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Quell'ultimo, stupido pezzo di carta.

"L'APOSTROFO" Narrativa di gruppo Festival Lovecraft in P.I.A.F.

di Rubrus

pubblicato il 2018-11-05 18:03:56


«Quel... quel... ».
Sonia Greene si trattenne. Era una signora e le parolacce non stanno bene in bocca a una signora – o, almeno, io la penso così perché sono un tipo all’antica. D’altra parte era donna d’affari e negli affari qualche parolaccia scappa, né i dollari stanno a guardare quisquilie come il sesso. Alla fine, afferrò una rivista appoggiata sulla scrivania e l’abbatté sul ripiano come se avesse voluto schiacciare un’inesistente mosca.   
Su “Black Mask”, una rivista che leggo, di solito a questo punto qualcuno fa: “Baby, sei più bella quando ti arrabbi”. Puoi farlo anche nella realtà, ma rischi di beccarti un ceffone, così dissi: «Nessun Decreto congiunto di divorzio. Ho controllato negli studi legali, nelle agenzie, negli archivi e nelle cancellerie del Tribunale (e non ha idea di quanta polvere c’è laggiù) senza trovare niente di niente». A questo punto aprii il cassetto e tirai fuori la fiaschetta di Rye, l’offrii alla mia cliente, che rifiutò, e buttai giù un sorso. «Tecnicamente,  lei è bigama» conclusi.
Sonia Greene sbuffò, ma non fece altro. Tutto sommato, l’aveva presa bene.
«Se vuole può fargli causa per danni, ma quella è roba da azzeccagarbugli, non per un povero ficcanaso come il sottoscritto».
La Greene indicò le copie di “Weird Tales” sull’angolo della mia scrivania. «Ha conosciuto Howard?».
Come forse ho detto, ho sempre preferito “Black Mask”, ma la mia cliente aveva ragione. Mi ero documentato approfittando del viaggio. Da Los Angeles a New York e poi a Providence è lunga, e avevo fatto il pieno di riviste. Sonia Greene ne avrebbe trovato il costo in fondo alla mia parcella. Ero stato chiaro sin dall’inizio: quindici dollari al giorno più le spese.
«Sono andato a trovarlo» risposi.
Lei si accese una sigaretta. Non usava il bocchino e la teneva tra l’indice e il medio, come me. La fumò tutta, con calma. Non mi sorpresi: conoscevo la sua storia. Quando sei figlia di un immigrato russo, e hai fatto la fame, le sigarette te le fumi fino in fondo, non importa quanti soldi ci sono sul tuo conto in banca in quel momento.
«No, signor Higgs, non credo che gli farò causa» disse alla fine «Howard Phillips Lovecraft non ha mai avuto il becco d’un quattrino in vita sua e non credo che le cose siano cambiate negli ultimi tempi. Non ci ricaverei niente». Indicò la rivista che prima aveva sbattuto sulla scrivania. «“Imprigionato con i faraoni”. Il suo maggior successo... e con quello che abbiamo tirato su avremo mangiato, al massimo, quindici giorni. Avrà notato che ho detto “abbiamo”».
Mi accesi una sigaretta anch’io «L’ho notato».
Lei fece di nuovo quella smorfia, ma mi parve che, stavolta, assomigliasse a un mezzo sorriso «Abbiamo passato la prima notte di nozze a riscrivere il dannato racconto perché Howard aveva perso il manoscritto alla stazione. Ci crederebbe?».
«Suppongo di sì» risposi. Fumai anch’io la mia sigaretta in silenzio. Fuori dalla finestra l’insegna al neon del Paragon Hotel si accendeva e si spegneva, si accendeva e si spegneva come un metronomo luminoso. Non mi era mai piaciuta granché. Ricordava ai clienti che mi facevo pagare a tempo. «Sono contento che abbia deciso di lasciar perdere» dissi alla fine.
«È davvero preoccupato per le mie finanze?».
«Quanto basta perché gli assegni siano coperti. Senza offesa».
Lei annuì, schiacciò il mozzicone nel posacenere ed estrasse il libretto e la penna. Io allungai la nota sulla scrivania e poi mi appoggiai nuovamente allo schienale. Come ho detto, meglio essere prudenti.
Sonia Greene lesse la cifra, aggrottò le ciglia, ma non fece commenti. Al momento di firmare esitò un istante. «Potrei comunque intentare un’azione per farlo firmare. Niente soldi. Solo una dannata firma su un pezzo di carta. Per la miseria, siamo separati da dieci anni, ormai».
Sospirai. Ecco la parte che non avrei voluto dire. «Era in ospedale quando sono andato a trovarlo. So che non rientrava nell’incarico che mi aveva affidato, che avrei dovuto limitarmi alle scartoffie eccetera, ma sono un tipo scrupoloso. Non per nulla il sottoscritto Edward Higgs è stato nominato Ficcanaso dell’Anno nel 1934 e nel 1935. E chissà, magari anche quest’anno».
«Non ci giri intorno» disse lei. La penna rimaneva sollevata sopra l’assegno e, di certo, non avrebbe scritto una cifra diversa da quella segnata sul conto.
