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Confessioni di un prete gay

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-01-07 17:12:23


Confessioni di un prete gay

 

La stanza è linda, silenziosa e profumata, se volgo il capo alla mia destra, senza staccarlo dal cuscino, riesco pure a vedere le cime degli abeti del parco smossi dalla brezza montana. “Perché anche le cliniche dove ci si può curare… e se si è fortunati pure guarire, non sono tutte così?” mi chiedo, nella dolorante attesa di capire dove sono destinato a finire.

Già, perché in questo, chiamiamolo “bel posto”, si viene per morire, sperando di non soffrire; o perlomeno di attenuare il dolore muto che morde i malati oncologici terminali.

Lui, dovrebbe giungere a minuti. Lui, è il mio vescovo. Colui che mi ordinò sacerdote e che, al pari di Don Rino, comprese che si poteva tirar fuori qualcosa di buono da quel che restava della mia, labile vocazione… Lo chiederò a lui.

 

«Eminenza», dico, forzando un doloroso sussurro.

«Eh… eh… eh», fa lui, avvicinandosi al letto.

«Scusami, Piero», mi correggo allora.

«Così va già meglio», ribatte lui, con quel suo tono corposo e avvolgente che incantava i fedeli quando declama omelie. Poi prende la sedia, l’avvicina, si siede, mi prende la mano e sussurra, commosso: «Come va oggi?»

«Peggio di ieri», rispondo. Tiro il fiato e aggiungo: «Non vedo l’ora che sia tutto finito… mi sento dentro tutto il male del mondo… Ora le comprendo veramente, le sofferenze di nostro signor Gesù Cristo».

Piero si fa il segno del cristiano, sospira. «Ne devi andare orgoglioso. Se lui, nella sua immensa saggezza, offrì se stesso per salvare l’umanità… tu, caricandoti del male che lo stava divorando, hai salvato la vita a un buon padre di famiglia.»

Mi commuovo, strizzo le palpebre per trattenere le lacrime. «Vorrei chiederti… ma non so se vorrai, o se potrai rispondermi», butto lì, per tastare la sua reazione.

«Dimmi pure, Gerolamo… per quel che è nelle mie limitate possibilità, risponderò senza remora alcuna», fa lui, chinando il capo e appoggiando indice e pollice della mano destra nel centro della fronte.

Un gesto che ben rammento: era solito compierlo per isolarsi da tutto il resto quando indossava i panni del confessore. «Sapresti dirmi, tu che conservi ogni mio intimo segreto, se per me si apriranno le cateratte dell’inferno?»

Piero sorride, si alza, assume la postura del profeta, indica il soffitto. «Posso dirti, senza tema d’esser smentito dal Padreterno… che per te, lassù, hanno già spalancato le porte del paradiso», proclama enfatico. Unisce le mani, sussurra una breve preghiera, ripete il segno del cristiano e torna a sedersi.

«Ti ringrazio», faccio appena in tempo a dire, prima che arrivi l’infermiera con la morfina.

Piero mi saluta, promettendomi che tornerà all’indomani.

Annuisco e, dicendogli che oggi terminerò di scriverla e domani troverà la mia biografia pronta, indico i fogli, la penna e il breviario sopra lo scrittoio.

 

Il cardinale ottantenne, Piero Gibellini, era stato vescovo della diocesi sotto la quale ricadeva la giurisdizione della parrocchia alla quale fui assegnato dopo la consacrazione. Se non fosse per quel sant’ uomo, il mio primo sacerdozio sarebbe durato ben poco, anzi, non sarebbe nemmeno iniziato; ed ora non sarei certo qui a rammentare la mia, per certi versi straordinaria storia di vita, se avessi buttato l’abito talare alle ortiche a un passo dall’esser proclamato parroco.

Ma ora son troppo stanco, il dolore pare concedermi una tregua, la morfina che gocciala dall’ampolla sta facendo il suo lavoro. Provo a dormire un po’, poi, al risveglio, dopo aver riguardato quel che ho vergato finora, terminerò di scrivere… definiamole pure: le mie confessioni. L’ho promesso a Piero. Lui ritiene indispensabile allegare agli atti che la commissione dovrà esaminare, per certificare l’avvenuto miracolo, il testo autografo delle mie memorie… Devo farlo assolutamente oggi, domani potrebbe essere troppo tardi.

