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Don Ruggero torna dalla grande guerra

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-01-10 20:57:35


Don Ruggero torna dalla grande guerra

 

La faccia afflitta era il manifesto della tragedia epocale lasciata alle spalle. Per evitare domande che lo spingessero a rammentare drammi impossibili da scordare, camminava con lo sguardo basso di chi volesse se non sfuggire perlomeno posticipare il più possibile il confronto con la gente.

Alzò lo sguardo per osservare il Sole far capolino dalla nebbia mattutina, tolse lo zaino dalle spalle e lo posò sul ciglio erboso ai lati della strada bianca che, seguendo il corso dei fossi, si perdeva nella campagna.

Trasse dallo zaino del formaggio e un tozzo di pane raffermo e, guardando i campi, dando un morso deciso al formaggio iniziò il frugale pasto.

Masticando lentamente osservava i campi e rifletteva, chiedendosi a cosa fossero serviti quegli anni sprecati, se non a lasciar crescer brada la gramigna nei campi e nelle menti esacerbate dalla propaganda guerrafondaia. “Terra fertile che attende il ritorno di chi è sopravvissuto alla guerra, e al suo stesso spirito guerriero, per essere rassodata”, pensava, portando la borraccia alla bocca.

I cerchi in ferro che rivestivano le ruote di legno, stridendo sui sassi attirarono la sua attenzione. Guardò in direzione del crocevia poco distante: un carro trascinato da un bolso cavallo, governato da un vecchio contadino che, reggendo le redini, gli camminava di fianco, pareva voler imboccare la sua stessa via.

«Forse viene in qua», osservò, incerto sul da farsi.

Aspettare e fare un tratto di strada assieme, significava accettare di rispondere alle domande che il vecchio, sicuramente, gli avrebbe posto. Ma mettere lo zaino in spalla andandosene in fretta e furia per dilazionare ancora un po’ l’inevitabile curiosità, o desiderio di sapere e capire, avrebbe potuto offendere il contadino che, avendolo ormai inquadrato, non vedeva l’ora di giungere nei pressi per chiedergli conto della sua presenza su quella strada di campagna.

Sospirò. «Tanto prima o poi dovrà accadere», disse, rassegnandosi al confronto.

 

«Che ci fa un prete in mezzo ai campi?» chiese con voce cavernosa, arrestando il cavallo, il vecchio tarchiato, col volto inaridito da troppe ore e troppi anni trascorsi a lavorar la terra frustata dal vento, dal Sole, dal gelo e dalla pioggia.

«Cammino», rispose laconico, mettendo lo zaino sulle spalle.

«E dove cammini, non ci son chiese qua intorno, né funerali da accompagnare o giovani da sposare… la gran bastarda s’è preso il futuro», replicò con rabbia il contadino, tirando le redini e riprendendo il cammino.

«Intendi… la guerra?» gli chiese il sacerdote, camminandogli a fianco.

«E chi se no!» sbottò. Poi, indicando il pastrano da cappellano militare, gli chiese: «Tu sei stato in prima linea?»

«Sì, ci sono passato. Fui assegnato a un ospedale da campo.»

«Chissà a quanti ragazzi hai distribuito l’estrema unzione, eh?»

«A troppi… a troppi», rispose commosso il sacerdote.

«Io sono Berto… qual è il tuo nome?»

«Ruggero… Don Ruggero.»

«Fammi capire, Don Ruggero, un prete in guerra che fa; ferma il nemico spargendo acqua santa… o spara e uccide pure lui?» chiese con sarcasmo Berto.

Don Ruggero provò a giustificare sé stesso. «Essendo io sacerdote, il mio compito era occuparmi delle anime, non della carne.»

«Da macello!» completò in tono rabbioso Berto. Poi non ritenendo la risposta soddisfacente aggiunse, commuovendosi: «Io so di un giovane seminarista spedito in trincea, che prima d’essere ucciso ha ammazzato».

«Se ne dicono di robe sui preti… Magari chi te l’ha raccontato non è nemmeno stato al fronte.»

«Ti assicuro che c’è stato e c’ha pure rimesso la ghirba… Me lo raccontò lui stesso durante una licenza. Piangeva come una vite tagliata, ‘sto povero figliolo, costretto ad ammazzare, rinnegando la propria stessa fede, per poter un giorno tornare a predicare la pace, nel nome di un Dio che ha permesso questo massacro», ribatté in tono rancoroso Berto.

«La colpa è solo nostra, non di Dio…» iniziò a dire don Ruggero.

