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La notte più lunga

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Rubrus

pubblicato il 2018-12-21 20:24:06


«Ancora con quelle vecchie storie?».
Kal chiuse la porta alle sue spalle e scosse la neve dagli scarponi. Caddero alcune schegge di ghiaccio che resistettero a lungo prima di sciogliersi.
Linda gli rispose con un’occhiata stizzita. Era accanto alla stufetta, proprio al centro dell’alone rossastro emesso dai radianti – l’unica luce della stanza. Malgrado fosse infagottata in abiti pesanti, pareva esile e fragile come lo stoppino nel cuore di una vecchia candela. Esitò un istante, poi fissò la stella cometa sulla punta dell’albero di Natale. Ai suoi piedi Kelly e Marco, i figli, dormivano raggomitolati. In mezzo a loro Dinky, il cane. Umani e animale si rubavano un po’ di calore l’uno l’altro e, allo stesso tempo, se lo restituivano. «Non sei riuscito neanche stavolta a far partire il generatore?».
Kal rispose con un tono di voce più basso rispetto a quello che aveva usato entrando «Non si possono usare le scorie e la pastiglia di uranio è quasi una scoria, ormai. L’impianto la rifiuta. Ho provato a escludere il sistema di sicurezza, ma così il generatore non parte; allora ho tentato di riprogrammarlo: ho cercato di abbassare i parametri superati i quali il sistema va in blocco ma... saremo a meno venti, là fuori. Non si può lavorare a meno venti. Ti si gelano le dita, non riesci a schiacciare i tasti – e naturalmente non puoi farlo, se hai i guanti».
«I comandi vocali?» chiese Linda.
«Andati. Lo sai benissimo. Hanno smesso di funzionare sei mesi fa».
Linda si girò verso la stufetta, volgendogli le spalle.
Lui fece un passo verso di lei, verso un po’ di calore, ma si trattenne.
Era lui l’uomo e, malgrado alcuni secoli di progresso sociale, le cose, lassù, su quel pianeta remoto, isolato, selvaggio, erano tornate alla vecchia maniera.
Linda non aveva aperto bocca ma la frase “allora riscaldati quanto basta, torna fuori e datti da fare” rimaneva sospesa tra di loro come un grumo di freddo nel buio della stanza.
Freddo, già.
Gelo.
Lo stesso che avvolgeva l’interminabile inverno di Thor, a quasi otto anni luce dalla Terra.
Lo stesso che stava calando tra di loro perché lui, Kal, si stava mostrando inadeguato al suo compito.
Il fatto era che, senza di lui, sua moglie e i suoi figli avrebbero forse potuto sopravvivere. Ma se fosse stata Linda, a mancare, per i ragazzi non ci sarebbe stata alcuna speranza.
E poi c’era quell’altra faccenda.
Introdurre nel generatore una scoria di uranio, anziché una pastiglia nuova, avrebbe potuto provocare un’esplosione, e allora sarebbero morti tutti quanti. Per questo bisognava andare in pieno deserto nevoso, sotto la debole luce di Valhalla, quella risibile nana gialla che usurpava il nome di sole dato che, anche durante l’estate, non riusciva a far salire la temperatura oltre i venticinque gradi, neppure ai tropici. E ora era inverno.
«Potresti tagliare un albero» disse infine Linda, sempre volgendogli le spalle.
«Non si può, lo sai» rispose meccanicamente Kal.
Gli abeti geneticamente modificati seminati sul pianeta prima della prima spedizione, come ogni forma di vegetazione, del resto, erano indispensabili per la terra-formazione di Thor.
La verità era che quella palla di neve, ghiaccio e roccia era quasi una vincita alla lotteria. Gravità a 0,78 g., grandi quantità di acqua allo stato liquido, specie d’estate, temperatura media, ai tropici, compatibile con la vita terrestre. Il tutto a una cinquantina di anni di viaggio dal Sistema Solare. E così i nonni di Kal...
«Credi davvero che i Ramirez non l’abbiano fatto? E gli Hobart? E i Fanucci?».
Kal rimase interdetto. Ah già, gli alberi. Sua moglie stava parlando del taglio degli alberi.
«Ho sentito Mary Fanucci, stamattina – la connessione è tornata per un po’. La gente inizia a vedere cose strane. Luci nel cielo. Persone che se ne vanno in giro, in piena notte, vestite di pelli, come se fossimo in qualche regione della Terra primitiva. Credi davvero che chi vede queste cose si faccia problemi a dare un paio di colpi d’ascia a un pezzo di legno?».
«Torne...».
Linda si voltò verso di lui alzando le braccia al cielo «Certo! Le navette di ricognizione e soccorso dalle stazioni orbitanti che dovrebbero passare ogni ventisette anni standard. O addirittura qualche nave dalla Terra. Ne hai mai vista qualcuna, tu?». I bambini si svegliarono e presero a piangere. Il cane uggiolò. La donna si chinò e prese a cullarli alternativamente, voltando ancora le spalle a suo marito. Dopo che si furono acquietati parlò di nuovo. «Abbiamo batterie solari di riserva ancora per due, tre settimane al massimo, anche usandole il meno possibile come sto facendo. La Ramirez mi ha chiamato proprio per questo. È la loro ultima comunicazione. Hanno bisogno di ogni singolo Joule e di ogni singolo Watt, come noi. Pensi davvero che scenda qualche astronave per portarci dei pezzi di ricambio?». Kelly, che pareva essersi calmata, ricominciò a piangere. Il fratello la imitò. Linda riprese a cullarli, poi parlò di nuovo da sopra la spalla, ma a voce bassa. Kal, tuttavia, la sentì. «Mi domando chi sia tra noi due che crede alle favole» disse la donna.
 
