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Vecchio Mara

Il signore degli abissi

"L'APOSTROFO"

Narrativa di gruppo

Festival Lovecraft in P.I.A.F.

pubblicato il 2018-11-05 18:18:02

Il signore degli abissi

 

«Quando l’ho visto, l’ho trovato inquietante… il soggetto mostruoso sembra voler uscire dal foglio e afferrarti con i tentacoli», esordì la maestra porgendo il foglio a Riccardo, il padre di Luigino.

Riccardo prese il disegno, lo guardò. «Ci ha tappezzato la sua cameretta con questi», disse tranquillamente. Posandolo sul tavolo lo commentò: «A me pare un gran bel disegno… osservi il colore della creatura, uno smeraldo così tenue, da sembrare semitrasparente: come le onde del mare…»

La maestra si accigliò. «Infatti, il disegno è un piccolo capolavoro… un po’ troppo perfetto per essere stato eseguito da un bambino di otto anni, non trova?», lo interruppe sibillina.

«Se intende insinuare che l’abbia disegnato qualcun altro… cioè: io! Lo dica apertamente!»

Il disegno in questione era stato assegnato come compito da eseguire a casa due giorni prima, e Luigino lo aveva consegnato il mattino dopo. La maestra, storcendo il naso di fronte a un disegno così perfetto, aveva chiesto d’incontrare il padre il giorno seguente.

«Lo ha disegnato lei?» domandò senza girarci troppo attorno.

Riccardo sbuffò. «No!» rispose lapidario.

La maestra prese in mano il disegno, lo fissò per un istante. “L’occhio cremisi con sfumature indaco di questa specie di polpo con ali di pipistrello artigliate, sembra scavarti dentro… nemmeno un pittore esperto, usando solamente i pastelli riuscirebbe a ricreare questo effetto”, pensò posandolo subitamente. Guardò il padre. «Ci sono due possibilità: o lei mente…»

«Oppure?» fece Riccardo, incuriosito.

«Oppure…» sospirò, «suo figlio è un genio!»

«La ringrazio… chissà come sarà contento Luigino, quando glielo dirò.»

Dal tono emozionato, la maestra ebbe l’impressione che fosse sincero: no, non l’aveva fatto lui il disegno. E stante il fatto che la madre era morta un anno prima, non poteva essere stata nemmeno lei.

A quel punto, la domanda sorse spontanea: «Poco fa, mi ha detto che la cameretta di suo figlio e tappezzata di disegni simili a questo…»

«Non simili: uguali!» precisò Riccardo.

«Tappezzata di soggetti simili a questo…» si corresse la maestra.

«No, non ha capito», la interruppe nuovamente. «Intendo: uguali sin nei minimi particolari.»

La maestra lo guardò stranito. Al che Riccardo, spostando il busto in avanti, indicò un particolare del disegno. «Vede questa piccola bocca spalancata, piena di denti?»

La maestra inforcò un paio di occhiali. «La vedo», confermò osservando la punta arrotondata di un tentacolo, largo mezzo centimetro o poco più.

«Sei sopra e sette sotto!» esclamò Riccardo tirandosi su.

«Come?» fece la maestra corrugando la fronte.

«Sei denti nell’arcata dentale sopra… sette nell’arcata dentale sotto. In questo, come negli altri tentacoli, di tutti quanti i disegni!»

La maestra tirò un cassetto, trasse una lente d’ingrandimento e li contò; per scrupolo contò anche quelli di qualche altro tentacolo scelto a caso. Poi, battendo il bordo della lente contro il mento, domandò al padre: «I disegni appesi in camera, sono tutti di questa dimensione?»

«Come se fossero usciti da una fotocopiatrice!» rispose inorgoglito.

«E di fronte tutto ciò, lei non si è mai posto domande?» domandò sbalordita.

«Oh, sì che me le sono poste. Ma come lei ben sa, ho ben altri problemi da affrontare… più o meno da quando Luigino ha iniziato a disegnare mostri.» Notando lo sguardo perplesso della maestra, comprese di dover aggiungere qualcos’altro. «In ogni caso, nonostante il dolore e tutto il resto. Quando Luigino mi parla degli strani mondi che visita nei suoi sogni, lo sto ad ascoltare con interesse.»

