegina sulla torta, il titolo della canzone in sottofondo è "hypnotized", anche se devo dire che il testo della canzone, il cui ritornello riporto all'inizio e alla fine del brano, ha un contenuto diverso, anzi opposto. Ma, ancora una volta, chi ci bada per più di due tre secondi?

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Elisabeth ha commentato Lo zio matto il 2020-09-07 15:24:09

Ho dovuto rileggere un paio di volte, pensando che i righi si fossero ripetuti per errore di "incolla" testo, ci sono delle brevi parti tagliate.  Ha un suo suono impostato così, che non mi dispiace e anzi rende un climax di nebbia e di persistente follia.



Lo zio matto appeso rende l'idea di un pendolo che batte il tempo 'fuori dal tempo" fisico così come lo conosciamo. Una scoperta improvvisa di ciò che si è -oscurita'- attraverso il "canale" di un pozzo, dinanzi all'amore all'immaginazione della perdita, di ciò che mai sarà. E di nuovo, come il movimento del pendolo, tutto ritorna nel punto esatto del principio. Evocativo, ascoltato e piaciuto.



 


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Rubrus ha commentato Quella profonda incomunicabilità, mascherata da apertura Social web, che divide e rattrista le persone. il 2020-09-07 14:21:16
Un’ultima riflessione per non parlare dei massimi sistemi – chè tanto non si viene a capo di nulla.
Non so se ci rendiamo conto di quanto subdola possa essere la manipolazione delle nostre vite.
Mi riferisco alla pubblicità del dispositivo Sky, la prima, quella tickling, come si dice in gergo, cioè che non ti dice esattamente che cosa si sta reclamizzando.
C’è un tale barbuto che sostiene che qualcuno (“chi” non lo rivela) dice che c’è una rete potente che collega le persone.
Il barbuto risponde “facile, l’amore”.
No, replica subito dopo, l’amore è complicato.
Quello di cui si sta parlando crea connessioni altrettanto potenti, ma è semplice.
Ora, a me pare che il sottotesto – ma mica tanto sotto, lo si intravede benissimo – sia “questa roba qui (e non ci vuole Sherlock Holmes per capire che si sta parlando di un qualche aggeggio che ha a che fare col web) è potente come l’amore ma più semplice”.
Ergo, è meglio. Un surrogato preferibile all’originale.
Ora, non credo di essere un romanticone, ma a me questa roba qui fa venire i brividi e senza bisogno di ricordarmi che Skynet è l’intelligenza artificiale che, nella saga di Terminator, scatena la terza guerra mondiale.
E il brutto è che non te ne accorgi – quanti di noi prestano davvero attenzione alla pubblicità? - o almeno non te ne accorgi razionalmente. Ma penso che a livello subcosciente sia tutt’altra faccenda e sappiamo che, oggi più che mai, la tecnologia vellica il nostro io affinché prenda decisioni bastate sull’emozione, sull’irrazionale, sull’istinto (anche a livello politico, ma appunto non parliamo dei massimi sistemi).
Ciliegina sulla torta, la canzone che si sente in sottofondo s’intitola “Hypnotized”, anche se va detto che il testo (ho controllato) ha un senso completamente diverso e, anzi, opposto.
Ovviamente ‘sta roba qui mi ha fatto venire in mente un racconto piuttosto inquietante (“Lo zio matto”). E non chiedetemi, a questo punto, da dove prendo le mie idee e perché le mie storie abbiano un certo taglio.

