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Vecchio Mara

Bughi Bughi (boogie woogie)

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2019-01-15 21:02:39

Bughi bughi (boogie woogie)

 

«Ciao Bonin!» esclamarono all’unisono Clara, Lisa e Francesca, lasciando il cotonificio alle due del pomeriggio del venerdì, assieme al personale del primo turno.

«Ciao bambine!» rispose lui, entrando in fabbrica con il personale del secondo turno. Poi, muovendo velocemente i piedi, accennò un passo del ballo del quale, dalle sue tre amiche e non solo, era ritenuto un maestro, aggiungendo: «Ci vediamo domani sera, alle otto al Gatto verde. Si va a ballare al lido».

Clara e Lisa, correndo verso la corriera che attendeva con il motore acceso per riportare il personale in paese, sorrisero.

«Wow, Bonin! E’ la prima volta che ci porti quest’anno, spero non sia l’unica!» commentò una gasatissima Francesca, arrestandosi un attimo.

«L’hanno aperto da quindici giorni. La stagione estiva è agli albori, stai sicura che ci andremo molte altre volte», la rassicurò lui, mentre attraversava i tornelli della fabbrica.

 

                                           ******************************************

 

Angelo Boni, conosciuto da tutti come “Bonin”, titolo che gli aveva affibbiato la madre in tenera età; quando, osservando il bimbo gracilino crescere la metà dei suoi coetanei, abbracciandolo aveva esclamato commossa: «Sei il mio bel Bonin!»

E Bonin gli era rimasto appiccicato addosso come un marchio di fabbrica. Anche perché ben descriveva la, poca, possanza fisica del trentottenne Angelo Boni, alto poco più di un metro e sessanta per un peso stimato in poco meno di cinquantacinque chilogrammi, volto emaciato dal quale si ergeva imperioso il naso aquilino che faceva da spartiacque ai due ravvicinati occhietti neri, come i radi capelli; obiettivamente, non un Adone capace di attrarre a sé l’altro sesso grazie alla presenza scenica.

Il suo aspetto rappresentò per lui un handicap insormontabile nell’approcciarsi all’altro sesso. Anche per questo, o forse solo per questo, alla soglia della mezz’età non era ancora riuscito a trovare una ragazza: fatti salvo gli squallidi incontri a pagamento, in macchina piuttosto che in camera, non aveva mai avuto rapporti intimi.

Eppure, quell’omuncolo insignificante, quando scendeva in pista trascinando la partner adatta alla bisogna in un arrembante bughi bughi, si trasformava in un gigante sicuro di sé, in grado di suscitare l’ammirazione di donne e uomini che, da bordo pista, assistevano ammutoliti, sgranando gli occhi, alle evoluzione del Bonin.

 

Il diciottenne Bonin, nel millenovecento-quarantasei fu assunto come magazziniere nel cotonificio, ricostruito dopo che un bombardamento aereo lo aveva parzialmente distrutto nell’ultimo mese del conflitto.

Quando, quindici anni dopo, le allora ventenni Clara, Lisa e Francesca, furono assunte come operaie addette alla filatura, Bonin, conoscendone ogni più recondito segreto, era ritenuto un istituzione in fabbrica; se qualcuno non sapeva raccapezzarsi in mezzo alla baraonda dei reparti, chiedeva consiglio a lui che, ingegnandosi, cercava di risolvere i piccoli incagli, che in una struttura frequentata da più di duecento fra operai e operaie ad ogni turno, erano la norma.

Fu così che, dando una mano alle nuove assunte, il rapporto lavorativo era mutato ben presto in amicizia vera.

Anni di duro lavoro, in cui il divertimento era confinato al sabato sera e, raramente, alla domenica; anche perché le poche balere erano site lontano dal paese e per raggiungerle, se non si possedeva un’automobile, era necessario prendere la corriera, che per il diradarsi delle già poche corse disponibili, nei fine settimana poteva sì portare i giovani nei pressi della balera, ma poi, dovendo rientrare a corse ormai chiuse, questi dovevano arrangiarsi cercando un passaggio.

Così, due anni dopo il loro primo incontro in fabbrica, le tre ragazze furono ben liete di accettare un passaggio, una tantum, dal Bonin, da poco orgoglioso proprietario di una fiammante Simca 1000, color verde mela metallizzato, quando questi si era offerto di accompagnarle all’inaugurazione di una nuova balera e d’insegnare loro i passi del bughi bughi. E quell’una tantum, era subitamente mutata in, una semper.