 

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Confessioni di un prete gay

 

Fu un’infanzia infelice e solitaria, la mia. No, non perché nacqui in una minuscola frazione, quattro case in mezzo alla brughiera.

Non era quello il motivo, anzi, rammento pomeriggi sereni, trascorsi in solitudine seduto sulla riva della roggia all’ombra delle robinie; l’odore, che non saprei come definire se non “dell’acqua selvatica”, accompagnato dal suono lieve del suo scorrer cheto m’inebriava; la trasparenza cristallina, la sinuosa danza delle lunghe alghe verdi trascinate dalla corrente, i pesciolini, le rane, le bisce d’acqua… stavo ore ad osservare il mondo silente dei canali d’irrigazione… e ancora, il frumento che il vento muoveva come onde di un mare dorato, i cespugli di more, le mani e le labbra colorate dal succoso frutto.

Poi, quando mio padre, stanco di lavorare la terra per poche lire, fu assunto in fabbrica e ci trasferimmo in paese; con l’inizio del percorso scolastico e il trauma delle prime amicizie che non decollavano mai, tutto mutò.

C’era qualcosa di strano dentro di me; qualcosa che ancora non riuscivo ad inquadrare, e che autorizzava i compagni di classe a prendersi gioco del mio modo di pormi.

Fu in quinta elementare, quando Gigi, durante una furiosa litigata, m’apostrofò con cattiveria, urlandomi: «Vai a casa, culattone!» che compresi che lui, e non solo lui, avevano capito quel che io avevo scoperto da qualche tempo; allora, vergognandomi come un ladro corsi a casa.

 

Se essere omosessuale è complicato ora, alla fine degli anni cinquanta era ritenuto quasi un crimine. «La prestinaia mi ha detto che al figlio della Giovanna piacciono gli uomini», buttò lì mia madre durante la cena.

«Meglio morto che culattone!”, commentò mio padre, fissandomi negli occhi perché il concetto mi fosse ben chiaro.

«Dovevi vedere come rideva, quella cretina dell’Ermelinda!» aggiunse acida mia madre.

«Quella ha avuto fortuna, suo figlio ha deciso di farsi prete, ed ora è riverita e stimata da tutti», replicò mio padre, ingollando l’ennesimo bicchiere di vino rosso.

Poi, indicandomi con la mano che stringeva il bicchiere vuoto, mi chiese: «E tu, ora che sei stato promosso anche in quinta, cosa vuoi fare?»

Ci pensai un po’ su. «Non lo so… magari il prete», buttai lì, non sapendo cos’altro rispondere.

«Magari!» esclamò mia madre, pregustando di pavoneggiarsi con le madri meno fortunate.

«Ma va’!» fece mio padre, ridendo e muovendo la mano davanti al volto come se stesse scacciando una mosca. «Ce l’ha mica la faccia da prete, quello lì.»

«Cosa ne vuoi capire tu. Se ce l’ha fatta quella faccia da cretino del figlio dell’Ermelinda, ce la può fare chiunque», lo incalzò mia madre.

«Adesso basta, eh?!» sbottò mio padre, calando un pugno sul tavolo. «Quando sarà il momento, dopo le medie, deciderà lui cosa fare», tagliò corto, chiudendo la discussione.

Quella sera compresi che un figlio prete, in un paesotto della bassa valeva quanto e più d’un titolo nobiliare, e che nessuno si sarebbe permesso di prendersi gioco dell’uomo che stava dentro l’abito talare.

 

 Durante i tre anni necessari per concludere la scuola dell’obbligo, trascorrevo parte del il mio tempo dentro casa, piegato sui libri di testo; ed il resto all’oratorio, guardando gli altri giocare a pallone seduto a bordo campo.

«Perché non vai a giocare con gli altri?» mi chiese un giorno Don Rino, venendo a sedersi nell’erba accanto a me.

“Ora viene qua”, avevo appena pensato, dopo aver notato che, da lontano, mi fissava insistentemente con fare perplesso. Sodisfatto per la mia preveggenza, scrollando le spalle risposi, lapidario: «Non mi piace il calcio!»

