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Inseparabili (brividi d'ottobre)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-10-30 18:04:45


Quello era il nome.
L’aveva deciso William per tutti e due, ed era stata l’unica, vera decisione che avesse preso.
Tutte le altre le prendeva Guillame.
Lui che decideva se la famiglia affidataria andava bene, lui che decideva se andavano bene gli amici, lui che decideva quando era il momento di andarsene, lui che... be’, non era il caso di continuare. “Tutto” vuol dire “tutto”.
Poco importava che gli altri non lo vedessero.
Da un pezzo Guillame aveva stabilito che bastava assecondarli e William non si era opposto.
Guillame era bravo a nascondersi.
«Dagli corda» bisbigliava a William. E William ubbidiva.
Naturalmente, procedeva per gradi.
«Vi dirà di avere un amico immaginario» dicevano quelli dei servizi sociali, solitamente al secondo colloquio, qualche volta al terzo. «Gli succede sempre nei periodi di stress e... be’, quello passato non è stato un bel momento, ma se riuscirete a stabilire un rapporto, se non lo metterete sotto pressione, vedrete che passerà presto».
Imbecilli. Come se fosse possibile separare Guillame e William.
In realtà, bastava farglielo credere. La gente crede a tutto che vuole credere nel profondo del proprio cuore, senza stare a preoccuparsi di quisquilie come “vero” o “falso”. Tutte le famiglie affidatarie vogliono illudersi che i loro pupilli abbiano trovato una casa; basta assecondare la loro speranza che sia davvero così e tutto il resto è come l’installazione di un programma dopo che si è lanciato il download. 
La causa di tutto è l’amore. «È il loro bisogno di essere amati» diceva Guillame «È da lì che si entra».
Imbecilli, appunto.
Ciò che sorprendeva William era che ci fossero cascati già in dodici (sei, se li si contava a coppie) ma, come aveva sperimentato un’infinità di volte, Guillame era bravo a nascondersi.
E poi lavoravano assieme. Erano inseparabili.
William aveva imparato ad ampliare l’arco del proprio sorriso, accrescere la lucentezza del proprio sguardo, la giocosità delle proprie risa. Lo faceva poco a poco, ma costantemente. Al momento giusto, tirava fuori la formula magica «Guillame non esiste, me lo sono inventato io».
Intanto, Guillame lavorava.
Piccole cose, al principio.
Il tubetto del dentifricio aperto, un bicchiere rotto, un articolo scordato al supermercato... poi cose un po’ più gravi: un vetro rotto, contanti spariti, il gas lasciato aperto col rischio di provocare un’esplosione, un animale domestico morto... ciascuno aveva i suoi punti deboli.
A essere attenti, quando la situazione si faceva più grave (messaggi compromettenti sul cellulare, vicini che si lamentano di dispetti, qualche altro bambino affidatario con ecchimosi o peggio... c’erano tante varianti) si potevano cogliere dei segnali. Era difficile, ma non impossibile. Soffi d’aria fredda che non venivano da nessuna parte, passi in stanze che avrebbero dovuto essere vuote, un odore di muffa in tutta la casa.
Naturalmente, non se ne accorgevano mai. Volevano credere nella loro speranza di felicità. Riempire il loro incolmabile bisogno d’amore.
Finché.
«Capite che non è possibile affidarvi un minore. Non in queste condizioni, non in questo momento». La maggior parte degli assistenti sociali aggiungeva: «Tenere figli di altri, ragazzi con problemi, è dura. È possibile che, a un certo punto, certe dinamiche irrisolte all’interno della coppia esplodano, tuttavia...».
Il penultimo padre aveva assentito vigorosamente a queste parole. I graffi che aveva sulla faccia non si erano rimarginati e uno aveva ripreso a sanguinare. La penultima madre, invece, non aveva potuto dire niente. Era intubata in ospedale e, se fosse andato tutto bene, ci sarebbe rimasta per un bel pezzo. Se invece qualcosa fosse andato storto...
E così eccolo (eccoli) dalla famiglia numero sei. E poi sette.
E, precisamente, al momento in cui Willam diceva “Guillame non esiste”.
Fu in quel momento che Barbara disse «No, è reale».
Il divano – un vecchio solido arnese con solidi piedi di legno – strisciò sul pavimento. Qualcuno ha sobbalzato, pensarono tutti. Ma poi:  Questa non me l’aspettavo pensò Bruno, l’aspirante padre. La ragazzina vede William come un concorrente pensò l’assistente sociale. Ecco dove si è nascosto Guillame pensò William.
Barbara percepiva Guillame – non lo vedeva, perché Guillame non voleva essere visto, ma ne avvertiva la presenza.
Era successo altre volte. Ragazzini che si svegliavano urlando (e ottenevano l’inappellabile, annichilente risposta: «Era un incubo, tesoro, qualcosa che esiste solo nella tua testa»). Bambini che vedevano e sentivano, ma erano incapaci di parlare. Ragazzi più grandi che avvertivano il ridestarsi di timori infantili e decidevano di ignorarli.
Barbara però era diversa.
Diana, la madre affidataria, le carezzò i capelli «Ma cosa dici, cara?». Sorrise, imbarazzata, all’indirizzo dell’assistente sociale. Barbara era sua figlia naturale, partorita dieci anni prima con dolore come nella maledizione biblica (William sapeva che il parto era stato davvero doloroso, che Barbara aveva rischiato di morire e che, dopo di lei, Diana non aveva potuto avere altri figli).
Bruno sorrise a propria volta. Avevano tenuto in affido altri ragazzi, prima di William, disse, e c’erano state altre frizioni. Capitava, se figli biologici e affidatari vivevano insieme e...
L’assistente sociale lo zittì alzando una mano. Lo sapeva. Ci sarebbe voluto tempo.
Barbara teneva lo sguardo fisso sullo spazio buio sotto il divano.
 