Ma il bughi bughi, per le tre ragazze, si era rivelato un ballo troppo ostico e fisicamente dispendioso. Così, dopo le prime dure lezioni del Bonin, si limitarono a star sedute allo stesso tavolo, osservandolo ballare con partner esperte; oppure, quando l’orchestra attaccava la serie dei lenti, guardando di sguincio i ragazzi che giravano fra i tavoli alla disperata ricerca di una dama da strizzare fingendo di ballare; pronte ad alzarsi quando e se il tipo che le interessava si fosse arrestato davanti al loro tavolo chiedendo a l’una o l’altra l’onore di un ballo.

Praticamente, Bonin si era ridotto a fare d’autista, trasportando le ragazze dal bar Gatto verde alle balere; suscitando l’ilarità degli avventori, oltreché degli amici che vedevano le ragazze ballare con tutti e mai con il povero Bonin.

Ma a lui poco importava del giudizio altrui, derubricando il tutto a rosicamento dovuto alla gelosia, perché lui era circondato dal gentil sesso mentre loro vagavano a vuoto intorno alla pista. “E chissenefrega se ballano con gli altri. Tanto, poi, al mio tavolo devono tornare a sedersi, se nella mia macchina vogliono salire per tornarsene a casa”, pensava, sorridendo sornione, osservando i “ragazzi tappezzeria” appoggiati alle pareti, puntare inutili e profondi sguardi in direzione dei tavoli; oppure chi lasciava la pista con le orecchie basse dopo un lento, mentre una delle tre ragazze tornava diligentemente ad accomodarsi al suo tavolo.

 

                                     *******************************************

 

«Ciao Bonin, il solito caffè ristretto?» chiese il barista del Gatto verde.

«Che non lo sai, son dieci anni che me lo chiedi!» fece lui, mentre guardandosi nello specchio sulla parete di fronte al banco, con una mano cercava disperatamente di coprire la conclamata calvizie, spostando i radi capelli superstiti verso il centro del cranio.

«Dove si va a ballare stasera?» chiese ancora il barista, mentre posava la tazzina di caffè sul banco.

«Porto le mie ragazze al lido», rispose Bonin, alzando il tono per farsi sentire da quattro avventori impegnati in una partita a briscola. Poi immerse il cucchiaino nella zuccheriera posta sul banco, versò lo zucchero nel caffè, girò un paio di volte il cucchiaino, prese la tazzina e rovesciando la testa all’indietro ingurgitò il contenuto.

«Ciao Bonin!» esclamò Clara, entrando nel locale seguita da Francesca che, dopo averlo salutato a sua volta, si rivolse al barista: «Due caffè, uno lungo e uno ristretto, grazie!»

«E Lisa, dov’è?» chiese Bonin alle due ragazze, appoggiando un gomito sul bancone.

«Aveva un appuntamento… con Arturo… Sai, il tipo con cui ha ballato per l’intera serata sabato scorso», rispose un insolitamente impacciata Francesca.

«Ma se appena ieri all’uscita dal lavoro, quando vi ho detto che vi avrei portato al lido, annuiva contenta… L’ha incontrato oggi, Arturo?» chiese contrariato Bonin.

«No, l’appuntamento l’avevano fissato sabato, in balera, ma non sapendo come l’avresti presa, ha preferito fartelo sapere così», rispose Francesca.

«E come dovrei prenderla? Strappandomi i pochi capelli rimasti? Se me l’avesse detto, le avrei augurato buona fortuna e figli maschi!» replicò con sarcasmo Bonin, mostrando di non averla presa olimpicamente.

«Caro Bonin, Lisa ti ha tradito, fattene una ragione!» esclamò ironicamente il barista con voce tonante, posando le tazzine sul banco, strappando un moto di riso alle due ragazze e una risata ben più piena e convinta ai quattro avventori impegnati nella partita a briscola.

Sentendosi preso in giro, Il volto emaciato di Bonin s’incendiò. «Non dire cavolate! Mica è mia moglie per tradirmi!» sbottò. Poi si rivolse alle ragazze: «Sbrigatevi con il caffè, che è già tardi!»

Le ragazze compresero, dal tono e dallo sguardo acceso, che non era il caso di replicare. Buttarono giù in fretta e furia il caffè e seguirono velocemente Bonin, che nel frattempo si era avviato verso l’uscita.