Prontamente interrotto da un’esclamazione esternata digrignando i denti: «Un mucchio di balle, somministravi a quei poveri figlioli che ti morivano tra le braccia!»

«Ti sbagli, il mio compito era ben altro…» provò a replicare con il tono pacato e avvolgente del sacerdote che si esprime nell’ambito delle sue funzioni.

Ma Berto, accendendosi in volto, lo interruppe ancor più rabbiosamente: «Lo so, tu dovevi occuparti delle loro anime… L’importante era che si pentissero, prima di tirare le cuoia, per aver dovuto uccidere per non essere ammazzati… poi i loro corpi martoriati se li sarebbero presi in carico i vermi della terra!»

Calò un silenzio gelido tra i due, che ora camminavano immersi nei loro pensieri.

Don Ruggero attendeva che l’altro sbollisse l’ira prima di replicare.

Ma Bono lo anticipò, chiedendogli a bruciapelo: «Ma tu! Almeno a uno di tutti quelli che hai accompagnato al creatore in questi anni, gliel’hai mai vista un briciolo della sua anima prendere il volo e andarsene serena?»

Don Ruggero continuò a camminare immerso nei propri pensieri. Che fare, si chiedeva, provare a convincere il vecchio contadino, spiegandogli quello che aveva visto e compreso lui, che nell’inferno c’era stato per tre lunghi anni, oppure salutarlo e cambiare strada?  

«Allora? Sto aspettando!» l’esclamazione di Bono lo spinse a scegliere celermente il da farsi.

«Quanto ti rimane per giungere a casa?» gli domandò.

«Una mezz’ora buona, prima di arrivare in cascina», fece lui, indicando la direzione.

«Vai dalla mia stessa parte. Prima di salutarci c’è abbastanza strada perché tu possa capire, se lo vorrai veramente», concluse criptico Don Ruggero.

 

«L’ospedale da campo era piazzato all’interno di una cascina nelle retrovie. Una strada in terra battuta, poco più larga di questa…» esordì, indicando la carreggiata con l’indice, «ma per l’incessante andirivieni di soldati, carri e quant’altro servisse ad alimentare il fronte, molto più rovinata.» Portò l’indice alla tempia e proseguì: «Prova a immaginare la scena: truppe fresche, giovani che, non avendo ancora ricevuto il battesimo del fuoco, andavano cantando verso il fronte a sostituire i soldati esausti, impauriti e sconvolti che il giorno dopo tornavano, a testa bassa e ammutoliti, a ritemprarsi nelle retrovie».

«Mi par di vederli, quei poveri ragazzi… mi par di vederli», disse solamente, con la sua voce sgraziata che, increspandosi, pareva lamento proveniente dall’orrido profondo.

«Io che avevo assistito uomini orrendamente mutilati urlare di dolore, sacramentando perché Dio o il demonio ponesse fine al loro tormento; guardando quei giovani baldanzosi che andavano a sfidare la morte per la prima e forse ultima volta, mi chiedevo perché non ascoltassero la voce della loro anima che li implorava di buttare il fucile e tornarsene alle loro case… dalle loro madri, o dalle loro mogli.»

«Forse perché se soltanto ci avessero provato… dopo un processo sommario li avrebbero fucilati sul posto», provò a rispondere Bono.

Don Ruggero annuì. «Vero, ma solo in parte», obiettò, tacendosi subitamente.

«Sì, poi ci sono pure gli esaltati che se la vanno a cercare… la bella morte», aggiunse Bono.

«L’unica bella morte che conosco, è quella che giunge dopo aver degnamente vissuto, secondo le regole che il buon Dio si è premurato di farci conoscere», si premurò di fargli sapere Don Ruggero, assumendo tono e postura da sermone, «e che noi proviamo sistematicamente ad infrangere quando non ci aggradano. Salvo poi cercare il suo aiuto quando i misfatti perpetrati sfuggono al nostro controllo. Quelli che tu chiami “esaltati”, o son semplicemente dei matti, oppure sono stati indottrinati da una propaganda interventista e guerrafondaia che ha instillato odio invece che amore… Ah! Se pure chi scrivesse o incitasse a patriotiche crociate, ascoltasse la voce della sua anima… ci saremmo risparmiati di veder scorrere, inutilmente, un mare di sangue.»

«Ma senza il coraggio che ha spinto molti giovani ad immolarsi in una guerra così lunga e dura, ma alla fine pure vinta… che ne sarebbe stato di noi, della nostra terra?» chiese Bono, indicando con ampio gesto del braccio i campi all’intorno.