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Rubrus ha commentato Quella profonda incomunicabilità, mascherata da apertura Social web, che divide e rattrista le persone. il 2020-09-07 10:51:13
E' vero, le porte hanno un ruolo nella economia del racconto. La maggior parte dei dialoghi avviene attraverso di essa. E, naturalmente, Gregor non è un ribelle. Egli vuole far parte del mondo da cui la stessa natura lo esclude. Anzi, direi che si percepisce che quella è la natura del mondo... ma non la vera natura di Gregor, che inopinatamente emerge. Se così non fosse, la separazione sarebbe meno lacerante. Per tutto il racconto Gregor cerca di essere come gli altri, di tornare l suo posto, ma fallisce necessariamente . Credo che il cuore dello straniamento sia proprio nel mostrare un mostro che dentro è perfettamente umano e cerca di esserlo anche fuori (fin qui, l'insetto è un po' come la creatura di Frankenstein, poi le storie dei due personaggi divergono). Sulla semplicità o leggerezza di cui parla Calvino c'è poco da aggiungere: la prosa della Metamorfosi è precisa, chiara, semplice, non allusiva, non metaforica, non retorica, non ammiccante, sintetica, sintatticamente piana, non artificiosa: non mira alla "meraviglia" se non mostrandoci il fatto in sè nella sua nudità. Una prosa per sottrazione, dicevo. E' come se (anzi, sono convinto che) dopo averci ben pensato su e aver avuto un'idea narrativa e un messaggio chiari e distinti l'autore abbia tolto tutto quello che non serviva. Abbia, anzi e anche, lasciato libero il lettore di fermarsi alla superficie, rinunciando a un portatore di senso esterno o interno (rinunciando alla presenza di un narratore onnisciente, insomma) confidando che proprio l'estrema chiarezza della scrittura diventasse trasparenza sufficiente a far capire al lettore che, sotto la storia della Metamorfosi ci sia materiale su cui, volendo, si può pensare. Insomma, mentre in questa narrativa "semplice" l trucco c'è ma non si vede o si intravede appena (giusto il minimo indispensabile) - ed ecco perchè essere semplici è complicatissimo -(tanto per cominciare, come dicevo, occorre avere delle idee chiare e distinte, delle res catoniane cui far seguire i verba e resistere alla vanità di giocare con le parole per il mero gusto di farlo). In altra narrativa c'è solo il trucco ossia la assoluta prevalenza della forma sul contenuto ed è tipico delle poche decadenti come la nostra): un trucco che c'è e oltre a vedersi vuole essere visto. In altra ancora, dietro la semplicità non c'è niente e allora, spesso, la si spaccia per spontaneismo, espressione autentica dell'emozione senza i i vincoli della forma e bla bla bla. La differenza tra buona e cattiva narrativa sta qui, nel difficile rapporto e nel corretto equilibrio funzionale tra forma e contenuto non nel genere ovvero nell'argomento trattato .

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Quella profonda incomunicabilità, mascherata da apertura Social web, che divide e rattrista le persone. il 2020-09-06 18:47:34
La metamorfosi è una storia di porte che si aprono e si chiudono. E, soprattutto, che vengono chiuse a chiave o forzate.
Ma vengono divelte dall'abbrutente violenza silenziosa della consuetudine.
La metamorfosi di Gregor non è un miracolo, e lo stesso protagonista non resta molto sconvolto dalla sua mutazione.
Semplicemente è qualcosa che gli capita; e lui non ha altra scelta se non adattarsi.
In questo trovo una grande attualità con l'incomunicabilità travestita da finta apertura Social: i violenti cambiamenti che stiamo subendo (l'era dei centri commerciali on line, l'arte svenduta gratis, l'asocialità coatta pandemica, l'odio diventato comunicazione corrente), ci costringono ad adattarci a qualcosa d'estraneo alla nostra umanità; come Gregor diventiamo irriconoscibili a noi stessi, perché il commesso viaggiatore Samsa nella propria stanza è diventato l'irriconoscibile stesso, non più solo straniero - come in altra narrativa kafkiana - ma biologicamente estraneo. E al medesimo tempo, Gregor Samsa è immerso nelle situazioni più comuni e quotidiane.
Mangiare il proprio pane a tavola e non aver nessun con cui fare due chiacchiere seduti al desco.
Questa la cifra della grande arte di Franz Kafka.
Porte aperte per alimentare l'enorme insette ma porte chiuse per condivedere emozioni umane tra umani.
Ciao Roberto.