A quel punto, sollecitato dalla maestra, si decise a raccontare quando, come e perché, Luigino aveva cominciato a disegnare quella specie di polpo alato color acqua di mare, con un solo grande occhio color del tramonto e quarantadue tentacoli svolazzanti, ognuno dei quali dotato di un apparato boccale con sei denti sopra e sette sotto. E lo fece partendo dal drammatico giorno che sconvolse la sua vita.

«La domenica, e anche il sabato quando il lavoro me lo consente, prendo su Luigino e lo porto al mare. A Luigino piace guardarmi gettare la lenza e tirar su qualche bel pesce», esordì sorridendo.

Ma subito dopo s’incupì. «Quella maledetta domenica di luglio, era accanto a me, sugli scogli. Vittoria, invece, aveva deciso di farsi una bella nuotata. Il mare era una tavola e aveva deciso di raggiungere uno scoglio piatto e levigato, a centocinquanta metri dalla costa, e poi stendersi sopra a prendere il Sole… Vittoria era una nuotatrice esperta: da ragazza si era piazzata terza ai campionati provinciali. Io, con la canna in mano, e Luigino seduto accanto a me, la guardavamo avanzare fendendo l’acqua in bello stile.» Fece una pausa, scosse il capo e riprese con un tono increspato: «Aveva appena posato la mano sulla superfice bagnata dallo sciabordio, quando accade un fatto davvero inspiegabile. Improvvisamente, il mare alla sua sinistra si alzò… fu come se un’immensa mano lo spingesse da sotto…»

«Un maremoto», interpretò la maestra.

Riccardo fece cenno di no. «Un maremoto avrebbe provocato l’innalzamento dell’intero fronte, non di una sola porzione larga una trentina di metri… la misura sufficiente per colpire, sopraggiungendo da un’altezza di una decina di metri, lo scoglio con uno schiaffo tremendo, ricoprirlo e ritirarsi… portandosi dietro Vittoria. Balzai in piedi, scrutando il mare sperai di vederla riemergere. Luigino, al mio fianco, immobile come una statua di sale fissava il mare, di nuovo piatto come una tavola, ammutolito.» Si schiarì la voce. «Il corpo di Vittoria non fu mai ritrovato. Luigino non versò una lacrima e non parlò per un’intera settimana. E quando riprese a parlare, lo fece sorridendo, raccontandomi di aver sognato la madre; che gli diceva che “il signore degli abissi” lo avrebbe condotto da lei, nella città che ha per cielo il mare… Da quel giorno iniziò a disegnare quel… coso», disse indicando il disegno con il capo, «che non saprei come definire.»

«Non ha provato a chiederlo a lui?»

«Sì, glielo chiesi!»

«E lui… cosa rispose Luigino?» lo incalzò mostrandosi interessata.

Riccardo sorrise amaro. «Mi disse come facevo a non ricordarmi di lui… visto che, “il signore degli abissi”, era emerso dal mare davanti ai miei occhi quando si portò via Vittoria!»

Si tacque e guardando la maestra attese la sua reazione.

Lei prese il disegno, lo studiò a lungo. «Ecco perché Luigino immagina la pelle del mostro color smeraldo, quasi trasparente: lo spavento, e l’immaginazione, gli hanno fatto apparire una grande onda come un essere sorto dal mare per portarsi via la madre», tirò le somme illuminandosi.

«Lei crede?» fece Riccardo, alzando un sopracciglio.

«Lei no?»

«Uhm… non lo so. Luigino sogna ogni notte la città che ha per cielo il mare. E ogni mattino mi descrive cosa ha visto di nuovo, con una tale ricchezza di particolari… che a volte sono lì lì per convincermi che esista veramente.»

La maestra lo osservò allibita, e anche un po’ preoccupata a dire il vero. Stava pensando se quell’uomo che aveva davanti fosse ancora in grado di far da padre a un bambino di otto anni affetto da un grave trauma psicologico; quando Riccardo le domandò: «Lei che lo conosce bene, cosa mi consiglia di fare?»