Ma non erano favole, rifletteva tra sé e sé mente guidava nella neve, erano ricordi.
Il nonno lo teneva sulle ginocchia e gli raccontava di quando erano scesi su Thor. “Alcuni di noi avevano bisogno di sentire la terra sotto i piedi. Terra vera, non quella roba sintetica che sta sui pavimenti delle stazioni. E poi...” a questo punto gli occhi del nonno si facevano sognanti “mi mancava il cielo. Lo avevo visto sulla Terra, prima di partire, quando ero un bambino come te. Cielo blu, così grande che l’orizzonte è piatto. Non il tetto ricurvo dei toroidali o il nero infinito e inumano del cosmo. Cielo quasi come questo, che mi pare più scuro – o forse no, sono vecchio ormai. E un giorno... “ a questo punto il nonno tornava a guardare Kal “un giorno tu, quando sarai vecchio come me, o i tuoi nipoti, o pronipoti, camminerete in mezzo a foreste grandi come quelle della Terra, navigherete su mari di acqua che non è fatta solo per bere, o per lavarsi, o per raffreddare le macchine. Le grandi stazioni orbitanti, le grandi navi madri passeranno ogni ventisette anni – ogni ventisette anni standard, bada bene – e scenderà sempre più gente. Lavoreranno il suolo, scioglieranno i ghiacci, modificheranno l’atmosfera. Le piante immetteranno sempre più ossigeno nell’aria e si potrà respirare anche oltre i mille metri di quota, non come adesso. Sarete in pochi, all’inizio: qualche decina di migliaia, forse qualche milione, non di più. Non sarà facile. Ma niente che valga davvero qualcosa è facile”.
Ma non era successo.
Giunto il momento del primo passaggio, le astronavi non si erano fatte vedere. Neanche al momento del secondo passaggio.
E la colonizzazione di Thor era lenta, lenta...
I mari si erano ricoperti di fitoplancton e alghe azzurre, vero, ma, sulla terraferma, gli alberi crescevano molto più lentamente del previsto, e solo nelle zone più riparate, come nella grande conca di origine vulcanica in cui vivevano Kal e la sua famiglia e pochi altri. In tutto, poco meno di diecimila persone, costrette a rintanarsi, durante i lunghi, terribili inverni del pianeta, in bunker sotterranei dove non si vedeva nessun cielo. Le scorte si erano esaurite a poco a poco e non erano state rinnovate, i macchinari si erano guastati, i pezzi di ricambio non erano giunti. Reperire risorse dalla superficie ostile del pianeta era diventato impossibile e le colture idroponiche, cui andava la maggior parte dell’energia disponibile, fornivano poco più del necessario alla sopravvivenza. Quanto alle colonie di insetti che fornivano le proteine... be’, dopo un po’ la loro carne veniva a noia. Alcuni smettevano di mangiarla e deperivano.
I pionieri guardavano il cielo, come aveva predetto il nonno di Kal, ma per aspettare qualcuno che li portasse via.
Solo che non si vedeva nessuno.
Kal era certo che non sarebbe sopravvissuto fino al successivo passaggio delle astronavi, ma non riusciva a impedirsi di sperare che ai suoi figli, e forse anche a Linda, sarebbe stato concesso.
Se solo avessero avuto abbastanza energia per mantenere in vita la colonia per altri ventisette anni.
Fermò il rover su un dosso che, in realtà, era l’orlo di un cratere vulcanico spento. Sotto di lui, un tratto di foresta primaria ampio diversi ettari. Gli abeti erano stati modificati in modo da crescere rapidamente. In media, raggiungevano i dieci metri. Spuntavano fitti, spingendo le radici in profondità, gli aghi ricoperti di cera in grado di resistere alle basse temperature e di disperdere meno acqua possibile. Se ne avesse tagliato uno, magari uno dei più piccoli, magari uno malato, non si sarebbe lamentato nessuno. E i suoi figli avrebbero calore per un mese. E se l’avessero denunciato...