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Rubrus ha commentato Quella profonda incomunicabilità, mascherata da apertura Social web, che divide e rattrista le persone. il 2020-09-06 14:30:34
redo - o almeno questa è l'impressione che ho avuto - che la sensazione centrale trasmessa dalla "Metamorfosi" sia il senso di inadeguatezza di K. Di non appartenere al mondo, che è ostile o indifferente (una affinità con HPL). K è insetto sempre e tutti, lui compreso, lo hanno sempre saputo, tant'è che nessuno manifesta stupore per la trasformazione. La tragedia è infatti limitata, per sottrazione, al non essere più K idoneo al mondo produttivo in cui è stato fino a quel momento inserito, di non poter più andare al lavoro, portare a casa lo stipendio, avere il minimo indispensabile di vita sociale. Nel momento in cui altri (la sorella) lo sostituiscono in queste funzioni (ma il suo ruolo è sempre stato precario, questa consapevolezza sotterranea pervade tutto il racconto) K può levarsi di torno e morire. L'idea dell'"insetto" come "outisder" l'ho ritrovata nel film di Cronenberg, in cui Jeff Goldbum, ormai consapevole del proprio destino afferma di aver sempre avuto la sensazione di essere stato un insetto e di aver sognato, per un istante, di essere umano. Ma ora il sogno è finito e l'insetto è tornato.    Su altri temi sollevati dall'articolo lascio la parola ad altri interventi, se verranno.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Ristle-tee, rostle-tee... (lievi problemi con la Didattica A Distanza) il 2020-07-17 17:52:34
Ciao Roberta, commento piaciutissimo, come sempre fine e profondo spirito critico il tuo che mi ha fatto sentire compreso, e di questi tempi è un bene preziosissimo.
Questo piccolo racconto mi è molto caro, come una storta alchemica in cui precipitano tanti mesi di angoscia e sofferenza, cercando l'esorcismo dell'arte e persino dell'ironia e della curiosità, come ben esordisci.
Ho cercato di modellare tutto il materiale nichilistico, dovuto alla pandemia e dintorni, che si è accumulato nella mia psiche per mesi, in modo da creare un'emozione positiva e costruttiva.
Ci sono vari omaggi nel racconto: un omaggio a P.I.A.F. e alla dialettica interna con grandi autori come te e Rubrus ed Elizabeth e i pochi altri che sono rimasti; un omaggio alle possibilità espressive di P.I.A.F. dove è possibile creare un montaggio avvincente con la prosa, la poesia, l'audio - che adesso riesco a porgere al lettore in modo rispettoso -, le immagini e tutto il layout di contorno, sempre per creare un'emozione positiva ed assertiva in chi scrive e in chi legge.
E' una forma d'espressione pura nella quale credo, e che solo con P.I.A.F. è possibile, nel web.
Un omaggio al corpo docente italico, che si trova ad affrontare questa drammatica, per certi versi tragica, crisi che è tutt'altro che finita, e che in autunno comporterà nuove incognite e pericoli da non prendere alla leggera.
Come hai ben compreso, all'inizio del brano faccio un'autentica professione di fede in favore di un certo tipo d'insegnamento che io stesso ho ricevuto e che mi ha salvato letteralmente la vita; la dialettica di certi prof mi ha fatto capire la mia anima e la mia possibilità di autonomia creativa.
Un omaggio ai ragazzi e alle ragazze che vengono colpiti da questa storica rivolta conclamata della natura, ragazze e ragazzi ignorati nei loro sentimenti interiori e profondi da tutti i mass-media in modo acritico e vergognoso.
In questi mesi ho parlato in strada con molti di loro e una ragazza mi ha detto una frase che mi ha colpito molto:
-"Voi vi siete goduti il grasso del "produci e consuma" e a noi è rimasto solo il "crepa".-
Ho detto: " è un bel sofisma che va argomentato, però c'è del vero in quel che dici, ma non vivere con la rabbia del risentimento, è una brutta compagnia che divora l'anima".
Ma la tua osservazione più precisa e penetrante è la dinamica delle scatole cinesi, della chiusura alla dialettica e alla comprensione, delle dinamiche della solitudine creativa e dell'isolamento che è impoverimento umano.
Ed è proprio questo opporsi alla mancanza di dialettica, alla pericolosa prevalenza di una mentalità negativa fatta di rabbia, opposizioni preventive ed esclusioni a priori, che mi porta a ritenere la pubblica istruzione l'ultimo baluardo contro la definitiva barbarie del consumismo selvaggio globale, che, complice l'inconsistente politica di populisti incompetenti, ci ha portato a un passo dall'abisso finale.
Gli insegnanti nella mia vita, con tutti i grandi libri che mi hanno suggerito di leggere, mi hanno insegnato a conoscere e a vivere non in base a contrasti assoluti o a discriminazioni ma sviluppando la capacità di distinguere, di percepire le differenze, di rispettare il pluralismo insito nella vita.
Essere intelligenti imparando a distinguere senza giudicare e a cogliere le differenze senza condannare né assolvere, nè discriminare per porsi con la realtà con le modalità della relazione e della vera connessione umana.
La dialettica ginocchia contro ginocchia, sul campo, è quella modalità di connessione - che è saper distinguere senza discriminare - che permette la vera espressione delle differenze umane.
Altrimenti l'Apocalisse è ora.
Grazie e abbi salute e gioia

