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Dialogando, presumibilmente, con Dio

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-03-28 18:10:12


Dialogando, presumibilmente, con Dio

 

Giovanni riteneva oramai da tempo, come aveva confidato alla moglie, che il suo non fosse più vivere, ma occupare inutilmente un posto in mezzo a chi vive.

Il dramma, suo e della moglie, era iniziato cinque anni prima, quando la loro unica figlia appena ventisettenne aveva perso la vita in un incidente stradale.

Da quel giorno, mentre sua moglie aveva trovato un po’ di conforto nella fede, lui aveva iniziato a chiudersi sempre più in sé stesso.

Oltre ad uscire di casa solo per recarsi al lavoro, aveva anche smesso di frequentare gli amici al bar; e se per caso gli capitava d’incrociarli per strada, dedicava alla conversazione il minimo sindacale: due brevi convenevoli, un saluto veloce e via.

 

A tre anni dal dramma, col sopraggiungere dell’agognata pensione la situazione era ulteriormente peggiorata. Le giornate, private dello sfogo fisico e mentale del lavoro, si erano fatte opprimenti ed interminabili.

Convivere con il dramma sempre ben presente nella sua mente, insieme al rammarico di non aver saputo proteggere la figlia da ogni pericolo e ai ricordi struggenti di una felicità andata in frantumi, sarebbe stato, obiettivamente, troppo pesante per chiunque.

Trascorreva le sue tristi giornate passando dall’orto, che tentava di coltivare pur non essendo la sua massima aspirazione, solo per alleggerire la mente dalle paranoie; all’interno della casa, dove ogni oggetto alimentando ricordi riproponeva virulenti rimpianti.

Srotolava quel che restava della sua esistenza prigioniero di una casa, dentro la quale si era imposto di vivere e condividere l’immensità di un indicibile dolore con la donna amata da sempre. E come si conviene a un prigioniero, era d’uso concedersi un’ora d’aria, nel tardo pomeriggio, quando la moglie usciva per recarsi a messa.

Lo faceva, anche, dietro le insistenze della consorte che, preoccupata per la sua salute fisica e mentale, cercava di spingerlo a uscire, ad aprirsi di nuovo al mondo.

Ma il vero e ben più importante motivo era un altro: in quell’ora vicina al tramonto il piccolo cimitero era quasi sempre deserto, il momento perfetto per assaporare in silente solitudine la sacralità di un incontro struggente.

 

Prima di recarsi al Camposanto era d’uso mettere il guinzaglio al vecchio cane, un meticcio dal manto bianco, con gli occhi incredibilmente chiari. Poi, insieme a lui, si recava a far visita alla figlia.

Erano incontri sempre e comunque dolorosamente vividi. Parlava con lei, non com’è lecito supporre guardando il ritratto sulla lapide, ma fissando quegli incredibili occhi color del cielo usava il cane come una trasmittente per comunicare con l’aldilà. E alla fine, forse non troppo convinto del risultato, si allontanava riflettendo e imprecando, silente, contro il destino cinico e baro.

Poi, lasciato alle spalle il cimitero, proseguiva fino al vecchio mulino. E lì, sedendosi su una panca di pietra appoggiata alla parete del caseggiato liberava il cane: così che potesse scorrazzare nel campo di fronte al mulino.

 

                                      *****************************************

 

Un’ancora calda ma non soffocante sera, come quelle che s’incontrano quando l’estate volge verso l’autunno, mentre seduto sulla panca con la schiena ritta appoggiata all’intonaco scolorito del vecchio mulino, osservando le evoluzioni del cane nei campi rimestava ricordi, venne distratto da un cigolio. “Il cancello del vecchio mulino”, pensò, voltando lo sguardo.

«Buonasera. Pensavo che fosse disabitato», esordì, alzandosi dalla panca, quasi a volersi scusare, rivolgendosi all’uomo dalla capigliatura candida e lo sguardo sereno ch’era spuntato dall’angolo del caseggiato.

«Stia pure comodo. Se permette, mi siedo anch’io», replicò questi con tono gentile. Attese un cenno d’assenso di Giovanni, si sedette e proseguì: «Il proprietario vorrebbe ristrutturarlo. Mi ha chiesto un preventivo dettagliato; così mi sono preso qualche giorno per visionare la struttura e fare dei rilievi. Per mia fortuna la casa del mugnaio è arredata e le utenze allacciate. Non essendoci alberghi o locande nelle vicinanze, mi devo arrangiare con quello che passa il convento».