Spense il rover.
Normalmente, Kal portava il generatore oltre la zona boscosa, in modo da contenere i danni alla vegetazione in caso di esplosione, ma stavolta non l’avrebbe fatto. Sarebbe sceso in mezzo agli alberi e avrebbe provato a ripararlo lì. Se ci fosse riuscito, bene, altrimenti...
Guardò il cielo- un'abitudine frutto di tutti i discorsi che aveva udito da bambino. Era il computo del tempo ad affascinarlo. Il diverso ritmo con cui la luce, l’oscurità e le stagioni si alternavano in rapporto al movimento degli astri. Un sistema di calcolo così diverso da quello standard (modellato su quello terrestre) in uso sulle astronavi e da quello regolato da timer e orologi. Il giorno, su Thor, durava quarantadue ore standard e l’anno quasi tre anni standard: per questo i ritmi della vita erano così rallentati.
Era il firmamento ad essere fuori dal comune, però. Thor aveva una luna, Mjollnir, che, vista dalla superficie del pianeta, era grande il doppio del sole di Thor. A propria volta, Mjollnir aveva due satelliti, Hugin e Munin: due corpuscoli neri che le ruotavano intorno su orbite differenti. Mettendo a confronto i movimenti di tutti quei corpi celesti...
Qualcosa attraversò il cielo.
Un oggetto luminoso, con una specie di coda scintillante, molto sottile, attraversò la volta da nord-ovest a sud est, con un movimento veloce, ma perfettamente distinguibile, per poi scomparire oltre il bordo del cratere.
Istintivamente, Kal si rannicchiò, in attesa di sentire il boato dell’impatto. Poi, quando questo non venne, dimentico del rover e del generatore, mosse alcuni passi di corsa verso il punto dove l’oggetto era... cosa, atterrato? Ridicolo. Quello era un minuscolo meteorite disintegratosi a causa dell’impatto con la seppur debole atmosfera thoriana – la coda era senz’altro composta dai frammenti che si disgregavano. E, benché luminoso, doveva essere proprio minuscolo, perché, pur precipitando così vicino, non aveva prodotto nessun suono.
Insomma, non era senz’altro... ma sì diciamolo: non era senz’altro un’astronave.
Già, perché a quello aveva pensato, benché sapesse che il prossimo passaggio sarebbe stato di lì a ventisette anni e, senza dubbio, sarebbe stato preceduto da un avviso – i radiofari sparsi qua e là sulla superficie del pianeta erano un’altra delle strutture per le quali si era deciso di continuare a consumare energia.
Rise di sé stesso.
In fondo, aveva ragione Linda: anche lui credeva alle favole. Lei a quelle di remota origine terrestre, come quella dell’albero di Natale, e lui... be’, lui aveva un generatore da riparare.
Raggiunse il vano posteriore del rover e scaricò il macchinario: un imponente parallelepipedo alto un metro e venti e largo sessanta centimetri.
Lo depose al suolo, poi prese la custodia della pastiglia di uranio, dove la barretta, ormai ridotta a scoria, giaceva come un cadavere il cui riposo non era il caso di disturbare.
Si sforzò di non pensare a quello che sarebbe successo se tutti i suoi tentativi avessero prodotto, come unico risultato, un’esplosione.
Adagiò la custodia nella neve e aprì il vano dei comandi del generatore. Come sempre, esitò prima di togliersi i guanti. A quella temperatura poteva lavorare solo pochi minuti prima che le dita diventassero insensibili. Controllò il sensore sul polso: ventidue sotto zero, con tendenza al ribasso. Già.
Quella – non si prese la briga di calcolare il moto degli astri, come poco prima: gli bastò un’occhiata al datario – era la notte più lunga e più buia del buio e lungo inverno del pianeta Thor.