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Roberta ha commentato Ristle-tee, rostle-tee... (lievi problemi con la Didattica A Distanza) il 2020-07-17 13:41:24
Divertente e curioso. Immagino che alle elementari la didattica a distanza sia stata particolarmente difficile da gestire, poi i problemi cambiano a seconda dell’età degli studenti. Di certo una ribellione è assolutamente giustificata, da parte di tutti. Il problema più grave è quello che descrivi all’inizio del brano. Cosa resta, cosa si apprende, vedendo la prof in un monitor o dentro un cellulare, con la voce che va e viene, leggendo e studiando da soli? Se quell’argomento non è legato a un ricordo vero, al l’espressione del volto dell’insegnante, alla sua presenza concreta, alle domande dei compagni? Il racconto fa pensare a un gioco di scatole cinesi: ognuno racchiuso nel suo monitor, tutti rinchiusi nelle loro casa, finché da fuori entra “il male”, irrompe, e i bambini sembrano gioiosamente travolti dalla follia.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Ristle-tee, rostle-tee... (lievi problemi con la Didattica A Distanza) il 2020-07-16 21:19:07
Molti grandi o buoni registi hanno usato le filastrocche perturbanti nei loro film.
Mi sapresti abbinare il titolo della pellicola con il regista?

Wes Craven:
Dario Argento:
Jack Clayton:
Charles Laughton:
Tim Burton:
John Carpenter:
Tommy Lee Wallace:
William Castle:

Che cosa si vince: il piacere di giocare e d'immaginare, non basta?

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Rubrus ha commentato Il gatto morto il 2020-07-07 16:43:57
Efficace la dinamica, anzi, la dialettica dei rapporti tra i due personaggi. Confesso che mi ero immaginato che Jack contraesse qualche terribile malattia (o subisse una terribile, ma invisibile trasformazione) e, il giorno dopo, chiedesse di lavorare con Mark per rendergli la pariglia, ma tu hai deciso diversamente e va bene così.
Ciao.

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Rubrus ha commentato OFFLIGHTHINGS il 2020-07-03 17:25:11
Be', è un racconto in buona parte tipicamente estivo, senza troppe pretese se non quella di non essere del tutto scontato. Mi è piaciuto spostare la paura del buio dall'uomo al cane che, in questo tipo di racconti, funge spesso da sentinella. Il resto è venuto da sè. E anche il messaggio, in fondo, sta dentro la storia. Basta scavare e tirarlo fuori.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato OFFLIGHTHINGS il 2020-07-02 18:26:55
Gran bel pezzo, dove perfezioni una delle tue tecniche preferite: il lento crescendo e il finale possente che ti schiaffeggia in faccia.
E poi la narrazione del gran tema della paura del buio, colonna portante dell'horror, e che per me ha in King il suo cantore più raffinato.
Ci racconti che cos'è quella sensazione particolare che si prova quando si ha paura, vale a dire quel momento prima della paura.
Bellissima l'intuizione del cane (e direi anche del gatto) come compagno scelto dall'uomo, non solo per la caccia alle lepri e ai topi, ma sopratutto - ricordiamo sempre che cani e gatti sono animali notturni, che si sono evoluti con l'uomo in diurni, ma nasciamo tutti come notturni, perchè all'inizio della nostra evoluzione il giorno era dominato da mostri, animali giganteschi e assassini - come guardiano del buio, che sa scrutare e leggere nel buio.
Da quest'accoppiata s'evince che per affrontare e vincere la paura del buio occorre fiducia in un essere che ci faccia compagnia e dipani le tenebre.
Bè, brano meraviglioso, da rileggere anche più di una volta per coglierne tutte le sfumature.
Abbi gioia

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Capitan Shiloh - a P.B.Shelley - il 2020-06-30 17:56:59
Grazie Roberta, a rileggerti, a presto e ricambio le buone ferie!