“Forse sì”, pensò prima di rispondere: «Suo figlio è rimasto traumatizzato…»

«Ha scoperto l’acqua calda! Questo l’avevo capito anch’io! E pure i suoi nonni con i quali trascorre le giornate in attesa che torni dal lavoro!» la interruppe con poco garbo, e pure con una punta di sarcasmo.

La maestra si accese in volto. «Allora se l’ha capito! Faccia la cosa giusta se tiene alla salute mentale di suo figlio! Si rivolga a un buon psichiatra infantile!» replicò alterandosi, balzando dalla sedia. «Buona giornata!» concluse prendendo le sue carte e lasciando l’aula sbattendo la porta.

“O è tesa per via del ciclo… oppure lo psichiatra serve a lei”, pensò Riccardo lasciando l’aula.

 

Ma poi, seguendo il consiglio della maestra contattò uno psichiatra infantile. Che non risolse i problemi di Luigino; visto che continuò a sognare e a raccontare di mondi strabilianti popolati da esseri fantastici, ancorché mostruosi usando come pietra di paragone il nostro modello di perfezione.

 

                                        ******************************************

 

Erano trascorsi due anni, Luigino continuava a sognare mondi ed esseri fantastici e, come ogni domenica, aspettare che “il signore degli abissi” venisse a prenderlo insieme al padre, mentre seduti su uno scoglio attendevano che i pesci abboccassero.

Anche se, a dire il vero, non era del tutto convinto che “il signore degli abissi”, se e quando si fosse fatto vivo, potesse prendersi in carico anche suo padre. Sua madre, durante i loro colloqui notturni, non ne aveva mai fatto cenno, nemmeno per sbaglio, ma lui ci sperava ugualmente.

Quella domenica mattina si era appisolato sullo scoglio, giusto il tempo di fare un breve sogno. Svegliandosi si stropicciò gli occhi, volse lo sguardo a sinistra e vide il padre con la canna in mano. «Ho sognato mamma», esordì in tono deluso.

«A sì», fece il padre, continuando a guardare il galleggiante appeso alla lenza. «E ti ha per caso detto perché oggi i pesci non abboccano?»

«No! Mi ha detto che “il signore degli abissi” passerà a prendere solo me.»

«Si vede che il tuo amico non gradisce la mia compagnia», commentò in tono ironico, continuando a guardare il galleggiante.

«No, non è questo.»

«A no?» fece Riccardo sorridendo, dedicandogli una veloce occhiata prima di tornare sul galleggiante.

«No… vedi, papà,» provò a spiegargli aggrottando la fronte, «la mamma dice che la tua porta per entrare nel regno che ha per cielo il mare si trova da un’altra parte.»

«A sì? E dove si troverebbe questa fantomatica porta?» fece appena in tempo a domandare, prima che il mare davanti a sé s’impennasse.

Le persone che si trovavano sul molo alle sue spalle indietreggiarono spaventate, urlando di spostarsi da lì.

«Il signore degli abissi!» urlò entusiasta Luigino sgranando gli occhi, indicando l’onda che, per un attimo, parve fermarsi piegata in avanti come se li stesse osservando dall’alto in basso.

«Cos’è?! Luigino scappa!» urlò Riccardo mollando la canna.

“Un polpo gigantesco. No, una medusa”, ebbe il tempo di pensare, ragionando sul fatto che fosse fatta di acqua, osservando incantato l’essere misterioso nato da un’onda, con ali di pipistrello dotate di grossi artigli. Ma quello che lo sconvolse fu l’occhio, posto appena sopra il grappolo dei tentacoli, che lo fissò intensamente per un istante, prima di spostare la sua attenzione su Luigino. “Sembra di guardare dentro un tramonto”, ebbe a pensare nel mentre, giudicando l’occhio l’unica parte illiquida della creatura misteriosa. “Una sostanza gassosa”, fu l’ultimo pensiero che gli sovvenne, prima che la situazione precipitasse.

