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Festival Lovecraft in P.I.A.F. - "Shon-Lothug"

"L'APOSTROFO" Narrativa di gruppo Festival Lovecraft in P.I.A.F.

di 90Peppe90

pubblicato il 2018-11-27 22:25:25


Shon-Lothug.

 
Parte Prima: La chiesa blasfema.
 
Era tutto cominciato come un semplice hobby da accostare al lavoro, all’epoca quello di impiegato in un negozio di elettronica, all’interno di un centro commerciale. Con il passare del tempo, l’hobby in questione era divenuto qualcosa di sempre più importante e centrale nella mia vita. Detto in parole povere: amavo risolvere i “misteri”.
Sì, ero una sorta di investigatore privato. O almeno era ciò che mi piaceva pensare. Era così che mi definivo, comunque, anche se sono sicuro che, con i tempi che corrono, qualcuno avrebbe trovato un nome, rigorosamente in lingua inglese, più appropriato per questa “professione”.
Finché, comunque, conseguii una vera e propria licenza di investigatore privato e, allora, lo diventai a tutti gli effetti. Quel giorno, quello dell’ottenimento della licenza, fu di gran lunga il più felice e soddisfacente della mia intera esistenza.
Mi occupavo di varie questioni: sparizioni di oggetti preziosi, di persone – talvolta considerate meno importanti dei primi –, intrighi familiari, amicizie sfruttate o tradite per affari, eccetera, eccetera, eccetera.
Ho, sin da piccolo, trovato estremamente interessante l’idea di ficcarmi dentro certe situazioni poco chiare per cercare di accendere un cerino e dare una bella ordinata. Il mistero mi piace, credo sia alla base dell’universo e della nostra vita, ed esercita un fascino irresistibile su di me. E credo anche non esista al mondo qualcosa di irrisolvibile. Ogni mistero può essere risolto. Tranne, immagino, quello relativo a che fine facciano i calzini dopo una sessione di lavatrice.
Perché, fidatevi, ho affrontato di tutto.
Meglio ancora, credevo di aver visto di tutto, in questa città. Lo credevo, me ne illudevo. Poi ho scoperto che ci sono misteri così terribili che sarebbe meglio lasciar perdere, mettere da parte, far finta che non esistano. Di fondo, per quel che mi è lecito pensare dopo un’esperienza del genere – proprio quella che mi accingo a raccontarvi – penso che l’intera realtà, tutto ciò che sentiamo e vediamo, poggino su uno sfondo di puro buio, oscurità viva e morta al tempo stesso, che risucchia in cicloni d’orrore tutto ciò che riesce a prendere quando trova un varco attraverso cui accedere alla nostra dimensione.
 
– Sa quante volte l’ho vista in vita mia? Passavo spesso di qui, – dissi al signor Spataro.
Ci trovavamo oltre il guard-rail (nient’altro che un rozzo muricciolo mezzo sbriciolato) della A19, autostrada Palermo-Catania, a pochi chilometri dalla sua origine.
Oltre il muretto, si estendeva una distesa di erbacce alte e ingiallite, che sventolavano pigramente nella più totale desolazione. A dominare la scena, una chiesa che si ergeva quasi buttata lì per caso, claudicante, mattoni vecchi di secoli, sembrava quasi fatta di mollica vecchia, secca e dura. Una spartana croce latina capeggiava su di essa, minimale, apparentemente semplice fil di ferro intrecciato.
– Sin da quando ero piccolo… andavo a trovare i miei zii. Abitavano a Bagheria, – dissi all’uomo che mi aveva “ingaggiato” (quanto mi piaceva, questa terminologia investigativa!). – Notavo questa chiesa e mi metteva tristezza. Da che io ricordi, ha sempre versato in queste condizioni. Ricordo… ricordo che delle volte sentivo un gallo cantare, quando passavo di qui, qualunque ora del giorno fosse.
Il signor Spataro mi squadrò, come per studiarmi o studiare quanto avevo appena detto, poi annuì rapidamente. – Sì, sì. Posso dire la stessa cosa. È sempre stata così. – Uh, interessante, pensai. Lui avrà almeno cinquantacinque anni, forse sessanta, poco più che vent’anni più di me; da quanto tempo può essere abbandonata, ‘sta chiesa? – Stavo… dovevo fare una consegna. Sono un camionista. Lo sono da quasi quarant’anni. Due notti fa, sono sceso dal camion, dopo averlo fermato poco più avanti.
Controllai il punto indicatomi dal camionista. Il ciglio della strada, dove il muretto s’interrompeva un attimo in un varco che dava sul campo incolto. – Be’, non proprio il posto più adatto per una sosta.
Il signor Spataro non diede segno di udire la mia osservazione o, comunque, non vi diede peso. – Dovevo pisciare, – mi disse, in tono confidenziale. – Scendo dal camion, mi guardo intorno e supero il muretto. Mi ritrovo con quelle erbacce che mi arrivano fino al culo e oltre. Non vedo molto e sento strisciarmi cose addosso. “Saranno le piante”, mi dico, ma ci credo poco… cioè, in mezzo a ‘ste piantacce pensi che, come minimo, si tratta di qualche insetto. – Indicò in alto. – E, ovviamente, nemmeno un lampione funzionante. Paghiamo le tasse per un cazzo. – Conoscendo le tendenze sessuali del nostro caro Presidente della Regione, pensai, credo che paghiamo le tasse anche per più d’un paio di cazzi, ma mi astenetti dall’enunciare quel pensiero. – Tiro giù la cerniera e… mi accorgo che c’è una luce accesa, in chiesa. Mi pare strano, mi dico che forse è l’effetto di qualche lampione più lontano, non lo so, fatto sta che mi avvicino per avere un punto illuminato abbastanza da poter vedere eventuali insetti che mi si possono venire a posare sul… – Solleva le spalle tozze; con un cenno del capo indica la chiesa. – Tanto, per quanto ne so, è pure sconsacrata.
Chapeau, pensai, quasi divertito. – E…?
Il signor Spataro annuì con rapidi, brevi movimenti, sorridendo di sbieco. – E… sento dei suoni… suoni… parole… i soliti cori da chiesa… e già è abbastanza strano, no? Poi… avvicino l’orecchio ai mattoni… magari sono diventato matto io, magari è solo vento che fa strani giochetti passando per le varie fessure. Cioè, è piena di buchi, ‘sta cosa… e… e… – Il mio cliente sbiancò improvvisamente. Temetti di vederlo stramazzare al suolo di lì a poco. Si limitò, tuttavia, ad afferrarsi l’orecchio destro, quasi accartocciandoselo con forza. – Freddo. Tanto freddo… si gelava… dalle fessure spirava una sorta di ventaccio che qui non abbiamo neanche a dicembre… e le parole dei cori erano incomprensibili… una lingua… ora, non sono un esperto, ma ho sentito diverse persone parlare l’inglese, lo spagnolo, il francese e anche qualche altra lingua… ma mai… nulla del genere. Mai. Deve credermi, signor Lonardi. Erano rumori, più che suoni, ma… come dire… si capiva che erano… che venivano da bocche umane.
Sarei disonesto a dire che gli credetti. Altrettanto disonesto, sarei, a dire che non lo feci affatto. Mi trovavo in una sorta di via di mezzo, una specie di limbo, ma poi propesi verso l’accettazione dell’incarico: sembrava un mistero intricato e, poi, il signor Spataro mi sventolò subito davanti due banconote da cinquanta, in anticipo.
Raramente mi è capitato di vedere gente spaventata fino a quel punto: era lo stato psicofisico che mi sarei aspettato da qualcuno uscito miracolosamente illeso – almeno fisicamente – da un tremendo incidente o disastro naturale.
Le altre volte che avevo avuto a che fare con gente spaventata, inoltre, la paura era scaturita da qualcosa di totalmente diverso: paura di non ritrovare un documento estremamente prezioso, paura di essere stati traditi dal proprio partner, cose così. Non dei presunti canti gregoriani che si odono da una chiesa abbandonata, illuminata dall’interno e sprizzante aria gelida, malamente costruita in un lembo di terreno dimenticato da uomini e dèi.
Se la cosa mi ha suggestionato? Un po’.
E ancora, credetemi, non avevo visto niente.
 