«So com’è» disse Barbara.
William non si era accorto che era dietro di lui.
Era estate ed era ora di cena. Il campo giochi era quasi deserto. William si dondolava sull’altalena, lo sguardo puntato verso il laghetto delle anatre. Era più in basso rispetto agli scivoli e, a quell’ora, si trovava già in ombra. Un piccolo specchio oscuro proprio al centro del parco, come il foro di un imbuto attraverso cui fluiva la luce del giorno.
«So com’è» ripeté Barbara. William si aspettava che si sedesse sull’altalena accanto alla sua, ma la bambina non lo fece. L’altalena era vecchia e, oscillando, produceva un cigolio fastidioso come uno spirito inquieto. Per questo William non aveva sentito arrivare Barbara e, forse per questo, Barbara non si era seduta accanto a lui.
«So com’è quando tu li vedi e gli altri no» proseguì Barbara «devi far finta di niente».
William si girò verso di lei. Aveva i capelli d’un biondo rossiccio come quello che le foglie avrebbero assunto da lì a qualche tempo.
«A me succede perché sono morta» continuò «mamma non me l’ha detto, ma io ho sentito i dottori. Sono rimasta morta per un paio di minuti e poi sono tornata indietro. È come... » si strofinò le braccia «qualcosa che mi è rimasto appiccicato addosso, come il miele quando ti si attacca alle dita».
William non disse niente. Sapeva un sacco di parole – o le sapeva Guillame, ma era la stessa cosa perché loro erano inseparabili – e sapeva usarle come un adulto, anche se si sforzava di parlare come gli altri bambini e sospettava che per Barbara fosse lo stesso, tuttavia non era il caso di darlo a vedere. Se per Barbara funzionava nello stesso modo, che facesse lei il primo passo.
«Per te è differente» disse la bambina.
William si voltò di nuovo verso il laghetto e riprese a far dondolare l’altalena.
«Mamma ci aspetta per cena» fece Barbara. William la ignorò e la bambina si girò per andarsene.
«Non gli permetterò di farci del male» disse prima di incamminarsi.
 
L’autunno arrivò di soppiatto.
Accadde poco dopo l’equinozio, il giorno in cui il parco giochi passava dall’orario estivo a quello invernale.
C’era una festa, come tutti gli anni, e il cielo, che fino al giorno prima era stato una lastra d’azzurro stinto da cui scendeva un tepore incongruo, s’incupì come un debitore alla scadenza d’una cambiale.
Non pioveva, ma i gestori del parco preferirono tenere la festa a ridosso del capanno che sorgeva nel boschetto a nord ovest del lago.
Tutto il parco, tempo addietro, era stato un’unica tenuta, poi la famiglia dei proprietari era andata in malora e l’intera area era stata lottizzata e svenduta un pezzo alla volta. Villette residenziali, tra cui quella di Bruno e Diana, erano sorte lungo il perimetro del vasto appezzamento, tranne a sud (dove la vecchia villa padronale, ora ristorante, sorgeva come un testimone dell’epoca perduta) e al centro, dove le infiltrazioni d’acqua rendevano difficile costruire e dove si trovava il laghetto.
Malgrado il clima improvvisamente autunnale, fu una bella giornata.
Tutti i residenti della zona portarono da mangiare, grandi tavoli furono approntati nello spiazzo di fronte al capanno – un casotto per il ricovero degli attrezzi e delle sementi – e un braciere fu collocato in uno slargo appositamente liberato dalle erbacce.
Sotto gli alberi il buio arrivava prima e, già alle sei di sera, il fuoco occhieggiava come il lumicino lontano lontano in una foresta da fiaba.
William s’incantò a guardarlo, incurante del fumo che gli avrebbe impregnato i vestiti. Non era abituato a giocare a lungo e, dopo qualche tiro al pallone e qualche ora a nascondino, era stanco.
Dopo un po’, Barbara lo raggiunse e gli si sedette accanto. Il ciocco su cui William era seduto era piccolo e la bambina dovette mettersi spalla a spalla con lui. William ne avvertì l’odore pungente di sudore e notò un paio di foglie secche impigliate tra i capelli. Penso di dirle che avrebbe dovuto chiedergli se poteva sederglisi così vicino – lui lo avrebbe fatto, a parti invertite – ma lasciò perdere. Non era avvezzo a un contatto così ravvicinato e non lo trovava molto piacevole… ma neanche particolarmente spiacevole, specie man mano che il tempo passava. Soprattutto, ne era incuriosito. Alla fine lasciò perdere.
Improvvisamente si rese conto che, per tutto il giorno, non aveva pensato a Guillame, né ne aveva avvertito la presenza.
 
«Dobbiamo andarcene».
Guillame si faceva sentire di rado in modo così netto.
William si girò e lesse l’orologio sul comodino. Le tre e mezzo di notte. Nulla di strano.
Era l’ora preferita di Guillame, quando tutti dormono, la sera è stata dimenticata e il mattino appare così lontano da farti dubitare che arriverà mai.
Era la voce di Guillame ad essere in qualche modo diversa. William cercò di stabilire che cosa ci fosse di strano, ma non ci riuscì.
Le cose, però, procedevano nel solito modo.
Bruno aveva iniziato a giocare alle macchinette mangiasoldi.
Diana lo aveva scoperto la sera prima.
Da qualche giorno i contanti sparivano dalla sua borsetta. Per qualche tempo, la donna aveva fatto finta di niente, poi aveva deciso che era il momento di dire basta.
E aveva incolpato Barbara.
La bambina aveva protestato, la madre insistito, Diana l’aveva rimproverata, la figlia reagito con veemenza e la donna le aveva mollato una sberla.
William aveva avvertito la risata sommessa di Guillame – un suono simile al crepitio del legno vecchio – e, per la prima volta, aveva fatto un po’ fatica a unirsi ad essa. Anzi, per la prima volta, ne era stato persino un po’ spaventato.
Barbara era corsa in camera sua e William aveva percepito lo sguardo di Guillame che la seguiva, occhi simili ad ombre formicolanti che le correvano lungo la schiena come ragni. Diana era rimasta per un istante imbambolata a guardarsi la mano, poi aveva ordinato a William di raggiungere la propria cameretta.
William aveva ubbidito e non aveva fatto in tempo a chiudere la porta che aveva udito il pianto soffocato della donna.
Tutto come previsto.
Tranne che lui e Guillame erano in ritardo sulla tabella di marcia. Era la metà di ottobre e si trovavano in casa di Diana e Bruno da quasi cinque mesi. William e Guillame non erano mai rimasti nella stessa casa più di quattro.
La causa del ritardo era Barbara.
Sembrava sapere quando Guillame era nei paraggi. Di tanto in tanto William la sorprendeva che guardava alle sue spalle, o dietro una porta, o una tenda, o in un angolo buio, si voltava e – zac !- capiva che, fino a un istante prima, Guillame era stato lì. In un paio di occasioni aveva avuto la netta sensazione che fosse mancato veramente poco perché Barbara puntasse il dito gridando: «Eccolo là, vi avevo detto che era reale!».
Certo, Guillame, tra i suoi molti talenti, aveva quello di confondere le idee alle persone – per esempio gli assistenti sociali: possibile che sei (sei!) famiglie cui William era stato affidato si fossero praticamente sfasciate senza che nessuno si ponesse qualche domanda? - ma, se esisteva un simile potere, era possibile che esistesse un potere uguale e contrario?
Possibile che Guillame fosse relativamente impotente contro Barbara?
«Dobbiamo andarcene» ripetè Guillame in quella sua strana nuova voce.
William cercò d’ignorarlo e si girò dall’altra parte nel letto.
La risposta di Guillame fu un sordo brontolio, molto diverso dal suo tono solito – del tutto identico a quello di William, tranne per il fatto che era bisbigliato.
Un brontolio che non aveva nulla di umano.
 