Si mise all’opera febbrilmente, soffiandosi di tanto in tanto sulle dita, mentre il gelo, malgrado l’isolamento della tuta (tra l’altro, la resistenza termica del piede sinistro non funzionava quasi più) gli risaliva dalle gambe verso il cuore. Erano soli, sperduti, su un mondo che non era fatto per loro e che non pareva molto incline ad accoglierli. E nessuno sarebbe venuto a salvarli. Forse sulla Terra era successo qualcosa, o le astronavi erano finite su una traiettoria sbagliata.
O forse, molto semplicemente, si erano dimenticati di loro.
La vita comoda che si conduceva sulle astronavi e sulle stazioni orbitanti rendeva difficile pensare a chi, per imperscrutabili ragioni, aveva deciso di stabilirsi su un pianeta vero.
Forse, malgrado tutto, il nonno aveva torto. Forse avevano tutti quanti torto. Non c’erano favole in cui credere e nessun senso né valore nelle difficoltà.
Era così concentrato nel proprio lavoro – con le cupe riflessioni esistenziali a fare da musica di sottofondo – da non rendersi conto del rumore che si udiva da un po’.
Passi.
Non era un’allucinazione, o un inganno provocato dalla speranza o dal desiderio.
Erano passi veri.
Nella neve.
Si alzò di colpo.
Per un istante s’immaginò lupi – li aveva visti nei documentari sulla vita sulla Terra – intenti ad accerchiarlo, seminascosti dagli alberi.
Ma su Thor non c’erano lupi.
Aguzzò la vista.
Forse qualcuno venuto a vedere se tagliava alberi di frodo? Ridicolo.
C’erano droni e sensori a sorvegliare la foresta. Se avesse davvero tagliato un albero – come effettivamente aveva intenzione di fare se i tentativi di riparazione del generatore fossero stati infruttuosi – sarebbe scattato l’allarme. Sarebbe stato denunciato e si sarebbe difeso dicendo semplicemente: “Che cosa avreste fatto, voi, al posto mio? E forse lo avete fatto davvero”.
Eppure, la figura che gli pareva veder scendere dal pendio era indubitabilmente umana.
Si portò le mani alla bocca e, sperando che l’umidificatore che proteggeva i suoi polmoni dall’aria fredda e secca del pianeta alterasse la voce quanto bastava perché non si capisse quanto fosse spaventato, urlò nella notte aliena l’antica domanda: «C’è qualcuno?».
La figura allungò il passo, avvicinandosi al rover.
Kal si portò le mani agli occhi, dimentico degli occhiali protettivi, col solo risultato di insudiciarli.
Azionò il detergente e, quando la vista gli si snebbiò, si rese conto che aveva visto bene. O che, se era un’allucinazione, era straordinariamente ostinata.
Un uomo corpulento e barbuto con un sacco in spalla, interamente vestito di rosso.
E quella non era una tuta termica.
Era una pelliccia.
«Ho fatto una gran fatica a trovarvi» disse l’apparizione. La voce era cavernosa e bonaria al tempo stesso «siete finiti ben lontani».
Vecchie leggende terrestri pensò Kal.
L’uomo – se uomo era – posò il sacco per terra e prese a rovistarci dentro. «A dire il vero temo di essere stato un po’ troppo tempo lassù, nelle stazioni. E, sempre a dire il vero, è stato tempo perso: si sono dimenticati tutto quanto». Estrasse dal sacco una grossa scatola dall’aspetto familiare. «Comunque, sono arrivato in orario. Per fortuna, qui, le notti sono un bel po’ lunghe». Lanciò la scatola a Kal dicendo: «Dovrai faticare parecchio. D’altra parte, mica posso fare tutto io».
Kal afferrò il contenitore al volo. Anche se il peso gli aveva già rivelato la sua natura, dovette fissarlo a lungo per convincersi che quella che teneva in mano era una pastiglia di uranio nuova di zecca.
Pensò di nuovo alle vecchie leggende terrestri e all’albero di Natale che Linda aveva montato nel rifugio.
La notte più lunga. Poi le ore di luce sarebbero state di più.
Quando rialzò lo sguardo, la figura rosso-vestita si stava già allontanando.
Fu sul punto di chiedergli: “Tornerai?” prima che svanisse del tutto, poi lasciò perdere.
Gli bastava sperarlo.