Giovanni accennò un sorriso. «E’ un geometra?»

«Faccio un po’ di tutto. Architetto e muratore. Progetto e costruisco… Senza presunzione, mi sentirei di affermare che “creo”», rispose l’uomo, usando un tono convinto.

Stimolando la replica di Giovanni. «Già… è bello creare. Anch’io lo sapevo fare, una volta», rispose, melanconico.

«Ora non più?»

Giovanni scosse il capo e sospirò. «Sono in pensione… L’anticamera della morte!»

«Leggermente lugubre come prospettiva… Ma, mi dica, qual era il suo lavoro?»

«Falegname. Costruivo mobili.»

«Bello. Tempo fa ebbi modo di conoscere un falegname. Era un uomo eccezionale… oserei dire: un Santo!»

Giovanni, intento a seguire le mosse del cane che sembrava allontanarsi troppo, non colse appieno il senso della frase. Fischiando lo richiamò: «Flea! Torna indietro!»

«Flea? Dalla stazza pensavo fosse un maschio.»

«E’ un maschio. Era il cane di mia figlia. Fu lei a scegliere il nome. Ma non mi chieda il significato, come molte altre cose, non trovai mai il tempo per chiederglielo», rispose, rattristandosi.

«Perché dice: “Era il cane di mia figlia”. Non lo è più?»

Giovanni abbassò il capo e fissando un ciuffo d’erba che si faceva largo tra il ghiaietto accanto ai suoi piedi rispose, laconico: «Mia figlia è morta».

«Ma lui è vivo. Ed è sempre il cane di sua figlia. Un giorno, ne sono certo, si ritroveranno», replicò l’uomo, osservando il cane che scorrazzava allegro nel campo.

Giovanni alzò il capo e lo fissò nello sguardo. Poi, accennando un amaro sorriso, gli chiese: «Lei crede nell’aldilà?»

«Se credere implica una pur minima frazione di dubbio… allora, io non credo! Io ne sono certo!» rispose, illuminandosi, usando un tono che non ammetteva repliche.

«Vorrei avere le sue certezze… oh, come vorrei averle! Vorrei credere in Dio per chiedergli alcune cose… Quante cose che vorrei. Ma alla fine non mi è rimasto nulla: né una figlia, né una risposta a quanto è successo. Lei non può imporre le sue certezze usando un tono ultimativo. Mica è Dio per poterlo fare. L’avrei io una bella domanda per il Divino se mi potesse ascoltare!» si sfogò Giovanni, infastidito dal tono imperativo usato dall’uomo.

L’uomo si tacque, attese che Giovanni ritrovasse la calma, poi gli chiese: «Ammettiamo per un momento che io sia Dio… Quale sarebbe la domanda che mi vorrebbe porre?»

Giovanni trasalì. «Non mi va, né di giocare, né di scherzare su certi argomenti!» rispose piccato.

L’uomo non si scompose e replicò con pacatezza: «Se le ho dato l’impressione di giocare con i suoi sentimenti, me ne scuso. Non era mia intenzione farlo. Volevo solo capire qual era la domanda che tanto l’assilla. Per provare, nel limite delle mie possibilità, ovviamente, a darle una risposta. Ma se questo la disturba, le prometto che non tornerò mai più sull’argomento».

Giovanni annuì, poi si chiuse nel mutismo più assoluto.

I due uomini trascorsero alcuni minuti in silenzio, guardando entrambi in direzione del cane.

Giovanni, mentre osservava le evoluzioni di Flea, rifletteva su quanto si erano detti poco prima: “Perché sprecare l’occasione. Magari la sua risposta mi potrebbe, se non soddisfare, perlomeno aiutare. In fondo non ho nulla da perdere, male che vada resterei con la mia domanda ancora inevasa; senza la recriminazione di non averci almeno provato ad avere una risposta. Non so come e perché, ma quest’uomo m’intriga. C’è qualcosa in lui che non riesco a mettere bene a fuoco”.

«Ammettiamo che, almeno per il tempo necessario a rispondere alla mia domanda, lei sia Dio», esordì improvvisamente, strappando un sorriso al suo interlocutore.