«Farfugliava. Credo che lo avessero sottoposto a una specie di anestesia. Parlava di... » non riuscii a trattenermi dall’indicare anch’io tutte quelle copie di Weird Tales, né dal pensare che “Black Mask” era mille volte meglio. Il Capitano Shaw, il direttore della rivista, sosteneva che, quando la faccenda si ingarbugliava, si doveva far saltare un tizio con una pistola. Mi guardai intorno, ma naturalmente non c’era nessuno. «Cose strane» dissi alla fine. Non era granché, ma mica devo scrivere su una rivista, io.
«Howard ha parlato di cose strane per tutta la vita».
«Però, magari, se uno è sotto farmaci, la sua firma non vale molto. Ma anche questa è roba da azzeccagarbugli» suggerii.
Sonia Greene strinse le labbra. Pensai che avrei dovuto rivelarle come stava il Vecchio Gentiluomo di Providence, come Lovecraft amava farsi chiamare, ma non fu necessario.
«Mi ha sempre detto di aver firmato il Decreto. Mi domando solo perché mi abbia mentito per tutto questo tempo» disse la mia cliente.
Toccò a me fare un mezzo sorriso. «Davvero?» chiesi. Sono solo un povero Ficcanaso Autorizzato, ma, dopo aver guardato in faccia Lovecraft, e senza essere un medico, sapevo che il problema di Sonia Greene si sarebbe risolto da solo, e in fretta. E, senza essere uno strizzacervelli, sapevo che Sonia Greene capiva benissimo perché Howard Phillips Lovecraft non aveva firmato il Decreto di Divorzio. Quell’ultimo, stupido pezzo di carta.
Lei sogghignò e firmò l’assegno. La cifra esatta sulla mia notula, naturalmente.
Presi i miei soldi, controfirmai la parcella per ricevuta (la fattura sarebbe arrivata dopo, a titolo incassato) e le diedi tutte le carte che mi aveva consegnato. Per ultima, la foto di loro due a un San Valentino. Lui appariva un po' impacciato, un po' rigido: era lei ad abbracciarlo. Tutto sommato, però, sembravano una coppia normale, persino felice. Non lo sembrano tutte le coppie, per qualche tempo?  
«Povero Howard» fece lei guardando il ritratto «Lui e i suoi Mostri dall’Altrove. Se ne è fatto ossessionare per tutta la vita, pur di non affrontare quelli che aveva dentro».
Prese la ricevuta, mise foto e documenti nella borsa e si alzò.
«Ne ho conosciuti altri, sa?» dissi io rizzandomi in piedi a mia volta. «Gente che non...» agitai la mano davanti alla bocca dello stomaco, come se lì ci fosse qualcosa che non voleva saperne di andare né su né giù «... non riesce a dire le cose. Alla fine gli altri si stancano di aspettare e se ne vanno. Ti dici che è solo una questione di tempo, che è mancato il momento giusto o che non avevi esperienza. Ti racconti che magari ci sarà una seconda occasione, addirittura una terza. E qualche volta arriva, sa? Arriva davvero. Solo che la storia si ripete. Non...» ripetei il gesto. La luce del Paragon Hotel si oscurò, forse per un calo di tensione, e la stanza piombò nel buio. Fui contento che Sonia Greene non potesse vedere la mia faccia mentre finivo la frase «Alla fine quello che ti rimane, quello cui ti aggrappi, è una foto. O una firma sgangherata da mettere in fondo a un ultimo, stupido pezzo di carta».
La luce tornò. Mi parve di sentire delle grida e tesi l’orecchio, ma udii solo lo strillone col giornale del pomeriggio, quello coi risultati del baseball.
«Di chi sta parlando, signor Higgs?» chiese Sonia Greene. Fece scorrere lo sguardo sulla mia scrivania come se cercasse una foto come quella che aveva appena messo in borsa. Ma naturalmente non c’era. Non  più.
«Di Howard» risposi.
Lei annuì pian piano. Già. Dopotutto neanche lei era una strizzacervelli.
Mi tese la mano, la strinsi e lei si voltò, andandosene. Sulla soglia, parlò un’ultima volta. «L’assegno è coperto» fece.
Udii i suoi passi svanire lungo le scale e mi affacciai alla finestra, guardando in basso.
C’era davvero, lo strillone del pomeriggio.
Aveva lasciato cadere a terra i giornali e indicava un punto imprecisato sopra la mia testa.
Non potevo vedere il suo viso, ma si capiva che era terrorizzato, come se avesse visto un mostro.
Un essere alato con grandi ali di pipistrello, corna ricurve e uno spazio vuoto là dove avrebbe dovuto esserci la faccia, che svolazzava accanto all’insegna del Paragon Hotel.
Una creatura identica a quella che avevo visto fuori dalla stanza d’ospedale di Lovecraft, appollaiata su un cornicione come se attendesse il momento buono per agguantarlo.
E io non avevo niente per difendermi.
Neanche un ultimo, stupido pezzo di carta con un spazio in bianco che, come un incantesimo moderno, potesse tenere a bada i mostri venuti per portarmi via, nel buio, per sempre.
 
