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Funerale al collegio femminile

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-11-08 01:29:45


Era mancata una sorella di mia madre, suora in un collegio femminile a Catanzaro, città a me ignota. Malgrado le perplessità dovute alla distanza e alla presenza delle religiose, per le quali non nutrivo soverchia simpatia, avrei partecipato al funerale. Un giorno e una notte sul Torino-Palermo, poche ore di sosta per due diverse funzioni religiose e poi ancora in treno. Si era stabilito così per non distrarmi troppo a lungo dagli studi.

Fin dal viaggio di andata l'evento si dimostrò destinato a non svolgersi in maniera banale. Intorno ai due terzi o anche più di percorso, rammento che era piena notte, ci capitò perfino di dover pregare caldamente il capostazione – questi, fermatosi proprio all'altezza della nostra carrozza, già stava alzando la paletta per segnalare il via libera al macchinista – di ritardare la partenza del treno. Ciò perché il cugino Giacinto, sceso durante la sosta a Battipaglia per trovare da rifocillarci al bar della stazione, aveva tardato troppo a risalire a bordo.

Giunti a destinazione ci recammo nella chiesa affiancata al collegio, dove c'era stata riservata la prima fila della navata centrale. Ad attenderci trovammo suore e collegiali, queste ultime assiepate in obliquo rispetto a noi, sui banchi ai lati dell’altare. E durante la messa andai talmente in confusione da sbagliare perfino il segno della croce. Capite il perché, vero? Provateci voi ad ascoltare imperturbabili il sacerdote che decanta moralità e santità della povera, verginea defunta, mentre venti o trenta ragazze sui quindici diciotto anni non vi tolgono gli occhi di dosso, fissandovi per giunta con aria famelica. D'altronde costoro trascorrevano buona parte dell’anno prigioniere d'un branco di nere arpie, e affamate dovevano esserlo sul serio.

Già prima d'entrare le avevo viste voltarsi di continuo verso di me parlando fitto, per poi ricominciare all'uscita e raccogliere infine delle pietruzze. Non mi ci voleva molta immaginazione per sentirmi protagonista delle discussioni. Era come ascoltarle:

“Ehi, c'è un ragazzo!”

“Mm, bruttino.”

“È fico, invece.”

“Ma ha una faccia fatta strana, capelli un po' troppo lunghi e occhiali.”

“Embè? Anch'io ho gli occhiali, sarà un intellettuale. A me piace e tu non capisci niente.”

“Giusto, Patrizia, è molto carino, io me lo mangerei di baci.”

“Esagerate tutte e tre! Non è troppo male, diciamo, ok?”

“Comunque bello o brutto che sia è un giovane maschio, compagne, non facciamocelo sfuggire.”

“Ben detto Michela, ma come facciamo?”

“Ce lo tiriamo a sorte.”

“Ma l'avete visto prima in chiesa? A me sembra uno sfigato.”

“È solo un po' timidino, ci penso io a svegliarlo, ragazze.”

“Se troviamo un'opportunità.”

“Ma certo che la troviamo! È un uomo, no? Vedrete che ci penserà lui a fornircela.”

“Forza allora, raccogliamo ventisette sassolini dal ghiaione, chi poi sceglie l'unico Bianco vince.”

E tutto ciò in barba alle monache, illuse di forgiare le care giovincelle loro affidate, rendendole brave figliole pure ed educate, timorate di Dio ed estranee alle tentazioni di Satana.

Ci trasferimmo quindi al cimitero, dove ci ammucchiammo in un tempietto, ovviamente sempre con tutti quegli occhi femminili puntati su di me, accidenti che stress! Resistetti pochi minuti alla predica, poi uscii a prendere una boccata d’aria.

Gironzolavo annoiato tra le lapidi, quando fui inaspettatamente avvicinato da una collegiale abbastanza ben tornita, appena più bassa di me. Invero ne avevo notato alcune assai più seducenti, tuttavia era graziosa.

“Ciao. Sai, fin dal primo momento che ti ho visto mi sei subito piaciuto.”

“Ah-ehm, davvero?”

Eppure indossava gli occhiali, boh? Ma, come si dice, de gustibus non disputandum est e chi sono io per contestare un onesto punto di vista?

“Sì, sei davvero un bel ragazzo. Io a proposito mi chiamo Patrizia e tu?”

Mi presentai, sentendomi arrossire fino alla radice dei capelli e ricordandomi in ritardo di sorridere a mia volta. Ero preso veramente alla sprovvista. Con la zia appena defunta e mia madre e l'intero parentado sconvolti e in lacrime a pochi passi di distanza, io, un uomo, abbordato al cimitero da un'adolescente in calore. Assolutamente disdicevole, fuori luogo e imbarazzante, vero? Sì, ma anche comodo per uno come me, ben poco estroverso con le donne. E poi, come dicono a Napoli, ca nisciuno è fesso. Dopo l'iniziale esitazione m'adattai subito alle circostanze. Prendemmo così a passeggiare e a discorrere per il camposanto.