«Ammettiamolo! Dunque, ora io sono Dio. Dica pure?» lo spronò l’uomo, usando un tono caldo e avvolgente, perfettamente in linea con il personaggio che andava ad interpretare.

«Come mi dovrei rivolgere a Dio? Con il tu, il lei o il voi?» gli chiese Giovanni, contagiato dal tono partecipato usato dall’uomo.

«Dio è padre e amico. Il pronome: tu, andrà benissimo. D’ora in avanti propongo d’interloquire usando il confidenziale “tu”.»

«Lo stavo pensando anch’io. Proposta accettata!» replicò Giovanni, accennando una parvenza di sorriso.

Riordinò le idee e subito dopo partì deciso: «Dio! Come puoi permettere a un padre e a una madre di vivere più a lungo della propria prole? Ti sei mai chiesto quale lacerante dolore, un evento di tale portata può procurare a dei genitori?»

«Le domande sono due. Risponderò partendo dalla seconda. Sono ben conscio del dolore che provoca la perdita di un figlio; ma nonostante ciò ho sacrificato quella del mio unico figlio per permettere all’uomo di poter continuare a vivere e procreare. La vita non è solo quella terrena, ne esiste un’altra, più bella e più piena, dopo la morte. E’ là che i padri riabbracceranno i figli… e là, saranno per sempre felici», fece una breve pausa, per lasciare il tempo a Giovanni di riflettere. Poi passò all’altro quesito: «Non è mia intenzione lasciar vivere più a lungo i padri dei figli… e nemmeno i figli dei padri. Ho creato l’uomo a mia immagine e somiglianza perché la sua vita fosse eterna. E così sarà, nel regno dei cieli. Lassù ritroverai la tua amata figlia e sarai nuovamente felice. Quello che stai vivendo adesso è solo un doloroso intermezzo, tra la breve felicità terrena… e quella eterna del regno dei cieli».

Giovanni ascoltò affascinato il perorare dell’uomo la cui voce si era fatta ieratica. Non pareva nemmeno più quell’udita poc’anzi, sembrava provenire da un’altra dimensione.

«Sei riuscito a calarti nel personaggio meglio di un attore. Hai persino cambiato tono di voce… Da pelle d’oca», si complimentò, rafforzando il concetto sfiorando con la mano destra l’avambraccio sinistro. Prima di porgli un’altra domanda: «Ma perché tutto questo? Perché non passare direttamente alla vita eterna?»

«La risposta è più semplice di quanto credi. Dove esiste la vita eterna, non può esserci null’altro. Non la morte, perché in contraddizione con il concetto di vita eterna; e, di conseguenza, nemmeno la nascita. Il concetto di nascere, vivere e morire appartiene solo a questo mondo; nell’altro, quello eterno…» Si tacque un attimo, lesse lo sconcerto nello sguardo di Giovanni e gli chiese: «Non ti è chiaro il concetto?»

«Non del tutto.»

«In questa dimensione, definiamola “materiale”, l’esistenza è divisa in tre momenti topici: nascita, vita e morte. Nell’altra, chiamiamola “spirituale”, ne può entrare una sola. E la scelta, per poter essere eternamente appagante, non poteva che cadere sulla vita. Così ti è più chiaro il concetto?»

«Inizio a intravvedere qualcosa. Però il tema avrebbe bisogno di altro tempo per essere approfondito, di altre delucidazioni per essere chiarito. Ma ora devo tornare a casa, mia moglie uscirà da messa a minuti», rispose mentre metteva il guinzaglio al cane che, tramite il suo orologio interno, aveva compreso che era venuta l’ora di rientrare e si era avvicinato ai due uomini.

«Se ti fa piacere, potremmo proseguire la nostra chiacchierata domani sera. Se ti va, mi troverai ancora qui, alla stessa ora.»

Giovanni ci pensò un attimo. Troppo ghiotta l’occasione che gli si offriva per indagare i misteri della vita e della morte. E poi il discernere di quell’uomo lo affascinava, pareva avere tutte le risposte che andava cercando da tanto, troppo tempo, esponendole in modo credibile.

«Verrò senz’altro! Allora, a domani sera!» esclamò convinto. E allungando la mano gli domandò: «Io mi chiamo Giovanni. Qual è il tuo nome?»