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Roberta ha commentato Capitan Shiloh - a P.B.Shelley - il 2020-06-30 15:44:11
Buone vacanze!

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Capitan Shiloh - a P.B.Shelley - il 2020-06-28 08:12:11
Insieme a P.B. Shelley colgo l'occasione per augurare una buona e finalmente gioiosa estate a tutte le amiche e gli amici di Parole Intorno Al Falò.
Con il presente webtale - un tempo li chiamavamo "fullminei", ricordate? - ribadisco il mio orrore contro i nichilismi di ogni sorta e specie e il mio amore viscerale per P.I.A.F. e l'alta qualità della sua grafica, dei suoi autori e dei suoi testi, opere e commenti.
A P.I.A.F. sempre, nei secoli, fedele, come Shelley alla sua goletta Ariel e al vasto oceano.
Ultimamente il troppo successo, a causa della pandemia, ha reso il web sempre più spocchioso e tonitruante e "troni"tuante e vacuo e influenzato in modo letale dagli "influencer".
Tutto il mondo dei social web è solo una caccola di scolopendra, rispetto a un solo testo fatto bene, a un solo commento redatto con passione e intelligente lungimiranza di P.I.A.F.
In P.I.A.F. we trust!
Come sempre, quando il daimon me lo comanderà, tornerò a postare anche in estate.
Abbiate gioia!

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Jack Scanner ha commentato Porte il 2020-06-26 12:49:45
Grazie, Rubrus, tu per me sei un punto di riferimento. I tuoi commenti mi servono molto per capirmi

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Rubrus ha commentato Porte il 2020-06-25 18:06:50
Mi è capitato più di una volta di fare dei c.d. "sogni lucidi" e ne riconosco uno quando lo incontro. E' proprio così, comunque - poi non so quanto di vero ci sia nel racconto e francamente non importa -: se ne esce ragionando. Io ho sempre fatto così, almeno. Stilisticamente, mi piace. E' quasi cronachistico, non ammiccante, e direi che lasciar parlare i fatti, di per sè già abbastanza allucinati, è stata la scelta migliore.

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Eli Arrow ha commentato Unghie il 2020-06-25 14:20:31

Difficile riuscire a vedere gli altri per come sono effettivamente, senza le stratificazioni di proiezioni che ci fanno da occhiali. Di conseguenza, i giudizi sugli altri molto raramente sono imparziali, oltre al fatto che gli altri, noi compresi, siamo abituati a celarci sotto veli e maschere, come tu giustamente noti. La domanda, anzi, le domande sono, a mio parere: 'Cosa stiamo guardando?' e 'Chi pensiamo di vedere?' Difficile rispondere, anche quando le rivolgiamo alla nostra immagine nello specchio.



Qui, come dicevo sopra a Rubrus, volevo addentrarmi un po' nel meccanismo della proiezione. Sono contenta che ti sia piaciuto e ti ringrazio della lettura. Ciao Mauro.


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Rubrus ha commentato Il monte delle Sante Marie. (Uno) il 2020-06-25 10:25:08
Grazie, di averlo concluso. Per quel che può valere, il personaggio di Martin vien fuori così come l'ho dipinto. Martin non crede nella prospettiva collettivistica - e i fatti gli daranno ragione, ma questo non conta - così come è estremamente scettico su ogni manifestazione esoterica o taumaturgica (anzi, è portato a negarle ed affermare che ognuno ci vede quello che è già convinto di vederci). Tuttavia, torna indietro, si unisce di nuovo al gruppo e arriva fino in fondo. Perchè? Nel mio sviluppo perchè - e possiamo prendera come una rivelazione che trae dal brano del Vangelo - se ci sono prove o segni, non c'è fede (o è molto fragile) : in effetti non ce nè bisogno. La fede ha senso solo dove e se c'è un'assenza. La ricerca di una presenza porta o a una delusione o alla manifestazione sì di un potere, ma distruttivo (attento a quello che cerchi perchè potresti trovarlo). Il che mi pare essere quanto succede agli altri. Martin, pur nel suo individualismo o cinismo, se vogliamo dare una connotazione negativa al suo carattere, ha già visto qaunto è dato vedere e l'ha sfangata. Spero per lui non da solo,

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Elisabeth ha commentato Il monte delle Sante Marie. (Uno) il 2020-06-24 19:04:28

Il Monte delle Sante Marie. (il male del buio) - Fine.



