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La rimpatriata (PROGETTO STARDUST)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2017-11-05 14:33:29


La rimpatriata (progetto Stardust)

 

Eccoli laggiù, seduti nell’erba accanto all’ansa del fiume… il santone e il suo nuovo discepolo che pende dalle sue labbra.

Di quali viaggi straordinari gli starà riempiendo la testa, stanotte?

Che faccio? Lascio la macchina sulla strada, scendo il sentiero e mi unisco a loro… oppure accendo il motore e arrivederci… fra altri vent’anni… o forse mai?

Però, che storia incredibile, ventidue anni fa eravamo seduti esattamente lì, nell’erba della riva, a bere birra e tirar l’alba guardando la luna che si specchiava nell’acqua che scorreva paciosa… poi, quello strano e, per certi versi, inquietante fenomeno.

 

                                           ************************************

 

Data e luogo dove tutto ebbe inizio, li ho ancora ben presenti: venti luglio millenovecento-sessantotto, pizzeria da Piero. Se chiudo gli occhi rivedo Mauro seduto difronte a me, Giovanni alla mia destra e Giuseppe alla mia sinistra… quanta allegria quella sera, e non poteva essere altrimenti, si festeggiava la maturità.

 

Fu Mauro, come al solito, a buttar lì l’idea: «Oggi è un giorno bellissimo per tutti noi. Tra una settimana Giovanni se ne andrà in vacanza a Milano Marittima, Giuseppe sulle Dolomiti, e tu, Carlo, in Liguria… mentre io mi potrò finalmente dedicare alla flora e la fauna del fiume. Poi, con l’autunno, ognuno avrà fatto le proprie scelte… scelte che finiranno inevitabilmente per dividere il nostro percorso.» Sospirò. «Nulla è per sempre, purtroppo… sì, capiterà ancora d’incontrarci, ma il tempo da dedicare all’amicizia scemerà inesorabilmente; fagocitato dallo studio, dal lavoro… dallo sgomitare per farsi largo, per emergere dal mucchio…»

«E, dunque?» domandò Giuseppe interrompendolo, consapevole che Mauro proseguendo avrebbe finito per intristire una serata nata sotto tutt’altri auspici.

«Per farla breve: propongo di far durare l’ultimo vagito di spensierata giovinezza, almeno fin dentro la prossima alba!» rispose Mauro cercando sul volto di tutti noi un cenno d’assenso. Ottenuto il quale, concluse: “Prendiamo qualche bottiglia di birra, paghiamo e andiamo a sbevazzare guardando la luna specchiarsi nell’acqua, giù, al fiume.»

 

«Che hai?» chiese Giovanni a Giuseppe, mentre steso nell’erba tracannava birra dalla bottiglia.

«Nulla… mi domandavo dove e cosa saremo… nel mezzo del cammin di nostra vita» rispose Giuseppe, citando il Sommo Poeta.

«Uomini di mezza età, soddisfatti oppure delusi per i sogni che saremo, o non saremo riusciti a realizzare» s’intromise prontamente Mauro. E dopo una breve riflessione, rilanciò: «Per scoprire se quel che saremo sarà migliore di quel che siamo stati… propongo di ritrovarci qui, stesso giorno e mese, insieme alla luna che si specchia nel fiume… nel mezzo del cammin di nostra vita!»

«Se…» fece Giuseppe, sdraiandosi nell’erba con le mani intrecciate dietro la nuca. «A quarant’anni, vale a dire, tra ventidue; con una famiglia da tirare avanti, chi vuoi che si ricordi di un patto tra liceali ubriachi in riva al fiume.»

Fu in quel momento che, guardando il firmamento, si accorse dello strano fenomeno; tirandosi su indicò il cielo stellato. «Che roba è, avete mai visto niente di simile?» chiese a noi con un tono leggermente apprensivo.

«Polvere lucente, finissima» fece Giovanni, aprendo i palmi.

«Impalpabile» aggiunsi io, provando a passargli sopra con i polpastrelli.

«La volta celeste si sta scrostando, come l’intonaco di un vecchio soffitto» sentenziò tra il serio e il faceto Giuseppe.

Mauro, come al solito, fu il più lesto a dare un significato, utile, al fenomeno. «E’ un segno del destino… l’universo ci sta parlando…»

«Sì, e cosa ci sta dicendo, di andare a dormire che è tardi e siete pure ubriachi?» chiese ironicamente Giovanni ridendo, trascinandosi dietro Giuseppe e il sottoscritto. Ma non Mauro che, mantenendo un tono serio, provò a interpretare. «Ci sta dicendo che la notte della rimpatriata, sarà salutata da una pioggia di polvere di stelle sulle vostre zucche vuote… e che questo avverrà fra ventidue anni esatti!»

«Ok!» fece Giuseppe alzando la bottiglia di birra. «Se tra ventidue anni, le stelle lo vorranno… io ci sarò!» concluse in tono squillante, affinché ogni astro splendente del firmamento lo potesse udire.