 
 
   
 
NDA: mi sono preso qualche libertà con la procedura di divorzi e separazioni nel Rhode Island degli anni  ’30 – nel senso che non sono andato a controllare, né ho verificato le leggi federali e gli accordi tra Stati USA vigenti in quel periodo perché un divorzio ottenuto in uno Stato americano potesse essere omologato in un altro.
Per il resto, gli altri dati sono passabilmente corretti.
HPL e la Greene, che era davvero un’immigrata ucraina di origine ebrea, si sposarono nel ’24, stettero insieme due anni e poi si separarono, ma Lovecraft disse sempre alla moglie che aveva firmato il Decreto di divorzio anche se non era vero. La Greene, trasferitasi più volte e, infine, in California, si risposò nel ’36 e Lovecraft morì l’anno dopo – sicchè, per qualche tempo, lei fu, giuridicamente, bigama. Non è chiaro se ne fosse a conoscenza, da quanto ho potuto appurare, anche se venne a conoscenza della morte di Lovecraft solo anni dopo il decesso.
L’aneddoto su “Imprigionato con i Faraoni”, smarrito alla stazione, è stato narrato dalla stessa Greene. Era un racconto su commissione, il committente era Houdini, la rivista Weird Tales, e i neosposi dovettero trascorrere la prima notte di luna di miele per riscriverlo perché la scadenza incombeva. Fu il maggior successo editoriale di HPL mentre lui era vivo.
La rivista Black Mask esistette davvero. Era, proprio come “Weird Tales”una rivista “pulp” dell’epoca. Ci scrivevano tra gli altri Hammeth e Chandler e il direttore era un ex ufficiale detto “il capitano Shaw” e pare fosse solito ripetere la “esortazione” sul tizio con la pistola.
Gli appassionati avranno riconosciuto nel mostro un Nightgaunt, spauracchio di Lovecraft bambino. Il giovanissimo HPL sognava che queste creature venissero a prenderlo, lo immobilizzassero facendogli una specie di “solletico” e lo portassero via con sé.
È possibile che HPL si stia rigirando nella tomba perché, fedele alla sua teoria del “cosmic horror” ripudiava ogni interpretazione psicologica della propria narrativa e, narrativamente, rifuggiva dall’uso massiccio del dialogo.
D’altra parte, era un tipo abbastanza generoso con i colleghi da concedere loro di usare le sue “creazioni” a modo proprio e secondo la propria sensibilità, quindi spero di cavarmela.
La foto di Sonia Greene e HPL, infine, la potete vedere da voi.             
 