Improvvisamente l’onda, o l’essere liquido, prima di rovesciarsi sullo scoglio piegò alla destra di Riccardo, e investendo in pieno Luigino lo trascinò via. Riccardo ebbe l’impressione di vedere le due grandi ali chiudersi attorno al corpo della creatura, inglobando al suo interno Luigino che era rimasto lì, immobile con sguardo stupefatto, in attesa di essere ghermito e strappato dallo scoglio.

Solo qualche goccia salata sulle labbra, colpì Riccardo, che subitamente, chiamando disperatamente il nome del figlio, si tuffò dentro un mare piatto come una tavola.

Nuotò e chiamò a lungo, finché le forze non l’abbandonarono. Stava ormai per affogare, quando una barca si avvicinò e lo tirò a bordo.

Il corpo di Luigino, così come quello della madre, non fu mai ritrovato. La notizia dell’inquietante fenomeno di un’onda alta dieci metri e larga una ventina, apparsa vicino agli scogli in una giornata di mare calmo, che si porta via un bambino e risparmia il padre, che ora vaneggia parlando di strani esseri tentacolari, con ali di pipistrello e un occhio che sembra un pezzo di tramonto incastonato in un corpo fatto di acqua, occupò le prime pagine dei giornali per un paio di giorni; poi scivolo in seconda, in terza e dopo una settimana finì nel dimenticatoio.

 

Ora Riccardo era un uomo solo, che attendeva, speranzoso, di riunirsi ai suoi cari. In fondo, poco prima di essere fagocitato dall’onda, Luigino gli aveva rivelato che la sua porta per entrare nel regno che ha per cielo il mare, era da un’altra parte. E un uomo disperato, si aggrappa dove può pur di non affogare, anche ad una corda intrecciata con acqua e sogni.

 

                                        *****************************************

 

Oramai trascorreva gran parte del suo tempo nella cameretta del figlio, guardando i disegni appesi alle pareti e domandandosi quando quell’essere dall’aspetto orripilante sarebbe venuto a prenderlo.

Faceva caldo, un caldo soffocante, quella sera. Da più di un mese un’afa insopportabile aveva investito il paese. Così, dopo la frugale cena, aveva srotolato la canna e si era messo a bagnare prato e fiori del piccolo giardino. Poi si era accomodato su una sdraio. «Gli stessi colori dell’occhio», commentò osservando affascinato un tramonto come mai gli era capitato di vedere. Il cremisi screziato di indaco che aveva invaso l’orizzonte, pareva un immenso occhio puntato su di lui.

Riccardo chiuse gli occhi, il profumo del roseto lì accanto e il silenzio, rotto a tratti dal frinire di un solitario grillo, lo aiutarono a riflettere. “Nella città che ha per cielo il mare, Luigino aveva visto delle creature mostruose (lui le aveva definite: strane e simpatiche, a dire il vero) simili a grossi insetti, che si arrampicavano sulle pareti dei palazzi in costruzione con delle pietre squadrate sulle spalle… Secondo Luigino, questi strani esseri, altri non erano che i muratori che avevano eretto le lucenti pareti dei palazzi della città.”

Provò a immaginare una città subacquea dove strade e palazzi fossero lastricati con una pietra bianca e lucente, e continuò: “Ma la lucentezza non è altro che il riflesso provocato da una fonte di luce… uno specchio in assenza di luce, è un accessorio inutile. E in fondo al mare c’è solamente buio, buio assoluto… A meno che, la città non si trovi a pochi metri di profondità”.

«Un’isola! Un’isola sommersa… forse un attollo nascosto sotto pochi centimetri di acqua cristallina», gli sovvenne spalancando gli occhi.

Ci pensò su. «No, impossibile. Luigino è stato chiarissimo: il mare fluttuava al di sopra di palazzi altissimi», tirò le somme, deluso.

Chiuse gli occhi, udì nuovamente il grillo frinire. Li riaprì. «Ma certo!» esclamò stupefatto. «Non è il mare che illumina la città, ma le pietre, che non sono lucenti ma bensì luminescenti, con cui è costruita a spandere la luce che illumina anche il fondo del mare che la sovrasta.» Trasse un profondo sospiro. «Cosa non darei per poterla vedere», concluse chiudendo gli occhi.