Barbara, seduta sul divano, guardava la tv e leggeva un libro.
Era un po’ che trascorreva i pomeriggi così e William aveva avuto l’impressione che il libro fosse sempre lo stesso – strano perché Barbara era una lettrice veloce.
Si avvicinò per appurarlo, ma la sua attenzione fu attratta dal film in tv.
Da alcuni giorni Bruno e Diana non controllavano più che cosa guardavano i ragazzi – avevano altri problemi – e William e Barbara avevano accesso indiscriminato ai dvd.
William aveva già visto quel film. Si trattava di “Nightmare before Christmas” e, ormai, era arrivato alle ultime scene. Qualcosa di nuovo attirò l’attenzione del bambino. Sulle prime pensò che si trattasse di una versione con contenuti addizionali, ma subito si rese conto che non era questione di contenuti: era questione di significati.
Oogie Boogie aveva catturato Babbo Natale e lo stava torturando in un macabro gioco che prevedeva il lancio di dadi.
Gioco d’azzardo. Come il nuovo vizio di Bruno. 
Jack Skeletron, il protagonista, irruppe sullo schermo ed ingaggiò col babau una bizzarra danza / lotta. Alla fine – Oogie Boogie era un sacco umanoide con occhi e bocca ghignanti – un filo del costume / pelle del cattivo rimase impigliato in un ingranaggio e il mostro prese a disfarsi rivelando ciò che c’era sotto: un ammasso di vermi e insetti ripugnanti che si decomponeva sparpagliandosi. Ciascuno di quei vermi e di quegli insetti aveva una propria voce e, finché erano stati tenuti insieme nel sacco, era sembrata una voce sola.
Molto simile a quella di Guillame.
 
Diana e Bruno discutevano in giardino. William li osservava dalla finestra.
La discussione era iniziata in casa, con tanto di urla e sbattere di piatti e stoviglie.
Come al solito, Barbara e William erano stati mandati nelle loro camere. Dopo che erano saliti l’intensità della lite era aumentata.
Preceduto dal rumore della porta sbattuta, Bruno era andato in giardino e aveva iniziato a raccogliere le foglie secche. Lavorava con gesti furiosi e scomposti, con l’unico risultato di sparpagliarle ancora di più.
La porta aveva sbattuto di nuovo e Diana era uscita a propria volta. Aveva raggiunto il marito e aveva continuato a parlare.
William l’aveva ignorata per un po’, poi si era fermato ad ascoltare, appoggiato al rastrello.
Se fosse andata come le altre volte, nelle altre famiglie, Bruno avrebbe preso l’attrezzo e l’avrebbe abbattuto sulla testa di Diana, spaccandole il cranio. Qualche minuto dopo sarebbe arrivata la polizia e qualche ora dopo gli assistenti sociali. Avrebbero preso William e l’avrebbero portato al Centro di Assistenza Minori e, da lì, a un’altra famiglia, dove tutto sarebbe ricominciato. Quanto a Barbara...
«Vuoi rimanere solo?».
A parlare era stato Guillame.
Era il riflesso nel vetro della finestra cui William era affacciato e, naturalmente, non era William.
«Sai che non può accadere» disse il riflesso. Il vetro si era appannato, come se la temperatura si fosse abbassata di colpo e grosse gocce di condensa colavano come lacrime. «Siamo inseparabili» sussurrò la voce da / nel vetro.
William annuì. 
Guillame era stato sempre con lui. Attraverso tutte le famiglie, le sale d’attesa, gli ospedali, i Centri di Ascolto, le stanze della polizia, gli ambulatori medici, i saloni di assistenza degli istituti minorili. C’era stato sempre. Decideva tutto lui, sempre. E aveva sempre ragione. Senza Guillame, William...
Bruno lasciò cadere il rastrello.
Diana rimase immobile davanti al marito, poi l’abbracciò.
Lui stette fermo, rigido, poi, goffamente, ricambiò.
William notò la luce che usciva da casa. Per la terza volta, qualcuno – Barbara senz’altro – aveva aperto la porta.
Il bambino guardò nuovamente il riflesso nel vetro. Impossibile dire se fosse quello di Guillame o il suo.
   