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Paolo Guastone il 2018-11-06 10:57:17
Un'interpretazione di uno scorcio della vita di HPL. Non l'ho mai letto come autore, ma con questo pezzo hai dimostrato di saperci sguazzare dentro più che bene.

Rubrus il 2018-11-06 12:43:41
Ho mescolato un po' HPL con l'hard boiled - genere a lui contemporaneo, vicinissimo, ma parallelo. HPL va letto "cum granu salis" nel senso che se lo si prende in blocco dalla A alla Z, come suggeriscono gli ortodossi, può disorientare e non piacere. Si deve entrare nel suo mondo a poco a poco.

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90Peppe90 il 2018-11-06 15:44:14
Nelle note hai espresso un dubbio che riguarda anche il mio racconto inedito scritto per questa occasione (tant'è che sto ancora riflettendo se sia il caso di pubblicarlo o lasciare spazio ad altri racconti, vecchi, forse più aderenti all'iniziativa): si rifà a HPL solo in parte, per il resto se ne discosta, sia a livello di storia che ti narrazione; in definitiva, Lovecraft potrebbe rivoltarsi nella tomba, ahah. Non è il caso del tuo racconto, comunque, che mi è piaciuto molto. Innanzitutto ho apprezzato il fatto che tu lo abbia incentrato sulla vita privata di HPL, è stata una bella trovata (pensavi già di farlo così quando hai lasciato il maxi-commento relativo all'articolo "Lovecraft-razzismo"?), dove realtà e finzione si intrecciano alla grande, fino a un gran bel finale davvero. Insomma, ribadisco: piaciuto molto. (So che sono un rompiscatole, e forse dà fastidio solo a me e la cosa non ha grande importanza, ma anche qui ci sono alcune parti di testo in grigio chiaro piuttosto che in nero ahahah) Ciao, Rub, alla prossima!

Rubrus il 2018-11-06 16:26:30
Alla fine ho fatto come HPL e la consorte: ho riscritto il dannato pezzo, visto che non riuscivo a far sparire il grigio. Detto ciò. Una caratteristica dei racconti di HPL è di essere estremamente duttile. Pensa che Derleth - colui che di fatto ne salvò l'opera - trasformò le "divinità" lovecraftiane collegandole in qualche modo agli elementi della tradizione alchemica (Cthulhu = acqua, Hastur = aria ecc), inventando divinità proprie (e fin qui...) e inventandosi rivalità tra le stesse divinità, rivalità del tutto assenti nell'originaria concezione lovecraftiana. Quest'ultima "interpretazione" si spinge fino ad essere un vero e proprio travisamento perchè in qualche modo depotenzia il cosmic horror lovecraftiano e la totale sensazione di impotenza che lo pervade. Non a caso, molti studiosi di Lovecraft detestano Derleth proprio per questo "tradimento". Del resto la narrativa lovecraftiana è talmente originale da poter essere declinata in modi diversi: possiamo volgerla in chiave fantascientifica, anche se HPL continuava a ripetere che i suoi non sono semplici alieni e trovava la SF sua contemporanea puerile, in chiave avventurosa (in un certo senso, lo stesso "imprigionato coi faraoni" ne è un esempio), in chiave esoterica, oppure mantenendosi più aderenti alla tradizione gotica. Fritz Leiber trasformò le "divinità" lovecraftiane in creature metà demoni metà dei ma non esattamente definibili (in questo fu fedele a HPL) a metà tra il conscio e l'inconscio, che abitano in una zona di mezzo tra la coscienza e la materia, in una zona appena al di là dell'inconscio collettivo junghiano e la realtà inanimata, e che possono muoversi a piacimento in tutte e due le direzioni, "captando" l'uomo quando ne vengono esse stesse captate, per esempio attraverso l'atto artistico (in questo Lieber anticipa King). Infine Brian Lumley creò una specie di personaggio seriale Titus Crow, quasi una variante di Randolph Carter, e addirittura un fratello (sì, hai capito bene!) di Cthulhu stesso, Kthanid, che in tempi remoti avrebbe imprigionato il congiunto pazzo sulla Terra con la speranza che l'umanità lo tenesse segregato. Vedi bene che la libertà è talmente ampia da portarci in direzioni che mai HPL avrebbe preso o voluto prendere, lontanissime dal suo "orrore cosmico". Chi lo fa, lo fa ovviamente a suo rischio e pericolo, vale a dire di vedersi censurato dai puristi (o cultisti) di HPL - che tuttavia dal punto di vista filologico hanno pienamente ragione. Il mio racconto introduce un elemento psicologico e personale che probabilmente Lovecraft avrebbe aborrito. I suoi mostri sono esterni, non hanno nulla a che vedere coi moti dell'animo umano, che alla sua narrativa non interessano. E, tuttavia, nella vita privata di HPL, in quel suo mentire alla ex moglie circa la sottoscrizione del divorzio (atto incompatibile con la sua concezione di "gentiluomo", cui tanto teneva) ho visto riapparire un comportamento che ho più volte visto verificarsi nella vita quotidiana ed esattamente negli stessi termini. Mi è venuto quindi fuori (sì, l'idea mi è venuta apprendendo il fatto e pensandoci un po' su: come spesso i accade, mi è venuto fuori un racconto, non un saggio) un Lovecraft "umano" - e oggetto del racconto - diverso dal narratore impersonale dei suoi racconti. Un uomo che forse, come faccio dire alla Greene nel racconto, prendendomi alcune licenze narrative, affrontò i mostri dell'esterno, ma forse mai fino in fondo quelli che aveva dentro.