 

Bonin, in silenzio, tenendo lo sguardo fisso sulla strada iniziò a realizzare che nulla è per sempre, e che la defezione di Lisa era solo la prima crepa in un vaso destinato ad andare, presto o tardi, in frantumi. “D'altronde non posso mica pretendere che le ragazze restino zitelle a vita. Ero ben consapevole che l’amore le avrebbe allontanate da me. Dopo Lisa, toccherà a una di loro… chi delle due sarà l’ultima che porterò a ballare il sabato sera? Ma poi, chissenefrega! Non sanno nemmeno ballare il bughi. Sì, va bene, mi fanno sentire importante, invidiato dagli amici, ma alla fine neanche un bacio per sbaglio riesco a raccattare; e se voglio scendere in pista per scatenarmi, devo cercare la Sabrina o la Giuliana, quelle sì che sono un portento da non perdere, non queste qua che oltre il lento non sanno andare… Posso anche permettermi di arrivare in balera da solo, se una volta entrato riesco a trovare la donna giusta per ballare il bughi!” pensava, stringendo il volante. Ma lo sguardo fisso sulla striscia d’asfalto e la mascella contratta, tradivano un atteggiamento opposto alla spavalderia appena espressa, solo per puro autoconvincimento.

Il clima carico di tensione all’interno dell’abitacolo contagiò anche le ragazze che, dopo essersi scambiate uno sguardo complice, caddero in un profondo mutismo.

Dopo un’altra lunga riflessione, Bonin, per non scoppiare, si decise a parlare: «Ascoltate, ragazze…» esordì, attirando la loro attenzione. «Io non vi ho mai imposto niente. Mi fa piacere portarvi con me, e se vi divertite, ne sono felice. Da voi, come amiche, pretendo un’unica cosa: la sincerità… Perciò, se vi capitasse, com’è giusto che sia, di simpatizzare con un uomo e di voler uscire con lui, vi pregherei di dirmelo prima. Non fate come Lisa, che piantandomi in asso mi ha fatto fare una figura di merda davanti al barista e a quei quattro ubriaconi».

Le ragazze promisero che, nel caso, non si sarebbero mai comportate come la loro amica. Bonin le ringraziò e, apparentemente sollevato, svoltò a destra inserendosi nella strada che conduceva al Lido.

 

Il Lido, un complesso composto da ristorante pizzeria e sala da ballo all’aperto in riva al fiume, aperto solo nei mesi estivi, attraeva nei fine settimana uomini e donne da tutta la provincia.

Bonin arrestò la macchina nel vasto parcheggio ai margini del pioppeto. «Se vogliamo prendere i posti migliori dobbiamo sbrigarci», le spronò appena sceso dalla macchina, invitando le ragazze ad allungare il passo.

Bonin non aveva ancora metabolizzato del tutto l’arrabbiatura per lo smacco subito, e un operaio del cotonificio, incrociato per caso all’ingresso, che facendosi incontro chiese alle ragazze di Lisa, contribuì a riattizzarla. «E’ indisposta, è rimasta a casa!» rispose prontamente in tono sgarbato Bonin. Anticipando e zittendo di fatto le ragazze, invitandole poi a proseguire, esclamando: «Andiamo, prima che i tavoli a bordo pista si riempiano!»

 

L’arrabbiatura non si smorzò, né quando riuscirono a trovar posto ad un tavolo a ridosso della pista, né quando l’orchestra attaccò il tanto atteso bughi bughi e Giuliana, dal centro della pista, lo invitò ad esibirsi con lei.

Bonin annuì, trasse un profondo respiro, si alzò e la raggiunse.

Bastarono pochi movimenti, per far comprendere a Giuliana che non stava ballano con il solito, effervescente Bonin.

Sgranando gli occhi cercava di comprendere, incrociando lo sguardo assente di Bonin, perché durante i passaggi la strattonasse con rabbia. E quando Bonin, allargando le gambe la fece scivolare sotto di esse e poi tirandola su mollò la presa facendola cadere a terra; Giuliana, dopo essersi rialzata, puntando nello sguardo contrito di Bonin due occhi fiammeggianti, sbottò: «Stai facendo di tutto, meno che ballare!» Poi si girò e se ne andò, lasciandolo inebetito in mezzo alla pista.