Lei si definì libera da impegni sentimentali, diciassettenne ma prossima alla maggiore età e residente a Crotone. Io riferii d'essere uno studente universitario ligure, a mia volta sfidanzato. Infine mi propose di venirla a trovare domenica pomeriggio, unico momento in cui le era permesso uscire qualche ora dal convitto.

“Impossibile, tra poco riparto e torno a casa.” Risposi desolato.

“E domenica non puoi tornare?”

“Scherzi? Vivo a più di mille chilometri da qua.”

“Stasera, allora. Posso sfuggire alle suore, tanto quelle non sono molto furbe.”

“Magari, ma purtroppo prendiamo il treno tra neanche due ore.”

“Resta qui tu da solo.”

“Qui, io? Non è possibile, come mi giustifico con mia madre? Tra poco ho pure un esame.”

Incredibile tanta disponibilità ed entusiasmo per uno sconosciuto, vero? Si capisce che non era delle mie parti. Le liguri te la fanno sempre cadere dall’alto, come se stare con un uomo sia un enorme ma inevitabile sacrificio e che se proprio deve accadere non si comprende perché debba essere proprio con te. Non a caso parecchi miei concittadini finiscono per mettersi con forestiere.

Tant'è che, inoltrandoci nel sepolcreto, giungemmo davanti a una cappella di famiglia, il cui cancelletto d’ingresso era aperto. Guardai allocchito e ricacciai indietro l’idea sopraggiunta, ancor prima che assumesse una forma ben definita. Avendo tuttavia notato la direzione del mio sguardo, Patrizia osservò a sua volta, poi mi prese per mano rivolgendomi un sorriso radioso, mentre io cadevo preda del panico, il cuore che tambureggiava.

Ci facemmo insomma strada nel buio dell'edificio commemorativo, dove l’eccitazione prevalse su ogni altro sentimento e ci ritrovammo lunghi e distesi sul pavimento, ad accarezzarci e ad abbracciarci. Cominciammo quindi a spogliarci, incuranti del gelo suscitato dal marmo sottostante. Io mi levai giubbino e golf e lei giacca e camicetta. Poi c'aiutammo, maldestri, lei sbottonandomi camicia e pantaloni, io dandomi da fare con gonna e reggiseno, giungendo finalmente a scoprire, emozionati, le reciproche qualità, sotto lo sguardo corrucciato di tal famiglia Piromalli, le cui foto sulle lapidi, illuminate da candele, ci fissavano, mi parve, con espressione inorridita.

Dopo un indefinito periodo di tempo, percepii un improvviso calo della luce e mi voltai a guardare. Davanti all’ingresso si stagliava la figura del già citato mio cugino professore, allora all'incirca quarantenne, che ci fissava a occhi sbarrati. Dio che vergogna.

“Aah, ascolta Giacinto, non è…”

Non riuscii ad aggiungere altro. In effetti stavo per dire: non è come sembra, ti posso spiegare. Mi ero però reso conto di quanto l'affermazione risultasse ridicola. C'era poco da equivocare, nudi e stretti in un amplesso in un luogo e momento simili.

Dovemmo restare entrambi in silenzio per almeno una decina di, eterni, secondi. Nel frattempo Patrizia, scioccata, si ricopriva in qualche maniera. Giacinto aveva stampata sul viso un’espressione d'estremo disgusto ed era talmente immobile da parere scolpito. Poi però gli apparve sulle labbra un mezzo sorriso, mentre gli occhi s'accendevano d'una luce ironica.

“Io non vi ho visto, va bene? Ricomponetevi però in fretta, perché la funzione è terminata e vi cercano anche gli altri.”

Ciò detto girò sui tacchi e s'allontanò, apparentemente irritato. Ma era soltanto una mia impressione o dal suo tono di voce trapelava un filo d'invidia?

A ogni modo ci affrettammo a rivestirci e a separarci senza più profferire parola. Poco dopo Patrizia fu risucchiata tra le compagne e udii una di loro, forse la più attraente, rivolgersi all’amica con un “allora, com’è andata? Raccontaci tutto,” che mi spinse ad allontanarmi. Meglio non sapere, pensai, timoroso della sua risposta. Me ne pentii subito. In effetti mi sarebbe piaciuto ascoltarne i commenti, ma ormai era tardi.

Un’oretta dopo mi ritrovai in viaggio, senza chiudere occhio malgrado non fossi riuscito ad addormentarmi neppure all'andata. Ma avendo appena penetrato due cappelle in una sola volta, se mi concedete la battutaccia, era difficile dormirci sopra come se nulla fosse, anche perché, l'ammetto senza ipocrisie estranee alla mia natura, all'epoca, benché quasi ventunenne, ero ancora vergine.

Da allora non ci siamo mai più visti né ho rimesso piede in Calabria.