Pochi secondi dopo, nonostante tenesse le palpebre ben chiuse, gli parve di vedere un flash cremisi con striature indaco. Istintivamente spalancò gli occhi e si volse verso l’ingresso. «Tutto tranquillo», disse richiudendo gli occhi.

Riaprendoli poco dopo, notò che il cielo sopra di lui era trapuntato di stelle: il crepuscolo aveva spalancato le porte alla sera.

«E’ l’ora delle zanzare, meglio rientrare», si disse, alzandosi dalla sdraio.

Fu in quel momento che si accorse dello strano fenomeno: il prato e i fiori bagnati poc’anzi, erano asciutti. Addirittura le rose parevano rinsecchite, come se qualcuno o qualcosa avesse assorbito ogni stilla liquida presente all’interno dei petali.

«Colpa dei cambiamenti climatici», buttò lì, imbastendo una giustificazione alla quale non credeva nemmeno lui.

 

Entrò in casa, si accomodò sulla poltrona davanti al televisore, lo accese su un programma a caso, solo per avere un po’ di compagnia, e tornò con la mente alla città che ha per cielo il mare. “Certo che alzare gli occhi al cielo, e invece di gabbiani in volo vedere delfini nuotare, deve avere un effetto straniante. Ma come ci è arrivata laggiù? A sentire Luigino, che a suo dire ha parlato con il re; un omone obeso con il muso da topo: una figura abbastanza repellente di primo acchito, direi, se non ci fosse l’alito profumato, la voce melodiosa e i ricordi di una vita millenaria ad affascinare l’interlocutore… Senza trascurare il fatto che sarebbe l’unico rappresentante di tutto ‘sto caravanserraglio in grado di comunicare con “il signore degli abissi”… Già, “il signore degli abissi”: un’entità eterea, che per darsi un tono indossa un costume da mostro, cucito con miliardi di gocce d’acqua…» sorrise. «Questo qua, il re, dice di aver “parcheggiato” la sua città in fondo al mare, dopo aver fatto tappa dentro mari e deserti, in mondi appartenenti a galassie di altri mille universi. E che sicuramente, dopo aver imbarcato alcuni esemplari della fauna autoctona, sarebbe ripartito per esplorare altri mondi, altri universi.”

«Solo la fantasia di un bambino, può immaginare una storia incredibile come questa… solo un padre disperato può credere a una storia così inverosimile», tirò le somme alla fine, spegnendo il televisore.

 

Dopo essersi sistemato per la notte, uscì dal bagno, aprì la porta e guardò il letto di Luigino. “Non è un incubo, purtroppo”, pensò traendo un sospiro, guardando con occhi lucidi il letto vuoto.

Chiuse la porta e andò nella sua camera. “Strano, ero convinto di averli riempiti d’acqua, prima d’infilare le rose”, pensò corrugando la fronte, osservando i portafiori di cristallo e due rose precocemente appassite, posti davanti ai ritratti di Luigino e sua moglie.

Improvvisamente, sbarrando gli occhi volse lo sguardo all’intorno. “Lui è qui! Il signore degli abissi è venuto a prendermi”, pensava nel mentre, tra gioia e timore.

Sentendo le gambe cedere, si sedette sul bordo del letto. Un suono metallico attirò la sua attenzione. «Come ogni sera, le molle rotte del materasso mi danno il benvenuto», osservò, scuotendosi per udire nuovamente il tintinnare delle molle. «Devo decidermi a cambiarlo, sta diventando troppo scomodo per la mia povera schiena sdraiarsi su ‘sto coso sfondato», realizzò appoggiando la mano sul bordo verticale del materasso.

«Mah! Questa è acqua!» esclamò sconcertato, ritraendo la mano che aveva appoggiato sul piccolo sfiatatoio laterale del materasso.

“E’ sotto il letto… ora mi sdraio, chiudo gli occhi e aspetto…”, pensò sdraiandosi delicatamente.