Bonin, dopo lo sbandamento iniziale la raggiunse. «Mica l’ho fatto apposta, può capitare di sbagliare. A te, non è mai successo…» provò a spiegare.

Ma Giuliana lo interruppe. «Può capitare a tutti di sbagliare. Ma tu non avevi la testa dentro il ballo. Tiravi di qua e di là come un disperato… Si può sapere cos’hai?»

«Nulla, non ho proprio nulla. Non mi sembra il caso di farci sopra un dramma, solo perché mi è scivolata una presa!» rispose piccato Bonin.

Giuliano sbuffò. «Vedo che non è proprio serata. Lasciamo perdere va’… Ciao Bonin», tagliò corto, andando al tavolo dove la attendevano i suoi amici.

Bonin scosse il capo. «Valle a capire ‘ste donne», commentò, guardandola allontanarsi.

Il pensiero che il suo piccolo harem si stesse sfaldando, lo tormentò per l’intera serata. Mentre, imbronciato, osservava le sue ragazze ballare il lento, cercava di capire dal movimento più o meno ampio dei passi e dal modo in cui si stringevano l’uno all’altra, se stessero solo ballano, oppure se stesse nascendo un’empatia che sarebbe poi proseguita anche fuori dalla pista.

No, non fu una gran serata per il povero Bonin. E nemmeno una gran nottata. Tormentato com’era, riuscì ad addormentarsi ch’era quasi l’alba.   

 

Lisa e Arturo scoprirono di esser fatti l’una per l’altro, così dopo quel primo appuntamento finirono per fidanzarsi. Bonin, avendola ormai data per persa, non si stupì più di tanto quando lei gli comunicò che, da lì in avanti, il sabato sera l’avrebbe passato con Arturo.

Quello che lo tormentava, turbando la sua serenità, era capire quando un’altra delle ragazze superstiti lo avrebbe abbandonato, e chi sarebbe stata la prossima a seguire le orme di Lisa.

Un paio di mesi, tanto dovette attendere per scoprirlo. «Mi spiace, Bonin, ma Giulio vuole portarmi al cinema. Per questo sabato, niente balera», lo informò Clara, attendendolo all’uscita del turno.

«Non hai niente di cui scusarti. Se sei convinta di aver incontrato l’uomo della tua vita, è giusto così!» rispose lui, esibendo una faccia da funerale che era tutto un programma.

Clara, capendo che non l’aveva presa troppo bene, provò a tirargli su il morale. «Magari un altro sabato…» cominciò a dire. Subitamente interrotta da Bonin: «Non te lo auguro! Sarebbe una delusione troppo grande per te, capire che ti eri sbagliata sul suo conto!»

Poi, senza attendere oltre, attraversò i tornelli salutandola con sarcasmo: «In ogni caso, svolgerai comunque meglio il ruolo di moglie che quello di ballerina di bughi bughi… Auguri e figli maschi, Clara!» concluse, lasciandola allibita.

 

«Hai saputo? A primavera, Clara e Lidia si sposano», annunciò Francesca, seduta al fianco di Bonin.

«L’ho saputo», rispose laconicamente Bonin, seguendo con gli occhi il movimento dei tergicristalli che faticavano a detergere la pioggia gelida di una freddo sabato sera autunnale.

«A quanto pare, rimarrò l’unica zitella in circolazione», proseguì Francesca, con una punta di ironia intrisa di malinconia.

«Non disperare, al “Lume blu”, bazzicano un sacco di uomini in cerca di sistemazione… Magari già stasera, sfogliando il catalogo, ne troverai uno di tuo gusto», replicò Bonin ridendo.

E se lo dovessi individuare, secondo te, cosa dovrei fare? Attaccarmi come una sanguisuga e non mollarlo più?» gli chiese in tono ironico Francesca.

Bonin aggrottò le sopracciglia. «Uhm… non esagerare, prima di portartelo a letto, fatti almeno sposare», rispose a tono.

«Perché non mi sposi tu!» buttò lì decisa lei, tra il serio e il faceto.

Bonin, non riuscendo a comprendere se stesse parlando seriamente, si ammutolì: non poteva credere che, fuori dalla pista e oltre il breve tempo del bughi bughi, una donna si stesse interessando a lui, non per tutto quello che girava attorno al ballo, ma per ben altri e più importanti motivi.

Francesca sembrava pendere dalle sue labbra in attesa di una risposta.