Don Ruggero guardò il vecchio incanutito con sguardo, non severo, ma bensì comprensivo. «La terra, che non è tua e nemmeno mia, dovrebbe essere di tutti… e di nessuno. Se non si parte da questo presupposto, quella appena conclusa non sarà sicuramente l’ultima “grande guerra”, ma la prima di nuove e sempre più terribili tragedie che culmineranno con l’autodistruzione dell’intera umanità!»

«Fa venire i brividi, la tua previsione», fece Bono, stringendosi nelle spalle. Poi si arrestò e, dopo una breve riflessione, provò a chiedergli: «Io sono solo un povero contadino ignorante. Confesso che degli intrallazzi della politica non ci capisco un’acca… ma secondo te, che oltre ad aver studiato hai visto da vicino, toccando con mano l’inferno in terra… cosa ci rimane da fare per evitare che il mondo intero vada in malora?»

Don Ruggero, battendo con l’indice al centro dello sterno del contadino, rispose: «Ascoltare la nostra anima,» Poi, riprendendo il cammino, aggiunse: «Non so la tua, ma la mia, dopo che ho trascorso tre anni cercando di aiutare chi alla patria ha offerto il bene più prezioso, mi urla dentro di non tacere; di trovarlo il coraggio di andarmene ramingo a raccontare quello che i feriti sconvolti mi pregavano di far sapere; di spiegare al mondo cos’è stato veramente questo conflitto…» il tono si faceva via via più alto. Prese fiato e concluse quasi urlando al cielo, davanti allo sguardo agghiacciato di Bono: «Corpi straziati, falciati dalla mitraglia oppure saltati su una mina! Assalti alla baionetta e ripiegamenti repentini dentro le trincee… Giovani tremanti, imbottiti non più di patriottismo, andato perduto dopo il primo assalto, ma di grappa, spinti fuori dalla trincea dalle urla rabbiose di ufficiali con la pistola spianata, costretti ad avanzare tra bombe che scoppiavano da ogni parte e mitraglie che intonavano il loro agghiacciante canto di morte, calpestando i cadaveri dei camerati che cadevano come birilli davanti a loro!»

Tacendosi notò che Bono si era fermato poco più indietro, ammutolito con le redini tra le mani. Allora tornò sui propri passi e, ritrovando la pacatezza del buon parroco, chiosò dicendo: «E’ questo… null’altro che questo, la guerra».

Bono annuì, tirò le redini e riprese il cammino, domandandogli: «Lo farai?»

«Cosa?»

«Andrai per il mondo a raccontare quello che hai visto?»

«Non lo so… Per ora torno da mia madre…» Rifletté, corrugando la fronte e guardando lontano. «E poi, una voce da sola non può fare miracoli.»

«Dopo tutto questo bel discorrere di anime inascoltate…» iniziò a dire Bono, sorridendo amaro. «Mi deludi, prete!» concluse lapidario, lasciando in sospeso la frase precedente.

«Mi spiace», si limito a replicare laconicamente, abbassando il capo.

«Solo questo sai dire? Abbassare il capo in segno di resa, non è degno dell’abito che porti», insistette Bono, tentando di scuoterlo dalla manifesta apatia.

«Lo so», rispose appena, camminando a capo chino.

L’atteggiamento di chiusura irritò Bono. «Se non ti va la mia compagnia, puoi proseguire dall’altro lato della strada!» sbottò, indicando il ciglio opposto.

«Ti chiedo scusa. Ma rammentare quei terribili accadimenti, mi sconvolge», si giustificò con voce increspata Don Ruggero, alzando il capo.

«Così va già meglio», fece Bono, assestandogli una gran pacca sulla spalla. Poi, vedendolo accennare un timido sorriso, provò a chiedergli: «Ma nemmeno uno di quei poveri ragazzi, hai convinto ad ascoltare la voce dell’anima?»

«Se devo essere sincero fino in fondo… no!» rispose vergognandosene. Tirò un lungo respiro e spiegò: «Se solo ci avessi provato, sarei finito sotto processo per incitamento alla diserzione».

«E fu così che anche il servo di Dio, pensò bene di salvare la propria pelle invece che l’anima del condannato», commentò con sarcasmo Bono.

«Un prete, è prima di tutto un uomo, che cerca nella fede il modo per sconfiggere le sue paure… e, purtroppo, non sempre ci riesce», provò a fargli capire Don Ruggero.