Le anime vive più vicine alla chiesa si trovavano a circa mezzo chilometro di distanza. Un distributore di benzina, tre uomini e una donna, grassa e sudaticcia sotto al feroce sole settembrino. Provai con qualche domanda inerente alla chiesa ma, come avevo pronosticato, nessuno me ne seppe dire nulla. Né il nome della chiesa, né da quanto tempo vessasse in tale stato di abbandono, né se avessero riscontrato qualche attività recente nei paraggi della stessa. L’unica cosa che ricavai da quella sortita presso il benzinaio fu una bottiglietta di tè alla pesca dal distributore automatico.
E un pieno di carburante, pagato a caro prezzo.
Tanto avevo appena guadagnato cento euro, senza fare nulla.
 
Tornai alla chiesa senza fretta, quando erano poco meno delle cinque del pomeriggio e il clima continuava a essere accompagnato da un leggero vento d’afa: qui, è piena estate almeno fino a metà ottobre.
Tolsi la giacca (per motivi professionali la indossavo sempre, pure in condizioni torride, anche questo per darmi un tono) e la adagiai sul sedile posteriore dell’auto, parcheggiata poco oltre il guardrail, in mezzo alla secca vegetazione. Prima di richiudere la portiera, misi dentro anche la bottiglietta di tè contenente le ultime dissetanti gocce.
Quando tornai a dirigermi verso la chiesa, squillò il cellulare.
 
– Signor Lonardi, non voglio disturbarla, io, – cominciò a dire il signor Spataro. – Capisco che quando si lavora si preferisce non essere disturbati, anch’io sono così, lo so. Però… mi capisca… volevo sapere come… se è… se lei è già entrato.
– Stavo proprio per farlo, signor Spataro, – risposi io, arrotolandomi le maniche della camicia bianca indossata sotto al gilet grigio. Mi pentii di non aver tolto anche la cravatta, perciò l’allentai, il telefono tenuto tra spalla e orecchio. – Se vuole, possiamo rimanere in contatto mentre entro, oppure…
No! – sbottò il signor Spataro. Poi riprese in tono un pelo più calmo. – No, mi… mi va bene così. Mi chiami… mi faccia sapere lei, così come da accordi, dopo che avrà finito.
– No problem, – accettai io, un sussurrato allarme che cominciava a risuonare in un angolo appartato della mia testa. Così tanta paura. Una fifa inspiegabile. Cosa diavolo pensava, il mio cliente, potesse esserci, là dentro? A parte topi, scarafaggi, serpi, ragni, polvere, polvere, polvere e ancora polvere? Ah, e un altro po’ di polvere. Una grande ghiacciaia, forse? – Mi faccio sentire io, allora, – gli comunicai, sopprimendo un ben poco professionale moto di riso. – Come da accordi.
E gli accordi comprendevano anche il saldo della mia parcella, pari a duecento euro, a meno di complicazioni inattese. Una cifra che, comunque, data l’immotivata e smisurata angoscia che attanagliava il mio cliente, mi iniziò a sembrare un po’ eccessiva: quell’uomo era sinceramente, profondamente terrorizzato. Aveva contattato me perché sperava di potersi fidare, sperava di parlare con qualcuno che non lo avesse additato come un pazzo. Qualcuno che lo avrebbe aiutato, qualcuno che avrebbe risolto – o che almeno ci avrebbe provato – gli oscuri interrogativi che lo avevano assalito e che, per la verità, mi incuriosivano parecchio. Voglio dire, canti gregoriani? In una chiesa lasciata in totale stato d’abbandono e di cui nessuno sapeva nulla? Magari si trattava di un manipolo di fedeli che avevano deciso di dare un senso a quella struttura che, come molte altre, era stata trascurata anche, e soprattutto, dalle autorità. In poche parole, mi ero già profondamente vergognato per il principio di risata che mi aveva solleticato la gola, poco prima.
– Ehm, be’, senta, signor Spataro… facciamo cento, come saldo… – mi interruppi una volta resomi conto che il mio cliente aveva già chiuso la chiamata.
 
Giunsi al portone della chiesa.
Un legno sbiadito, rinsecchito, malaticcio alla vista e al tatto. In alcuni punti, delle scaglie appuntite venivano fuori, come aculei. Nessuna maniglia, nessuna manopola; al suo posto, un foro circolare. Le due ante lasciavano un sottile spiraglio tra loro. Quella di destra, in una posizione appena più arretrata della sinistra.
Quasi senza pensare – Oggi sto facendo decisamente troppe cose “senza pensarci” – inserii indice e medio della mano destra nel foro che sostituiva la maniglia e feci forza per aprire.
Tuttavia, ritrassi subito la mano, schifato. Avevo toccato qualcosa di molle. Qualcosa di freddo e molle. Quasi come gelatina. Osservai le dita. Si notava una certa oleosità, le sentii appiccicose e scivolose al contempo, quasi un ossimoro. Avvicinai i polpastrelli sporchi alle narici e avvertii un odore poco gradevole.
Intanto, dal buco, uscì fuori una blatta di notevoli dimensioni. L’insetto, tutto lucido, come se si fosse fatto i bagni in qualunque cosa io avessi sfiorato con le dita, zampettò rapidamente fino alla base della porta. Puntò verso l’esterno, in un primo momento. Successivamente si fermò e, in una frazione di secondo, passò sotto la porta, anticipandomi nell’atto di varcare l’ingresso della chiesa.
Perché decisi di seguirlo?
 
Le risposte erano ovvie, in fondo, no?
Era il mio lavoro. Era la mia passione. Era mio dovere. Un dovere preso, sancito, stipulato. Una cosa che dovevo e che, in primo luogo, sentivo di dover fare. Una sorta di personalissimo obbligo morale. Pensavo allo sguardo irrequieto del signor Spataro. Al sudore e al nervosismo che avevano avvolto i suoi movimenti, i suoi gesti e le sue parole, inducendolo a una serie di tic nervosi. Pensavo a quanta compassione mi avesse mosso quell’uomo, per qualcosa che a me era parsa una banalità, una stupidaggine.
Comunque sia, decisi di onorare fino in fondo il dovere assunto.
Poggiai una spalla contro l’anta leggermente più arretrata e, di peso, spinsi. Dopo un paio di secondi senza che accadesse nulla, la porta sfregò contro il pavimento e si lasciò aprire, emanando un tanfo di legno marcio e ammuffito.
Quando finalmente fui dentro, non credetti ai miei occhi.
 
Una luminosità dirompente.
La luce del sole penetrava dalle aperture (che una volta erano state finestre) poste sulla facciata, sul retro e ai fianchi della struttura, per un totale di dodici. A ciò, si aggiungevano i diversi varchi apertisi a causa degli anni, del degrado e dell’azione costante degli agenti atmosferici. Una groviera a forma di chiesa.
L’arredamento non rispecchiava per niente l’aspetto esterno della struttura. Due fila composte da otto panche l’una. Un’aria pulita, non quella che ci si aspetterebbe di respirare all’interno di un luogo chiuso e lasciato a sé stesso per chissà quanti anni. Dal soffitto, centralmente, pendeva un lampadario che ricordava molto uno di quelli antichi, con le candele. Solo che le candele di questo non erano vere, bensì di un qualche materiale, istoriate e con lampadine elettriche a foggia di fiammelle. In fondo, ai lati dell’altare posto in cima a una breve scalinata, due candelabri d’oro.
Alle spalle dell’altare, un maestoso crocifisso di legno, sopra al quale era inchiodata una scultura del Cristo rifinita nei minimi particolari, dalla barba ai fori, dai capelli alle gocce e scie di sangue, dalle ferite alle rughe espressive, persino il sudore che ne rigava il corpo martoriato…
Ne rimasi impressionato.
Al punto che salii gli scalini dell’altare con un gran magone dentro, scaturito dal rispetto e dall’importanza che emanava quella vera e propria opera d’arte. Quasi mi sentii piccolo, impotente, come mi fossi ritrovato dinanzi a un’immane fenomeno della natura… un tornado, uno tsunami, un’eruzione vulcanica. Una qualche declinazione della sindrome di Stendhal, immagino.
Raggiunsi l’altare, ricoperto da un velo tanto candido da risplendere alla luce del sole che, inondandolo dall’esterno, lo rendeva fulgido. Sull’altare, una bella e curata versione della Bibbia, di sicuro nuova: lo si evinceva dalla morbida copertina marrone e dalla scritta vergata in oro, ancora pulita, quasi splendente.
Avevo indossato i guanti senza rendermene conto, non tanto per non lasciare tracce quanto per evitare di entrare nuovamente in contatto con sostanze analoghe a quella che aveva invaso il foro della porta.
Sfogliai la Bibbia. Le pagine erano nuove, bianche, il testo pulito e ben stampato. Sempre ammesso che fosse stata utilizzata, doveva essere capitato in pochissime occasioni.
La chiesa era tutta lì. Niente scale che conducevano a un piano superiore, niente edifici a essa connessa, nessuna porta che dava su stanze posteriori. Al quanto singolare. La mia idea, e cioè di un gruppo autonomo di credenti, andava prendendo sempre più corpo.
Anche se qualcosa non mi quadrava. L’avrei capito solo in seguito, però.
 