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-11-06 18:40:52
Davvero bella questa "umanizzazione" di HPL: la trovo fedele al mio racconto prediletto di Lovecraft, "L'estraneo", che avevo riproposto su Neteditor. Come accade allo sventurato "estraneo", il mostro che innalza la sua abominevole figura davanto a lui non è altro che il suo riflesso speculare: diverso per ognuno di noi, soltanto ognuno per sè potrebbe descrivere il volto irripetibile della propria paura. E così, come Baudelaire ha raccontato l'umanità dello sventurato Poe, tu hai raccontato l'umano dietro "L'indicibile" lovecraftiano, hai provato "pietas", alla latina, per l'essere umano, intrappolato dal suo daimon (anche Alan Moore in "Providence" fa comparire nel finale i "Nightgaunt", ma con altro intento fantastico); ora, in breve, forse troppo in breve, Lovecraft si è imprigionato in quella situazione che ben descrive Ludwig Wittgenstein "ciò di cui non si può parlare si deve tacere". La mitografia lovecraftiana per funzionare deve votarsi al non detto e alla serietà più terribile: a mio modesto avviso, mai nessuno scrittore prima di HPL aveva dato così potere al non detto e all'indicibile, creando una "sacralità" per sottrazione e negazione, che mai ho letto in nessun altro. Confesso che ultimamente guardo di più film o leggo fumetti ispirati a HPL, perchè quando leggo qualche suo racconto sono veramente terrorizzato dalla sua agghiacciante serietà. Anche ammirato, è ovvio, ma sento il bisogno di andare a farmi una nuotata, una biciclettata, una spaghettata ecc ecc...di riprendere contatto con la vita, insomma, perchè davvero HPL ha camminato troppo a lungo con il suo terrifico daimon nel paese dell'Ade. E sono d'accordo: ha viaggiato negli Inferi per non scorgere quel mostro di paura nello specchio. Ma umanesimo per umanesimo: quanti di noi ne sono capaci? Abbi gioia