 



Gocce pesanti come sassi presero a frustarci le braccia e le spalle attraversando i rami degli alberi, ci rigavano il viso, i nostri respiri si erano fatti di vapore, uscivano dalle bocche come fumi di drago. La pioggia ci obbligò al silenzio, le parole nascevano e morivano nel limbo dei pensieri, difficile farsi udire dagli altri sotto il frastuono che avevamo intorno. Se il Male del Buio ci aveva obbligati a dare un senso alla nostra sopravvivenza, la pioggia adesso ci obbligava al tempo dell'attesa, mettendo tra noi e la cima del monte uno spazio che non potevano quantificare. Mancava poco, lo aveva detto Esther.



Si era fatto di piombo il cielo, sfregiato per lo più da intermittenti saette. Lucy era diventata tutto un tremito come se l'acqua le avesse inzuppato il corpo conformandolo alla mollezza di un budino. Ambra, al primo balenìo, era corsa in fretta dietro a Martin, avevano trovato ripararo dentro a un folto arbusto di terebinto che emanava un pungente odore di resina, accentuato dalla pioggia. Erano impalati come sentinelle nelle guardiole, irrigiditi davanti al muro d'acqua, pronti a non concedere l'uno all'altra lo spazio che li preservava. Poggiato al tronco rugoso di un pino, cercavo con gli occhi quelli di Esther, senza trovare corresponsione concentrata com'era a scrutare il cielo da sotto uno sperone di roccia calcarea che sbucava dal terreno costringendola a rimanere accovacciata con le mani e le ginocchia nella terra. Quello era un tempo interminabile brandito a colpi di rovesci, necessario a che ognuno di noi trovasse infine rifugio solo in se stesso e in nessun altra cosa, compresi Sandro e Nicola i cui visi parevano imbambolati davanti al violento temporale e benchè non mancasse davvero l'umido che faceva rigonfiare le cose, Sandro appariva prosciugato tanto che il viso gli risucchiava gli occhi, una volta sporgenti e acquosi. Avvolti in frasche di ginestra sembravano mummie in un sarcofago.



Poi avvenne qualcosa. Esther abbandonò la posizione da cane tenuta fino a quel momento, aggrappata allo sperone di roccia, sollevò il corpo, un passo davanti all'altro si gettò sotto al temporale mentre i rivoli fangosi le venivano incontro dalla curva dell'ultima erta. Si mosse senza preavviso alcuno, incurante del gruppo che aveva guidato fino a quel momento, i vestiti le stavano avvinghiati alla pelle, appesantiti dalla pioggia. Sentii la voce di Ambra che la richiamava indietro, ma fu un suono perduto tra metri cubi liquidi che parevano sciogliere anche i sassi.



Il mio scarpone si mosse in avanti e come lupi usciti da una caverna, ci mettemmo di nuovo in fila, dietro il capobranco.



Non c'era nessuna ragione logica per seguire Esther in quel momento, rispondevamo piuttosto a qualcosa che proveniva da lontano, impresso sotto ragionevoli nozioni, nascosto tra coerenze assennate, con cui un tempo ci eravamo misurati, ovvero che un animale da branco rimasto solo diviene un animale in pericolo e, da lì a poco, pure morto.



Per la prima volta, Martin allungò la mano verso Ambra che d'istinto l'arpionò in previsione della salita che aveva innanzi.



Sandro scuoteva la testa, provando a gettare via dagli occhi l'acquazzone che gli impediva di vedere il terreno, Lucy pareva essersi ritirata di un'altra taglia, come fosse necessario contenere le energie per arrivare al monte sotto i lampi incessanti. Nicola bofonchiava che un temporale a quel modo non lo aveva mai visto, percepivo del suo monologo solo la coda delle parole che mettevo insieme per deduzione logica.