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L'AUTORE Rubrus

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Grifabio il 2018-12-22 09:23:22

Tutta l’abbondante costruzione, blocco d’idee e informazioni verosimilmente scientifiche che precede il finale non fa che renderlo più apprezzato ed efficace. Magari è proprio così, Roberto; magari ogni tanto succede: i “mondi” che ci creiamo e di cui disperatamente accettiamo regole e limitazioni, non sono niente rispetto alle infinite possibilità dell’universo e dell’esistenza.

Auguri

Rubrus il 2018-12-22 15:14:11
Avevo in mente da un pezzo una storia con Babbo Natale, ma ambientata nel futuro e, da un po' meno tempo, l'ubicazione - ho usato l'immaginario pianeta Thor in un altro racconto e, dato che ha un aspetto "nordico" ho pensato che andasse bene. Poi, qualche giorno fa, ho avuto piccoli problemi alla caldaia, e così...

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Vecchio Mara il 2018-12-22 10:33:57
Un finale davvero inaspettato... ma intonato al periodo, Si potrebbe definire un racconto alla Asimov con finale alla Disney. Piaciuto, sì! Ciao e buon Natale (sperando che il Babbone faccia in tempo a tornare da anni luce di distanza per portare qualche regalo anche ai bimbi della Terra madre)

Rubrus il 2018-12-22 15:17:42
Per la SF sono rimasto un po' indietro, appunto ai tempi di Asimov, al massimo Dick. Quella che viene dopo, a partire dal cyberpunk, mi lascia piuttosto indifferente. perciò ho usato uno scenario classico - anche se trovo estremamente improbabile, per ragioni di costi e tempi, la terraformazione degli esopianeti: molto più probabile che i nostri eventuali discendenti abitino in grandi stazioni orbitanti, o enormi astronavi.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Selanna il 2018-12-28 11:21:40
Piaciuto molto, sia per l'ambientazione dai ricchi dettagli che per il finale inaspettato. Auguri!

Rubrus il 2018-12-29 08:44:53
Grazie, auguri!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Antonino R. Giuffrè il 2018-12-28 13:31:35
Stavolta, nessuna aporia o dubbio amletico sui protagonisti: la diegesi si dipana con nitida e felice essenzialità, con un finale a sorpresa che emoziona e fa riflettere al tempo stesso. Splendido. Questo è il Rubrus che tutti noi amiamo, narrativamente parlando. Ci sono tre refusi: Sarei sarai Tagliano tagliato Scatto scattato Ciao e buone feste.

Rubrus il 2018-12-29 08:48:29

Buone feste. Anno vecchio, refusi vecchi, ma li correggerò in un secondo momento perchè ho poca connessione. E' un racconto con un'ambientazione più dichiaratamente fantastica e quindi posso essere più esplicito. Ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Elisabeth il 2018-12-30 21:44:18
L'ambientazione, diversa dal solito, mi è piaciuta. Un possibile domani dove a resistere sono le tradizioni e la speranza. Ecco che in un cosmo potenzialmente infinito, tutto invece ha una fine e ci si appella alla natura, alla sua crescita pur se rallentata, per continuare a vivere. Il freddo sulle dita di Kal è pungente e non so come mai mi viene da associarlo al suo gelido sconforto, nutre la convinzione che senza di lui la sua famiglia possa continuare a vivere. Il gelo separa due mondi quello delle antiche storie e quello di Thor , come pure Kal e Linda che nella difficile sopravvivenza hanno lasciato spazio a una crepa tra di loro. Ciò che c'è fuori si contrappone a quello che si vede dentro la casa, entro le mura: l'abete, i figli stesi al suolo e il cane, la stufa. Lì vivono le radici dell'idea ancorata alle tradizioni che i doni e la speranza possano arrivare nella notte di Natale. Fuori, il gelo, la desolazione e tutto bloccato in un futuro che non porterà niente, se non Babbo Natale e ciò che rappresenta. Ho apprezzato che Babbo Natale sia arrivato su Thor, mi è piaciuto questo tuo racconto, che non era facile per via di tutti quei periodi con informazioni di tipo scientifico e fisico e ci aiuta a calcare l'idea che egli sia capace di arrivare al momento giusto in qualsiasi luogo e in qualunque condizione. Buon anno nuovo. Una bella lettura per me in questi giorni.