Scesi gli scalini e mi aggirai tra le panche per diversi minuti. Era tutto in ordine, erano tutte ben allineate le une con le altre, il pavimento vecchio, alcune mattonelle dalle decorazioni sbiadite, ma pulito.
Dunque nulla di curioso in ciò che il signor Spataro ha sentito, pensai, mani in tasca e sguardo che vagava per l’intero ambiente; ero quasi deluso dalle conclusioni tratte. Questa chiesa non è abbandonata. Qualcuno viene a celebrare messa o, quantomeno, a pregare. E io non…
Cercai il mio portafogli e poi ricordai di averlo lasciato accidentalmente nella tasca interna della giacca. Be’, i cento euro li avrei tenuti, pensavo. Per il disturbo, quantomeno. Ma non avrei preso più un solo centesimo dal signor Spataro. S’era preso un bello spavento… per niente, è vero, però… dopo averlo visto in quelle condizioni non me la sentivo di chiedergli altro denaro. Sì, il lavoro è lavoro, ma c’è comunque un limite a tutto, il limite del buon senso. E poi, intimamente, volevo perdonare a me stesso il fatto di non aver preso subito seriamente la faccenda e di aver quasi riso delle condizioni del mio cliente. Non era da me, adottare un simile comportamento, anche se era la prima volta che mi ritrovavo in una situazione simile. In ogni caso, la “situazione simile” era da considerarsi già archiviata, e non mi restava altro che andarmene.  
Fu quando la luce cambiò che la verità mi si rivelò.
 
Non è che si fece buio, no.
La luce del sole entrava ancora dalle aperture presenti nella struttura del luogo di culto. Il punto, il problema, la cosa strana e totalmente sbagliata e fuori dal mondo, è che la luce acquisì una tonalità cupa. Una tonalità scura. Era una sorta di… luce buia.
Molto probabilmente farò fatica a spiegarmi, ma la luminosità, là dentro, venne improvvisamente risucchiata o, meglio ancora, schermata da un velo etereo di color viola. Un viola scuro e a metà strada con il blu della notte. Ecco, era come se il sole avesse assunto le tonalità del cielo notturno e, in qualche modo, potesse emanare una “luce” simile. So di non riuscire a spiegarmi, lo so, è quello che si ottiene quando si cerca di spiegare l’inspiegabile, di narrare l’inenarrabile e di descrivere l’indescrivibile.
Un viola, quello della cupa luminosità, che mi riporta tuttora alla mente un cielo stregato, pregno di spiriti, morti, parole arcane e maledizioni corruttive, dissoluzione e disgregazione.
Attraverso quella opaca luce intravedevo particelle di polvere in movimento, che danzavano per aria seguendo orbite e percorsi da far girare la testa.
La chiesa non era più come era stata fino a pochi istanti prima.
Mi prese un forte attacco di panico, un pesante senso di spossatezza e oppressione, non fisica quanto… spirituale, per quanto io non creda a queste cose (o almeno, ai tempi, non ci credevo). Sentivo, dentro di me, una certa pesantezza che andò a inibirmi i sensi. Fui sul punto di perderli, sconvolto dall’improvviso, innaturale, impossibile cambiamento.
Mi girai verso il portone.
Lo ritrovai chiuso.
 
Raggiunsi la porta della chiesa e cercai di utilizzare lo stesso metodo di cui mi ero servito per entrare. Quello, cioè, di spostare l’anta di peso, poggiandomi contro di essa e spingendola.
Niente da fare: per quanto mi sforzai di provare, le porte non si aprirono di un solo centimetro. Nessuna maniglia, ovviamente. Non c’era modo di uscire da lì, se non da una…
Quando qualcosa mi abbrancò alla caviglia, fui certo di cedere.
 
Invece no. Contro ogni mia previsione, rimasi in piedi, solo con il cuore in gola e le membra irrigidite. Abbassai piano lo sguardo, direzionandolo verso i miei piedi.
Una mano attorno alla caviglia.
Apparteneva a un uomo, steso per terra, emaciato e rugoso, barba incolta, capelli scarmigliati e oleosi. Respirava a fatica, come se dentro fosse pieno di muco e catarro a tonnellate e nient’altro che quello; un manichino pelle e ossa riempito di sostanze viscide e nauseanti come quella che mi aveva dato il benvenuto, solo una ventina di minuti prima.
– Mi vedi… finalmente… – biascicò l’uomo che mi fece, al tempo stesso, pena e ribrezzo. Versava in uno stato orribile. Vistose, nere borse sotto gli occhi arrossati e stanchi, magrezza eccessiva, sporcizia assoluta. Doveva essere lì da almeno una settimana. Probabilmente anche due o tre. Le labbra secche e spaccate dell’uomo si mossero nuovamente. – All’inizio è tutto bello, anche troppo… per… per esserlo… per essere vero. È come se lo sguardo di Dio fosse su di te, come se Lui ti stesse vicino, e invece poi scopri che se c’è un posto che Dio non guarda mai, è proprio questo. O forse… sono gli dèi sbagliati a guardare quaggiù.
Deglutii a fatica, la gola di colpo riarsa. Il tè alla pesca ribollì nelle viscere, protestando vivacemente di voler uscire fuori. Ma lo tenni dentro. Lottai con tutto me stesso per non andare al tappeto, K.O. come un pugile suonato senza pietà da un avversario di tutt’altra pasta. Lottai per restare in me, vigile, sveglio.
Per accendere il cerino in mezzo al buio.
– Chi…? Chi? – riuscii a chiedere.
Lui alzò le sopracciglia, con un indice – l’altra mano era ancora serrata alla mia caviglia, gelida al contatto, e io ero troppo scosso per liberarmene – puntato verso l’alto. – Gli uomini della montagna.
Dai gesti capii che intendeva la montagna che si ergeva alle spalle della chiesa stessa.
– Chi sarebbero?
– Non lo so. Nessuno lo sa… lo hanno detto loro… e non sono tutti umani, non del tutto… hanno cose che noi non abbiamo e non hanno cose che noi abbiamo… – Strinse più forte la caviglia, in una morsa che, date le sue precarie condizioni, non era di certo forte. – È il Pentacolo, la loro arma. E noi… noi… ci intrappolano per… come fossimo esche per attirare le loro mostruose divinità…
Ormai mi sentivo in grado solamente di porre domande, perso in una nuova dimensione, di totale irrealtà. Volevo il mistero? Avevo trovato qualcosa di… più. – Il Pentacolo?
Quello stracciò d’uomo roteò faticosamente gli occhi arrossati, i capillari tutti spezzati, sprofondati dentro orbite nere e paludose. – Il… il crocifisso…
Alzai lo sguardo, volsi gli occhi all’altare e a ciò che c’era alle sue spalle, e… un déjà-vu. Ora capivo perché avessi provato quell’improvviso caleidoscopio di emozioni, dinanzi al crocifisso. Non si trattava di sensazioni derivanti dallo stare di fronte a un capolavoro inarrivabile, a un’opera d’arte d’inestimabile bellezza. Era stata paura. Come se il mio inconscio avesse captato la realtà celata al di là del velo di purezza ostentato in un primo momento all’interno della chiesa. Un velo che, tra le altre cose, aveva occultato ai miei sensi pure l’uomo con il quale stavo parlando.
Un enorme pentacolo realizzato in ferro battuto: una stella a cinque punte inscritta all’interno di un cerchio, ecco cosa si ergeva al di là dell’altare. E c’erano delle cose, degli oggetti, appesi alle punte della stella. Robe che, per quanto socchiudessi gli occhi al fine di focalizzare meglio la scena, non ero in grado di identificare, non da lì.  
– Nella punta destra c’è una mano… – cominciò a spiegarmi l’uomo, – in quella più in basso, sempre a destra, un piede, – proseguì. – Siamo noi, siamo i sacrifici… è tutto così blasfemo… mi aiuti… andiamocene da qui, scappiamo!
Annuii, spaventato, l’adrenalina che mi rallentava piuttosto che darmi una spinta in più. Adrenalina annacquata dal terrore più profondo. Dalla paura di morire. In maniera atroce. Era come calce versatami dentro e che, adesso, prendeva a solidificarsi, ingiungendomi di rimanere bloccato lì.
Mi guardai intorno. Le finestre ai fianchi del portone erano coperte da grate. Impossibile uscirne. Alle spalle del Pentacolo, però… ricordavo di averne vista una sprovvista di grate o sbarramenti d’altri tipi.
– Come faccio a…? – Guardavo la catena che teneva i piedi di quel pover’uomo fissi a terra. Avevo la pistola, regolarmente detenuta, con me. Avevo avuto a che fare con gente violenta, specie in situazioni sentimentali, ma mai al punto da vedermi costretto a utilizzarla. In ogni caso, la tenevo sempre per scopi precauzionali. – Stia fermo, la libero io.
Estrassi la pistola, presi la mira e feci fuoco. Botto, scintille, ferro spaccato. La catena fu spezzata, potei sollevare l’uomo che riuscì malamente a deambulare sorretto per metà da me. Pesava niente, quasi un fuscello, o peggio… uno spettro.
– La ringrazio… lei… – D’un tratto, l’uomo mi gettò per terra con una spallata e mi saltò selvaggiamente addosso. Mi mise le mani al collo, allo scopo di strangolarmi. Con una forza tutta nuova. Glielo leggevo negli occhi, spalancati e spiritati. La forza della follia e della disperazione. – Bastardi! Bastardi! È un’altra vostra dannata visione! In realtà sono ancora costretto a terra e in catene! Lo so! Lo so! Figli di puttana, non l’avrete vinta! Non mi farete impazzire! Non tirerete altri giochetti sadici alla mia mente! Le vostre azioni blasfeme saranno punite! Perirete tra le fiamme e le pene peggiori dell’Inferno!
Provai a spiegare che io ero reale. Che ero un detective privato inviato lì da un mio cliente. Che mi trovavo lì per lavoro e che non avevo la più pallida idea di cosa si celasse dentro quella stradannata chiesa. Provai a spiegare questo e tanto altro, ma le dita dell’uomo attorno alla mia gola mi impedivano di comunicare con lui in qualunque modo.
Eccetto uno.
L’unica mia via d’uscita, se non volevo morire strangolato dentro quella chiesa dimenticata da Dio (Ma non dagli “dèi sbagliati”, pensai mentre il fiato mi si spezzava in corpo). Un’unica via d’uscita. Una sola e unica ancora di salvezza.
Sparai.
 