Barbara era in piedi davanti alla porta della cameretta di William.
Si avvicinava la fine di ottobre e, da un giorno all’altro, gli alberi si erano caricati di rossi, gialli e marroni.
Persino la luce declinante che entrava dalla finestra del corridoio, proprio di fronte alla cameretta, aveva una sfumatura dorata. Colpiva Barbara da dietro come il riverbero di un fuoco lontano.
William la osservò. Aveva abitato in diverse case. In alcune di esse non aveva una camera sua (nella terza famiglia affidataria tutti i ragazzi dormivano in un’unica grande stanza con letti a castello e Guillame, la notte, si nascondeva ora dentro un cuscino, ora dentro l’altro, raspando minaccioso), ma, quando accadeva, gli altri ragazzi non vi entravano mai.
Barbara, invece, lo fece «C’era qualcuno ad attendermi dall’altra parte» disse.
Uscì dal cono di luce e tornò ad essere una bambina di dieci anni dai capelli rossicci e dallo sguardo maturo per la sua età.
«Non potrei ricordarmelo perché i bambini appena nati non hanno ricordi, però è così» si sedette alla scrivania, rivolta verso William che era sdraiato sul letto. «Qualche anno fa mi sono sognata qualcuno che mi prendeva in braccio e mi cullava e ho capito che era la stessa persona che avevo incontrato quando... quando...» alzò le spalle «quando sono morta per un po’».
William s’irrigidì sul letto. La casa era silenziosa. Dopo la sfuriata di qualche giorno prima tra Bruno e Diana le acque si erano calmate. Non c’era serenità, ma le cose andavano un pochino meglio. Bruno era al lavoro – o forse no: cercava di ridurre il più possibile il tempo che trascorreva in casa – e, come spesso a quell’ora (era il primo pomeriggio) Diana si era seduta sul divano con un libro in mano e si era appisolata. Si udiva il ticchettio imperturbabile e sommesso della pendola  in salotto.
«Mamma dice che era mia nonna – cioè sua madre» proseguì Barbara «Avevamo appena venduto la casa dove abitavamo prima di venire qui, e dato via un bel po’ della roba di nonna. Mamma dice che la faccenda mi aveva colpito e così me la sono sognata. Non so se sia vero. Comunque le ho detto che aveva ragione. Sai come funziona no?».
William annuì.
«Devi assecondarli. Ci sono cose che non capirebbero. O che li spaventerebbero. Il mio nome “Barbara”, per esempio. Significa “la straniera”, così come “Diana” ha che fare con la luce e “Bruno”... be’, si capisce da sé. Lo so e basta, anche se non so come. A loro ho detto che l’ho letto da qualche parte. Funziona sempre».
«Internet spiega un sacco di cose» disse William. Si sentiva imbarazzato, ma non ostile come si aspettava. Si domandò dove fosse Guillame e non riuscì a trovarlo.
Barbara prese a giocherellare con alcuni dinosauri di plastica sulla scrivania. In teoria, dovevano essere una specie di regalo per William, ma lui non li aveva mai toccati.
«È brutto» disse Barbara «Dover tacere. Non avere qualcuno cui puoi dire tutto quanto»
William annuì ancora. La tensione lo stava lasciando, un po’ come le ombre che, al mutare del sole, si muovevano lungo la stanza.
«È brutto essere soli» disse.
Non si accorse che la pendola in salotto si era fermata.
 
Le tre e un quarto di notte.
William si svegliò davanti al letto di Barbara.
Era in piedi e osservava con insistenza un oggetto luminoso.
Si trattava del bicchiere di latte che la bambina teneva sul comodino. Era coperto da un piatto capovolto e raccoglieva tutta la luce del lume notturno – una lampadina a forma di unicorno.
Barbara dormiva supina. Stava scomposta, con una mano vicino alla bocca e, sotto le coperte pesanti, il suo corpo sembrava minuscolo. Respirava piano – anche nel silenzio della notte si doveva tendere l’orecchio per sentirla – e William comprese che, anche se si fosse mosso e il pavimento avesse scricchiolato, o se avesse tolto il piattino da sopra il bicchiere e la porcellana avesse tintinnato, non si sarebbe svegliata.
Poi si accorse della boccetta nella mano destra. Doveva stringerla da un bel po’ perché aveva i tendini indolenziti.
La bambina mugolò, scivolando, se possibile, in una fase ancora più profonda del sonno.
Non si sarebbe accorta di nulla se William avesse versato il contenuto del flacone nel bicchiere, né se sarebbero accorti i suoi, che dormivano nell’altra stanza.
Doveva averci pensato Guillame.
È questo l’aspetto che abbiamo quando dormiamo pensò. È così che appaio anche io.
Guardò ancora il bicchiere. Era a metà, segno che, a un certo punto della notte, Barbara si era svegliata e aveva bevuto qualche sorso. Senza dubbio lo avrebbe fatto ancora.
Accanto al latte, come di guardia, c’era uno dei dinosauri di plastica di William. Era un apatosauro, meglio noto col vecchio nome di brontosauro. Era una ricostruzione un po’ datata, di colore verde, col collo levato in alto come un periscopio e l’enorme coda che strisciava sul terreno.
Le piacciono i dinosauri pensò. E, subito dopo: chissà se piacciono anche a me.
Avvertì una corrente d’aria fredda – Guillame – e rabbrividì nel pigiama. Si accorse di avere i piedi gelati.
Barbara cambiò posizione nel sonno.
Ora Guillame mi dirà di versare il contenuto del flacone nel bicchiere pensò William. Invece non accadde.
La bambina gemette, come se stesse facendo un brutto sogno o fosse preoccupata per qualcosa oppure...
È brutto essere soli.
Potremmo giocare insieme. Potrei dirle che ormai sappiamo che i brontosauri non avevano esattamente quell’aspetto. Non credo che riesca a sapere tutte le cose che mi dice Guillame.
Si guardò in giro, alla ricerca del compagno invisibile, senza trovarlo.
Possibile che non ci fosse? Che, dopo averlo condotto in bagno, indotto a prendere il flacone e quindi portato nella camera di Barbara – e William si rese conto che era la prima volta che Guillame lo manovrava in modo così evidente – il suo inseparabile amico non fosse presente?
Forse non riusciva ad essere presente?
Osservò di nuovo la bambina e si ricordò di quando gli si era seduta accanto sul ciocco di fronte al braciere. Si era sentito bene.
È così che ci si sente quando non si è soli.
Capì che non voleva versare il liquido della boccetta nel bicchiere del latte e che, se Guillame glie lo avesse chiesto, non avrebbe ubbidito. E, se avesse insistito, avrebbe provato a resistere.        
«È il loro bisogno di essere amati» diceva Guillame «È da lì che si entra».
Ma forse potevano entrare un sacco di cose diverse.
Lentamente, camminando all’indietro e senza fare rumore, William uscì dalla stanza.
 
L’urlo squarciò il tardo pomeriggio.
Bruno.
Chiamava Diana.
Ma Diana non rispondeva.  
  