«Anch’io!» esclamò Giovanni alzando sguardo e bottiglia verso il cielo. Seguito, a breve, da me e, per ultimo, da Mauro.

Un brindisi, alzando bottiglie di birra, sancì il patto che nessuno, forse nemmeno chi lo aveva proposto, al momento parve prendere troppo sul serio; ma che il firmamento, cessando di rilasciare polverose lacrime, parve gradire.

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita, avevo lasciato da più di dieci anni il paese natio e mi ero sistemato nella grande Milano, dove avevo aperto lo studio da commercialista; e osservando inorgoglito la lunga lista di danarosi clienti disposti a pagare una salatissima parcella, pur di affidarmi la contabilità delle loro aziende perché trovassi un modo per eludere elegantemente il fisco, mi potevo considerare arrivato.

Del cammino di vita dei miei tre amici, avevo perso le tracce dopo un paio d’anni: frequentando atenei in città differenti, dopo qualche sporadico incontro c’eravamo persi di vista.

Così, mi stupì non poco, ieri notte, mentre lasciavo l’ufficio dopo aver sistemato una pratica scottante, udire chiamare il mio nome da una macchina che si era accostata al marciapiede.

«Giovanni?!» esclamai incredulo: a parte i capelli brizzolati era quello di ventidue anni prima.

Guardai l’orologio. «Sono solo le undici, parcheggia, ti offro un caffè e parliamo un po’» dissi indicando l’insegna del bar accanto al mio studio.

«Ma quale caffè! Dai, Sali!» fece lui, eccitatissimo, indicando il sedile con gli occhi.

«Dove mi vuoi portare?» gli chiesi appoggiandomi alla portiera.

«Mi deludi, Carlo. E’ la notte della rimpatriata» rispose imbrunendosi.

«Ma dai?» feci sorridendo. Guardai in alto. «Non vedo cadere polvere di stelle, su di noi» lo informai ironicamente.

«Io l’ho vista e toccata con queste mani, devi credermi! Mezzora fa, mentre camminavo per strada ha iniziato a scendere lieve su di me. E poi, se dopo più di vent’anni che abitiamo nella stessa città, ti ho incontrato proprio stasera, non può essere solo frutto del caso. Sali, sbrigati! Ci vorrà una mezz’ora buona per arrivare in paese» insistette con un tono, seppur ancora eccitato, convincente.

“In effetti, dopo più di vent’anni e proprio questa notte, se fosse solo frutto del caso sarebbe perlomeno curioso… ma sì, male che vada sarà comunque piacevole conversare con un vecchio amico… E poi, domani lo studio è chiuso, posso permettermi di fare tardi” pensai accomodandomi accanto a Giovanni.

 

Fu Giovanni a iniziare la conversazione, con una rivelazione scioccante che mi gelò il sangue nelle vene. «Giuseppe…» iniziò pronunciando il nome con tono grave. Trasse un sospiro e concluse, con voce increspata: «non potrà essere della partita… e morto cinque anni fa!»

Attonito lo guardavo guidare con gli occhi fissi sulla strada, sperando, conoscendo la sua propensione alle battute macabre, piazzate spesso fuori luogo, di vederlo sorridere dicendomi che stava scherzando… ma stavolta, non accadde.

Giovanni mi spiegò che, dopo l’università, lui e Giuseppe avevano aperto una società di importexport, che ora versava in stato comatoso. «Lui era la mente, il genio della lampada… io, solamente il braccio che la strofinava…» disse staccando la mano dal volante. Poi, muovendo il braccio, aggiunse: «Ma un braccio privo del comando della mente… è solo un inutile orpello.»

Improvvisamente assestò un vigoroso pugno sulla corona del volante, facendomi sobbalzare. «Maledetto! Non me lo dovevi fare! Eri il motore dell’azienda!» proruppe con rabbia. «Non hai distrutto solo la tua vita, ma anche il mio matrimonio.»

Non riuscendo a cogliere il nesso tra i due tristi accadimenti, gliene chiesi conto.

Giovanni mi spiegò che Lara, così si chiamava la moglie, dopo il crollo finanziario aveva richiesto, oltre alla separazione legale, l’assegno di mantenimento. «Purtroppo, per cercare di arginare i debiti della società, che dalla scomparsa di Giuseppe avevano iniziato a crescere in modo esponenziale, mi vidi costretto a tagliare, oltre al resto, anche le ferie estive in Sardegna e le vacanze invernali a Cortina della stronza! Che, naturalmente, non gradì; e lungi d’accontentarsi di una quindicina di giorni ai Lidi Ferraresi, e la settimana a cavallo fra Natale e capodanno a Castione della Presolana… fece le valige e andò a piangere calde lacrime tra le braccia di quella megera di mia suocera. La quale, in quattro e quattr’otto, convinse la sua povera figliola a rivolgersi a un noto avvocato divorzista per ottenere soddisfazione morale… ma soprattutto materiale: quantificabile in un assegno che le permettesse di mantenere il tenore di vita a cui l’avevano assuefatta già in tenera età, e che io, a parer suo, avevo tacitamente promesso d’implementare sottoscrivendo il vincolo del matrimonio» concluse con amaro sarcasmo.