«A no?» fece lui, sorridendo. «E cosa ti piace fare, sentiamo?»

«Studiare!» risposi prontamente.

«Bravo, questo ti fa onore!» si complimentò. Poi, appoggiando la mano sulla mia spalla, aggiunse con fare paterno: «Ma anche il gioco, alla tua età, reclama il suo giusto spazio. E’ importante per la tua crescita legare con gli altri, lo capisci questo?»

Lo capivo sì, ma non me la sentii di spiegare a Don Rino che quel tipo di gioco basato sulla forza fisica, non era nelle mie corde; così, tergiversai.

Abbassando il capo, strappai un ciuffo d’erba ingiallito e, mostrandolo a Don Rino, mi sovvenne di dire: «E’ bruciata, il campo necessita di una risemina».

Don Rino scosse il capo. «Che razza di risposta sarebbe questa?» domandò severo.

«Boh!» feci io, arrossendo.

Don Rino, notando il mio disagio, sorridendo replicò con una battuta: «Ho capito: da grande vorresti fare il giardiniere… Anzi, vista l’intensità che dedichi allo studio… opterei per agronomo!»

Io non sorrisi e, prendendo la palla al balzo, esclamai: «No, voglio fare il suo lavoro!»

«Il prete?! Vorresti fare il prete?!» esclamò sconcertato il Don. Poi, ripresosi dalla sorpresa, mi chiese conto di quella estemporanea uscita.

«Voglio fare il prete, per essere rispettato», risposi.

Lo sguardo di don Rino si caricò d’un ulteriore dose di severità. «Primo!» fece, alzando il pollice della mano destra. «Il prete lo si fa per rispettare gli altri…» alzò anche l’indice e aggiunse: «secondo, lo si fa per vocazione, non per convenienza».

Al ché, ebbi un colpo di genio. «Io sento di averla, mi metta alla prova.»

«Sei testardo, eh?» fece lui, battendo con le nocche sul mio cranio. Prima di chiedermi: «Ne hai parlato coi tuoi genitori?»

“No!”.

«Bene!» esclamò, alzandosi. «Fammici pensare un po’… intanto promettimi di non parlarne con nessuno, nemmeno con i tuoi.»

L’interessamento di don Rino, aveva aperto il cuore alla speranza. «Lo prometto, don Rino!» esclamai subitamente.

Don Rino annuì e mi salutò, dandomi appuntamento in canonica per il giorno seguente.

 

Ancora non sapevo che, l’indomani, mi sarebbe toccato un interrogatorio. Un vero e proprio terzo grado dovetti subire in canonica. «Sei sfuggente come un’anguilla», sbottò, tergendosi il sudore dalla fronte con un largo fazzoletto bianco; di fronte all’ennesimo mio “no, non so, o non ricordo”, usati per togliermi d’impaccio davanti alle domante che più mi imbarazzavano, o che avrebbero potuto certificare la mia scarsa propensione al sacerdozio.

“Metti l’animo in pace, Gerolamo. Questo non lo freghi”, pensai deluso, vedendo i miei sogni frantumarsi contro lo sguardo severo di Don Rino.

«Ma se c’è del buono, riuscirò a tirarlo fuori», aggiunse, rimettendo in tasca il fazzoletto e riaccendendo in me la speranza.

«Da qui in avanti seguirò il tuo percorso, sarò la tua guida spirituale… e quando capirò, se lo capirò, che la fiamma della vocazione avrà ben attecchito nel tuo animo… ti aiuterò ad entrare in seminario», concluse esausto. E prima che avessi il tempo di farlo, mi fermò. «Non mi ringraziare! Non lo faccio per te, ma per Lui!» disse, puntando l’indice in alto.

 

Ancora oggi, rammentando quei giorni pregni di validi insegnamenti, mi scopro a chiedermi cos’abbia trovato di buono in un ragazzo che, all’epoca, badando solo a nascondere la sua vera natura, mirava al sacerdozio, solo ed esclusivamente per ottenere il rispetto che la sua condizione gli precludeva.

Comunque sia, quando terminai il liceo classico, Don Rino si diede da fare, intercedendo presso il vescovo per permettermi di entrare in seminario.