L’uomo mi cadde addosso, morto sul colpo, come un burattino al quale fossero stati tagliati i fili. Me lo scrollai, ripugnato e impaurito, spingendolo di lato. Cos’avevo fatto? Avevo ammazzato un poveraccio! Avevo ammazzato una persona la cui unica colpa era stata l’essere stata torturata da una qualche sadica setta satanica o chissà cos’altro!
Più che di lui, ero schifato di me stesso, dal mio gesto. Non c’erano davvero altri modi? Era l’unico aiuto che potevo fornire a quel pover’uomo e a me stesso? Probabilmente sì, e ne rimasi profondamente amareggiato, turbato.
Lo sono tutt’ora. Una parte di me si vergogna di ciò che ho fatto quella notte, l’altra parte… l’altra parte è morta, per la verità. Dentro alle mura di casa mia, lontano da qualsiasi contatto umano da più d’un mese, non riesco a fare altro che ripensare a quello sparo e allo schizzo di sangue caldo sul petto e sulle mani e a tutto il resto che vidi all’interno di quella chiesa abbandonata.
 
Superai le due fila di panche, tutte sgangherate e colorate di un nero secco e impolverato al punto da risultare, in diverse porzioni, ingrigito. Quasi argentato. Ma un argento orrido e sporco e corrotto. Niente di puro. Niente di puro, in quella chiesa, niente di pulito.
Raggiunsi l’altare che non era un altare, bensì una bara, fatta d’ebano o di un legno tinteggiato dello stesso nero delle panche, ma con molta più cura. Una cassa bella lunga e larga, come se avesse dovuto accogliere un uomo oltremodo grosso e alto. Piuttosto impressionante. Così come la Bibbia. Che, ovviamente, non era una Bibbia.
Anche la copertina di quel libro era nera e le pagine risultavano rosse (almeno viste a copertina chiusa). Il titolo recitava, in slanciati caratteri gotici, De Visceribus Universi. E, sotto, il nome dell’autore: Malleus Placenta.
Quel tomo mi fece rabbrividire e gelare il sangue nelle vene e nel cervello già soltanto guardandolo. Non ebbi il coraggio di sfiorarlo nemmeno. Figurarsi di prendere a sfogliarlo. Me ne ben guardai, come si farebbe davanti a un rottweiler rabbioso che ringhia come Satana e che sbava ettolitri di bava ribollente, pregustando un bel pasto.
Passai di fianco al Pentacolo, turandomi il naso e tenendo lo sguardo distante dalle due parti del corpo, nere e rigonfie, appese ad altrettante estremità del simbolo in ferro.
Passai esattamente tra la struttura esoterica e il candelabro alla sinistra della bara-altare. Sì, potete indovinare facilmente. Neanche quello era un candelabro. Si trattava di un tridente, dalle lame affilate e le punte uncinate, spigolose.
Non volli sapere cosa fosse l’altro candelabro. Immaginai, e immagino ancora adesso, si trattasse di un secondo tridente. Ma sarebbe potuto essere qualsiasi altra cosa. Probabilmente pure peggiore di un tridente.
Nell’istante preciso in cui fui davanti alla finestra cava, a un passo dalla libertà, qualcosa mi cadde addosso.
 
Aveva la consistenza di una goccia d’acqua. Ma quando guardai la spalla destra, laddove avevo avvertito il contatto, vidi che non era affatto acqua. Piuttosto, qualcosa di più solido che liquido. Dalla forma sospetta e dall’odore sgradevole.
Escrementi?
Alzai il naso al cielo.
Ammassati sul tetto, a testa in giù, un’intera legione di pipistrelli. Un numero davvero impressionante di pipistrelli copriva interamente il tetto della chiesa, da angolo ad angolo, da lato a lato. Una quantità impressionante, davano l’idea di poter infestare l’intera città, se non l’intera isola.
Più silenziosamente che potei (Se non sono stati svegliati dallo sparo, cosa vuoi che li svegli, adesso?, pensai) misi un piede sul davanzale e… scivolando, caddi rovinosamente all’indietro. Impattai la schiena sul forcone, che traballò fino a cadere di lato e colpire il Pentacolo (clangore metallico che rimbombò per tutto l’ambiente intorno), prima, e sfiorò la cassa da morto, poi.
Mi fu istintivo guardare in alto. E così, decine… anzi, centinaia e centinaia, di occhietti rossi e penetranti, come infernali braci ardenti, mi si puntarono addosso. Come se quelle bestiacce fossero lì per fare da guardia alla cassa da morto piuttosto che alla chiesa. O piuttosto che limitarsi, semplicemente, a dormire.
Feci l’unica cosa che mi fu possibile, prima che quei bastardi mi potessero essere addosso.
Mi alzai di scatto e mi lanciai al di là della finestra. Un’ultima occhiata, prima di andarmene, la serbai proprio al varco che mi aveva consentito la fuga. Prima non me n’ero reso conto, ma ora mi accorsi che era tutta cosparsa di quella strana sostanza maleodorante che avevo toccato all’inizio, quando avevo provato ad aprire la porta servendomi del foro che c’era al posto della maniglia.
Vidi anche la cosa responsabile della produzione di quella stessa sostanza: un robusto, polposo, viscido verme dalle lunghe antenne terminanti in due puntini rossi. Altri occhi. Che mi fissavano. Occhi ovunque. Occhi privi d’intelligenza. Di un’intelligenza terrestre, per lo meno, e con questo non so cosa voglia esattamente dire…
Mi stanno guardando. Loro sanno che sono qui. Mi guardano con tutti questi occhi di bestia! Presto mi raggiungeranno. Gli uomini della montagna!
Pensieri sconnessi che accompagnarono la mia fuga dalla chiesa.
 