Rubrus il 2018-11-06 19:40:26

A proposito del successo lovecraftiano vedo due fenomeni distinti: il primo legato alla affinità tra Lovecraft e il nostro tempo - un tema molto vasto che meriterebbe un intervento di tante persone qualificate e che forse per ora possiamo mettere da parte per qualche istante - il secondo legato all'aspetto ludico. Da "antico" giocatore di "Call of Cthulhu" vedo una crescita esponenziale di un "gioco" lovecraftiano, laddove HPL, come scrittore, era tremendamente serio. Le sue divinità remote, ancestrali, incomprensibili, inconoscibili, inesprimibili, sono quasi delle star del web. Ora attenzione perchè qui si trova - forse è il karma di HPL - un'altra contraddizione. Sono certo che se internet fosse esistita ai suoi tempi, Lovecraft ne sarebbe stato un frequentatore assiduo perchè attratto dalla possibilità di un contatto umano spersonalizzato quale quello dei social. D'altra parte, sarebbe inorridito nel vedere il Grande Cthulhu saltar fuori a ogni piè sospinto come un pupazzo a molla e soprattutto rappresentato, raffigurato, ritratto in modo quasi ossessivo. Appare come Cthluhu, ma si comporta come Freddy Krueger, un altro presenzialista degli incubi. Lovecraft, con tutti i suoi "è troppo orribile perchè lo descriva" e via  dicendo avrebbe sbraitato di fronte a questa dittatura dell'immagine (E taccio dei videogiochi di ispirazione lovecraftiana). 



Nei  racconti del solitario di Providence l'apparizione del mostro è legata ad alcune situazioni tipo che ricorrono molto spesso:



1 vediamo parti del mostro, ma non l'insieme: un po' come coloro che in una stanza buia toccano un elefante, ma, dato che è troppo grande, riescono a entrare in contatto con varie parti del corpo di cui danno un'interpretazione sbagliata (da "L'abitatore del buio" a ritroso fino a "La musica di Erich Zahn" passando per "Orrore a Red Hook" questo schema è spesso presente)  



2. non vediamo il mostro, ma i suoi effetti (forse il racconto che esprime meglio questa situazione è "Il colore venuto dallo spazio", ma è il caso di citare anche, almeno, "I sogni nella casa delle Streghe" o "la dichiarazione di Randolph Carter"); 2/a sovente gli stessi effetti sono anticipati all'inizio del racconto e alla fine ripresentati con l'auspicio che il racconto che abbiamo letto nel frattempo li renda ancora più terrificanti : è il caso de "l'orrore di Dunwich" o "La cosa sulla soglia" o "Colui che sussurrava nelle tenebre". 



3. vediamo il mostro, ma attenzione...in realtà è un mostriciattolo o solo un'anticipazione di quello che verrà e per ora ci è misericordiosamente risparmiato (lo stesso Call of Cthulhu si può dire rientri in questo schema: anche "la maschera di Innsmouth" può rientrarvi).



Chiaramente non tutto HPL può essere schematizzato così, ma mi pare che queste situazioni siano frequenti.



Capite che questa diffidenza per l'immagine è stata fatta a brandelli dai social peggio che nei più abominevoli riti lovecraftiani.



Personalmente, a me questo approccio non piace molto - in generale tendo sempre più a rifuggire da quella che, più che la civiltà dell'immagine, mi pare la barbarie dell'immagine. Una copertina, magari anche un po' sobria, mi basta. 



In questo raccontino sono rimasto fedele all'approccio "iconoclasta". Il Gaunt non si vede - viene riferito - e quasi non si sente.



Peraltro, come già ho detto, ho tradito anche io HPL. 



