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Rubrus

A proposito di "Le acque del nord".

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2019-01-15 20:06:57

Nel 1859 la baleniera “Volunteer” è in partenza per il mare artico. Il Dottor Sumner è il medico di bordo. Mentre era di stanza in India, ha cercato, con altri commilitoni, di derubare un usuraio, abbandonando per qualche ora l’ospedale da campo. Il tentativo però è fallito: tutti gli altri membri della banda sono morti e Sumner è stato cacciato dall’esercito. A bordo della “Volunteer” si trova anche il ramponiere Henry Drax, pederasta e assassino. In realtà, lo scopo della spedizione non è la caccia alla balena: siamo a metà Ottocento e i grandi cetacei stanno sparendo. L’armatore Baxter e il capitano Brownlee, già reduce da un primo naufragio, intendono far affondare la nave, far salvare l’equipaggio e se stessi da un complice, cui hanno dato appuntamento, e intascare i soldi dell’assicurazione. A conoscenza del piano, oltre all’armatore e al capitano, sono il secondo ufficiale ed Henry Drax.  Ben presto le vicende dei personaggi entrano in rotta di collisione e il viaggio si rivela persino più disastroso di quanto previsto. Non dico altro per non guastare la sorpresa a chi volesse leggere il libro.
 
“Le acque del nord” è un romanzo duro ed epico, pur nella sua brevità (sono meno di trecento pagine) che non si fa problemi nel mostrare ciò che, soprattutto oggi, ci appare politicamente scorretto. Tale era la vita all’epoca, in quelle lande, che ci piaccia o no e – qui sta il pregio maggiore del libro – non era una vita da eroi. I personaggi, a cominciare dal protagonista Sumner, sono piuttosto antieroi, gente mossa in primo luogo dall’istinto di sopravvivenza e, quando si arriva al dunque, dai bisogni elementari. Non c’è spazio, lassù, per raffinatezze intellettuali, problemi etici, istanze di riscatto morale. Chi vi si abbandona muore. Allo stesso tempo però, l’autore si tiene ben lontano da ogni compiacimento nel narrare simili asprezze. Chi le vede e le vive non ne trae consolazione né conforto. Agisce così perché deve sopravvivere, ma non è un bel vivere.
In generale, insomma, la storia è una storia d’avventura con una tinta gialla e coloriture fosche, soprattutto quanto alla morale che si ricava da essa circa la natura umana.                        
Il romanzo attinge a una lunga e composita tradizione: vengono in mente – ovviamente – Moby Dick e i romanzi di Joseph Conrad, con le loro implicazioni esistenziali (abbiamo o un ramponiere che cita Swedenborg, Sumner trascorre il tempo libero leggendo Omero, a un certo punto comparirà un sacerdote missionario), ma anche Patrick O’Brien, Jack London (soprattutto un romanzo intitolato “Il Lupo dei mari”), e Arthur Conan Doyle (il passato di Sumner sembra una versione fallimentare della vicenda che sta alla base de “Il Segno dei Quattro” e in alcuni passaggi il medico agisce come un improvvisato Sherlock Holmes). Ovviamente, però, non si può non pensare anche a Dan Simmons e a “The Terror”. A questo proposito, anzi, devo dire di aver preferito il romanzo di Ian Mc Guire: è meno dispersivo (in Simmons ho trovato un po’ troppi personaggi che, in ultima analisi, narrano la stessa storia, senza distinguersi a sufficienza l’uno dall’altro), più sintetico, con una lingua più incisiva e ricca che, anche senza esagerare in termini marinareschi e tecnicismi (tranquilli, ce ne sono pochissimi) non si fa problemi di pendere dalla parte di Melville trascurando un certo dilagante e diligente piattume stilistico che mira innanzi tutto a non affaticare il lettore (stai leggendo, caro mio, dai al libro un filino di attenzione, eh?).
 
Infine, una nota editoriale: il romanzo è del 1997 e, secondo me, se non ci fosse stato proprio il traino del romanzo di Simmons (il quale peraltro è una riedizione, a sua volta, trainata dalla serie e che, se ben ricordo, non si intitolava, originariamente, “The Terror”, ma “La scomparsa dell’Erebus) ce lo saremmo perso. La scelta di pubblicarlo ora avvicina pericolosamente gli editori all’armatore furbastro descritto nel libro, ma, insomma, ne valeva la pena.   

 

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L'AUTORE Rubrus

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-01-16 18:42:24
Ciao Roberto, bella recensione e ottima segnalazione e buon leggere. L'ho cominciato, dopo aver visto prima la serie TV e letto il libro di Simmons "The terror", e lo trovo vicino a London, influenza anche da te segnalata, e certo è un clima ben diverso da quello di Simmons. Comunque, ben tenendo conto delle differenze - quando c'è qualità non sono mai un problema, è davvero un genere che mi prende, con tutte le varie sfumature horror e gialle e soprannaturali, che quella grande tradizione della narrativa di avventura stimola e comprende. Una digressione a latere: il discorso della serie TV che traina le letture. Torniamo a un problema che stiamo tutti affrontando nelle nostre vite di esseri umani e di creativi: la comunicazione e la modalità dell'espressione vengono prima, nella nostra attualità, dell'arte e della lettaratura. Un genere come quello dell'avventura si è sempre tramandato per via orale e per via di ascolto e letture di resoconti e diari di bordo. Poi son venuti i libri, al massimo commentati ogni tot di pagine - e sempre a proposito, pena il ridicolo - da qualche calzante immagine dipinta da pittori preparati, come Gamba per Salgari, ad esempio. Ma ora il modo di comunicare viene prima dell'intreccio. Che sia questo il vero "The terror" che tutti noi dobbiamo affrontare? Torme di smanettatori di smartphone che sono già stufi dopo l'incipit e non vedono l'ora si spappolarsi il cervello con una barzelletta, oscena per stupidità più che per pornografia, recapitata dal nuovo mostro odierno, WhatsApp? Abbi gioia

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