«Deve andare in ospedale» disse Bruno. Agitò la mano davanti alla pancia «ha... bevuto qualcosa che le ha fatto male. Voi...» si guardava intorno come se si aspettasse di trovare, in qualche angolo del salotto, le parole che non riusciva a dire. «Io devo andare» articolò alla fine.
I due bambini lo guardavano, seduti composti sul divano.
«Capite, io...».
Capivano.
Che Diana aveva bevuto un intero flacone di sonnifero. Che Bruno si sentiva responsabile. Che dava la colpa allo stress che lui stesso aveva creato in famiglia. Che, se Diana ne fosse uscita, lui mai più, mai più...
William capiva anche che il sonnifero era quello nel flacone della notte prima e che, se mai si fosse svegliata, Diana avrebbe negato di averlo assunto. Ma sul flacone ci sarebbero state le sue impronte, o quelle di Bruno, o magari quelle di Barbara.
«Fate i bravi, io...» fece Bruno alzandosi, fermandosi, rizzandosi. Mosse due passi verso la porta, poi uno verso i bambini, poi uno ancora verso la porta.
«Tranquillo papà. Se farai tardi chiamerai zia Debora» disse Barbara.
William non disse niente.
Bruno annuì freneticamente e uscì.
I due bambini lo udirono correre sul vialetto, aprire il box, mettere in moto l’auto, uscire sgommando e, senza chiudere il garage, partire.
Ci volle un po’ perché il rombo dell’auto si disperdesse nel tramonto, ma dopo cadde il silenzio. Le villette erano distanti l’una dall’altra e, anche se si stava facendo buio, molti vicini erano al lavoro.
Barbara e William si guardarono in faccia.
«Dobbiamo fare un gioco» disse Barbara.
 
Anche se le giornate potevano essere ancora calde, le notti erano fredde. E le notti si stavano allungando.
Era l’escursione termica a provocare l’accendersi dei colori sui frutti dell’autunno come le mele, ma ora era buio e i colori non si vedevano più.
William e Barbara camminavano attraverso il parco giochi, evitando i cumuli di foglie secche, che avrebbero frusciato al loro passaggio, come se avessero paura di essere visti o sentiti, benché in giro non ci fosse nessuno.
Superarono l’area giochi, con le altalene, le giostre e i cavalli di legno che, nella penombra lunare, parevano manufatti alieni o relitti di epoche dimenticate, e raggiunsero il laghetto.
Una brezza gentile, ma fredda, prese a soffiare, increspando l’acqua.  
«È  qualcosa che si trova nel libro che leggevi sempre?» chiese William.
Barbara non rispose, ma si fermò.
Superato il pendio di fronte, dopo un centinaio di metri, iniziava il bosco. Una linea compatta, ma mutevole, che frusciava come molte mani, vecchie e rugose, strofinate tra loro. Alcuni rami erano già senza foglie e spuntavano oltre le chiome, simili a unghie cresciute troppo in fretta.
William vide la paura dilagare negli occhi di Barbara come un liquido scuro.
È Guillame pensò sta attaccando lei. Pensa che se avrà abbastanza paura tornerà indietro. Oppure è perché ha dieci anni e sta per entrare in un bosco di notte e da sola. Ma si sbaglia. Non è sola.
«Andiamo» disse.
Barbara lo guardò, si tolse lo zaino dalle spalle – quello che usava per andare a scuola: rosa e con un unicorno sopra (le piacciono gli unicorni, i dinosauri e gli unicorni pensò William) – ed estrasse la torcia elettrica.
L’avevano presa nel garage che Bruno aveva lasciato aperto prima di partire per l’ospedale. Quella, alcune scatole di fiammiferi, una di comburente per il barbecue, spago, forbici e un paio di cesoie molto appuntite.
«Andiamo» disse Barbara.
 
Se nel parco era penombra, nel bosco era tenebra assoluta. Oscurità viva, frusciante e odorosa che li inghiottì come le fauci di una bestia da fiaba.
Era impossibile non pensare al bosco di Biancaneve, a quello di Hansel e Gretel, a tutti gli altri boschi di tutte le favole e infatti William ci pensava, malgrado facesse il possibile per tenere lo sguardo fisso sull’alone di luce che la torcia proiettava sul sentiero.
A un certo punto si udì un ululato.
Era un cane che cantava alla luna la sua canzone, e il suono viaggiava sull’aria, o così sarebbe stato in altro tempo o in un altro luogo. Ciò che si udiva nella notte, mentre Barbara e William attraversavano il bosco, era un lupo.
I bambini si strinsero prendendosi per mano e, all’unisono, presero a contare i passi ad alta voce, ma non cominciarono a correre.
Il verso del lupo, o del cane, si spense alle loro spalle con un’eco beffarda.
Al passo numero cento, la torcia si spense. Barbara dovette scuoterla e battere un paio di colpi sul paralume per riaccenderla, ma poi, al centocinquantesimo passo, si spense di nuovo. Toccò a William farla riaccendere e, stavolta, la luce era fioca, d’un colore rossastro, come la fiamma di una vera torcia di legno.
Dopo un po’ fu del tutto inutile, ma un’altra luminosità ne prese il posto: un lucore lattiginoso e diffuso che calava dal cielo aperto sulla radura al centro del boschetto.
In mezzo allo slargo, circondato dai tavoli da campeggio, sorgeva il capanno degli attrezzi. Pareva più grande di quanto non apparisse di giorno, allungato verso l’alto e verso il basso con angoli aguzzi, minacciosi, quasi una cattedrale per riti che non si potevano celebrare alla luce del sole. Sembrava attenderli.
William guardò l’orologio – avevano deciso di non portare dietro i cellulari, se papà li avesse cercati avrebbero detto che dormivano o avrebbero inventato qualche altra scusa – : erano passate da poco le undici.
Tra casa e il capanno degli attrezzi c’erano circa due chilometri e l’intera spedizione aveva richiesto meno di un’ora.
 