E fu ancora grazie all’aiuto di quel sant’uomo se, durante il periodo da diacono prima della chiamata per essere ordinato sacerdote, riuscii a superare una crisi di coscienza.

 

«Sì, ora ne son certo: la vocazione è forte in me, molto più del desiderio carnale… Ti ringrazio, o Signore, d’avermi sottoposto a questa dura prova», con queste parole ero solito concludere, dopo aver superato una breve crisi d’amore non corrisposto, le giornate in seminario, prima di coricarmi.

 

I primi tempi erano stati durissimi. Faticavo a trattenere lo sconvolgimento interiore che mi procurava il solo incrociare lo sguardo di Alberto: un seminarista biondo, bello come un arcangelo. Sentendo il mio corpo bruciare di passione, trascorrevo ore piegato su una panca davanti all’altare; pregando Dio d’aiutarmi a respingere il diavolo tentatore ch’era dentro di me.

Le mie invocazioni parvero ricevere ascolto. Impiegai tre mesi buoni, autoflagellandomi, prima di poter guardare Alberto con gli occhi sereni di un amico seminarista e nulla più.

Fu una dura e aspra battaglia tra me e il mio opposto, che ebbe il pregio di convincermi d’essere ormai impermeabile agli attacchi del male. Ma appena lasciato il rifugio sicuro del seminario, mi dovetti ricredere.

 

Il tempo dell’attesa scorreva placido, nelle vesti di diacono affiancavo Don Rino, anziano ed acciaccato, durante le funzioni religiose; pregustando il giorno che, da sacerdote, mi sarebbe stata assegnata la mia prima parrocchia.

«Cosa desidera?» chiesi, aprendo la porta della canonica; e il tuffo al cuore certificò il risveglio della sopita passione.

Un ragazzo, alto e con gli occhi neri, come i capelli scarmigliati, con indosso una maglietta bianca aderentissima, dapprima mi regalò un sorriso che pareva un invito ad osare e, di seguito, si presentò: «Buongiorno, mi chiamo Aristide, sono il nipote di Don Rino».

«Ah, ora rammento: mi aveva parlato di un nipote che sarebbe arrivato da noi durante le ferie. Ma mai avrei immaginato, di trovarmi davanti una replica in carne ed ossa del michelangiolesco David!» mi complimentai d’istinto, sgranando gli occhi, passando in rassegna i poderosi muscoli delle braccia. Poi notando il suo sguardo allibito m’accorsi di quanto infelice fosse la voce dal sen fuggita. Allora, pigiando sui freni inibitori, provai a porre rimedio alla gaffe. «Io mi chiamo Gerolamo… Don Gerolamo, entra», dissi semplicemente, assumendo tono e postura degni del ruolo che ricoprivo.

«La ringrazio, don Gerolamo», replicò lui, prendendo la valigia che aveva posato a terra prima di suonare il campanello.

«Siamo più o meno coetanei, dammi pure del tu», aggiunsi, scostandomi dalla porta

 

Le casse della parrocchia, costantemente vuote, e la cucina della canonica da sistemare, avevano convinto Don Rino a chiedere aiuto al figlio, piastrellista, della sorella. E così, un caldo lunedì d’agosto, il soggetto che avrebbe riacceso peccaminosi desideri e dubbi sul futuro, si era palesato sulla porta della canonica, per trascorrevi parte delle ferie sistemando rivestimento e pavimento del locale adibito a cucina.

 

Regnava un caldo opprimente, quel giorno che Aristide, arrivando a torso nudo dalla cucina, mi chiese se potevo dargli una mano a liberare il pavimento da piastrellare.

Mentre spostavamo il pesante tavolo di noce massello, uno di fronte all’altro, osservando il sudore imperlare il suo possente torace, sentivo la pressione salire e la pelle, bagnata, rabbrividire.

«Fai come me, togliti la camicia», mi consigliò, destabilizzandomi, vedendomi sudare come una fontana.

No, non era il caldo; o almeno, non solo quello. Fu la visione della pelle ambrata e lucida, sopra i muscoli tesi nel massimo sforzo, a fare la differenza; ma questo, non glielo potevo certo dire. «Non è conveniente per un prete», abbozzai come scusante.

«Ve beh… fai un po’ tu», si limitò a rispondere, scrollando le spalle, prendendola per buona.