«Ascoltare un prete confessare i propri peccati, invece che confessarmi, è come udire il canto di una rondine nel mezzo dell’inverno… Sei un fenomeno», replicò senza acredine Bono, usando un

pizzico d’ironia contadina per tiragli su il morale.

«Già!» fece Don Ruggero, sospirando. «Aveva ragione mio padre, quando battendo i pugni sul tavolo mi diceva: “Lascia perdere i Santi e vieni con me nei campi!” Me lo ha ripetuto pure sul letto di morte… Avrei dovuto ascoltarlo.»

«Tuo padre, era un contadino?»

«Un fattore», precisò, annuendo.

«Tuo padre si sbagliava!» esclamò Bono dopo una breve riflessione.

«Su cosa?»

«Tu sei un ottimo prete. Tre anni in mezzo all’inferno hanno temprato la tua fede… buttare la tonaca ora significherebbe disperdere un’esperienza unica… Ora che la guerra è finita ti sarà assegnata una parrocchia e lì, raccontando ai fedeli gli orrori della guerra, insegnerai loro ad ascoltare la voce dell’anima; così che un domani non debba più accader loro, di vedere contadini buttare la zappa e imbracciare il fucile.»

Don Ruggero ascoltava stupefatto il discernere accorato del vecchio contadino. «Tu sai predicare meglio di molti sacerdoti… dovrei cederla a te, la mia tonaca», replicò sconfortato alla fine, afferrando il bavero del pastrano.

«Come si suole dire: non è l’abito che fa il monaco!» ribatté Bono, imbrunendosi. «Io resterei comunque contadino dentro… Mentre tu, tonaca o non tonaca, sarai sempre prete dentro. Detto questo, datti fare che il mondo è pieno di gente da convincere ad ascoltare la propria anima; e vedrai che prima o poi… non tutti, eh? Ma qualcuno riuscirai sicuramente a convincere.»

Per tutta risposta, Don Ruggero abbassò lo sguardo e, serrando le labbra, si ammutolì.

Al ché, Bono tirò le redini del cavallo. «Cosa diamine c’è ora… ho detto qualcosa che ti ha ferito?» gli chiese contrito, arrestandosi in mezzo alla strada.

Don Ruggero scosse il capo. «No, tu non hai detto e fatto niente di male… Sono io che ho fatto qualcosa di molto grave.»

«E che diamine puoi aver fatto di così terribile? Eravamo in guerra, se anche hai sparato a qualche nemico, non saresti il primo prete che lo ha fatto!» provò a giustificarlo Bono.

«Non ho sparato a nessun nemico, e non ho ucciso nessuno.»

«E allora?» gli chiese ancora Bono, non riuscendo a comprendere il suo atteggiarsi a colpevole di chissà quale misfatto.

Don Ruggero riprese a camminare lentamente, prontamente affiancato da Bono.

Dopo pochi passi Don Ruggero si arrestò e, mentre Bono lo fissava nello sguardo, guardando lontano si liberò del peso che lo opprimeva. «Ho fatto qualcosa di peggio… Un’azione che ad un uomo di fede è impedito fare…» improvvisamente il coraggio di proseguire gli venne meno.

«Quale cosa?» gli chiese fremente, spronandolo ad aprirsi.

«Ho provato a convincere un soldato, che quella che sentiva urlare forte non era la voce della sua anima, ma follia alimentata dalla paura», rispose tutto d’un fiato, liberandosi finalmente del grave peso che si portava dentro.

«E perché l’avresti fatto?»

«Per salvargli la vita… Ma Dio ha punito la mia arroganza, facendomelo spirare tra le braccia.»

«Vedersi morire un ragazzo tra le braccia è terribile…» convenne Bono. «Ma non penso che dopo tre anni passati in un ospedale da campo a confortare spiritualmente i feriti, sia stato l’unico soldato moribondo a cui hai imposto l’estrema unzione.»

«No, non l’ho è stato… ma con lui è stato diverso.»

«La vuoi finire di flagellarti!» sbottò Bono. «Se ti va di sfogarti raccontando l’intera faccenda senza girargli attorno, fallo! Altrimenti piantala lì e parla d’altro!»