Una volta disteso, gli parve di galleggiare. Una specie di sciabordio aveva sostituito il tintinnio delle molle rotte. «E’ dentro il materasso», mormorò sbarrando gli occhi.

“Strap, strap, strap”, udì. Volse lo sguardo alla sua sinistra e, quello che vide apparire dallo strappo del lenzuolo lo lasciò senza fiato, forse agghiacciato… o forse felice. Un artiglio! Un artiglio color smeraldo, trasparente come acqua di mare, lavorando dall’interno del materasso stava aprendosi un varco…

 

                                                            FINE

       

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Paolo Guastone il 2018-11-06 10:53:04
Confesso di non avere mai letto Lovecraft ma di averne solo sentito parlare. Questo racconto, invece, è un eccellente cavallo di Troia. Complimenti!

Vecchio Mara il 2018-11-06 13:18:49
Vista l'ambientazione, opterei per un cavallone... o al limite, per un cavalluccio marino. Ti ringrazio. Ciao Paolo

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-11-06 14:26:34
Ho sempre diffidato dei materassi ad acqua e di chi li usa. Una nota sull'occhiello. Non credo che tu abbia letto in Necronomicon, quel simpatico libriccino - inventato di sana pianta da Lovecraft - che ha la simpatica abitudine di far impazzire chi lo legge. Probabilmente hai letto il frammento di Lovecraft in cui l'autore parla del libro - anzi, dello pseudolibro - stesso. In realtà, a mio parere, Lovecraft non va affrontato di petto, come molti appassionati dell'autore pretendono. Credo che si debba entrare nel suo mondo a poco a poco, saltando a piè pari molta roba che, a mio parere, può essere ripresa dopo se, e solo se, si è scoperto di apprezzare lo scrittore. Personalmente, consiglio di iniziare da racconti magari meno "caratteristici" di quelli che lo hanno reso una sorta di icona (come "Il richiamo di Cthulhu" stesso, a ben guardare), ma più abbordabili. Penso a racconti come "L'estraneo" o "La musica di Erich Zahn" o "Dall'Altrove" o "La dichiarazione di Randolph Carter" o "Dagon". Sono tra i suoi primi racconti, così viene rispettato l'ordine cronologico, ma ancora non siamo al Lovecraft per antonomasia. Se piacciono, si può passare a opere come "I topi nel muro" o "il colore venuto dallo spazio" per poi procedere verso, appunto, racconti come "Orrore a Red Hook" "il richiamo di Cthulhu" ecc.

Vecchio Mara il 2018-11-06 17:27:06
mi sa che hai ragione, sono andato a prenderlo, è un libro di circa 500 pagine, ci sono molti suoi racconti, ho scorso l'indice e ho visto che ci sono i primi che mi hai suggerito, tutti meno uno, mi pare che Dragon non ci sia. Visto che l'ho tirato giù dalla scansia, vedrò di rileggere i racconti che hai citato nell'ordine che hai suggerito. Non subito, però, perché ora sto a buon punto con l'ultimo di King, Poi, prima d'iniziare tutto un altro genere di lettura (il romanzo su Mussolini scritto da Scurati,) ne leggerò un paio. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2018-11-08 22:16:18

Ok, hai inserito questo racconto nel Lovecraft Festival, per la verità non mi pare però che con HPL c'entri un granché, anche se rientra effettivamente nel genere horror. Mi pare estraneo allo spirito dei suoi racconti, ecco, ma mi posso sbagliare, anche perchè io Lovecraft non lo conosco poi così bene: potrebbe giudicare meglio Rubrus, che però si è ben guardato, mi pare, da esprimere giudizi di sorta sul tuo scritto. Quanto alla sostanza del racconto: non capisco per quale motivo madre e figlio da una parte e il padre dall'altra dovessero essere presi dal signore degli abissi in maniera diversa, questo punto non mi convince. Comunque nel complesso l'ho trovato carino.