 

«Eccoci arrivati!» esclamò Giovanni arrestando la macchina sulla strada.

«E ora? Cosa facciamo?» chiesi guardando il fiume, più in basso, illuminato dalla luna.

«Scendiamo per il sentiero, Mauro potrebbe essere già arrivato» rispose Giovanni.

«Non c’è» dissi una volta raggiunta la radura accanto all’ansa del fiume.

«Arriverà…» fece Giovanni guardandosi attorno «se anche per lui non è arrivata prima la morte… arriverà.»

«Tre consonanti e due vocali, per descrivere il nulla!» udimmo alle nostre spalle.

«Mauro!» esclamai riconoscendone la voce.

Girandoci all’unisono, in direzione del pioppeto, ci prese un colpo; se la voce era sempre quella calda e avvolgente a noi ben nota, la figura, illuminata dalla luce spettrale della luna, pareva un’entità saltata fuori da un racconto fantasy.

L’imponente figura dai lunghi capelli e l’altrettanto lunga barba color cenere, come il saio che la rivestiva, avanzava verso di noi calcando l’erba a piedi nudi spostando in avanti, ad ogni passo, il bordone del pellegrino, al quale era legata una zucca secca.

Arrestandosi davanti a noi rimase in attesa fissandoci nello sguardo con i suoi occhi magnetici.

Giovanni fu il primo a riemergere dallo straniamento, esordendo con una battuta, invero un pochino macabra: «Che fregatura, la morte è arrivata prima di noi.»

Mauro non sorrise, alzando un sopracciglio si limitò a ripetere: «Tre consonanti e due vocali, per descrivere il nulla.»

«Se, vallo a dire a Giuseppe, che per colpa di tre consonanti e due vocali, c’ha rimesso la ghirba» replicò prontamente Giovanni, immalinconendosi.

Allora Mauro, puntandogli l’indice in mezzo allo sguardo, gli domandò: «Lo hai visto con i tuoi occhi, sfracellarsi sulle rocce?»

«No… non io, Ma quelli che lo avevano visto salire, nudo, sullo sperone di roccia e lanciarsi nell’orrido sbattendo le braccia come fossero ali.»

«Hanno forse detto, di averlo visto sfracellarsi?» insistette Mauro, mentre io assistevo stranito al surreale dialogo.

«Non potevano, il suo volo terminò nel torrente in fondo all’orrido, e il suo corpo venne trascinato dalla corrente fin dentro un inghiottitoio carsico, dal quale fu impossibile recuperare i poveri resti.»

La domanda successiva mi fece sospettare che Mauro sapesse già come si svolsero i fatti.

«Correggimi se sbaglio: non ci fu più d’uno, di coloro che assistettero al fatto, che affermò di averlo visto mutare in forma di rapace mentre planava lungo l’orrido, sino a sparire dalla loro visuale virando in volo alla propria destra?»

«Suggestione, provocata da due fattori; il troppo alcool ingurgitato per scaldarsi mentre attendevano l’alba: l’ora migliore per lanciarsi nell’orrido con il parapendio senza rischiare che qualche folata di vento li spingesse contro le pareti. E dal fatto che Giuseppe, gasato e ubriaco, teneva allegra la compagnia stretta attorno al fuoco, pontificando che era prossimo alla metamorfosi in aquila reale. E che, al sorger dell’alba, sarebbe planato lungo il canalone prima di volare sopra le alte vette» rispose convintamente Giovanni.

«E se io ti dicessi, che è tutto vero?» insistette Mauro.

«Direi che se non ti sei fumato il cervello, ti stai prendendo gioco di me» rispose, risentito, Giovanni.

«E secondo te, dopo ventidue anni, avrei lasciato il mio eremo dall’altra parte del fiume, per venire a prendermi gioco di te… di voi» replicò facendo scorrere l’indice davanti ai nostri sguardi allibiti.

«No, eh?» feci, non sapendo che altro dire.

«E secondo te, dovremmo credere che Giuseppe si è trasformato in aquila reale?» ribatté a tono Giovanni.

«Sì!» affermò lapidario Mauro.

«Rammento che un tempo, sapevi come far valere le tue ragioni… prova a convincerci, come una volta, che le tue non sono soltanto teorie bislacche» m’intromisi, invitandolo a nozze.

«Sedetevi…» fece Mauro, indicando due punti nell’erba con il bordone. «Sarà una lunga notte, ma prima che giunga l’alba… l’incredibile attecchirà nelle vostre menti, scacciando il credibile farlocco di chi, guardando solo con gli occhi, può vedere soltanto la superfice delle cose che ci circondano.»

Il tono ieratico con il quale si espresse ci convinse a sederci nei punti da lui indicati.