Eravamo di nuovo in cammino, fuori dal luogo sicuro, a mostrare le schiene alla frusta del cielo.



Girata l'ansa del bosco, tra il fango e i sassi si aprì la cima del monte. Una croce arcana in ferro si ergeva in mezzo alle gramigne e Lucy ci stava seduta davanti con le gambe incrociate. Sandro le corse incontro nonostante il peso non gli permettesse ancora certi slanci, inciampò in una radice oleata dalla poltiglia rovinando a pancia in giù sul terreno e Nicola fece qualcosa che non avrebbe dovuto fare. Rise.



Anche se inopportuna, quella risata fu un tremito che gli sonquassò il ventre, con un tono di voce che non gli apparteneva, dalla bocca gli uscivano rulli di tamburi che lo facevano rimanere senza fiato per alcuni istanti, poi ripartiva. Stava avvenendo qualcosa che non capivamo. A quella risata Esther si voltò e, anzichè provare a rialzare Sandro dalla fanghiglia dato che stava a meno più di un metro da lei, sollevò una mano, chiusa a pugno e la mosse a ripetizione con la potenza di un maglio contro la sua testa. Ambra si portò le mani al viso, attonita, sgomitando per liberarsi dalla presa di Martin che era stata sicura fino a pochi attimi prima. Sandro rimase sotto la pioggia, le gambe batterono contro le pozzanghere, il cranio restò conficcato nella punta di un pezzo di selce che era stato sepolto dal terriccio degli anni, riaffiorato con la violenta perturbazione. Nicola razzolava nel fango scosso dal ridere, senza respiro, risucchiava l'aria nei polmoni emettendo grugniti come un suino nel recinto. I rivoli si tinsero di un colore ferroso. Lucy sollevò il braccio e puntò il dito contro Esther, che era tornata nella stessa posizione, seduta dinanzi alla croce. Le urlava ch'era impazzita, che era tutta colpa sua e che ci aveva condotto in un tranello, rigurgitava parole impronunciabili, scaricando nell'aria l'elettricità di tutto l'intero temporale che avevamo sul capo.



Esther frugò nei pantaloni e con la rapidità di un prestigiatore aprì il coltellino svizzero che aveva usato più volte per separare le fette di pane durante il ristoro. Non fu una ferita profonda quella che si aprì nel collo di Lucy, piuttosto un buco, sottile e sufficiente ad interrompere il regolare flusso della giugulare. Un bavaglio rosso le si materializzò sulla maglietta bianca, poi confluirono, in un unico grappolo, molteplici arabeschi disegnati dalla pioggia.



Rimase qualche attimo in piedi, lo sguardo attonito e quando provò a parlare cadde al suolo dentro il suo stesso sangue.



Martin mi guardò. Disse che dovevamo tornare indietro, lasciare Esther e Nicola in preda al demonio che gli era saltato addosso.



Ambra piangeva, scuoteva il capo. Raccolse una pietra e la scagliò con forza contro la croce. La pietra rimbalzò con un suono secco tornando ai suoi piedi. 



Provai a chiamare Esther, non si voltò.



Nicola aveva la faccia viola, aveva portato tutte e due le mani al collo, voleva parlare senza riuscirci, gli occhi sgranati di chi muore appeso a un cappio.



Feci cenno di sì a Martin. Avremmo potuto tornare indietro a passo svelto, sfidando il temporale che adesso creava turbini di vento nell'aria, strappava le foglie sbattendole sui morti che lasciavamo ai piedi della croce. Avremmo potuto scendere in paese, chiedere soccorsi, bussare alle case, aprire la chiesa in cerca di qualcuno per l'estrema unzione.



Avremmo potuto. Martin mi aveva già superato di una decina di metri, Ambra gli dava di nuovo la mano, dietro di loro si richiudeva la macchia e si alzava la nebbia. Mi voltai a cercare un cenno di umanità in Esther, senza trovarlo, nonostante il suo viso fosse contrito, trasfigurato nello sconforto e le sue lacrime si confondessero con la pioggia battente del cielo. Eravamo arrivati fin lì per rendere alla beata Maria dipinta dall'evangelista Luca qualcosa di nostro, senza avere il tempo di trovarne traccia. Restituirle gratitudine per averci salvato dal Male degli uomini che aveva contagiato portando il buio. Rimasi indietro, a guardare.