L’uomo strinse vigorosamente la mano che Giovanni gli porgeva. «Chiamami pure, Dio… andrà benissimo!»

«Stai scherzando?! Per quale ragione non vuoi svelare il tuo vero nome?”, gli chiese allora, rabbuiandosi, Giovanni.

«Perché il nome “Dio”, mi rende maggiormente credibile ai tuoi occhi. Il mio nome, il mio volto, quello che dico non avrebbe rilevanza se non lo esprimesse Dio. Se vuoi continuare il cammino di conoscenza che abbiamo intrapreso, devi sforzarti di credere di parlare con Dio. Se ci riuscirai sentirai la serenità perduta rinascere nel tuo animo; e alla fine del percorso la fede diluirà l’angoscia; così che il tuo cammino dentro questa vita, e di riflesso quello di chi ti è accanto, sia molto più lieve.»

Giovanni, poco convinto, si apprestava a ribattere per conoscere il suo vero nome. Ma l’uomo parve leggere il suo pensiero e lo anticipò: «Ti prego, non farlo. Se mi chiederai ancora una volta di rivelarti il mio nome… lo farò. Ma da quel momento non potrò più aiutarti e non mi rivedrai mai più. Decidi tu per il meglio: proseguire il nostro confronto, o troncare tutto in questo momento».

Il tono era deciso e ultimativo. Giovanni quasi si spaventò. Ma il mistero, oltre al piacere che gli procurava dialogare con quell’uomo venuto dal nulla, lo intrigava, e alla fine si decise: «Va bene, non ti chiederò di rivelare il tuo nome, almeno per ora. Aspetterò che, il nostro confronto, come lo chiami tu, giunga al termine. Poi te lo chiederò di nuovo. E allora mi dovrai rispondere!» concluse, prima di allontanarsi assieme al cane.

L’uomo sorrise e non replicò. Seduto sulla panca lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava insieme al cane.

 

Giovanni incontrò l’uomo per altri tre giorni, ricavandone serenità e conoscenza dell’ignoto.

Sua moglie, notando lo sguardo ammantato da un’aura di serenità, non riuscendo a comprendere cosa gli stesse accadendo, con gentilezza gliene chiese conto.

Lui le raccontò, con entusiasmo e dovizia di particolari, degli incontri avuti con l’uomo. Poi, notandola sempre più perplessa, invitò anch’essa al loro prossimo incontro: «Questa sera vieni anche tu. Voglio che ascolti la sua voce, così capirai di cosa sto parlando».

«Non posso, devo andare a messa», rispose la moglie.

«Per una sera potresti sostituire la solita omelia che ti propina don Carlo, con un’altra, molto più istruttiva e interessante», replicò, rabbuiandosi, Giovanni.

La moglie vedendo la serenità sfiorire dal suo sguardo, pur non del tutto convinta, non se la sentì di contraddirlo. «Ma sì, per una sera posso anche rinunciare alla messa… Verrò con te. Voglio proprio conoscerlo, l’uomo che è riuscito a ridarti il sorriso», ribatté, accarezzandolo amorevolmente, riportando così la serenità sul suo volto.

 

Quella sera, con il cane al guinzaglio, dopo essere passati dal cimitero a salutare la figlia, s’incamminarono verso il vecchio mulino. «Siedi qui!» disse Giovanni, indicando la panca mentre liberava il cane nel campo.

Seduti sulla panca, in silenzio, guardavano il cane scorrazzare allegro in mezzo al campo. «Che ora è?» le chiese Giovanni, visibilmente preoccupato per l’insolito ritardo dell’uomo.

«Le sei e mezzo. Mi hai fatto perdere la messa e il tuo amico non si è fatto vivo», lo redarguì senza acrimonia la moglie.

«Non capisco. Non vorrei che gli fosse successo qualcosa… Vieni!» disse, alzandosi.

Seguito dalla moglie girò l’angolo del caseggiato e provò a scuotere il cancello. «E’ chiuso!» esclamò, guardando, incredulo, la moglie.

Con sguardo altrettanto incredulo, la moglie guardò il cancello. «Sei sicuro che sia uscito proprio da qui?»

«E’ l’unica apertura per accedere al mulino.»

«Ma tu, l’hai mai visto entrare o uscire?»