Oggi tra parentesi sono scapolo. Tengo alla mia libertà, io e non sopporterei il peso d'una famiglia, con tutti gli annessi e connessi sociali e finanziari. Certo, alle volte la solitudine può essere spiacevole, ma per conto mio male non ci sto e a ogni modo niente moglie e tanto meno figli, per carità. O almeno credo. Perché, a pensarci bene, ovviamente allora non avevo con me profilattici e dubito che lei prendesse la pillola, perlomeno durante la permanenza nell'istituto. Quindi non potrei escludere a priori d'esser padre.

Immagino però che se lo sgradito incidente fosse avvenuto, dinanzi a una simile emergenza la famiglia di Patrizia avrebbe provveduto a rintracciarmi. Per cui a così tanti anni di distanza non ho motivo di preoccupazione.

O magari un giorno sentirò suonare al citofono, andrò sereno e ignaro a rispondere e mi sentirò dire:

“Mi scusi, cercavo il signor tale. …Ah è lei? Bene, ciao papà, sono tuo figlio, finalmente ti ho trovato.”

Ah, ah, ah, ma che idee assurde mi vengono, alle volte!

…Oh, scusate, devo interrompermi qui, mi stanno suonando al citofono. Strano, chi sarà mai a quest’ora? Non aspettavo nessuno.

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Paolo Guastone il 2018-11-08 10:46:16
Troppo bello e narrato molto bene. Un racconto che scorre via veloce e ritempra come un buon sorso di acqua fresca durante un'afosa giornata estiva. Ti dirò che ho provato un po' di invidia anch'io....eh...eh....e, quanto al finale, semplicemente diabolico... (chissà chi era.....).

Massimo Bianco il 2018-11-08 18:13:50
Ti ringrazio. Scrivere questo racconto è stato divertente. (Ah, ah, non era mio figlio, fiuu) Ciao.

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Colosio Giacomo il 2018-11-08 17:32:44

Senti Massimo, sono proprio d'accordo con paolo...il racconto mi è piaciuto molto, pure il finale, ma la cosa che più mi ha sorpreso è stato lo stile narrativo, che devo dire mi ha conquistato. certo, tu sai che io amo la narrazione in prima persona anche quando il racconto non è autobiografico, e credo che questo tuo lavoro sia la dimostrazione che non ho tutti i torti ad amare quello stile narrativo. ciaociao...un saluto.

Massimo Bianco il 2018-11-08 18:24:30
Io invece prediligo la narrazione in terza persona, perchè si adatta meglio a uno stile di scrittura corale, che è a sua volta il mio preferito, dato che permette di approfondire più punti di vista. L'uso della prima persona funziona bene, infatti, se c'è un unico protagonista. Però è giusto ogni tanto cambiare registro e qui l'ho fatto doppiamente, utilizzando l'io narrante e aggiungendo inoltre un po' di sana (auto)ironia, quando in genere i miei fantascientifici, e ancor di più i miei noir o i miei horror di ironia ne hanno ben poca. Sapevo che potenzialmente questo racconto rientrava nelle tue corde,Sono lieto che ti sia effettivamente piaciuto. Ciao.

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Antonino R. Giuffrè il 2018-11-08 19:57:35
Un racconto molto agile e simpatico. Adesso, siamo a conoscenza anche del lato mandrillone del buon Massimo Bianco. Un plauso anche per come hai descritto l'amplesso e le sordide "qualità" ah ah. Ciao.

Massimo Bianco il 2018-11-08 22:32:11
Grazie. "Agile e simpatico": la definizione mi piace. Lietissimo del tuo apprezzamento. Ciao.

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Vecchio Mara il 2018-11-08 21:06:46
e come si suole dire: chi muore giace e chi vive... se la gode! Salvo trovarsi dopo lustri una bella sorpresa sull'uscio di casa. Oggi, dopo i noir, la fantascienza e l'horror, ho scoperto pure il lato ironico dello scrittore Massimo Bianco, e devo dire che è stata davvero una bella sorpresa, un racconto che si fa leggere con il sorriso a fior di labbra. Piaciuto molto. Ciao Massimo

Massimo Bianco il 2018-11-08 22:34:29
E ringrazio anche te, G.V.M. Un'esperienza che mi è rimasta indelebilmente impressa nella memoria. Ciao.

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Gerardo Spirito il 2018-11-15 01:16:07
Bello davvero, hai trattato anche un tema che è la prima volta che ti leggo trattare. In più la narrazione è gravida (non ho usato questo aggettivo a caso ahah) di una vena umoristica azzeccatissima. Anche io come te amo e preferisco la terza persona, ma questo tipo di storia andava scritta così, ulteriore conferma che il più delle volte "è la storia che comanda." Refusino-"profferire parola" Ciao max!

Massimo Bianco il 2018-11-18 00:33:15

Ciao Gerardo, sono contento per l'apprezzamento ricevuto per questo racconto anche perchè spesso nella mia narrativa i cadaveri si ammonticchiano, i lettori da me se li aspettano e se non ce ne sono talvolta paiono quasi insoddisfatti, come se fossero essenziali. Ma a me piace ogni tanto staccarmi dai soliti cliché.


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