«Sei mesi fa fui chiamato dal capitano Santi…» esordì Don Ruggero, riprendendo il cammino, «una persona di un’umanità rara. A volte mi chiedevo come avesse potuto scegliere la carriera militare. “Ti avrei visto bene dietro la cattedra universitaria, in tempo di pace saresti stato una degna guida per molti giovani”, gli dissi durante una delle nostre chiacchierate notturne, quando veniva a sincerarsi delle condizioni dei suoi ragazzi feriti…» si tacque un attimo prima di riprendere commosso: «già, proprio così li chiamava, “ragazzi”. Li teneva tutti dentro il petto, per questo un pezzo del suo cuore moriva ogniqualvolta uno di loro non rispondeva all’appello», sorrise e guardando in alto sospirò. «Alberto, non può essere che lassù».

«Alberto, è il capitano?» gli chiese Bono.

«Alberto, è stato prima di tutto un grande uomo!» rispose con decisione Don Ruggero, prima di ritornare sull’argomento inziale. «Quel giorno venne da me a chiedermi d’aiutarlo a salvare uno dei sui ragazzi dal plotone d’esecuzione.»

«Un disertore?»

«Non la definirei diserzione, ma crisi di coscienza; che visto il contesto non è che avrebbe fatto poi una gran differenza… L’obiezione di coscienza in tempo di guerra, dagli ottusi giudici dei tribunali militari, era considerata alla stregua della codardia e come tale sanzionata con il massimo della pena…» fece una pausa, sospirò. «Se penso a quei poveri ragazzi che tremando e piangendo baciavano il crocefisso che porgevo loro, mi vengono i brividi», aggiunse poi Don Ruggero, rammentando d’aver dovuto assistere ben più di un condannato per diserzione.

«Troppi ne avevo visto cadere sotto il fuoco di un plotone d’esecuzione, per tirarmi indietro. Alberto mi spiegò che il ragazzo in questione gli era stato assegnato da appena due giorni, quando, durante un assalto, terrorizzato dalle pallottole che fischiavano da tutte le parti e dalle esplosioni, gettò il fucile e scappò riparando dentro la trincea. Nella concitazione della battaglia nessuno ci fece caso, tranne Alberto che, com’era d’uso fare con le nuove reclute, se l’era tenuto accanto saltando fuori dalla trincea; ma per non creargli problemi non fece nessun rapporto. La sera stessa lo volle vedere e dialogando come un buon padre con il figlio, provò a fargli capire la gravità del suo comportamento.»

«Senza riuscirci, immagino», intervenne Bono, inserendosi in una breve pausa, provando a giungere sveltamente al dunque.

«Il ragazzo gli spiegò che erano giorni ormai che sentiva la voce dell’anima implorarlo di fermarsi, e che durante il trasferimento la voce si era fatta urlo dolente; al punto che era stato tentato di gettarsi dalla tradotta in corsa. Alberto provò a spiegargli a cosa sarebbe incorso se non avesse mutato atteggiamento, ma questi non volle sentir ragione. “Non può essere Dio a volere tutto questo”, gli disse, mostrandosi pronto a tutto, anche all’estremo sacrificio. “E’ inutile, mi lasci perdere, capitano, io non sparerò un solo colpo contro un altro uomo… lei faccia pure il suo dovere, non la biasimo per questo”, gli disse quand’era ormai l’alba. Seppur stremato dal duro e inutile confronto, Alberto non si arrese. “Solo un uomo di chiesa può scalfire la sua ferrea fede”, pensò. Così il giorno dopo, dovendo venire all’ospedale a trovare i ragazzi feriti durante l’ultimo assalto, lo portò con sé e, dopo avermi spiegato l’intera faccenda, mi chiese d’aiutarlo a convincerlo. Poi mi accompagnò dal ragazzo e se ne andò a confortare i feriti.»

«E tu, purtroppo non riuscisti a fargli cambiare idea», provò a sintetizzare Bono, ormai prossimo al bivio che avrebbe diviso i loro passi.

Don Ruggero comprese, vedendo spuntare poco più avanti dalla foschia la cascina, perché il vecchio contadino gli stesse mettendo fretta. Allora cercò di essere più coinciso. «Non andò esattamente così. Ci misi circa un’ora, rinnegando nostro Signore, a fargli entrare nella testa che la voce che lo ossessionava non poteva essere quella dell’anima; perché essa non lo avrebbe spinto a suicidarsi mostrando il petto al plotone d’esecuzione. Al che lui, giustamente, ribatté: “L’anima appartiene a Dio e parla in vece sua, se il suicidio è un peccato mortale… lo è pure l’omicidio”, e lì mi cascarono le braccia. No, quel ragazzo non avrebbe mai sparato ad un altro uomo per salvarsi la pelle.»

«Così lei, dopo aver assistito all’esecuzione, gli impartì l’estrema unzione», tirò le somme Bono.