Barbara mise una mano in tasca.
Negli ultimi secondi sembrava aver preso il controllo della spedizione, come se l’avvicinarsi della meta le avesse infuso coraggio... o come se volesse fare in fretta prima che il coraggio finisse.
Estrasse una chiave «Nel vicinato la teniamo a turno» spiegò «casomai il giardiniere del parco la perdesse o fosse necessario entrare quando lui non c’è. Questo mese era il turno di mamma. Domani dovrebbe passarla a...». S’interruppe. La mano prese a tremarle. William l’afferrò, la strinse, impugnò la chiave e la inserì nella serratura, girò, spinse.
La porta del capanno si aprì cigolando.
Come nei film dell’orrore pensò William. Guardò Barbara e capì che il momento di fragilità era passato.
La bambina entrò per prima.
La torcia e la luce che entrava dalla porta illuminarono l’interno del capanno. Rastrelli, vanghe, picconi, sacchi di sementi e di concimi, tubi per innaffiare. Alcuni sacchi sembravano disposti in una posa del tutto innaturale e ricordavano rozze sagome umane. Un tubo per innaffiare scivolò e cadde sul pavimento, come una serpe disturbata che corre a rintanarsi.
È tutto qui quello che riesci a fare Guillame? Si chiese William. Tuttavia ne percepiva la presenza: una sorta di sfrigolio elettrico come quello che si ode stando accanto ai fili dell’alta tensione. Ancora una volta, gli venne in mente una serpe che si raccoglie prima di colpire.
«Eccolo là» disse Barbara.
Puntò la torcia sul lato opposto del capanno, illuminando il braciere. Era un affare imponente, concepito per l’uso esterno. La camera del fuoco era parallelepipedo nero, posto a mezza altezza. C’era uno sportello con una maniglia in ottone, lo si apriva e ci si metteva dentro il carbone. La griglia stava sopra e, ai due lati, spuntavano i supporti regolabili per l’eventuale spiedo da girare a mano.
«Rimani lì e chiudi la porta»  fece Barbara.
William ubbidì e la stanza piombò nel buio.
Barbara raggiunse il braciere e si chinò, frugò nello zaino e iniziò ad armeggiare.
William la udiva e ne intravedeva i movimenti frettolosi, convulsi.
Udì lo sfrigolio di un fiammifero, poi l’odore pungente del comburente.
Non si gioca col fuoco disse una voce bassa e minacciosa nella testa di William. Non aveva mai conosciuto suo padre, ma sapeva che era la sua voce. Un ringhio profondo e ostile, persino più delle botte che, di lì a poco, sarebbero arrivate. Anzi, no. Era Guillame. Un altro dei suoi trucchi, quelli grazie ai quali loro due erano diventati inseparabili. O forse stavolta non c’era nessun trucco.
Una luce brillò in fondo allo stanza, si spense, brillò ancora: Barbara che aveva acceso il fornello e ci metteva dentro il combustibile – con ogni probabilità carbonella presa da un sacco lì vicino.
«Vieni qui» disse.
William avanzò. Quando Barbara apriva lo sportello, c’era un po’ di luce, altrimenti la stanza era nel buio più totale, tranne il bagliore, sempre più debole, della torcia.
Procedendo, William sentì odore di fumo. Rischiavano di morire bruciati. O soffocati. Negli incendi la gente muore asfissiata, prima che arsa viva. Glie l’aveva detto Guillame. E se stavolta per lui avesse fatto un’eccezione, se...
Qualcosa – il tubo di prima ? – gli si avvinghiò alle caviglie e William incespicò e quasi cadde.
«Muoviti» ingiunse Barbara.
William si sforzò di non guardare per terra e la raggiunse.
La bambina era davanti al braciere, con la faccia arrossata dal calore e i capelli che, da rossicci che erano, parevano essere diventati fiammeggianti.
Lo guardò. Su una guancia aveva uno sbaffo di fumo nero, quasi avesse appena celebrato un olocausto.
Spense la torcia.
«Cominciamo» disse.
Arretrò. Anche se lo sportello fosse stato aperto, William non avrebbe potuto cederla e...
«Non guardare quello che ti passo e buttalo nel fuoco» fece Barbara.
William non rispose. L’aria dentro il capanno non era solo soffocante. Era elettrica. Si sarebbe detto che sfrigolasse come il carbone nel fornello.
Dopo un’attesa che a William sembrava esageratamente lunga, Barbara parlò: «Guillame è morto e questa è la sua mano».
Allungò un oggetto e, all’ultimo momento, prima di aprire lo sportello, William distolse lo sguardo. In effetti, non voleva vedere. Il raschietto che Barbara gli aveva porto era caldo, umidiccio, ricoperto di una sostanza collosa che pareva sangue e carne. Gli parve persino di toccare dei nervi recisi. Aprì il fornelletto e lo gettò dentro.
«Guillame è morto è questo il suo occhio».
Una pallina di spugna, molliccia e dura allo stesso tempo, che si attaccava alla dita. Dentro anche quello.
«Guillame è morto e questo è il suo cuo...».
Un sacco di tela saltò addosso a William.
Per un secondo o due il bambino cercò di illudersi che non fosse altro che un sacco della spazzatura, poi la tela cominciò a stringerglisi addosso, soffocandolo.  Il tanfo – lo stesso fetore di muffa, di marciume, di indefinito che negli anni aveva imparato a riconoscere negli angoli bui delle case – gli invase le narici. Aprì la bocca e la tela ruvida gli entrò in gola, graffiandogli il palato, dilatandogli la mascella, sfregandosi contro i denti. Gli venne da vomitare, ma riuscì a trattenersi: sarebbe morto soffocato dai suoi stessi conati. Provò a dibattersi, col solo risultato che la tela gli si rinsaldò ancor di più addosso. Come da una grande distanza – il sacco gli entrato anche nelle orecchie e le ostruiva – udiva Barbara gridare. La tela lo avvolse completamente, come a volte accade negl’incubi, quando il corpo è del tutto impotente e la mente cerca di destarlo. Gli parve, mentre la coscienza svaniva, che le grida di Barbara fossero di collera, poi luci multicolori gli baluginarono davanti gli occhi. Ebbe una visione di Barbara che girava intorno al sacco / William brandendo le cesoie. I polmoni gli bruciavano e il corpo era trafitto da mille punture di spillo, come se il sacco / Guillame contenesse migliaia e migliaia di animaletti con denti e artigli. Percepì una sorta di debole esplosione, come un palloncino che scoppia, e vide se stesso da fuori: un grottesco umanoide William / sacco / Guillame che si dibatteva sul pavimento e pareva fatto di carne, tela e ombre. Provò a urlare il nome del suo inseparabile compagno, ma non ci fu nessuna risposta, nessuna comunicazione. In effetti, comprese con certezza, non c’era mai stata. Tentò di dibattersi, ma era come cercare di sgusciare fuori dalla propria pelle. La cosa William / Guillame aveva ora, in corrispondenza della testa rudimentale, due piccole fessure a mezzaluna che potevano essere occhi ed una più grande che avrebbe potuto essere una bocca ghignante.
E. in quella fessura, Barbara infilò una mano e tirò.
Ci fu una lacerazione e un urlo mentale lanciato allo stesso tempo da molte voci. La cosa / Guillame  protese due estensioni simili a braccia e afferrò Barbara al collo. La bambina cercò di colpirla con le cesoie, ma bastò una scudisciata con un arto di tela per scagliare lontano l’arma improvvisata.
Le zampe dell’essere strinsero di nuovo la gola di Barbara. In pochi secondi la bambina divenne cianotica. Gli occhi le si arrovesciarono.
«No!» urlò William e diede un ultimo disperato strattone. La spalla destra si lussò con uno schiocco. Ma era libera.
Un braccio della cosa / Guillame si afflosciò a terra privo di vita, se mai l’aveva avuta.
La tela si serrò ancor di più attorno alla testa di William, quasi volesse stritolarlo, ma, in corrispondenza della bocca, là dove Barbara aveva infilato la mano, era sfilacciata.
Un filo, mi basta un solo maledetto filo, come con Oogie – Boogie riuscì a pensare William. E stavolta la voce nella testa era la sua.
E lo trovò.
Dentro la bocca, come un piccolo, disgustoso verme.
Morsicò.
La cosa urlò.
Un urlo vero, che chiunque si fosse trovato vicino quel capanno, quella notte, avrebbe udito.    
Il braccio attorno alla gola di Barbara perse consistenza, forma, ricadde.
William, col braccio sano, agguantò la testa avvolta attorno alla propria, cercando di stapparsela via. Guillame resistette, tenace. Gli si arricciò attorno al corpo, avvolgendosi attorno alla bocca, soffocandolo.
William si sentì di nuovo svenire.
Poi percepì Barbara afferrare un lembo di stoffa e tirare.
La bambina strinse un capo del sacco con tutte e due le mani e strattonò, arretrando. William rotolò su se stesso agevolando il movimento.
Il resto accadde in un secondo.
La cosa / Guillame si srotolò attorno a William che girava su se stesso come un rocchetto in una macchina da cucire, uno due, tre, quattro, cinque, sei volte.
I bambini ebbero la percezione di miriadi di insetti disgustosi e puzzolenti che brulicavano via. Una zaffata d’aria fetida percorse il capanno, spalancando la porta che lasciò entrare la luce lunare, poi più nulla.
Passarono alcuni secondi.
Un uccello notturno lanciò il suo grido.
Un cane, senz’altro un cane, abbaiò.
William cercò di mettersi in piedi. Non ci riuscì e Barbara dovette aiutarlo. Non fu facile neanche per lei.
Dopo, rimasero in silenzio.
Tra loro, a terra, un vecchio sacco di tela sporca. Senza più forma, né forza, né niente.
«Era l’Uomo Nero» disse Barbara.
William annuì pian piano. «In effetti» disse «lo era davvero».
 