Però non fui terrorizzato come il signor Spataro. Quella notte vegliai sulla chiesa e sulla montagna retrostante, osservandola con il mio binocolo dalla mia auto, parcheggiata dall’altro lato dell’autostrada.
Intorno alla mezzanotte (23:53, per la precisione), sul versante della montagna alle spalle della chiesa, si accese una lunga scia di luci. Il binocolo non si rivelò tanto potente da poter verificare di cosa si trattasse, con precisione. A me parvero, comunque, torce. Non elettriche. Fiaccole, più precisamente.
Dormii in macchina, quella notte.
Più corretto sarebbe dire che passai la notte in macchina.
Perché, ovviamente, non riuscii a chiudere occhio.
Neanche per un secondo.
Non accettavo l’idea di essere osservato senza a mia volta poterlo fare.
 
Il giorno dopo, presto, scrutai la chiesa dal binocolo. Sembrava tutto calmo. Tutto taceva. Tutto era al suo posto. Almeno da lontano. Prima delle otto fui di nuovo lì, non dentro, ma fuori, dove avevo piazzato, nascosto tra alcune pietre nelle immediate vicinanze del fianco destro della struttura, il mio registratore.
Il mio vecchio registratore.
Dopo averne udito le registrazioni di quella notte, lo feci a pezzi e ne gettai i resti nel primo contenitore della spazzatura che trovai lungo la strada.
Non dirò una sola parola, riguardo a quelle… cose. Raccapriccianti.
Il signor Spataro aveva ragione: rumori, più che suoni, ma indiscutibilmente prodotti da corde vocali umane.
E, a proposito del signor Spataro, provai a contattarlo diverse volte, da quel giorno. Non vi riuscii mai. Di andare a trovarlo in casa non se ne discuteva. Da quel giorno, sono uscito di casa soltanto per acquistare l’essenziale per sostentarmi. Nessuna voglia di relazioni umane di presenza. Paura di cogliere, negli occhi di qualcuno, lo stesso sguardo del signor Spataro. Lo stesso dell’uomo che ho ucciso.
Paura di cedere davanti a qualcuno e vuotare il sacco di tutte le cose oscene che ho visto e della cosa orribile che ho fatto.
Alla fine, ieri ho letto, su internet, che il signor Spataro è stato trovato da sua figlia impiccato al tetto della propria camera da letto. Sulla coperta, un foglietto con un messaggio scritto di suo pugno, in una grafia tremolante, frettolosa e insicura:
Continuano a cantare nella mia testa mentre il gelo soffia nelle mie ossa.
Così, ho deciso di scrivere questo documento. Queste mie memorie, questo mio reportage, questo mio avvertimento. Definitelo come meglio credete.
Ho controllato su Google Earth. La collocazione della chiesa risulta essere “Viadotto Maredolce”. Per cui, tutto quello che posso fare è avvertire tutti quelli che, in futuro, leggeranno queste parole, a non avvicinarsi mai, per nessun motivo al mondo, a quella… chiesa blasfema.
Per voi.
Per chiunque troverà il mio cadavere.
 
 
Parte Seconda: Ossessione.
 
Ossessione.
Ciò che mi interessa è la terza definizione che ogni vocabolario della lingua italiana dà a questo termine. Riporto, testualmente, parola per parola, il significato indicatone dal Treccani: “Per estens., nel linguaggio com., idea persistente, incubo, preoccupazione assillante, molestia grave e continua, e sim.: l’odel sospettodella gelosiadi fare soldinon riesco a liberarmi dall’odegli esamiho l’odella consegna del lavorodi questa cambiale da pagare. Anche, la causa stessa che procura tale stato di angoscia o di molestia: che otutti questi rumori!spegni la radio: questa pubblicità è una vera o.; con la sua mania della puntualità è divenuto l’odi tutti i suoi dipendenti.”
Io, personalmente, sulla mia pelle e nel mio spirito, ho affrontato ambedue le sfumature della definizione presa in esame. In ordine inverso, per la precisione.
Mi chiamo Alessandro Castelli. Ero un poliziotto, ispettore della Polizia di Stato, a Palermo. Lo sono stato, fino a qualche tempo fa. Per i motivi che verranno chiariti con il prosieguo della lettura, capirete facilmente come mai non lo sia più, un poliziotto.
Tutto cominciò tre mesi fa, e ancora ricordo, con una spaventosa dovizia di particolari, ogni scena, ogni parola e pensiero appartenenti a questa particolare… esperienza.
 
Entrambe le mie ossessioni hanno un nome.
Il primo è Lorenzo Lonardi.
Non ci sentivamo da diversi anni, è vero, ma Lorenzo era stato un mio grande amico, a partire dalle superiori e passando agli anni successivi, quelli della giovinezza e delle grandi speranze. Ci frequentammo assiduamente per anni, circa una decina o qualcosa in più. Finché io mi sposai, ebbi tre figli, i miei amati Giuseppe, Silvia e Chiara, e fui assorbito, per almeno l’80% del mio tempo, da lavoro e famiglia. Che sia chiaro, non è una lamentela. Amo la mia famiglia. Amavo il mio lavoro. Ero felice, della mia vita, davvero felice. Mi sentivo soddisfatto e realizzato e non potevo chiedere di meglio se non scalare continuamente i ranghi del corpo di polizia.
D’altra parte, vuoi o non vuoi, lungo l’arco della vita di ognuno di noi, molti rapporti e relazioni si allentano, riducendosi a tanto rapide quanto rade telefonate; qualche messaggio d’auguri su WhatsApp, per compleanni e festività, e poco altro. Accumuliamo una grande quantità di ex colleghi e colleghe, amici e amiche di vecchia data, fratelli e sorelle, parenti più lontani, come cugini, zii e zie, che è come se, di fatto, uscissero dalla nostra vita. Persone che, al tempo stesso, fino a un certo punto della nostra esistenza erano state pressoché fondamentali, molto importanti.
Dopo il matrimonio, vidi Lorenzo appena un paio di volte, tre al massimo. Più giovane di me di tre anni e single in affitto, “Lollo”, come avevamo abitudine di chiamarlo tra amici, si dedicava a lavoretti saltuari parallelamente a un corso di studi alla Facoltà di Filosofia. Sullo sfondo, la sua grande passione per il mistero e l’investigazione, che era partita come semplice fissazione per film e serie TV di genere, per poi trasformarsi in qualcos’altro.
La seconda volta che lo vidi, incontrandolo mentre stavo passeggiando per il centro città con le mie figlie, Lorenzo mi disse di aver conseguito la laurea ma che adesso non sapeva cosa farsene. Disse che il nostro Paese non dava modo, ai propri laureati, di esprimere il loro potenziale e che avrebbe messo soldi da parte per trasferirsi all’estero. Nel frattempo si era impiegato presso il centro commerciale Poseidon e aveva intrapreso una pseudo-carriera da detective privato. Aveva seguito un corso professionale e ottenuto una licenza ufficiale di investigatore privato.
“Avresti potuto entrare in Polizia con me”, gli feci notare, ridendo ma con un pizzico di serietà. E scetticismo, lo ammetto, nei confronti di quella licenza.
“Non mi sarei sentito libero. E poi sai che non mi piace il gioco di squadra.”
Già. Non gli è mai piaciuto, il gioco di squadra. Sin dai tempi delle ore di educazione fisica, quando preferiva il ping-pong al calcio o alla pallavolo. Quando preferiva escludersi dai gruppi studio e studiare per i fatti suoi, riuscendo in ottimi risultati, per altro.
Amava essere libero, Lollo. E sperava, questo lo penso io e ne sono quasi del tutto certo, di riuscire a “sfondare” come investigatore privato per lasciare il lavoro da impiegato. Mettersi in proprio, lavorare da solo, senza rendere conto e ragione a nessuno.
Diceva sempre questo, Lorenzo, attirando anche per questo, su di sé, il soprannome di “Filosofo di Palermo”: «La solitudine è la mia forma di libertà.»
 