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» diceva, citando Shakespeare, mentre slegava la zucca secca dal bordone.

Poi appoggiò il bordone sull’erba e, incrociando le gambe, si sedette di fronte a noi, posando la zucca secca nel mezzo: suscitando in tal modo la nostra curiosità.

«Cos’è?» chiese prontamente Giovanni, indicandola con lo sguardo.

«Una zucca secca…» rispose Mauro. Poi, indicando il bordone alla sua destra, aggiunse: “E quello è un bastone.»

«L’avevo compreso che si trattava del bordone del pellegrino, e di una zucca secca usata come borraccia. Ma la curiosità insita nella domanda era un’altra: nel secondo millennio, a cosa possono servire?» insistette Giovanni.

«A me sono serviti a rammentarmi che questa notte avrei incontrato due vecchi amici… in mani più degne, potrebbero assolvere compiti, presumo molto più grandi» rispose criptico Mauro. Poi, senza lasciare il tempo a me o a Giovanni di ribattere, chiuse l’argomento: «In ogni caso, non è per parlare di un pezzo di legno e di una zucca, che ci siamo accomodati. Sbaglio?»

«No, non ti sbagli. Hai detto che dovevi convincerci che l’incredibile fosse credibile» gli rammentai.

 «Appunto!» fece Mauro alzando l’indice. Poi, lisciandosi la barba mise in ordine i ricordi.

 

«Non mi fu subito ben chiaro da cosa dipendesse l’impellente desiderio di conoscenza che mi spingeva a divorare, con una voracità che definirei bulimica, tomi di astrofisica. Passavo giornate immerso nel silenzio della biblioteca dell’università… cercando qualcosa che, allo stato embrionale, era già qua dentro» iniziò a dire pacatamente, puntandosi l’indice nel centro della fronte. Proseguendo, poi, stentoreo, indicando in rapida successione, il cielo, il prato, il pioppeto e il fiume: «Non sui libri, ma immergendoti umilmente in tutto ciò che ti circonda! Urlava incessante la voce dal di dentro, che mi spingeva a cercare la verità delle cose, cercando un rapporto simbiotico con la natura!» concluse allargando le braccia.

 

Una sensazione nuova, mai provata prima, mi pervase; la luce spettrale, la sua voce che sembrava provenire dai quattro punti cardinali, il frinire dei grilli che era cessato improvvisamente e la luna riflessa nell’acqua che pareva farsi sempre più grande, mi diede l’impressione che l’universo intero si fosse messo all’ascolto del suo discernere stereofonico sparso in ogni dove. Ma quello, fu solo l’inizio di un immaginifico viaggio, che finì per mettere in discussione certezze assodate.

 

Mauro indicò la sponda opposta del fiume. «Fu così che, ottenuta l’agognata laurea, decisi di iniziare da laggiù, nel casolare abbandonato appartenuto a mio nonno, il mio rapporto simbiotico … con lo spazio… e col tempo.»

«Boom!» gli scappò detto a Giovanni. Una rapida e severa occhiata da parte di Mauro lo riportò all’ordine. «Scusa, prosegui pure» fece, abbassando lo sguardo.

«Laggiù, osservando i pesci nel fiume, le serpi strisciare nell’erba e gli uccelli nidificare nel bosco, nutrendomi solo di quello che la terra coltivata a mani nude poteva offrirmi… ho portato a compimento la metamorfosi…»

Giovanni fece scorrere lo sguardo su di lui, fu sul punto di ribattere, forse con sarcasmo; Mauro comprese e lo zittì prontamente: «No, Giovanni! Non la troverai nel mio aspetto esteriore… mi riferisco alla metamorfosi del pensiero.»

Giovanni annuì, io mi limitai ad uno sguardo interrogativo.

«In principio non colsi il legame tra la pioggia di polvere di stelle e il vagare notturno dei miei pensieri; derubricai il tutto allo stile di vita sobrio e soddisfacente, che mi permetteva di far sogni così vividi… da sembrare più reali del contesto irreale dentro il quale si dipanavano.»

A quel punto si alzò in piedi, spostandosi dietro a Giovanni posò le mani sulle sue spalle, e guardando lontano così si espresse: «Ho viaggiato, visitato luoghi e dimensioni precluse ai più… ho attraversato migliaia di universi sovrapposti, visitato pianeti che non sono più, ed altri che ancora non lo sono; prima che passato e futuro si fondessero nel presente…» improvvisamente si tacque.

 Mentre si spostava per venire a posare le sue mani sulle mie spalle, io e Giovanni ci guardavamo increduli… di più, scioccati. “Possibile che colui che, al tempo della giovinezza, era stato il nostro punto di rifermento, fosse impazzito?” si chiedevano i nostri sguardi.