Più tardi – doveva essere l’una perché l’orologio di William si era rotto poco dopo la mezzanotte e Barbara era senza – erano al laghetto.
«Credi che...» chiese William.
«Non potevamo tagliarlo a pezzi e bruciarlo» rispose Barbara «rischiavamo di incendiare tutto e poi...» alzò le spalle nel suo solito gesto «se il fuoco l’ha fatto uscire, l’acqua, se ne è rimasto qualcosa, lo terrà imprigionato».
William guardò il sacco. Lo avevano chiuso alla bell’e meglio con lo spago e riempito di pietre perché andasse a fondo. «Non so... » fece «questa era solo una... forma, magari scelta per caso. Lui era... credevo che fossimo inseparabili».
Barbara lo abbracciò e lui pensò che era bello non era essere soli o forse lo disse perché lei lo strinse ancora di più.
«Non dice niente quel tuo libro?» chiese lui.
Barbara si staccò e tirò fuori dalla tasca un volumetto. “Molto dopo mezzanotte” diceva il titolo. In copertina, una zucca ghignante. Già, dopotutto, quella era la notte di Halloween. Negò scuotendo la testa, poi indicò il sacco e chiese: «Ce la fai a tirarlo abbastanza lontano?».
«Mel Gibson si rimette a posto la spalla battendola contro lo stipite, ma io non sono Mel Gibson».
Un urlo d’angoscia lacerò la notte.
Bruno.
E poi un altro.
Diana.
Si avvicinavano al pendio sulla sommità del quale stavano le altalene, chiamando Barbara e William a gran voce.
«Ma a me piaci così» disse Barbara.
Esitò, poi lo lasciò e corse verso i genitori.
William guardò il proprio riflesso nell’acqua alla luce della luna.
Sembrava più alto, un adulto, quasi, e gli occhi avevano un curioso riflesso rosso.
Raccolse tutte le forze, sollevò il sacco e lo scagliò nel laghetto. Non andò molto lontano, ma l’acqua era profonda, e scomparve con un tuffo discreto. 
Le onde si sollevarono cancellando per qualche istante la sagoma di William.
Quando riapparve era del tutto normale.
Il bambino si voltò e tornò a casa.

 

 

 

 

 

 NDA: anche questo racconto è nato da un'immagine e precisamente dalla copertina dell'ultimo romanzo di King "The Outsider" che ancora non ho letto (dalla sinossi non credo, ma se per caso la trama fosse simile a quella di questo racconto, inizierei a preoccuparmi). Per evidenti ragioni, non l'ho usata come copertina, ma la trovate qui sotto.

.   

 

Anche "Molto dopo mezzanotte" esiste davvero. Si tratta di una raccolta di racconti di Ray Bradbury, tra cui lo splendido "Gioco d'ottobre", da cui ho preso il "rito" celebrato nel capanno.