Per cui, non è un mistero il fatto che presi quel caso molto sul personale. Il suicidio di Lorenzo Lonardi mi suonava parecchio strano, oltreché emotivamente destabilizzante, e le sue ultime parole, scritte su un foglietto accuratamente ripiegato sullo sgabello accanto alla vasca dove si era tagliato le vene, mi regalarono diverse notti insonni.
Lorenzo non si sarebbe mai suicidato, per niente al mondo, mai e poi mai. Non era nel suo stile, nel suo carattere, nella sua personalità. A meno di improvvisi cambiamenti. Non confermati, però, dai suoi cari. Parlai con i suoi genitori, parlai con sua sorella e con i suoi migliori amici, tre uomini e due donne. Nessuno di loro, e sottolineo nessuno, aveva colto in Lorenzo, negli ultimi giorni, qualche segno preoccupante, qualche stranezza.
– Era lui… era com’era sempre stato… e come sempre sarà nei nostri ricordi, – mi disse sua sorella, Arianna, distrutta sul divano del salotto di casa sua. Le era caduta la tazza di caffè che avrebbe dovuto offrirmi, colta da singulti di un pianto incontrollato. – Anzi, negli ultimi tempi era pure più entusiasta del normale, l’occupazione da investigatore lo rendeva così… felice… mio Dio… perché?
Per il documento che ci ha lasciato, ecco perché.
Forse gliel’avrei dovuto dire. O forse no. Fatto sta che il messaggio di Lorenzo non è mai stato divulgato, costantemente sotto la mia attenzione. E adesso, lasciato chissà dove, magari in qualche cassetto, polveroso e dimenticato, all’interno dell’archivio della Questura.
Perché il caso Lonardi è ormai chiuso da tempo.
Nessuno, a parte me, è stato così folle da volercisi invischiare.
 
Piantonai la zona indicata da Lorenzo – Viadotto Maredolce, nella parte iniziale della Palermo-Catania – per diverse sere, con una squadra di cinque uomini. Non successe nulla di strano. La chiesa, completamente abbandonata e della quale Lorenzo aveva vaneggiato nelle sue ultime memorie, rimaneva buia e silenziosa per tutta la notte. La quarta notte di fila, i miei colleghi cominciarono a brontolare e sbuffare, lamentando una perdita di tempo. Pareva chiaro che non ci fosse niente di strano, lì.
– Cosa vorreste dire? Che Lonardi è impazzito? Ha scritto di suo pugno quelle parole tanto per aprire indagini a vuoto, sul nulla, e attirare inutili attenzioni su di lui?
Alcuni risposero che poteva essere anche così, altri che non ne avevano idea, altri ancora non risposero; a molti, non importava più. E io cominciai a brancolare, rischiai di non sapere più che pesci pigliare, sentendomi sempre più solo e disorientato. Ma questo non è da me. Non sono un asso delle giocate individuali, non come lo era Lorenzo, ma trovo sempre un modo, un appiglio per non cadere nel vuoto. Un appiglio per resistere, rimanere in piedi e andare avanti.
Lo trovai pure allora.
Fu un’illuminazione improvvisa, che mi giunse mentre pensavo e ripensavo ai giorni cui si riferivano i fatti raccontati da Lorenzo nel suo macabro “testamento”.
Prendendo per vera ogni singola parola di quel foglio, i cosiddetti “uomini della montagna” (così chiamati dall’uomo che Lorenzo avrebbe trovato incatenato nella chiesa e del quale, nelle nostre indagini, non trovammo alcuna traccia) sembravano proprio far parte di una setta. In genere, queste ultime possono basare la loro attività su diversi fattori, come le condizioni climatiche, il numero o il nome dei giorni, i mesi, la disposizione delle stelle, eccetera, eccetera, eccetera.
Capii che le cose si sarebbero potute protrarre per le lunghe e capii anche che non sarei potuto restare su quel caso per troppo tempo. I poliziotti a conoscenza della lettera di Lorenzo consideravano, quasi all’unanimità, il suo contenuto come il delirio di un folle. Tra questi, lo stesso Questore, il dottor Ciancimino. I piani alti cominciavano a rumoreggiare, insomma, e allentare la presa su quel caso di suicidio.
Per una volta, avrei dovuto seguire la strada di Lorenzo. Lavorare da solo, per i fatti miei, contare sulle mie sole forze. Così presi un mese di ferie, in virtù dei settanta giorni a mia disposizione che avevo accumulato nei diversi anni di servizio.
Cominciai un’approfondita ricerca su internet, riguardo una setta chiamata “uomini della montagna”, sulla qual cosa avevo molti dubbi di trovare dati interessanti. Infatti non trovai nulla. Poco, invece, trovai riguardo al misterioso volume che, nel racconto di Lorenzo, si era presentato, in un primo momento, sotto forma di Bibbia: il De Visceribus Universi, un testo che, per molti, era da considerare una leggenda. Come il ben più famoso Necronomicon. Ritrovai, invece, una marea di informazioni con riferimento al pentacolo. Troppe, troppe notizie e nozioni, dalle spiegazioni alle ipotesi più disparate. E troppe informazioni corrispondono a zero informazioni.
La mia ultima ricerca si concentrò sui maggiori esperti di occultismo, esoterismo, demonologia, stregoneria e tomi magici. Era un campo, per me, del tutto inesplorato. Mai, in vita mia, avrei immaginato di potermi occupare di qualcosa simile. Più che la mia vita, quei giorni parevano le pagine di un thriller paranormale o le puntate di una di quelle serie che Lorenzo tanto aveva amato, con una punta di sovrannaturale in più.
Scorrendo i risultati di Google, trovai un nome: Piergiorgio Dalmasso. Si trattava di un collezionista di libri antichi, tra i quali figuravano diversi volumi dai significati arcani, spesso oscuri nel senso più buio del termine. Riuscii a contattarlo in tempi brevi e ci scambiammo un paio di mail all’interno delle quali specificai di non potergli comunicare i dettagli via web, ma che sarebbe stato meglio parlarne di presenza.
Il signor Dalmasso non si fece pregare né se lo fece ripetere una seconda volta e mi disse che quel giorno stesso avrebbe prenotato un volo per Palermo, direttamente da Torino, e perciò fissammo un appuntamento al mio bar di fiducia.
Insomma, due folli e un incubo.
 