“Ma che fa, vuole prendersi gioco di me?” si domandò un imbarazzatissimo Bonin.

L’insegna della sala da ballo gli venne in soccorso. «Eccoci arrivati. Ora basta scherzare, entra e datti da fare!» la spronò, usando un tono ruvido che ferì Francesca nel profondo.

Forse lei era veramente interessata a Bonin, ma dopo la risposta umiliante di lui, si ripromise di non tornare mai più sull’argomento.

 

E così trascorsero altri tre mesi. Altri sabati passati insieme, ma divisi dalla scelta del ballo. Bonin, scatenandosi in acrobatici bughi bughi. E Francesca, concedendo qualche lento ad improbabili spasimanti.

 

«Mi sposo, Bonin!» esclamò Francesca a bruciapelo, mentre lui l’aiutava a sistemare i sacchi di filato in magazzino.

«Come?!» sbottò incredulo Bonin, lasciando cadere il sacco che teneva tra le braccia.

Rotto il ghiaccio, Francesca proseguì decisa: «Tra un mese mi sposo. Abbiamo già fissato la data».

Bonin non riusciva a capacitarsi. «Con chi? Non ti ho mai visto prendere troppo sul serio i giovanotti con cui ballavi… dove cavolo l’hai pescato il boccalone?» le chiese acido.

«Ti pregherei di moderare i termini! Stai parlando del mio futuro marito!» ribatté Francesca, inalberandosi.

«Va bene, va bene, non te la prendere, scherzavo… Posso almeno sapere dove l’hai incontrato, o è un segreto di stato?»

«Qua dentro!»

“Qui, in fabbrica?!» esclamò stupefatto Bonin. «E chi sarebbe il fortunato?»

«Sandrino», rispose lei, abbassando gli occhi.

«Sandrino…» fece, corrugando la fronte mentre inquadrava mentalmente il soggetto. «Quel Sandrino?»

Francesca alzò timidamente lo sguardo. «Ne conosci un altro che lavori in fabbrica?»

«Ma è più vecchio di me!» sbottò Bonin. “Ma chi te lo fa fare, non avevi nessun altro a cui chiederlo?»

A quel punto, sentendosi ingiustamente colpevolizzata, Francesca replicò a tono, rinfacciandogli quello che le era rimasto sul gozzo da troppo tempo: “L’avevo chiesto a te, ricordi? Ma la tua risposta fu qualcosa di così umiliante per una donna, che non ci provai mai più a tornare sull’argomento».

Bonin, che aveva ben presente l’intero dialogo di quella famosa sera, ribatté: «Ma io pensavo che stessi scherzando, e sentendomi preso in giro reagii di conseguenza».

«Beh, hai pensato male! Anche se, forse il tono non lo fu, io ero tremendamente seria quando ti chiesi di sposarmi», rispose lei, abbassando il tono. Poi, commuovendosi, aggiunse: «Il tuo problema è uno solo: sei convinto che le donne si prendano gioco di te per il tuo aspetto. Ma la donna in un uomo mica cerca solo quello. Io adoravo la tua timidezza, la tua disponibilità nei confronti di noi ragazze… Financo vederti ballare il bughi, nonostante io non lo sapessi fare, a me piaceva. Ma tu, purtroppo non l’hai mai capito».

Solo quando Francesca si lasciò andare ad un pianto dirotto, Bonin realizzò d’aver sprecato il suo tempo. Stretto com’era tra due fuochi: il timore di essere preso in giro e la passione per il bughi bughi che assorbiva molto del suo tempo, non si accorse che l’amore l’aveva lì accanto, sul posto di lavoro, o in macchina, oppure al tavolo bordo pista della sala da ballo.

A quel punto, tentò un ultimo disperato assalto. «Ti sposerò… Lascia Sandrino e prometto che ti sposo!» la implorò con voce rotta.

«E’ troppo tardi, Bonin», rispose lei asciugandosi le lacrime. «Sono incinta!»

Al ché, Bonin si sentì mancare. Sbandando vistosamente si appoggiò ai sacchi di juta.

«Ti senti male? Bonin!» urlò stridula, provando a sorreggerlo.

Bonin, in un moto d’orgoglio, l’allontanò da sé. «Non è niente, sto bene», la rassicurò. Appoggiando una mano ai sacchi si tirò su. «Vi auguro tanta felicità», chiosò, allontanandosi barcollando, seguito dallo sguardo apprensivo di Francesca.