Non sapevo più chi fosse Esther. Ciò che riuscivo a vedere di lei, era una donna ai piedi del calvario, pronta a mietere vendetta in quel punto esatto dove si era consacrato il male terreno e cominciava quello divino. Era vero; certe cose  non si potevano cambiare, il destino le metteva dinanzi agli uomini per capire di che pasta erano fatti.



Mi addentrai nel bosco ponendo le mani dinanzi agli occhi per spartire le acque di pochi centimetri, forse era già sera, forse ancora pomeriggio, difficile da dirsi, dato che tutto pareva privato del tempo.



Nel sentiero fino a valle non trovai più traccia nè di Ambra nè di Martin. Meglio dire che a valle non tornarono più.



Vicino all'ultimo tronco, lì dove mi ero addormentato sognando la spiaggia, trovai un vangelo dalle pagine sfarinate per via della pioggia.



Si intuiva che era stato aperto più volte in un punto preciso. 



Staccai le pagine consunte, incollate le une sulle altre, e lessi.



 



Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno. 



 



A noi era mancato questo. Vedere oltre il buio.



 



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(questo racconto si conclude qui, anche se dopo un po' di settimane e adesso è arrivato il suo momento. La frase di chiusura è il mio modo di ringraziare Rubrus per la sua collaborazione, dato che è parte del suo intervento).


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Rubrus ha commentato Jack e Ginger il 2020-06-24 15:33:18
E' un inizio e, come dice Mauro, ci possono essere diversi sviluppi, alcuni dei quali avranno senz'altro al centro il rapporto tra i due fratelli - opposti - e la trama potrebbe snodarsi appunto, sulla falsariga del viaggio sull'auto. Detto questo, però, non per fare il rompiscatole, ma un testamento così, in Italia, lede la legittima che spetta ai figli ed è invalido. In realtà non è un grosso problema perchè se rispettare o no le volontà del padre, malgrado contrarie alla legge, e facilmente annullabili, potrebbe essere proprio la prima cosa di cui i fratelli discutono.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato Jack e Ginger il 2020-06-23 17:33:33
Caro Caribù, hai posto le fondamenta, con un preciso e intrigante incipit, che apre a un ottimo road movie che auspico - è un gusto mio - sfoci nel thriller; pertanto, come prima regola del buon thriller: "Il protagonista affronta il pericolo di morte, sua o di qualcun altro."
Durante il viaggio una forza antagonista minaccerà e colpirà i fratelli, e sarà lì che, per sopravvivere, capiranno che è meglio far forza su quello che li unisce, piuttosto che continuare a infastidirsi e a indebolirsi inutilmente con quello che li divide...

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Caribbean Caribù ha commentato Jack e Ginger il 2020-06-23 14:56:34
E' un inizio, è un'idea, è una parte dentro di me, è un testo che mentre scrivevo mi ha mosso dentro qualcosa... prendetelo così com'è.
Non aspettatevi un seguito, nemmeno io so se verrà.

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Mauro Banfi il Moscone ha commentato La misteriosa sparizione del fiume Po il 2020-06-18 17:04:33
Grazie Roberto, un tuo piaciuto per me vale di più di una laurea honoris causa in lettere moderne.
Calzantissimo Rodari e inoltre alcuni eco thriller che ho visto ultimamente e le metamorfosi di Ovidio riscritte e lette da Vittorio Sermonti.
Due dinamiche: le cose e le persone non sono mai da dare per scontate e i violenti cambiamenti a cui siamo e saremo sottoposti nel terzo millennio.
Nel Novecento si è scatenata la violenza della storia sull'individuo, e ora, anche per responsabilità dirette e indirette dell'individuo verremo alluvionati dala violenza della natura sull'individuo.
Mi spiace per il mio pessimismo greco, ma la vedo così e trovo che solo la scrittura creativa o la creatività in genere sia l'unica possibilità di eu-daimonia, di liberazione, di esorcismo, di gioia possibile sotto il bombardamento di queste violente e continue mutazioni, ormai arrivate al limite del sostenibile: il vaso di Pandora è rotto, c'è poco da fare.
Abbi gioia

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