Fu la mattina successiva all’arrivo dello studioso-collezionista che ci incontrammo al bar, un locale che si trovava nelle vicinanze dell’hotel in cui, dietro mio suggerimento, il signor Dalmasso aveva scelto di albergare. E proprio perché si era trattato di un mio consiglio, gli domandai come si fosse trovato, a livello di personale e comfort. Lui mi assicurò che era andato tutto bene e che aveva trovato l’albergo di suo gradimento.
– E poi non sono un tipo dai gusti difficili… – aggiunse, mentre sorrideva. – Almeno finché non si tratta di libri.
Il che ci portava, inevitabilmente, al nocciolo della questione. Solitamente, io vado a braccetto con le prime impressioni e, a prima impressione, il signor Dalmasso, che pregò di farsi chiamare per nome, mi parve un brav’uomo. Un po’ peculiare nel modo di vestire e nel look in generale, eccentrico e impossibile da non notare, ma non per questo una persona della quale diffidare. Per cui, decisi di essere completamente chiaro e trasparente nei suoi confronti.
Innanzitutto, gli spiegai che si trattava di dati e informazioni che avrei preferito non rendere pubbliche: delle ultime parole di Lorenzo, la gente o ne avrebbe riso, infangando la memoria del mio amico additandolo come folle, o ne avrebbe ricavato una psicosi generale. Molto probabilmente, entrambe le cose, con conseguente – ne ero sicuro – massa di curiosi che avrebbe ficcanasato intorno alla “chiesa blasfema”, magari per pubblicare poi foto o video sui social.
Lui mi assicurò che non l’avrebbe fatto, sia per me che per lui, e lo fece baciandosi indice e medio come in un teatrale segno di solenne promessa. Sarebbero potute essere, quelle che gli avrei fornito, informazioni molto gradite, vista la sua passione, e che sarebbero state ancora più preziose se ad averle fosse stato lui soltanto e non anche terzi che condividevano la sua stessa passione.
Presi dunque a raccontare la vicenda in termini generali, rifacendomi al racconto vergato dal mio amico, facendo poi leggere al mio esperto interlocutore una copia del foglio lasciato da Lorenzo prima di uccidersi nel bagno di casa sua.
Alla fine, l’espressione di Piergiorgio fu tanto di tetra angoscia quanto di illimitato stupore. Non seppi se spaventarmi per l’una o per l’altro. Probabilmente per entrambe ma, comunque, non so se più per la prima o più per la seconda.
– Il signor Lonardi ha… si è trovato al cospetto del volume più ricercato in assoluto, da… da quelli come me… e non solo. Anche da persone con obiettivi indicibili, ahimè. Si dice che il De Visceribus Universi, a differenza del ben più noto Necronomicon, non sia mai stato copiato, ristampato né tradotto. Da secoli, ormai, si tramanda che questo grimorio sia l’originale, scritto tra il 1401 e il 1407 da Malleus Placenta. Stando alle testimonianze giunte fino ai giorni nostri, il Placenta, grande alchimista e mago invocatore, al termine del suo lavoro di scrittura, raccolse attorno a sé una discreta cerchia di maghi, streghe e stregoni. Nasceva così la setta dell’Abominevole Pentacolo, simbolo fondamentale per la realizzazione dei malefici, degli anatemi e delle evocazioni riportare nel De Visceribus. La setta, poco a poco, ingrossò le proprie fila e si espanse, spargendosi nel mondo come un virus purulento, nascosto e sotterraneo, ma assolutamente presente. Il De Visceribus Universi viaggiò da un nucleo della setta all’altro, affinché venisse studiato e, sopra ogni altra cosa, allo scopo di evocare il Supremo Divoratore di Mondi, intento possibile soltanto in seguito al sacrificio della sua malata genia: Shubrorh, Nyulorsh, Shon-Lothug, Krteholot e Khel’Uorg. Queste sono le Cinque Deità Dementi, senza traccia alcuna di intelligenza o coscienza per come le intendiamo noi, in grado esclusivamente di annientare e divorare.
– Ma perché? – chiesi io, disorientato da tutto quel discorso, costringendomi a prenderlo per buono. – Perché ci sarebbero uomini disposti a distruggere l’intero creato?
– Non ne sono sicuro. Nessuno lo è. Tra tutti gli esperti che conosco, e ne conosco parecchi, nessuno ha mai avuto l’opportunità di confrontarsi con un membro della setta. Ma io un’idea ce l’avrei. L’uomo tende, per natura, alla distruzione. La storia parla chiaro. Ce ne rendiamo conto giorno dopo giorno, anche adesso; il presente parla chiaro. Perché?
Gli risposi guardandolo dritto negli occhi, ma coi pensieri confinati in un’unica immagine: il mondo che esplode, sputando fuori, nella detonazione, non fuoco e fiamme, bensì tintinnanti e scintillanti monete d’oro. – Potere. Ricchezza.
– Già. Di più, sempre di più. Una fame inarrestabile che più viene saziata e più cresce, in un orrendo controsenso, una catena indistruttibile, un circolo vizioso che si autoalimenta. Io immagino che le motivazioni della setta siano queste, messe in altri termini, cioè l’acquisizione di potere. Un determinato tipo di potere.
– In che senso?
– Nel senso che il potere ricercato dagli stregoni non è di questo mondo e la ricchezza non si traduce in dorate montagne di soldi. Si parte dalla conoscenza. Una conoscenza vastissima, quasi sconfinata, ed esiste un termine, una parola che circola tra chi è addentro questo genere di cose, per indicare tale conoscenza. La chiamiamo panscire. E questo, per loro, per gli stregoni del Pentacolo, è solo un mondo di passaggio. Un passaggio che può essere sbloccato, per passare avanti, solamente attraverso la sua distruzione. Al passaggio, all’acquisizione del panscire, seguirà il potere assoluto.
Contemplai Piergiorgio per diversi minuti, rimuginando su quelle parole, faticando a stare dietro tutta quella storia e tutto quel ragionamento. Tra l’orrido, il fantastico e l’assurdo sproloquio che, in realtà, non ha niente da dire, io trovai le parole di un uomo che credeva fermamente in ogni singola cosa detta e che si andava a sposare pressoché alla perfezione con le parole scritte da Lorenzo. Una conferma che mi tolse ogni minimo dubbio (i miei, su Lorenzo, erano molto pochi, seppure mi era riuscito particolarmente difficile credere agli eventi paranormali accaduti dentro la chiesa e da lui descritti) sulla veridicità di quanto letto.
– Una cosa, su tutte, non mi è chiara, – dissi a Piergiorgio.
– E cioè? – mi chiese lui, interessato, più che disposto nel risolvere ogni mio dubbio.
– In tutti questi anni… voglio dire, sono passati secoli… come mai il mondo è ancora integro? Perché non hanno ancora sguinzagliato le loro bestie demolitrici?
– Be’, non mi pare proprio che il mondo sia esattamente integro, – osservò Piergiorgio Dalmasso, con una risatina in seguito alla quale si ricompose immediatamente, tornando serio. – Negli anni, – riprese, – la caccia alle streghe ha fatto numerose vittime. Nel mondo, furono sradicate molte cellule dell’Abominevole Pentacolo. Ad oggi, i cosiddetti stregoni sono davvero pochi, mentre per evocare una Deità Demente è necessaria la presenza di un gran numero di consociati, capeggiati dal Sommo Druido. Quello che stanno facendo loro… le riunioni e i canti nella chiesa, il rapimento di quell’uomo ucciso dal signor Lonardi, le membra attaccate alle punte del Pentacolo… si tratta di riti preparatori. Ma non sono numericamente pronti… a meno che le informazioni che si hanno su di loro non siano aggiornate. Per cui, immagino si tratti di un rito preparatorio in vista dell’evocazione di un Abominio, una bestia vagante nel continuum spazio-temporale che non può essere assolutamente paragonata a una Deità, ma che potrebbe servire a diversi scopi.
– Del tipo?
– Tenere sotto scacco una piccola comunità. Prenderne il controllo, con la minaccia e il ricatto, fino ad annetterla alla setta. Crescere di numero. “Unitevi a noi”, potrebbero dire, “se non volete che sguinzagliamo questa entità su di voi.”
Non parlammo più, restammo qualche altro minuto a pensare a ciò di cui avevamo appena finito di discutere. Mi doleva la testa, alcuni passaggi non mi erano chiari, non del tutto, non completamente, ma non avevo la forza per approfondire.
Solo quando decidemmo di recarci alla chiesa abbandonata, mi accorsi di non aver toccato minimamente la tazza di caffè, ridotto ormai a una fredda brodaglia marrone e imbevibile.
 
Ripetei a Piergiorgio che la settimana precedente, quando ero entrato in chiesa con i miei uomini, non avevamo trovato nulla di insolito, se non mucchi e mucchi di polvere. Nessun pipistrello, nessun libro, nessuna bara, nessun cadavere.
– Oh, ma naturale… naturale, – commentò Piergiorgio. Con la mano parve quasi accarezzare la porta d’ingresso, come si farebbe con il proprio amato animale da compagnia.
In attesa che Piergiorgio dicesse altro, mi offrii volontario per aprire la porta. Non volevo che il mio compagno si sporcasse il suo appariscente e costoso abito dalla giacca beige a sottilissime righe rosse e i pantaloni cachi. Misi un po’ di forza, quanta ne bastava, e la porta cedette, indietreggiando.
– Vedi? – gli dissi io, una volta entrati. Allargai le braccia. – Nulla.
– Perché questo è ciò che vogliamo farti credere.
La paura mi addentò le interiora, e di sicuro il mio viso apparve sbiancato e inorridito quando mi voltai verso Piergiorgio. Lui sorrideva – sogghignava – e, con il solo sguardo, mi spingeva a camminare all’indietro, verso il fondo della chiesa.
Quando mi fermai, vidi tutto.
L’altare – cioè la bara –, i pipistrelli, un cadavere decomposto tra le due fila di panche, ucciso da un foro di proiettile, delle catene spezzate vicino a esso. Proprio come descritto da Lorenzo. Tale e quale.
– Noi siamo dovunque, Alessandro Castelli. Il Pentacolo è impresso sul mondo. Un marchio indelebile. – Nulla, in Piergiorgio, cambiò. Era esattamente lui, una persona vestita in modo un po’ strano, ma dai modi e dall’aspetto affidabili. Parlò con calma e compostezza, come aveva fatto per tutto il tempo passato al bar, davanti alla tazza che si raffreddava. – Shubrorh in America. Nyulorsh in Asia. Shon-Lothug in Europa. Krteholot in Oceania. Khel’Uorg in Africa. I Cinque sorgeranno per perire. L’Uno Supremo si ergerà su tutto. L’Uno Supremo aprirà le porte. L’Uno Supremo ci darà il panscire. Guarda nei miei occhi, e scorgine una microscopica frazione, signor Castelli.
E lo feci. Che Dio mi perdoni, lo feci!
Ne rimasi talmente allibito e, al tempo stesso, ammaliato. Un sapere così perverso e seducente. Osceno e idilliaco. Era tutto ciò che ho sempre evitato in vita mia e tutto ciò che avrei sempre desiderato avere. Scene e panorami terribili e meravigliosi, da spezzare il fiato, da togliere la ragione. Pianeti brulicanti di forme di vita totalmente estranee alla nostra concezione di esistenza. Astri splendenti di luci impossibili, colori venuti dallo spazio, raggi solari simili a immensi e tentacolari arti che abbrancano l’universo. E ancora, in quell’unico scorcio negli occhi dell’uomo che stava dinnanzi a me, dimensioni che si estendono oltre il muro del sonno, bianche navi che solcano oceani che sono il cielo di città sommerse e senza nome, refoli d’aria fredda provenienti dall’altrove, antiche figure su montagne di pura follia, sussurri dalle tenebre e stridenti, blasfeme melodie, rumori musicali irriproducibili che aleggiano sulla soglia, innominabili cose che non sono morte perché possono attendere in eterno, fino alla giusta disposizione delle stelle.
Fui quasi sul punto di gettarmi dentro quella visione, tuffarmi in quello splendido mare nero come l’inchiostro, dalle increspature di colori che non erano colori e che odoravano e risuonavano disarmonicamente; seducenti e sublimi, tra la straordinaria bellezza e l’osceno obbrobrio, trame e orditi intessuti sui molteplici strati del reale.
Un ordinato caos di sapere.
Un ordinato caos di conoscenza.
Un ordinato caos di potere.
La libertà nella vita, la libertà dalla vita, da tutto ciò che la vita è che la vita comporta, tutto quanto estremamente e indiscutibilmente inadatto, inadeguato, irrisorio a fronte di quanto appena visto, con gli occhi del corpo e con quelli della mente, dell’anima. Tutto ciò che Lorenzo Lonardi aveva sempre cercato, nei suoi trentadue anni di vita. Tutto ciò da cui, alla fine, era fuggito drasticamente.
Preferendo il mistero della morte.
La libertà fuori dalla vita.
Una tra le infinite pieghe dell’esistenza.
 