Rubrus il 2019-01-05 13:43:36
Ciao e buon anno. Da tempo accarezzavo l'idea di mescolare i due generi, peraltro abbastanza vicini. Cerco di non appesantire troppo il testo con informazioni scientifiche, ma un po' ci vogliono.

Blue il 2019-01-07 14:50:26

Beh, quando si tratta di "irreale", quale accostamento è più "credibile" di un Babbo Natale su un pianeta che non sia la Terra?

Tutto sommato, la differenza tra "fantascienza" e "fantasy" è molto sottile, a parer mio: fantasia applicata alla tecnologia, questo è la "science fiction". Astronavi al posto dei draghi. Ma il succo è (quasi) lo stesso.

E menomale che non hai messo di mezzo una slitta, questo sì che avrebbe banalizzato (e svilito) l'intera storia...


Rubrus il 2019-01-07 18:32:38
Alla fin fine sono, come hai detto, racconti fantastici: nel fantasy l'elemento fantastico attinge al mito, o a alla favola, nella SF alle potenzialità, tuttora inespresse, del reale, con particolare riguardo al progresso scientifico e tecnologico. Ma quello che conta è il succo.

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Gerardo Spirito il 2019-01-08 02:51:42
Lo lessi qualche giorno dopo la pubblicazione (anche se stasera me lo sono riletto), ma per forze diciamo esterne che mi hanno ahimé allontanato un po' da tutto in questo ultimo periodo non ero riuscito a commentarlo. Mi è piaciuto molto, anche sul finale e anche se un po' (visto il periodo in cui l'hai pubblicato e visti alcuni elementi) avevo intuito la conclusione. Ho apprezzato oltre che lo stile i dettagli minuziosi su cui hai giocato, sia per descrivere il pianeta e sia il contesto in cui si muovono gli attori. Era da un po' che non leggevo questo genere, e ogni tanto fa bene cambiare. A presto, auguri di buon anno.

Rubrus il 2019-01-08 16:55:25
Buon anno anche a te. Anche a me ogni tanto viene di frequentare - o ri-frequentare - altri generi, come, ora, la SF, poi magari il noir .

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Paolo Guastone il 2019-01-08 11:54:56
Forse sono stati dimenticati. Ma non da tutti, evidentemente. Anche nelle buie profondità cosmiche, dove tutto è artificiale e dove tutto sembra rivoltarsi contro, esiste sempre una debole fiammella di speranza. Bravo Rubrus, per il racconto, per il finale e per la morale. Veramente piaciuto.

Rubrus il 2019-01-08 16:56:33
Grazie e buon anno. Una morale piccola piccola cerco sempre di mettercela, o a volte di sussurrarla, correndo il rischio che possa non sentirsi.

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Massimo Bianco il 2019-01-16 21:55:09
Arrivo qui con monumentale ritardo (d'altronde attualmente sono distratto da altro) ma non potevo farmi sfuggire un racconto taggato fantascienza e meglio tardi che mai, no? La lettura me la sono goduta, molto lieto quindi di averlo recuperato. Ottima l'ambientazione da te realizzata, un'interessante trovata il finale. Un bel racconto, ciao.

Rubrus il 2019-01-21 10:38:04
Avevo in mente questo senario futuristico - uomini che vivono su astronavi gigantesche in viaggio per il cosmo, tranne pochi che hanno preferito colonizzare i pianeti - per più storie, poi ne avrò scritte due - tre.

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monidol il 2019-02-07 15:51:58
Un racconto di Natale perfetto, ci sono tutti gli ingredienti, una famiglia e un mondo disincantati, in crisi di altruismo e speranza, una lungo avvento, una lunga notte e un uomo buono che sta quasi per gettare la spugna... ed eccolo arrivare!

Rubrus il 2019-02-08 19:30:34
Be', anche se Natale è passato, torna ogni anno, perciò grazie.

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Eli Arrow il 2019-02-08 18:14:41

Un racconto che mi ha lasciato un sorriso involontario, fra l'altro, avendolo letto in tempi non sospetti (i Natale è già un puntino flebile flebile all'orizzonte) non mi ero fatta aspettative circa in finale. Mi è piaciuto molto :)

Rubrus il 2019-02-08 19:31:36
Io ho visto "Christmas party" durante l'estate, quindi ormai la tempestività è relativa e, a volte, sorprende.

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