Vecchio Mara il 2018-11-09 08:30:21
Come ho scritto in copertina, non ho letto molto di HPL, e il poco che ho letto non mi ha convinto. Ora proverò a rileggere alcuni racconti nell'ordine che mi ha indicato Rubrus, per cercare di entrare nel mondo fantastico di HPL, Per quanto riguarda questo racconto, invece, il motivo per il quale i tre protagonisti sono stati presi in momenti diversi, è facile da spiegare: serviva allo svolgimento della trama. Si potrebbe dire: per allungare un po' il brodo, se vogliamo. Che non spiega tutto anche per lasciare il lettore nel dubbio: ciò che accade è solo nella testa del figlio, prima, e del padre, poi? Spiego, potrebbe anche essere stata un'onda anomala a portarsi via la madre, e il bimbo, suggestionato dai mostri dell'infanzia, abbia solamente immaginato il mostro che si porta via la madre e che diventa il protagonista del mondo fantastico dei suoi sogni, Mondo fantastico che, raccontandolo al padre già scosso di suo, finisce per coinvolgerlo emotivamente, facendo immaginare a questi che l'altra onda anomala (caso più unico che raro) che gli porta via il figlio sia quel mostro a lungo evocato. Un mostro così a lungo invocato per riunirsi ai suoi cari, che alla fine, suggestionato dalle rose secche e dal rumore delle molle dentro il materasso percepito come sciabordio, lui crede sia uscito dal mare per andare a prenderlo. questa potrebbe essere una chiave di lettura... l'altra invece, è che il mostro e il mondo sottomarino sia proprio quello che HPL, come ho letto in una sua biografia, immagina in alcuni suoi racconti fantastici. Insomma, voglio dire che non pretendevo di scrivere qualcosa di trascendentale. Solamente mi è piaciuta l'idea dell'omaggio ad HPL, e ho voluto provare a cimentarmi con i suoi mostri. E tenendo conto che il racconto è stato pensato, scritto e corretto in una sola giornata, se come scrivi, l'hai trovato carino, mi soddisfa pienamente. Ti ringrazio. Ciao Massimo.

Rubrus il 2018-11-09 14:52:28
Giustamente Massimo ha fatto notare che non ho detto granchè sul racconto. Il mio pensiero è il seguente: differentemente da quanto si potrebbe immaginare spulciando il web, non basta qualche tentacolo per scrivere un racconto alla maniera di Lovecraft, e neppure qualche accenno a un libro maledetto. Il fatto è che Lovecraft è per così dire all'incrocio di tante strade narrative che possono portare al racconto necrofilo, al racconto sui "mostroni " e quindi al racconto di avventure, oppure al racconto di fantascienza pura e, in particolare, a quello fanta - archeologico. Mai, credo, però, al racconto di orrore psicologico. Che io rammenti, le motivazioni e il retroterra personale dei suoi personaggi non sono quasi mai sviluppati oltre l'essenziale. I suoi eroi sono, al 99 per cento, ragionamento, e solo all'uno per cento emozione. Ma qui... sorpresa... uno degli allievi di Lovecraft fu un certo Robert Bloch, all'epoca meno che ventenne e sappiamo che Robert Bloch è l'autore del thriller psicologico per antonomasia, cioè Psycho. Quindi, Lovecraft non si sarebbe soffermato sui sentimenti dei suoi personaggi. A questo proposito, ti suggerisco di andare a leggere un racconto intitolato "I topi nel muro" : parte da una premessa simile a quella di questo racconto, cioè un padre che perde il figlio (in guerra) e torna a casa (la casa degli avi, in Gran Bretagna) per dimenticare, ma lo sviluppo... be' vedrai. Eppure, dai racconti di HPL può anche prendersi una direzione del tutto differente da quella che avrebbe preso l'autore.

Vecchio Mara il 2018-11-09 17:25:15
incuriosito dal tuo commento, sono corso a prendere il libro che ti dicevo... il racconto c'era e me lo sono riletto. Rammentavo poco, forse perché avendo fatto indigestione dei racconti all'interno, uno dopo l'altro, mi erano rimasti impressi quelli che proprio non mi erano piaciuti (rammento uno che parlava di una comunità, forse di topi, o di qualcos'altro che abitava sulla luna). Questo, invece, devo dire che, leggendolo isolatamente mi è piaciuto. Mi è piaciuto il modo, non so come dire... calmo di narrare come è arrivato a perdere il senno. E il crescendo di tensione che riesce a creare, fino al sorprendente finale. Detto ciò, potrei anche sbagliarmi, ma a me pare comunque un racconto in cui la psicologia del protagonista la faccia da padrone, aleggiando sull'intera vicenda.