Quando terminammo di portar fuori il mobilio, corsi dentro la chiesa e, inginocchiandomi davanti al crocefisso, dopo aver chiesto perdono per i pensieri sconvolgenti che aveva acceso la visione del torace di Aristide, implorai l’aiuto del Signore per non ricadere in tentazione.

I lavori nella cucina si protrassero per un’intera settimana. Sette giorni di tormento interiore, per me che, incapace di stare lontano dalla tentazione, di tanto in tanto sbirciavo dalla porta per vedere le sue possenti spalle; mentre lui, inginocchiato sul pavimento, posava le piastrelle.

E così, arrivò il giorno in cui, non potendo sottrarmi alla bruciante passione, mi chiusi nel bagno per chetarla in solitario atto.

Lentamente, molto lentamente, anche i sette giorni più lunghi della mia vita, e le sette notti insonni trascorse a riflettere sull’essere o voler essere altro, terminarono.

«Ciao pretino, abbi cura di mio zio!» mi salutò in tono allegro, partendo per una settimana di vacanze al mare.

«Senz’altro. Ciao Aristide», replicai, restando sulla porta a guardare la macchina che si allontanava.

 

Aristide se n’era andato da più di un mese, ma la confusione che aveva ingenerato dentro di me, non se l’era portata con sé.

Entro un paio di mesi o poco più sarei stato ordinato sacerdote, ed io, ero ancora lì a domandarmi se la vocazione fosse compatibile con le mie umane debolezze. Per sciogliere i nodi e avere le risposte che andavo cercando da ormai troppo tempo, dovevo trovare il coraggio di confidarmi con la mia guida spirituale: Don Rino.

 

Il vecchio e saggio parroco di paese, mi ascoltò silente. Il suo sguardo neutro non tradì nessuna emozione durante il racconto; un atteggiamento che, giudicandolo sconcertante, mi autorizzò a domandargli: «Era dunque tutto così scontato, da non suscitare neanche un po’ di disgusto?»

Don Rino sospirò. «Disgusto, no… comprensione, sì… Siamo, prima di ogni altra cosa, uomini; esseri vulnerabili esposti al peccato. Ognuno di noi ha dovuto percorrere il suo personale calvario, prima di giungere a servire, con onore e amore… nostro Signore.»

«Perché… pure lei?» mi venne istintivo di chiedergli, timidamente.

«Sì, pure io sono un uomo…» cominciò, battendosi il petto con il pugno. Riordinò le idee e, guardando lontano con occhi a fessura, rivisitò il suo antico tormento: «Ero un giovane e inesperto sacerdote… Lei, una vedova sulla quarantina che, al pari di altre donne, teneva in ordine la chiesa e la canonica…» a quel punto prese fiato, la voce, da grave si fece rotta, «accadde tutto così all’improvviso, che ancora oggi non riesco a capacitarmene… Stavo lasciando la canonica… la vidi rassettare la mia camera, mi sorrise, ricambiai il sorriso…» improvvisamente si tacque e, serrando la mascella, scosse il capo. «No, non ci furono altri incontri», concluse, intuendo quel che volevo chiedergli.

Poi si alzò di scatto. «Un bel ritiro spirituale, ti chiarirà le idee!» esclamò.

«Un ritiro spirituale, può bastare a chetare il terremoto interiore?» gli chiesi dubbioso.

«Non lo so. A me bastò… Quindici, venti giorni in un convento, lontano da qui, potrebbero esserti d’aiuto», rispose. Poi, non vedendomi convinto, aggiunse: «Devi comunque provare, prima di fare scelte definitive!»

E tanto bastò a spingermi sino in quel d’Assisi. E lì, calpestando strade e sentieri che un tempo, il poverello percorse a piedi nudi; meditando e pregando, raggiunsi la consapevolezza del buon pastore.

Avevo finalmente concluso la mia personale battaglia interiore. Il servo di Dio, aveva vinto sull’uomo! Ci sarebbero stati sì, altri tentennamenti di fronte a uno sguardo che ancora riusciva ad ammaliare l’uomo, ma sarebbero stati soffocati sul nascere dai ferrei principi insiti nella fede che nutriva l’animo del sacerdote.