 

Tre giorni dopo era nuovamente sabato sera. E Bonin, fedele al suo personaggio, era seduto, per la prima volta da solo, a bordo pista in attesa che l’orchestra attaccasse il bughi bughi.

Ma quando la musica partì, lui rimase immobile dov’era, in compagnia dei propri fantasmi.

«Bonin, che hai?» la voce di Giuliana, in piedi davanti a lui, lo scosse.

«Nulla, solo un po’ di stanchezza», rispose lui, accennando un amaro sorriso.

«Volevo dirti che tra quindici giorni, al Roksi, c’è un gara di bughi. Che ne dici se ci iscriviamo?»

Bonin la guardò con sguardo assente, senza proferire verbo.

«Allora, Bonin! Cosa devo fare?» insistette Giuliana.

«Non lo so. Lasciami riflettere, più tardi ti darò una risposta.»

«Beh, cerca di fare in fretta! Non posso mica aspettare che le altre si freghino i migliori ballerini di bughi sulla piazza!» fece lei, andandosene contrariata.

Dopo aver riflettuto per l’intera serata sulle proprie disgrazie, Bonin si alzò dalla sedia e avvicinandosi al tavolo di Giuliana confermò la propria disponibilità per la gara di bughi bughi.

«Troppo tardi! Ho già preso l’impegno con Rinaldo», rispose con distacco Giuliana, indicando il ragazzo sorridente seduto accanto a lei. Poi, notando lo sguardo deluso di Bonin, aggiunse acida: «Mica potevo aspettare i tuoi comodi!»

Bonin annuì, salutò entrambi e se ne andò.

 

«Non mi è bastata la lezione. Dopo che mi son fatto soffiare la Francesca da sotto il naso; ora, pure la mia storica compagna di bughi bughi mi son fatto fregare. E’ mai possibile che io debba sempre arrivare in ritardo?» si chiedeva costernato, guidando verso casa.

 

                                                                         FINE    

 

 

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Paolo Guastone il 2019-01-17 10:34:54
Questo succede alle persone ancora troppo legate a certi stereotipi. Alla fine, tutto passa e, se non cambi, ti passa sopra. E ti mastica e poi ti sputa in un angolo dove non puoi fare altro che rimuginare su quanto tu sia miserabile. Bravo Giancarlo! Un altro pezzo dei tuoi, che leggerei sempre.

Vecchio Mara il 2019-01-17 13:16:33
E' vero, tutta cambia e se tu non riesci a cambiare, o non sei abbastanza svelto nel farlo, resti inesorabilmente indietro, e, molto spesso, te ne accorgi quando vedi che la vita ti è scappata di mano, e quel che veramente conta è diventato irraggiungibile. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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90Peppe90 il 2019-01-20 11:46:01
Ciao, Giancarlo! Racconto molto gradevole, scritto davvero bene, e che si fa leggere in un attimo. Molto ben caratterizzato il protagonista, il tuo marchio di fabbrica è inconfondibile, che, personalmente, mi ha ispirato un misto di tristezza e tenerezza. La mia mente informata nel noir e nei finali infelici - non che questo sia felice ma di sicuro meno tragico di altri - aveva pensato a uno scioglimento diverso ma, d'altronde, il genere che hai scelto non è "noir/thriller", quindi va benissimo così. Ti segnalo che, a un certo punto, nella parte in cui Francesca chiede a Bonin di sposarla, per un attimo lei diventa Clara. Alla prossima, Giancarlo!

Vecchio Mara il 2019-01-20 16:25:44
Con i nomi faccio sempre confusione, ma ora l'ho corretto. E' una storia a cui ho voluto dare un'impronta realistica, con un finale immaginario ma abbastanza realistico. Mi spiego meglio. Un po' reale la storia lo è davvero, dato che ho preso ispirazione domandandomi che fine aveva fatto un uomo di mezza età, diciamo pure poco affascinante, che ai tempi della mia gioventù accompagnava in balera quattro ragazze, sempre quelle, e poi passava la serata al banco del bar o girando attorno alla pista, in attesa che l'orchestra suonasse l'ultimo brano per poi accompagnare a casa le "sue" quattro bellezze. Ecco, rammentandomi di questo singolare personaggio, ho provato a immaginare come fosse andata a finire la faccenda (in modo davvero poco glorioso). Ti ringrazio. Ciao Peppe

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