E proseguendo nella narrazione parve rispondere affermativamente alla domanda insita nei nostri volti sempre più allibiti. «Ora che avevo imparato a spostare il mio spazio, avanti e indietro nel tempo…tornai, dunque, a frequentare la Terra… e allora vidi, dall’alto di un colle, il possente esercito Persiano soccombere difronte alla tenacia e all’improvvisazione dell’eroe Macedone, nella piana di Isso; e lì, compresi che il genio è potenza, e la forza bruta il nulla. Poi, camminando sul sentiero di un monte, incontrai un fraticello con indosso un saio lercio e sbrindellato, che calcando con piedi nudi e sanguinolenti, senza dolore apparente, la roccia tagliente, m’insegnò, con la gioia nello sguardo, a comprendere e farmi comprendere dagli uccelli, dai lupi e da tutta la fauna che alberga il pianeta… In dieci, lunghi e brevi anni, ebbi modo di dialogare con personaggi straordinari, appartenuti al nostro passato… ma anche al futuro. Eppure, ancora non mi era ben chiaro il legame, tra il tutto e me stesso. Fino a quando non incontrai l’asceta che, da mille e più anni, viveva in simbiosi con il grande, contorto Ulivo che aveva già inglobato buona parte del suo corpo. L’asceta mi spiegò che aveva incrociato le gambe sedendosi a meditare sotto le fronde, e che dall’ora non aveva più staccato la schiena dal tronco, e nemmeno aveva aperto più bocca, né per mangiare né tantomeno per elargire il proprio, millenario sapere.»

«E come lo nutriva, il corpo?» mi sovvenne di chiedergli.

Mauro lasciò le mie spalle e tornò a sedersi davanti a noi incrociando le gambe. «Stando seduto, così!» mi spiegò, piantando le unghie delle mani nell’erba. «Chiese alla mente di far crescere le unghie delle mani e dei piedi a dismisura, cosi che, penetrando nel terreno, potessero succhiare un po’ di linfa vitale dalle radici dell’Ulivo.»

«L’ha praticamente vampirizzato, il povero essere vegetale» tirò le somme Giovanni.

«No!» esclamò Mauro. «L’asceta domandò all’Ulivo se poteva nutrirsi dalle sue radici, l’albero rispose chiedendogli quale sarebbe stato il proprio tornaconto… l’asceta replicò dicendo che avrebbe ordinato ai parassiti che infestavano le sue fronde di andarsene se non volevano essere sterminati… e lui, accettò il patto.»

«Aspetta un attimo!» saltai su a quel punto. «Ora non ci vorrai mica far credere che, non solo saresti in grado di parlare con gli animali, ma persino con gli alberi, e financo con i loro parassiti?»

Mauro scosse il capo. «Solo l’asceta conosce il linguaggio dell’albero con il quale instaura un rapporto simbiotico.»

«E tu, purtroppo non lo sei… una bella fregatura, amico mio» intervenne con sarcasmo Giovanni.

«Lo sarò» ribatté, pacifico, Mauro.

«Di un po’! Ma ci stai prendendo per il culo?!» sbottò allora Giovanni, balzando in piedi.

«Non è mia intenzione… torna a sederti, non ho ancora finito!» rispose con un tono che non ammetteva repliche.

Giovanni, sbuffando, tornò a sedersi.

«Quando chiesi all’asceta perché, dopo un mutismo millenario, avesse deciso di rompere il silenzio proprio con me: “Perché tu, al pari mio, sei destinato a diventare un punto fisso dell’universo” mi rispose, lasciandomi attonito. E da lì, iniziammo un lungo e proficuo dialogo, che mi portò a comprendere che la metamorfosi in atto la dovevo allo spolverio delle stelle, piovuto sopra di noi quella fatidica notte.»

Era tutto così incredibile, eppure il suo modo di narrare era così convincente, che restammo ad ascoltare, incantati, l’ancor più sorprendente finale dell’incontro con l’asceta. «La terra, l’aria, l’acqua, l’ulivo, l’asceta, i pianeti, le stelle, le galassie, noi stessi e tutto quel che vediamo, oltre a ciò che non riusciremo mai a vedere… e fatto di polvere di stelle, di spazio… e di tempo!» esordì dicendo. Intrecciò le dita e proseguì: «Spazio e polvere di stelle si rincorrono, s’intrecciano, prendono forma amalgamandosi con il tempo… poi, si lasciano; per tornare a ricomporsi, in forme diverse, all’interno dell’immensa struttura chiamata universo, di cui tutti siamo parte vitale, che si espande e restringe nell’infinito vuoto, delimitato da punti fermi perché non possa scontrarsi con altri universi.»

«Fammi capire» gli chiesi stringendo il mento tra l’indice e il pollice. «Anche tu, come l’asceta, saresti destinato a diventare un punto fermo dell’universo, sulla Terra?»

«E’ così!» confermò lapidario. Aggiungendo subito dopo: «Per un tempo equivalente ad un battito di ciglia dell’universo, diecimila anni, lo sarò… prima di tornare, come ogni accadimento, all’eterno mutare della materia stellare.»

«E, quando dovrebbe accadere?» domandò Giovanni.