 

La chiamata del vescovo, ebbe l’effetto di destabilizzarmi. Il dubbio di non essere degno dell’alto compito a cui ero chiamato mi assillava. Quando esposi i miei dubbi all’alto prelato, lui non si scompose e, senza nemmeno chiedermi conto di cosa alimentasse le mie paure, si disse certo della mia fede, cassando sul nascere l’ultimo mio tentativo di sottrarmi alla chiamata.

La prima parrocchia fu, dopo un impiego di tre mesi negli uffici dell’arcivescovado, la giusta ricompensa al mio tribolato cammino verso la consapevolezza.

 

“Pare messa lì apposta per vegliare sulle case”, pensavo, camminando, dopo essere sceso dalla corriera, con lo sguardo teso ad osservare la chiesa di Monte Uliveto; paese di settecento anime che il vescovo aveva affidato alle mie cure.

La chiesa dominava, dall’alto di un cocuzzolo (una specie di foruncolo esploso dal piattume della pianura, alto si e no dieci metri) il paese disteso alla base del breve declivio.

L’accoglienza calorosa, la disponibilità che fin da subito i parrocchiani dimostrarono verso il nuovo parroco, mi colpì favorevolmente. “Credo che mi troverò davvero bene”, pensavo, stringendo mani e salutando i fedeli che mi attendevano fuori dalla chiesa.

 

“Sono davvero una bella coppia. Sarà un’unione lunga e felice allietata da numerosa prole”, riflettevo, osservavo commosso i volti raggianti di Andrea e Luisa; due giovani iscritti all’azione cattolica che, dopo aver seguito il loro percorso di fede e di vita nei primi sei anni del mio mandato, mi apprestavo ad unire nel sacro vincolo del matrimonio.

In quei momenti pregni di pathos, non potevo nemmeno lontanamente immaginare quello che, da lì a un anno, Dio aveva in serbo, per mettere alla prova la loro e la mia fede.

  

Quel giovedì mattina, entrando in chiesa vidi Andrea inginocchiato davanti all’altare. Pregava ad alta voce, singhiozzando. «Andrea! E’ accaduto qualcosa di grave?» gli chiesi con apprensione.

La risposta mi gelò il sangue nelle vene: «Sto morendo, Don Gerolamo!»

«Mah! Cosa stai dicendo?» esclamai, facendomi il segno del cristiano.

«E’ così! Uno, due anni al massimo, ha sentenziato l’oncologo», replicò piangendo a dirotto. «Lo vedrò nascere, ma non crescere, il figlio che Luisa porta in grembo. Non è giusto, non è giusto, Don Gerolamo… perché Dio si è accanito contro di noi? Eppure abbiamo sempre seguito i sui comandamenti alla lettera… non è giusto… non è giusto…» ripeteva.

Ero così sconvolto che, non riuscendo a trovare parole per confortarlo, inginocchiandomi accanto a lui seppi solo dire: «Preghiamo insieme».

Andrea mi guardò stranito. «Servirebbe un miracolo vero, altro che preghiere!» sbottò, alzandosi.

«Andrea…» feci appena in tempo a dire. Prima che mi investisse: «Troppo facile dire: preghiamo insieme. Non è lei che deve morire! Mi dimostri che la fede non è soltanto aria fritta!»

Una reazione, la sua, giustificata dalla paura. Ma io che lo conoscevo bene, ero certo che la sua fede non avrebbe vacillato di fronte all’ignoto; così me ne uscii con una proposta, che sul momento mi parve una follia. «La fede ti salverà, pregherò Dio di farmi dono del tuo male… Lui, se tu continuerai ad onorarlo, mi ascolterà… ne sono certo», enunciai con tono accorato. E mentre m’esprimevo, mi sovvenne che, forse, poteva non essere follia, ma un segno del Signore.

Andrea, al momento non parve troppo convinto; anzi, credo proprio che in quegli attimi così densi di sentimenti contrastanti, stesse pensando che fossi impazzito. Ma a un condannato a cui resta solo la fede, alla fine, pur non credendoci sino in fondo, si aggrappa a quella per non lasciare niente di intentato.