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L'AUTORE Rubrus

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Vecchio Mara il 2018-10-30 21:43:24
lungo sì, ma scorrevole. Letto tutto d'un fiato. Supponendo che Guillame sia il lato oscuro di William che tende a prende il sopravvento, siamo sicuri che non riemergerà più dai labirinti oscuri della sua mente sotto un'altra forma? Che ne so, magari dell'armadio che apre le ante e tenta d'ingoiare Barbara e l'altro sé stesso.. Va beh, immaginando di aver compreso chi fosse il mostro, ho fantasticato un seguito. Piaciuto molto. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-10-31 12:32:12
Ho volutamente lasciato abbastanza nell'ambiguità la figura del mostro: si può credere sia a un'entità esterna che perseguita William facendo leva sul suo lato oscuro, sia al lato oscuro di William che in qualche modo assume una propria identità. Io ho la mia versione preferita, ma lungi da me lo sponsorizzarla oltre una certa misura.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-10-30 23:45:42
L'ho letto prima di "Paese d'ottobre", ma ho preferito leggere e commentare quell'altro, prima, perché volevo far girare questo in mente per qualche minuto ancora. Sono giunto alla conclusione che mi è piaciuto solo in parte, con il rapporto tra i due bambini e lo spettro della solitudine che incombe minaccioso. Mi è piaciuta la parte iniziale, che cattura e intriga, e la parte finale - a partire dallo scioglimento della battaglia -, con quello stile che ha del poetico, caratteristico di molti tuoi racconti. Per quanto riguarda lo svolgimento, non so, ma non mi ha convinto appieno. Il fatto è che non saprei dirti esattamente cosa non mi è piaciuto, solo che non mi sono sentito coinvolgere, non mi sono sentito catapultato dentro al racconto, come sempre capita, non ho empatizzato né mi sono sentito toccare dalle vicende della famigliola. Andando a King, "The Outsider" l'ho preso sabato, incuriosito dai pareri letti in giro e affascinato... proprio dalla copertina! Speriamo, anche perché, tra i romanzi più nuovi del Re, l'ultimo che mi ha entusiasmato veramente è stato il fantastico "22/11/'63", che risale all'ormai lontano 2011. Ciao, Rub, a presto!

Rubrus il 2018-10-31 12:49:50
Io "Outsider" lo prenderò a breve. So che gira attorno al tema del "doppio" già affrontato dal Nostro, ma anche dell'Estraneo - impossibile non pensare (ed evidentemente io ci ho pensato) al William Wilson di Poe, il primo, forse, di tutti i "doppi" moderni mentre credo che c'entri poco lo "outsider" lovecraftiano. Venendo al mio. King dice di iniziare avendo solo una vaga idea del finale. A me invece - questo è uno di quei casi - sovente accade il contrario. Qui avevo di fronte la copertina: un uomo con qualcosa in mano, forse un sacco, visto alla rovescia, quasi si specchiasse. Mano mano che lo scrivevo, ma dopo che avevo già deciso che il mio protagonista era un bambino e il suo "doppio" (o il suo Capitan Howdy, fate voi), mi accorgevo che, dentro questo racconto, ci sono almeno tre altre possibili intrecci, determinati essenzialmente dalle relazioni tra i coniugi, tra i coniugi e la figlia naturale, tra i coniugi e il bambino affidatario. Volendo se ne potrebbe aggiungere un quarto, vale a dire quello tra la famiglia e i vicini. In tutti questi rapporti si inserisce e agisce, nell'arco dei mesi, il nostro "seminatore di zizzania". Essendo però un racconto ho preferito concentrarmi essenzialmente sull'intreccio principale, quello che mi era venuto in mente da subito, ossia quello tra William (e Guillame) e Barbara. E' probabile che, tu, da lettore, abbia avvertito la stessa esigenza che io scrivendo in qualche modo percepivo. Di qui la tua perplessità.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2018-10-31 10:43:06
Come al solito, i tuoi racconti non si leggono. Si vivono. E, in questo caso, si tratta di una vita tumultuosa che ci obbliga a compiere tanti slalom per districarsi tra le ombre che angustiano la mente del protagonista. Inseparabili, quale titolo migliore e quale miglior finale. Me lo sono gusdtato tutto di un fiato e mi è piaciuto molto.

Rubrus il 2018-10-31 12:52:31
All'inizio volevo fare un accenno al film di Cronenberg. ma poi l'ho tolto, troppa carne al fuoco, specie per un racconto. Il finale è uno dei pochi horror che ho scritto in cui il protagonista non muore e non impazzisce. Insomma, sembra (?) finire bene. Non abituatevi troppo bene, però.

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Blue il 2018-10-31 14:26:35

Sì, la trama potrebbe tranquillamente essere utilizzata per un film, o per quelle storie brevi del terrore/orrore che vedevo in tv da bambina (ed anche allora erano repliche, di chissà quanti anni prima). Lieto fine inaspettato, ma una volta tanto ci sta bene... e Guillame (ma l'assonanza con il francese "Guillaume" è voluta? Voglio dire, Guglielmo in inglese ed in francese... non può essere un caso, no?), potrebbe essere l'essere (perdona l'orribile gioco di parole) che si nascondeva dentro un Jeffrey Dahmer, o un Jimmy Savile, perchè no.
A volte la realtà è persino peggio - molto peggio - di un racconto di fine ottobre...

Rubrus il 2018-10-31 14:45:35

No, non è un caso. Uno dei primi racconti sul tema del \"doppio\" è stato William Wilson di Poe; in quel racconto l\'alter ego del protagonista parla bisbigliando, come il "mio" doppio. Dato che Poe è stato scoperto da Baudelaire ho pensato di dare al "mio" William il nome "Guillame" . Guillame è solo una creatura della mente di William, oppure ha una sua autonoma esistenza, come sembrerebbe, dato che lo percepisce anche Barbara e dato che avere una certa libertà di movimento del mondo reale? E se Guillame esiste, esiste a prescindere da William? Il che è come chiedersi se il male è fuori o dentro di noi: una questione davvero troppo complessa per un racconto e per la quale ognuno ha la propria risposta e le proprie domande. Forse, come dice Barbara (anche lì ho giocato coi nomi perchè "barbaro" vuol dire straniero, quindi estraneo, quindi outsider) "era l'uomo nero... In effetti, lo era davvero" - che è poi la battuta finale del primo Halloween, quello del '78, e così il cerchio si chiude. O forse no.


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