Mauro indicò un giovane Rovere sulla riva opposta. «Molto presto. Quando lui sarà abbastanza forte da poter cedermi un poco del suo nutrimento…» si accarezzò i capelli «e il bianco della purezza e dell’innocenza fanciullesca, si unirà al grigio della matura saggezza.»

Giovanni scosse il capo. «Mi pare tutto così assurdo. Com’è possibile che della polvere lucente, caduta per caso sulla testa di quattro ragazzi che festeggiavano la maturità, regali ad uno il potere di mutare in aquila… a un altro la capacità di scorrazzare attraverso lo spazio-tempo… e agli altri due… nemmeno le briciole! E’ solo fortuna, frutto del caso… oppure, sto solo sognando?»

Mauro sorrise, alzò lo sguardo. «L’universo è un caos, ordinato… dove nulla, succede per caso.»

«Ok… ok…» feci, corrugando la fronte. «Mettiamo pure che tu sia destinato a sposare, una Quercia» l’ironia strappò una risata a Giovanni. «Ma un’aquila, come ci entra in questo disegno.»

Mauro allargò le braccia. «Non lo so! Glielo chiesi, ma lui mi disse che non aveva contezza del perché gli fosse stato concesso il potere della metamorfosi del corpo.»

«Come, come, come!» ripeté sconcertato Giovanni. «Ora salta fuori che avresti parlato con Giuseppe, presumo prima della metamorfosi?»

«No! Dopo!» rispose seccamente Mauro. E senza lasciarci il tempo di ribattere, ci spiegò che: «Capitò per caso. Durante uno dei miei viaggi nell’irreale realtà, camminando su un sentiero alpino vidi un’aquila volteggiare sopra la mia testa e poi posarsi imperiosa su una guglia di roccia… tenete conto che, dopo aver imparato a comunicare con gli animali, mi confortava assai dialogare con la serpe incontrata mentre coltivavo il campo, piuttosto che con il corvo, dispettoso, che scendeva a beccare le sementi nel solco. Ma con un’aquila, non avevo ancora avuto il piacere di conversare; grande fu la sorpresa quando lui… o lei? Insomma, l’aquila mi chiamò per nome. Durante quel lungo incontro, Giuseppe mi spiegò che aveva provato a resistere all’impellente bisogno di librarsi nel cielo, desiderio che aveva iniziato a manifestarsi cinque anni dopo quella famosa notte; ma che, alla fine, dovette cedere al suo voler essere aquila. E così facendo, aveva finalmente compreso che la felicità non va cercata, ma affrontata.»

 

Mentre la narrazione di Mauro rimestava sempre più nell’assurdo, davanti al mio sguardo incantato emergeva un ulteriore indizio di veridicità; se all’inizio c’era solo la prova inconfutabile della polvere di stelle caduta, ventidue anni prima, sul capo di quattro liceali, e quella che Giovanni affermava di aver visto cadere nuovamente sopra di sé; senza tralasciare il fatto del nostro, non saprei dire quanto fortuito, incontro mentre lasciavo lo studio… ora il racconto, arricchendosi di un nuovo elemento, pareva dare un senso al tuffo, nudo, di Giuseppe dentro l’orrido e al mistero del cadavere mai più ritrovato.

 

«Insomma, in tutta questa storia, c’è chi ci ha guadagnato, tu!» sbottò Giovanni puntando l’indice contro Mauro. Poi lo girò all’insù. «E quell’altro che ora vola brado senza pensieri e conti da far quadrare… Poi, c’è chi non ci ha guadagnato, ma nemmeno perso» aggiunse indicandomi. Infine, puntando gli indici contro il proprio petto, concluse amaro: «E un pirla! Che per colpa di una spolverata ha perso il socio e, a cascata, l’azienda e la moglie.»

«Sono certo che, prima o poi, qualcosa di bello dovrà accaderti» provò a confortarlo Mauro.

«Cosa te lo fa credere… la mia situazione, economicamente e sentimentalmente disperata? Oppure il fatto che avendo toccato il fondo, peggio di così non mi potrebbe comunque andare?» domandò, acido, Giovanni.

«Il fatto che la polvere di stelle ti sia caduta addosso per la seconda volta, vorrà pur dire qualcosa» rispose Mauro. Poi, notando il mio sguardo sconsolato, aggiunse: «Non ti abbattere, Carlo, nemmeno tu sarai dimenticato.»

«Tu sai molto di più, di quello che dici» replicai fissandolo negli occhi.

Mauro indicò la zucca secca e il bastone. «Quello che posso dire ad entrambi, è che, prima di entrare in simbiosi con l’albero, devo decidere chi di voi due ricompensare con il bordone e la zucca, che l’asceta mi donò perché li cedessi a chi ritenessi degno di gestire il loro potere.»

«Di quale potere vaneggi, ora? Cosa c’è dentro la zucca» chiese un interessato Giovanni.