– Può essere tuo, – mi disse Piergiorgio, quand’ormai la visione era svanita e io quasi arrivai a mettergli le mani addosso per non farla finire. Ma dentro di me sapevo che, oltre a essere una cosa fuori questione, sarebbe stato impossibile: in un certo modo, Piergiorgio Dalmasso si era impadronito di quel briciolo di panscire. E, appunto, si trattava solo di un briciolo. Qualcosa che non sarebbe bastato, che avrebbe sollecitato il mio appetito fino a farmi morire di fame o a perire nei disperati tentativi di raggiungerlo. – Se lo vuoi, se lo desideri ardentemente, potrà esserlo. Ti basta entrare nel Pentacolo, ti basta essere uno di noi, un Druido, attraverso un battesimo di sangue. Questo e tanto altro, signor Castelli, questo e tanto altro: diventare un dio per mezzo del sacrificio di altri dèi.
 
Di quel giorno, non ricordo molto altro.
Solo le parole che poi Piergiorgio mi sussurrò all’orecchio. Parole che, se provo a dimenticare, tornano a risuonarmi come se qualcuno me le stesse dicendo qui, in casa mia. Anche se non c’è nessuno. A parte me, i miei tre figli e mia moglie.
Amo la mia famiglia.
Amo ciò che Piergiorgio mi ha mostrato.
Un amore tramutatosi in ossessione. Un’ossessione che si traduce in conoscenza. In Shon-Lothug, la genia del Supremo Divoratore di Mondi, che sarà evocato nel vecchio continente. Shon-Lothug, l’Occhio che divora, il Demente Osservatore. Shon-Lothug, l’Occhio che vive in miliardi di occhi, che vede senza comprendere ciò che esiste solo per essere distrutto.  
Ecco perché ho lasciato la Polizia.
Capite, no? Non posso più continuare a lavorare.
Amo la mia famiglia.
E questo è il meglio che possa offrirgli.
Pensavo questo, mentre recidevo la carotide di mio figlio Giuseppe, schizzi di sangue caldo sulla faccia.
 
Quello fu il mio battesimo di sangue.
Portai mia moglie, e le nostre due figlie, con me, in chiesa, dopo averle narcotizzate. Avremmo, noi del Pentacolo, mostrato loro quel piccolissimo scorcio di verità assoluta. Un futuro senza pianeti, senza stelle, senza aria né acqua. Un futuro di un’oscurità iridescente. Avvolti nelle dolci spire del panscire.
 
Mia moglie non ce l’ha fatta.
Alla vista di tutto quello, sapendo cos’avrebbe dovuto fare e cosa invece avevo fatto io, è impazzita. È morta la settimana scorsa, stesa sulla sua lettiga delle nostre case nascoste agli sguardi di tutti eppure così visibili. La mia amata moglie è morta farfugliando deliranti farneticazioni su un marito pazzo e assassino e su mostri apocalittici, su vite che esistono sopra montagne le cui cime sono punto di congiunzione tra questo mondo e il siderale terrore dello spazio.
Non è semplice comprendere.
Piergiorgio – il cui nome da druido è un blasfemo suono che non può essere scritto con nessun segno eseguibile da mani umane – mi aveva avvertito, ma io avevo voluto provare ugualmente. Non è forse da buon padre, quello di sperare e desiderare nient’altro che il meglio per la propria famiglia? E io il meglio l’ho offerto, ma è stato rifiutato, non ho colpe.
L’unica a capire è stata Chiara. E Silvia, alle soglie della follia, è stata il suo battesimo di sangue.
 
Adesso devo proprio lasciarvi, cari lettori, chiunque voi siate.
Questo testo, da me redatto, fungerà da esortazione, nei confronti di tutti quelli che diffideranno dalle parole dei miei consociati. È un modo per aiutarvi. Darvi una mano ad aprire gli occhi. La verità non è ciò che si vede, ma è molto vicina, e sta al di là.
Basta aprire gli occhi, squarciare il velo, aprire la mente.
Non fatevi blandire dalla paura o dalla pazzia.
Seguite le mie parole.
Venerate Shon-Lothug.
Entrate nell’Abominevole Pentacolo.
Il tempo giungerà prima di quanto voi possiate immaginare.
 
 
 
 
 
 
Illustrazioni: Raoul Ricca.

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Rubrus il 2018-11-28 18:26:39
Non ricordavo benissimo questo racconto, ma trovo che l'aver raggruppato le due parti in un unico testo sia una buona idea perchè i due capitoli, per così dire, si sostengono l'un l'altro. Riproponi molti elementi tipici della narrativa lovecraftiana, dalle divinità immonde, al culto blasfemo, al libro maledetto, al luogo infestato, all'amico scomparso, ma con una lingua sicuramente più accessibile e moderna rispetto all'originale e che ne favorisce la lettura.

90Peppe90 il 2019-02-09 19:57:39
Questi commenti mi erano sfuggiti (come il "piragna" dell'altro racconto, ahah) e li ritrovo con grande piacere. Ho ripreso entrambi i racconti, li ho ritoccati qua e là e riportarti un po' più sul mio stile attuale, anche ispirato tantissimo dalle illustrazioni che un mio collega ha realizzato appositamente per questa storia... penso anch'io che accorparli in un unico racconto sia stato un bene! Per altro, ho pubblicato prima questo perché ero insicuro del primo racconto che ho scritto per il Festival PIAF (il western che ho pubblicato solo successivamente, qualche settimana fa). Insomma, grazie mille, anche perché, in questo caso, il parere di lettori appassionati di HPL, per forza di cose, sono più "pesanti".

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Vecchio Mara il 2018-11-29 13:55:33
il primo mi pare d'averlo letto, il secondo (che s'incastra a meraviglia con il primo e lo completa rispondendo a molte domande) invece no. Un'unione davvero riuscita, Un'insieme,testo e disegni, veramente intrigante, un piccolo capolavoro horror, oserei dire. Davvero un ottimo tributo ad HPL.. Ciao Peppe. Bravissimo!

90Peppe90 il 2019-02-09 19:58:55
Non ricordo se li leggesti entrambi, caro Giancarlo, dovrei ricontrollare nei vecchi racconti di Neteditor che ho conservato insieme ai vostri commenti. In ogni caso, ti ringrazio per esserti comunque lanciato nella lettura e, soprattutto, felice che il racconto sia stato tanto apprezzato! Ciao, Giancarlo, alla prossima!

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