Avendolo letto (e riletto), avendo letto anni fa una biografia su di lui (vita privata di HPL) e avendo letto alcune sue lettere raccolte in volume (quelle a proposito dei sogni), mi sono fatto l'idea, del tutto personale e opinabile, s'intende, di un uomo che per tutta la vita fu terrorizzato dal mondo e dalla materia in particolare.. e forse anche dal proprio corpo (anche senza scomodare la faccenda della mamma che gli diceva quant'era brutto). Lo teneva a distanza e lo rappresentava come mostruoso. Forse persino il suo razzismo e il suo continuo parlare di orrori celati sotto le amate apparenze della pseudo - Nuova Inghilterra da lui creata possono essere letti così. Allo stesso tempo, però, come si fa con tutto ciò che si spaventa, cercava di razionalizzarlo, di misurarlo (le lettere sui sogni sono indicative), creando una contraddizione tra visione materialistica del mondo e la sua professione di scrittore di narrativa fantastica, anzi di mitografo. Tale contraddizione divenne sempre più lacerante e rimase per sempre irrisolta. Che egli sentisse di essere antinomico in sè emerge da un dato della sua narrativa: HPL continuò a dirci per tutta la sua produzione narrativa che la scienza - la stessa che HPL uomo professava di seguire e che forse usava per affrontare i propri demoni - non è salvifica. A differenza degli eroi positivisti i suoi non scoprono che il mastino fantasma è solo un cane, ma, al contrario, usando la ragione e la scienza scoprono che il mastino fantasma è peggio che un mastino fantasma. La scienza, nei racconti di HPL, è l'unica soluzione, ma non salva: danna. Solo la fantasia può salvare, ma, man mano che passarono gli anni, e precisamente dopo il Kadath, HPL credette sempre meno nella fantasia, affidandosi sempre più alla sua "pedanteria scientifica". Quindi, sì, ho provato della pietas per quell'uomo. Ho visto in quel suo irrazionale mentire, in quel suo inspiegabile rifiutarsi di prendere atto della fine di una relazione, forse l'unica, della sua vita, la spia del suo, forse tragico, modo di amare.     



 


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Massimo Bianco il 2018-11-08 21:47:40
Beh, il racconto mi è piaciuto. L'idea di sfruttare per l'omaggio a Lovecraft un episodio della sua biografia mi pare buona, meno scontata che provare a scrivere un racconto alla maniera di. Quindi il mio giudizio, per qual poco che vale, è positivo. Un dubbio che ti espongo: a me risulta che il racconto Under the pyramids gli fu commissionato da Houdini affinchè apparisse come una autentica avventura vissuta dal famoso escapista, che quindi dovrebbe averlo firmato. Se le cose stanno davvero così non so fino a che punto sia giusto definirlo propriamente come "il maggior successo di HPL", dato che le vendite sarebbero dovute alla firma ben più prestigiosa di Houdini. Dimmi tu. Ciao.

Rubrus il 2018-11-09 14:31:31
Sì, gli fu commissionato e, anzi, Houdini chiese ed ottenne di apparire come scettico e - oggi lo si definirebbe così . "debunker". Il bello è che, malgrado tali istruzioni, il racconto non è "positivista" come ci si aspettava. Alla fine HPL non riuscì a trattenersi e c'infilò dentro il suo crescendo di mostruosità vieppiù irrapresentabili. Troviamo (se ben ricordo: è passato del tempo) gli dei teratomorfi egizi subordinati ad altre divinità - lumeggiate nella Sfinge, coloro che fanno oggi della fanta archeologia e cianciano di "impronte degli dei" non hanno inventato nulla e sono debitori di HPL pure loro - a loro volta subordinate a un essere mostruoso e gigantesco che però altro non è che la zampa artigliata di qualcosa che rimane nell'ombra... insomma, se non è Lovecraft questo, non so cos'altro (anche se, sempre se ben ricordo, alla fine una spiegaizone razionalistica c'è, benchè un po' forzata) . Peraltro HPL fu pagato bene per questo racconto e quindi, dal punto di vista economico, credo che si possa senz'altro dire che sia stato il suo maggior successo , benchè scritto come ghostwriter. La "mia" signora Lovecraft bada soprattutto a questo aspetto - il che non vuol dire che non amasse il marito. Semplicemente, doveva anche pensare al prezzo delle uova - come disse Tabitha King a proposito della signora Melville. Come scrivente, e partecipante all'iniziativa, non avrei avuto problemi a mettere racconti più aderenti alla maniera lovecraftiana (ne ho almeno un paio) ma mi è parso più stimolante, se si deve riflettere sull'autore, concentrarmi sulle ragioni profonde del suo scrivere - per quanto una simile indagine sia possibile e quindi con abbondanza di "se e ma". Non quindi una ricerca dell'originalità, pertanto, che non m'interessava e che in fondo sarebbe stata essa stessa manierisimo, ma, per quanto un mio potere, della profondità.

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