«Anche questo, purtroppo, non mi è dato sapere… la zucca potrebbe essere vuota… oppure contenere la risposta alla domanda delle domande» rispose dispiaciuto. Sospirò e concluse: «Ma il compito si sta facendo arduo, è difficile scegliere quale amico favorire.»

«Beh, hai una zucca e un bastone, dividendoli potresti premiare entrambi» buttò lì Giovanni.

Mauro scosse il capo. «Non lo posso fare, mi spiace. Quando raccolsi la zucca e il bordone, che l’asceta aveva sistemato a terra prima di unirsi all’Ulivo, egli mi disse che in essi erano racchiusi il sapere e l’agire… che il sapere sarebbe inutile se non si trovasse, poi, il coraggio d’agire; e che l’agire senza prima sapere potrebbe risultare, addirittura catastrofico per l’intero nostro universo! Questo mi portò a comprendere che evitando di scegliere, disperderei il valore simbolico del dono.»

«Se posso permettermi…» m’intromisi allora, indicando gli oggetti in questione. «Visto che la polvere di stelle è caduta su di lui, ed io sono qui per puro caso, solo perché l’ho incontrato; donali pure a Giovanni.»

«Questo ti fa onore… ma siccome nulla succede per caso sotto le stelle; e la scelta spetta a me soltanto, sono altri i parametri a cui mi devo attenere» mi spiegò. Guardò il cielo. «Fra poco sarà l’alba, lasciatemi il tempo di riflettere, soppeserò i pro e i contro… la prossima notte vi comunicherò la mia sofferta decisione. Ora, andate» concluse prendendo da terra il bordone e la zucca secca. Poi ci salutò e rimase a guardarci mentre risalivamo il sentiero.

 

                                         **************************************

 

Quei due oggetti, anche se solo psicologicamente, sarebbero stati sicuramente più utili a Giovanni; per questo avevo deciso di non presentarmi all’appuntamento questa notte.

Ma il racconto di Mauro, unito all’aura di mistero insita nei due oggetti, mi avevano affascinato sino al punto di spingermi a trascorrere l’intera giornata a fantasticare sul loro potere e su cosa contenesse realmente la zucca. «Potrebbe essere, polvere di stelle!» mi sovvenne d’esclamare, guardando dalla terrazza del mio attico un tramonto rosso fuoco incendiare il cielo calando dietro lo skyline di Milano.  

 

«Forse mi si sta offrendo l’occasione, irripetibile, di aprire le porte del sogno per entrarci dentro… ed io che faccio? Mi divoro nel dubbio se accettare o meno l’eventuale dono» mi dicevo guidando nella notte per giungere sin qui.

 

E adesso che, forse, sono giunto ad un alito dal comprendere il tutto che ci circonda; osservando le stelle lassù, e Mauro e Giovanni laggiù… non ho ancora ben chiaro cosa fare, come agire.

 

                                                             FINE     

  

 

  

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Mauro Banfi il Moscone il 02-11-2017 08:17:03 PM
Dal film "Arrival" di Denis Villeneueve Questo tuo racconto mi ha scosso nelle fibre e per riuscire a spegare un pochino perchè, userò alcune stupende idee del recente film "Arrival", che ho visto con uguale stupore ed emozione. Quel film, come questo racconto parla di amicizia, linguaggio, tempo (e divenire) e meraviglia. Nel cuore di quel film, come di questo racconto, c'è un'idea stupenda, chiamata "GIOCO NON A SOMMA ZERO". Atterrano sulla terra degli U.F.O. e una linguista e un fisico atomico si mettono in contatto con gli Alieni che li pilotano, esseri in divenire a sette tentacoli chiamati EPTAPODI. I soliti generaloni vogliono capire che cosa vogliono - altrimenti sparano - e i nostri Alieni dicono "OFFRIRE UN'ARMA". Ovviamente per i limitati borghesucci trumpiani con le divise non può che essere che un'arma e viene piazzata una bella bomba sotto il loro sedere, anche se sono visitatori siderali. Quando tutto sembra perduto Louise, la gentile linguista - Viva le donne! - capisce che l’arma che gli eptapodi vogliono offrire in realtà è il loro linguaggio, allora rompe gli indugi e si lascia portare dentro alla navicella aliena da sola dagli eptapodi. In un incontro diretto con loro capisce che conoscere il loro linguaggio vuol dire conoscere il tempo. Vuol dire conoscere quello che accadrà e non avere più una vita lineare ma percorrere la propria vita già sapendo quello che accadrà. Gli eptapodi non stanno regalando agli umani il loro linguaggio solo per la loro connaturata grande generosità, ma perché fra tremila anni avranno bisogno degli umani. È “un gioco non a somma zero”, una collaborazione che aiuterà entrambi. Ecco, caro Giancarlo, nel tuo racconto c'è il tuo solito grande linguaggio fatto di squisita generosità, il dono, il tempo, la comprensione totale di quell'idea geniale del "Progetto Stardust" di Peppe, che ha addirittura anticipato "Arrival". Quel ragazzo è davvero un grande, ma come ha fatto? Infine ti ringrazio, perchè in queste parole e nel personaggio di Mauro, vi ho trovato l'attestato di una vera amicizia che mi ha fatto piangere di gioia: "Mauro indicò un giovane Rovere sulla riva opposta: “Molto presto. Quando lui sarà abbastanza forte da poter cedermi un poco del suo nutrimento…”, si accarezzò i capelli: “e il bianco della purezza e dell’innocenza fanciullesca, si unirà al grigio della matura saggezza.”. La grandezza di ogni incontro sta nella possibilità di esprimere più spesso quello che pensiamo e proviamo nel cuore: questo vuol dire essere davvero nel divenire del tempo. "Da che mi ricordo ho passato una vita a testa in sù a guardare le stelle: però la più grande sorpresa non è stata incontrare gli Eptapodi: è stata incontrare te". Grazie, fratello: una gioia partecipare con te a questo GIOCO NON A SOMMA ZERO. "Mamma, mamma, qual'è quell'espressione, un termine tecnico, dove due partecipanti a un gioco traggono entrambi un vantaggio, e non c'è competizione, non c'è uno che vince e l'altro che perde?" "Un compromesso?" "No, mamma, è un gioco ma alla fine tutti e due i giocatori sono contenti" "Chi vince vince?" "Quasi, mamma, ma è un termine più scienziatico..." "Scientifico, tesoro...allora un gioco dove ogni partecipante offre la sua vitalità in cambio per aumentare quella dell'altro giocatore...ma certo UN GIOCO NON A SOMMA ZERO!" "Sì, Mamma, brava!" Dal film "Arrival" , con invenzione finale di Mauro Banfi. A Giancarlo e a Peppe, con amicizia vera