«No, non andò così. Alberto aveva messo in conto la reazione del ragazzo, per questo aveva studiato un piano, praticamente perfetto. Dopo che io ebbi, se non demolito perlomeno indebolito le sue certezze sulla voce dell’anima, inculcando in lui il dubbio che fosse solo follia generata dalla paura; quando tornò portò a compimento l’opera. Promettendogli che, grazie anche al mio aiuto, avrebbe trovato il modo di aggregarlo al corpo sanitario che prestava servizio presso l’ospedale da campo; ma che per il momento sarebbe dovuto tornare in prima linea con lui.»

«Se tanto bastò a convincerlo ad imbracciare nuovamente il moschetto… allora non fu la voce dell’anima quella che lo tormentava», sentenziò deluso Bono.

«Infatti, la promessa non gli bastò!» lo rassicurò Don Ruggero. «Alberto gli disse che avrebbe dovuto sì imbracciare il fucile, ma senza sparare neanche un colpo, nemmeno durante gli assalti.»

«Questa è una barzelletta!» sbottò Bono. «Gli altri, gli austriaci intendo, mica gliene fregava se quello non sparava. Vedendolo venire verso di loro con il fucile spianato, lo avrebbero infilzato come un tordo.»

«E’ vero, per questo Alberto gli disse di rimanere sempre accanto a lui, di seguire ogni suo movimento gettandosi a terra quando gli avrebbe urlato di farlo.»

«Ma che piano del cavolo era mai quello? Con i colpi che arrivavano da ogni parte, non è che correre a fianco del capitano nel mezzo della battaglia rappresentasse un’assicurazione sulla vita. E infatti, non basto a salvargli la pellaccia», aggiunse uno sconcertato Bono.

Don Ruggero si schiarì la voce. «Due giorni dopo, quel povero ragazzo rantolava in un letto dell’ospedale con lo stomaco devastato dalla stessa sventagliata di mitragliatrice che aveva falciato Alberto. “Ah, se avessi ascoltato la voce dell’anima… oggi io sarei già morto, ma il capitano no”, mi diceva mentre io gli impartivo l’estrema unzione.» Lacrime copiose uscivano ora dagli occhi del sacerdote mentre, a fatica, concludeva il racconto: «Prima di spirare mi disse che nel trambusto si erano persi di vista, e che il capitano, correndogli incontro urlando di buttarsi a terra, venne falciato dalla raffica destinata a lui. Si scusò con me, dicendomi di non sentirmi in colpa e di ricordarlo nelle mie preghiere… poi esalò l’ultimo respiro… e in quell’istante il volto contratto nel dolore mutò, assumendo l’espressione angelica delle anime in volo… Vedevo il suo volto… sorridermi mentre si allontanava. Eppure stringevo tra le braccia il suo corpo immoto… Non saprei spiegare cosa accade veramente, forse vidi solo quello che avrei desiderato per quel povero ragazzo… forse».

«Forse è ora che comprendi che Dio ha voluto farti un grosso regalo!» lo redarguì Bono, con il tono del buon padre. «Ti ha dato la possibilità di vedere un’anima prendere il volo, perché acquistassi consapevolezza e non per farti buttare la tonaca alle ortiche. Tu non sei destinato a zappare la terra, ma a salire su un pulpito e spiegare ai fedeli cos’è stata la guerra.» Frenò il cavallo, indicò un sentiero alla sua destra e concluse: «La cascina è di là, qui ci dobbiamo salutare. Parla con tua madre, poi vai dal tuo vescovo e vedi di farti assegnare una parrocchia».

«Secondo te, questa sarebbe la scelta giusta?» chiese timidamente Don Ruggero.

«Sì! Lo è!» rispose senza tentennamenti. Poi, indicando il cielo, aggiunse sorridendo: «E lo è anche per il tuo principale… e pure per il capitano e il ragazzo che ti seguono da lassù».

Gli assestò una robusta pacca sulla spalla, poi tirando le redini del cavallo lo fece voltare a destra. «Addio, prete. Se il vescovo ti assegnerà una parrocchia nei dintorni, fammelo sapere, ci verrò volentieri ad ascoltare il tuo primo sermone», chiosò, incamminandosi sul sentiero della cascina.

«Senz’altro… lo farò senz’altro… grazie, Bono», rispose Don Ruggero, prima di puntare deciso con sguardo ed animo sereno verso la casa dell’anziana madre e, di seguito, dentro quella del Signore.

 

                                                               FINE

 

 

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Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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