Rubrus il 2018-11-09 17:47:05
E' uno dei pochi in cui c'è un "retroterra" del personaggio che s'imbarca nella vicenda perchè in passato gli è capitato qualcosa che lo coinvolge e sconvolge emotivamente . MA attenzione, facci caso... anche qui a un certo punto Lovecraft fa il Lovecraft e la storia diventa un "body horror", una storia necrofila di degenerazione e dannazione, vieppiù orripilante man mano che si va indietro negli anni. Le storie in cui il protagonista scopre una maledizione del proprio corpo, della propria carne, che lo inserisce all'interno di una stirpe all'origine della quale c'è una sorta di dannazione ricorrono in tutta la narrativa lovecraftiana. Se vogliamo tale storia c'è - anche se coinvolge un individuo solo - ne "L'estraneo", ma la troviamo in (per esempio) "L'antica gente dei monti", "La verità sul defunto Arthur Jemryn e la sua famiglia", "La ricorrenza" , "L'orrore di Dunwich" e, secondo me, in uno dei suoi racconti più belli "La maschera di Innsmouth", che quasi chiude il ciclo iniziato anni prima con lo stupendo "L'estraneo". Un'altra differenza (bada che non sto dicendo "meglio" o "peggio") se ben ricordo, tra la storia de "i topi nel muro" e la tua è che, nella tua, il desiderio di riunirsi alla progenie perduta va in crescendo ed assume sempre più importanza nella storia, fino a diventare il movente del protagonista, mentre in quella di Lovecraft, tale desiderio va in calando e, sempre se ben ricordo, alla fine il protagonista è mosso dal desiderio di conoscere il proprio passato, anche se è chiaro che ciò lo farà impazzire, come sempre accade in HPL in cui conoscenza = follia. Nella tua c'è un movimento in avanti, verso il ricongiungimento, in quella di HPL all'indietro, verso l'abominio che accomuna il protagonista - e quindi anche il figlio - nella dannazione e nella pazzia (in tutto HPL la perpetuazione della specie è sempre male e dannazione: è una costante).

Vecchio Mara il 2018-11-09 18:16:51
Forse conta anche la storia di vita di ognuno... forse HPL non ha avuto figli, e dunque potrebbe non aver mai sofferto una perdita così devastante, oppure avendone avuti e avendoli persi, reagisce in modo distruttivo. Nei miei racconti, per il poco che possano valere, non in tutti, credo. Quando i genitori si trovano di fronte a una perdita così grave, punto a farli ritrovare in un altrove (La maschera di Halloween), magari anche popolato di maschere grottesche (Il miracolo di Halloween) credo che sia un fatto di sensibilità personale... penso che gioie e dolori che segnano il nostro percorso di vita, finiscano con l'influire anche sul nostro modo di raccontare storie.

Rubrus il 2018-11-09 18:45:41
Mah... sai, quando si affrontano questi argomenti ho sempre paura di fare la figura dello psicologo / lavandaio, ma ci provo attenendomi il più possibile al dato biografico. HPL rimase orfano a sei anni e il padre morì di sifilide, una malattia infamante, in quanto di probabile origine venerea, e che compromise le sue facoltà mentali ; la madre era iperprotettiva e pare che gli dicesse di non uscire di casa perchè era così brutto che avrebbe spaventato gli altri bambini (quest'ultima pare una frottola, comunque); la famiglia era benestante, ma si impoverì in breve, specie dopo la morte del nonno, padre della madre, che mandava avanti la famiglia. Anni e anni dopo, la madre sarebbe morta affetta da demenza senile. Insomma è probabile che i traumi infantili abbiano influito non poco sulla poetica lovecraftiana, in particolare sulla sua avversione per la materia, sul mettere al mondo figli, ecc.

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