Vecchio Mara il 2017-11-03 09:36:05
Che commentone! Come benvenuto in questo nostro nuovo mondo trasognante, non c'è male, no, non c'è veramente male. Che dire, questo racconto ispiratomi dal progetto che tu e Peppe avevate messo in campo, forse in un momento di stasi di Net, dove i narratori , impegnati nelle incombenze della vita, com'è giusto e logico che sia, non avevano avuto il tempo di assaporare

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Mauro Banfi il Moscone il 02-11-2017 08:17:58 PM
"Se potessi vedere la tua vita dall'inizio alla fine, cambieresti qualcosa?" "Esprimerei più spesso quello che penso, che sento, forse, non so."

Vecchio Mara il 2017-11-03 09:50:15
Metto qui il commento scritto poco sopra e, per errore, postato incompleto. Che commentone! Come benvenuto nel nostro nuovo sito per sognatori, non c’è male. Considero questo racconto, ispiratomi dal progetto messo in campo da te e dal grande Peppe, uno dei miei migliori. Ho un solo rammarico: non aver potuto leggere altri racconti ispirati al progetto Stardust. Purtroppo, quando avete proposto il progetto, Net, era in un momento di stasi creativa; i migliori autori, così com’è logico e giusto che sia, erano impegnati con le incombenze della vita. Per questo motivo mi farebbe piacere veder riproposto il vecchio progetto su questo nuovo sito. Sono certo che ora, gli autori, presi dall’entusiasmo per questa nuova avventura letteraria in un sito che hanno contribuito a creare, e dunque sentono loro, parteciperebbero in massa regalandoci racconti, o sogni che dir si voglia, degni d’esser frequentati. Pensateci, Mauro e Peppe 90, il vostro era un gran bel progetto non lasciatelo affondare nella nuvola della dimenticanza di Google insieme a Neteditor. Abbi gioia Mauro.

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90Peppe90 il 2017-11-03 10:24:50
Un progetto bello, forse troppo ambizioso, per una serie di ragioni ma che... chissà. Non credo sia accantonato per sempre. Racconti come il tuo - è ancora viva in me l'emozione per la prima volta che lessi questo racconto - possono dare la giusta spinta, insieme alle nuove sezioni e al nuovo sito, per tornare in carreggiata. Resta molto da vedere. Ad ogni modo, trovo sia stata una bella idea, quella di riproporlo. Un grande abbraccio, amico mio.

Vecchio Mara il 2017-11-03 15:30:36
Ho trovato giusto iniziare questa nuova avventura, postando per primo questo racconto , che considero la pietra angolare della mia creatività. L'ho riletto molte volta da quando lo postai su Nett, e ogni volta, non mi vergogno ad ammettere che: PELLE D'OCA ALTA UNA SPANNA IN ALCUNI PASSAGGI FONDAMENTALI! E per questo non posso che ringraziare te e Mauro che con la vostra iniziativa mi avete dato modo di esprimere cose che, nemmeno credevo di poter scrivere. Per questo motivo penso che meriti di essere riproposto il progetto Stardust, per cercare di tirar fuori da qualche altro autore qualcosa che, magari, nascosto in qualche cassetto della memoria attende solo lo stimolo giusto per vedere la luce. Un grande abbraccio grandissimo amico, non solo di penna ma anche di pensiero

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