«No! Io ero seduto dall’altra parte. Ma poco prima di vederlo spuntare da dietro l’angolo, udivo il cigolio del cancello che si apriva… E poi me l’ha detto lui stesso che alloggiava nella casa del mugnaio», rispose in tono sconsolato.

La moglie scosse il capo. “Se quell’uomo esiste veramente, l’ha preso in giro. Se no, sta dando di matto”, pensò, fissando spaventata il cancello.

«Cosa c’è?!» sbottò Giovanni, allarmato dall’atteggiamento della moglie.

«Ma l’hai guardato bene il cancello?» rispose, indicando la parte bassa.

Giovanni guardò. Poi, ritraendosi, esclamò: «Com’è possibile!»

«Lo chiedo a te! L’edera che avvolge il cancello sta lì sicuramente da più di tre giorni. Come ha potuto quell’uomo aprirlo senza strapparla?»

«Non lo so… Tu hai qualche idea?» chiese alla moglie, guardando oltre il cancello.

«Presumibilmente, qualche disgraziato si è preso gioco di te… Ma io dico: si può scherzare in questo modo con il dolore della gente?! Prega Dio che non incontri mai quell’uomo!» sbottò la moglie, incattivita per l’affronto subito dal marito.

Intanto Giovanni continuava a guardare il vecchio mulino con un’espressione stranamente rilassata.

«Sei qui con me, o dove sei?! Hai sentito quello che sto dicendo?!» domandò in tono alterato la moglie.

«Non ti arrabbiare. Potrebbe anche non essere andata come stai dicendo…» rispose calmo, accennando un sorriso.

«Sentiamo! Secondo te, come sarebbe andata, con chi pensi di aver dialogato? Con un fantasma che passa attraverso muri e cancelli chiusi, presumo!» ribatté la moglie, non calmandosi affatto.

Nel frattempo il cane, com’era solito fare all’ora del rientro, era tornato accanto a Giovanni.

«Cosa ne dici, Flea, l’hai visto anche tu il fantasma del vecchio mulino?» chiese con sarcasmo la moglie.

Giovanni non raccolse. Agganciò il guinzaglio al collare del cane, poi, incamminandosi silenziosamente verso casa, iniziò a riflettere sui dialoghi che in quei giorni lo avevano arricchito, aprendogli la mente.

 

«Non può essere che così!» esclamò improvvisamente, arrestandosi a metà strada fra il cimitero e il mulino. Mentre la moglie, e anche il cane, lo osservavano perplessi.

«E ora, cos’altro c’è?» gli chiese la moglie, sbuffando.

Giovanni sorrise, volse lo sguardo in direzione del mulino, poi guardò il cimitero.

«Presumibilmente… ho dialogato con Dio!» rispose, illuminandosi.

La moglie stava per intervenire. Ma lui la anticipò, ponendo una pietra tombale sulla discussione: «Non cercare di convincermi del contrario. Non ci riusciresti!»

«Perché dovrei farlo? Sono felice di sapere che hai incontrato la fede. E’ quel: “presumibilmente”, che mi spaventa. Non vorrei che prima di sera cambiassi nuovamente idea», replicò la moglie, rasserenandosi.

«Hai ragione. Togli pure “presumibilmente”, è un intercalare che tu usi spesso ed io l’ho assorbito, ma non rappresenta in alcun modo il mio pensiero… Ho incontrato Dio e mi ha insegnato a guardarmi dentro. Ora so che la ritroverò, mia figlia, un giorno. Sì! La ritroveremo e saremo di nuovo una famiglia felice, te lo prometto. Abbiamo sprecato troppo tempo a piangerci addosso; è venuta l’ora di uscire, guardare in faccia la realtà, dare una mano a chi ne ha bisogno. Andiamo, torniamo a casa; a iniziare da oggi cambieremo stile di vita. Stasera usciremo a fare quattro passi in paese, voglio incontrare gente, parlare con loro… voglio tornare a vivere!» concluse commosso, coinvolgendo anche la moglie.

«Quattro passi in paese? Sono anni che non usciamo la sera… Oh! Signore, questo è un vero miracolo. Allora hai dialogato veramente con Dio!» commentò con voce emozionata, stringendosi al suo uomo.

 

 E da quel giorno la loro vita svoltò decisamente. Entrambi sostenuti dalla fede, convinti che vi sarebbe stato un futuro migliore, nell’attesa di riunirsi all’amata figlia vissero quel che restava loro con serenità.