Pregammo, insieme, per un lungo anno. E anche quando Andrea, disteso dentro il letto della clinica in stato d’incoscienza, ormai prossimo alla fine dei suoi tormenti, non lo poteva più fare; io non mi arresi e continuai a pregare giorno e notte da solo.

 

Furono i fedeli che partecipavano alla funzione a chiamare l’ambulanza, quando, durante l’omelia, caddi a terra svenuto.

Trascorsi due giorni in stato comatoso, prima di risvegliarmi con la vista offuscata. Fu il vociare del personale medico accanto al letto a farmi comprendere dove mi trovavo.

Due ore dopo, quando le mie capacità visive e cognitive si normalizzarono, l’oncologo mi spiegò che le metastasi staccandosi dal mesotelioma pleurico avevano intaccato altri organi vitali, come fegato e pancreas, e che mi restavano poche settimane di vita.

“Lo stesso male, le stesse metastasi di Andrea”, pensai subitamente. «Ti ringrazio, Dio!» esclamai, illuminandomi, lasciando esterrefatti il professore e i suoi assistenti. Prima di sconvolgerli ulteriormente, domandando: «Andrea sta bene, vero professore?»

I dottori si guardarono l’un l’altro increduli, chiedendosi se stessi parlando dello stesso Andrea che, mentre ero in coma, fu protagonista di una guarigione inspiegabile; un vero rompicapo per la scienza che lo aveva dato ormai per spacciato… semplicemente “un miracolo”, per me che lo avevo sollecitato.

 

Il giorno dopo, Andrea e Luisa, in lacrime accanto al mio letto non finivano più di ringraziarmi. «Non me, ma lui dovete ricordarvi di ringraziare, sempre» dissi loro, accarezzandoli.

Due giorni dopo la notizia della guarigione miracolosa, la migrazione del male da un corpo all’altro, era di pubblico domino. Così, per evitare l’assembramento di giornalisti e curiosi, l’allora vescovo e ora cardinale Piero Gibellini, mi fece trasferire in gran segreto in una clinica per malati terminali in mezzo ai monti dove, il giorno seguente si presentò per farsi raccontare dalla viva voce del protagonista, il percorso che mi aveva portato ad essere ascoltato da Dio.

 

«Lascia perdere l’eminenza, mi chiamo, Piero!» fu la prima cosa che disse quando c’incontrammo.

Poi, dopo avermi ascoltato assorto, dicendomi che alla commissione ecclesiale sarebbe stato utile avere un documento autografo; mi chiese se me la sentivo di buttare giù un breve sunto degli eventi che mi avevano posto in odore di santità.

 

                                        *************************************

 

Conto le pagine… otto. La calligrafia incerta dell’ultima, certifica le difficoltà nel contenere il tremolio della mano. «Una vita non lunghissima ma intensa, narrata nel breve volgere di un racconto, basterà ad avvicinare alla fede anche i più riottosi?» mi chiedo, tornando a distendermi nel letto.

«Più di quanto ho fatto, non possa fare. Sta all’uomo di buona volontà leggere, comprendere e capire, quale strada sia giusto seguire», mi rispondo in conclusione, chiudendo gli occhi sereno, nonostante il dolore che, per qualche ora ancora, sarò costretto a sopportare… prima di capire, dove sarò destinato a finire.

 

                                                                 FINE

 

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Il boschetto di robinie Narrativa

Agente segreto doppio zero Narrativa

Il bambino di Hiroshima Poesia

L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

L'uomo che uccise Doc Holliday Narrativa

Lettera a un'amica Narrativa

Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

Il portagioie cinese Narrativa

Tutto o niente Narrativa

Semidei dell'Olimpo Narrativa

La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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Paolo Guastone il 2019-01-11 10:28:32
GIà, solo l'uomo di buona volontà può comprendere e stabilire quale sia la strada da seguire. Tutti gli altri stiano zitti e, soprattutto, non giudichino. Io, invece, giudico. E giudico questo racconto veramente commovente, ma anche ruvido e diretto, dove la contrapposizione di due diversi aspetti dell'animo umano emerge e prende per mano il lettore e lo porta a conoscere un uomo buono, di buona volontà.

Vecchio Mara il 2019-01-11 17:55:13
Quando un uomo è buono, è buono sempre... e i pregiudizi della gente, non contano niente. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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