Partecipando attivamente alle opere di carità della parrocchia, alla vita della piccola comunità, avevano ritrovato l’equilibrio necessario per condurre un’esistenza degna; riuscendo a quietare dolore e rimpianto per la prematura scomparsa della figlia, grazie alla certezza di essere alla fine premiati con un nuovo ed eterno inizio.

 

                                                 FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Rubrus il 2019-03-29 12:42:08

Mi ricordavo di questo racconto. Anch\'esso è una specie di apologo (sto pensando al mio penultimo, anche se nel mio caso l\'interlocutore era diverso). e - come credo dissi anche all\'epoca - lo trovo gradevole per il linguaggio semplice e diretto; quando si tratta di temi complessi è più facile essere oscuri che chiari e, a volte, l\'uso di una costruzione elaborata, di un fraseggio articolato, di un lessico ricercato, può dare l\'impressione di mascherare idee confuse o incertezze. Quando invece si deve usare un linguaggio tecnico, non si scappa: si usa il linguaggio tecnico - al limite si trova qualche espediente narrativo per spiegarlo. Qui invece l\'uso del dialogo, da parte di due (tre) persone normali e contemporanee è perfettamente coerente al luogo, al tempo e all\'azione (secondo me le regole di Aristotele sono ancora valide) e al fine del racconto - indipendentemente dalle convinzioni che il lettore possa avere in proposito. Altro aspetto positivo del racconto, che lo rende più convincente, è, paradossalmente, che non vuole convincere nessuno. Racconta solo una storia, senza troppe pretese. Ultima nota sul verbo \"chiosare\" che vedo ti piace. \"Chiosare\" vuol dire commentare un testo scritto ( Spiegare, illustrare un testo o un passo d’un testo con chiose: E serbolo a chiosar con altro testo (Dante); invece di Omero chioserò Crisippo (Leopardì).) quindi non è corretto usarlo a proposito di espressioni orali. I sinonimi non mancano: osservare, commentare, oppure (a seconda dei cani) convenire, dissentire, ribattere ecc. O, ancora, più semplicemente, \"dire\". - se non lo si ripete troppo spesso. Ps. trovo divertente che il titolo contenga l'avverbio "presumibilmente" il cui uso, o abuso, il protagonista censura nel testo. E' un po' una piccola chicca ironica. 

Vecchio Mara il 2019-03-29 15:21:19
Ricordo che me lo avevi fatto notare in un altro commento, e da allora ho cercato di non usare più: chiosò. Ma questo è un racconto precedente. Anche se devo dire che di tanto in tanto, se non ci sto attento, mi scappa dentro anche in quelli nuovi. Non so perché ma piace il suono della parola, mi è rimasta così impressa che come trovo un buco ce la infilo anche a sproposito. Cercherò di starci più attento, ma non garantisco la piena riuscita. Ora vado a vedere di sistemare questo testo. Ti ringrazio, ciao Rubrus.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
d\'Artagnan il 2019-03-29 22:07:39
L'ho letta con le lacrime agli occhi, e tu sai il perché. Ma non posso esimermi dal complimentarmi per questo tuo racconto, scorrevole, piacevole e confortante, in un certi modo.

Vecchio Mara il 2019-03-30 07:55:47
Lo so, e ti comprendo, anche perché questo racconto l'ho scritto in uno di quei momenti in cui ricordi e rimpianti per quello che poteva essere e non è più stato picchiano duro. Ti ringrazio. Ciao d'Artagnan.

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Paolo Guastone il 2019-07-02 15:53:55
In qualità di genitore rabbrividisco alla disgrazia che ha colpito il protagonista. Ma, come per le stoppie marcite che in primavera rifioriscono, ecco che anche noi abbiamo la possibilità (mi verrebbe da dire "presumibilmente" ma non lo dico....) di tornare nel mondo felice, dove si sta sempre bene e non fa mai né troppo freddo, né troppo caldo. Lo ha capito anche Giovanni, finalmente, ed è sul come abbia fatto a capirlo che ruota tutto il tuo bellissimo racconto.

Vecchio Mara il 2019-07-04 21:02:27
questo e uno dei miei racconti preferiti, c'è dentro molto di me... si potrebbe definire, quasi autobiografico, purtroppo. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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