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Nessuna risposta (brividi d'ottobre)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-10-26 09:26:56


Questa è una storia di fantasmi e inizia nel solito, trito, dozzinale modo, con la Strega, la Morte e il Diavolo che mi affiancano mentre torno a casa in una tarda sera d'ottobre.
«Ma quello come si è conciato? Mi sa che ha sbagliato festa» grida uno di loro. Aguzzo la vista e intravedo, in fondo al viale, la sagoma di Arlecchino. È un attimo e subito scompare, il costume che si confonde tra i colori frantumati dall'autunno.
Vorrei spiegare loro che Arlecchino, in origine, era un demone ctonio il cui nome deriva, forse, da Hölle König, “Re dell'Inferno”, e quindi è più adatto che mai ad Halloween, questa bizzarra festa di importazione, ma i tre mi sorpassano correndo.
Come ogni anno, percorreranno tutta la strada, bussando a ogni porta e minacciando “dolcetto o scherzetto” come impone la nuova, prepotente tradizione.
Terranno casa mia per ultima perché è una villetta, non un condominio, e quindi si fa in fretta e si tira su poco.
C'è un piccolo giardino che la rende un po' più buia e isolata delle altre, perfetta per questa notte dell'anno.
Arrivo sulla soglia e attendo un attimo, osservando un esile filo di fiato addensarsi sotto la luce dell'ingresso.
È arrivato un po' di freddo, finalmente, in questo mondo scombussolato in cui i tempi e i luoghi si confondono; me lo godo per qualche istante, prima di entrare e di chiudermi la porta alle spalle.
 
Mi aggiro per la casa senza uno scopo perché, anche se dovrei mangiare qualcosa, non ho fame. Mi rendo conto di non avere dolci: quando i tre bambini (o ciò che essi stasera sono: la Strega, la Morte e il Diavolo) busseranno alla mia porta e chiederanno “dolcetto o scherzetto” non avrò nulla da offrire.
Mi chiedo quale “scherzetto” mi toccherebbe. Forse qualche mostriciattolo di plastica dentro alla cassetta della posta, o una gomma da masticare sulla maniglia, o del liquido puzzolente sullo zerbino. Oppure qualcosa di peggio: un vetro rotto, le gomme dell'auto tagliate...
Mi arrovello sugli infiniti tormenti che l'essere umano è in grado di escogitare a danno dei propri simili e sul mito dell'innocenza infantile su cui la mia esperienza d’insegnante mi ha ben presto disilluso.
Intanto, preparo i biscotti.
Mentre, seduto in cucina, ascolto il timer del forno che ticchetta come una minuscola, giuliva bomba a orologeria, il pensiero va all'Arlecchino che ho visto, o intravisto, lungo la via.
Deve essere il solo vestito in quel modo, stasera, e ciò me lo rende vicino, ma so che è un'illusione. Due solitudini non si fanno compagnia, meno che mai se colui o colei che potrebbe alleviarla non è che una sagoma variopinta intravista nella semioscurità.
Il timer scatta e sembra segnare la fine di qualcosa, anche se non saprei dire bene che cosa.  
La luce del forno si è spenta e la casa è al buio.
Mi alzo e mi affaccio alla finestra: c'è un po' di umidità e le gocce corrono sul vetro come dita che cerchino di aggrapparsi. Il vento è caduto e, dal prato, sale un velo di nebbia. Fluttua, mossa da qualche refolo ostinato, come il vestito di garza di una ballerina invisibile. Non c'è nessuna luce, in giro, tranne il bagliore rossastro di un braciere. Viene da un carretto di caldarroste e, se mi concentro, mi pare di sentirne l'odore.
Fra un po', la Strega, la Morte e il Diavolo finiranno il loro giro e verranno alla mia porta, così apro la finestra e metto i biscotti sul davanzale perché si raffreddino.
Continuo a pensare ad Arlecchino. Mi pare di avere letto che il suo vestito è fatto con brandelli presi dai vestiti dei morti. Forse non è un caso che il suo volto sia nero, l'assenza di ogni colore, e fisso come quello di un cadavere.
Sento bussare, e sorrido perché è proprio così che succede nei racconti dell'orrore: qualcuno racconta una storia spaventosa e, proprio mentre la narra, accade qualcosa di infinitamente peggio.
Dovrei uscire dalla cucina, percorrere il corridoio e tornare all'ingresso, ma decido di non farlo. Non subito, almeno.
Mi ricordo di tutte le storie di fantasmi che ho sentito o letto, e mi viene in mente che la parola “presenze”, con cui a volte li definiscono, è sbagliata. “Assenze”, dovrebbero chiamarli, perché altro non sono che il vuoto che si apre nelle nostre vite.
Ne abbiamo tanto terrore, mi dico mentre afferro il vassoio e chiudo la finestra, che lo riempiamo coi volti più spaventosi che riusciamo a concepire, pur di non essere costretti a guardarlo.
Maschere, penso percorrendo il corridoio, e rifletto su quelle che portiamo così a lungo che, quando le togliamo, è la nostra stessa faccia ad apparirci mostruosa.
Bussano ancora, e mi fermo: mi viene in mente che dovrebbero farlo tre volte perché è così che accade nelle storie di demoni e di spettri, dove tre è un numero magico, perfetto.
Penso a tutti coloro che sono parte del mio passato e del cui passato io sono parte. Penso al tempo che è passato e a come è passato. A come, ora, non siamo che reciproci ricordi, ancor meno concreti di un brandello di stoffa con cui rappezzare un costume. Ancora una volta, fantasmi. 
Bussano per la terza volta e mi dico che potrei attendere ancora qualche secondo, aprire la porta ed essere io a fare ai tre (la Strega la Morte e il Diavolo) uno scherzetto.
Penso alla mia lezione di stamattina e a come, parlando degli ultimi gironi dell'Inferno di Dante, quelli dei traditori (traditori dei Parenti, traditori della Patria, traditori degli Amici, traditori dei Benefattori) mi è venuto in mente che dovrebbe essercene un quinto, quello dei Traditori di se stessi. Ho pensato che dovrebbe essere il più profondo e peggiore di tutti, ma non ho detto niente.
Ascolto, tendendo l'orecchio anche se la mia porta è blindata ed è impossibile sentire qualcosa al di là, anche in una notte silenziosa come questa.
Penso alle scelte che ho fatto e a quelle che non ho fatto, a tutti i me cui ho negato esistenza e che forse avrebbero maggior diritto di vivere del me attuale, che sta appoggiando la mano sulla maniglia, e che, magari, sarebbero persone migliori.
Così costruiamo le nostre vite: raccogliamo pezzi di noi stessi e ce li cuciamo addosso per essere presentabili. Allegri protagonisti di qualche festa ridanciana invece che demoni sotterranei. 
L'idea mi è intollerabile e spalanco la porta, ma non c'è nessuno, a parte il costume da Arlecchino abbandonato sui gradini.
Mi chino e lo raccolgo, chiedendomi se è lui lo scherzetto che mi è stato riservato per avere indugiato troppo prima di aprire, oppure qualcos'altro, ma, dagli occhi vuoti della maschera, nera sopra  i mille colori dell'abito, non viene nessuna risposta.  
 
 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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90Peppe90 il 2018-10-26 10:13:59
Questo non lo ricordavo per niente; mi è piaciuto molto, con l'ambientazione di Halloween che ti dà lo spunto per un esemplare lavorio psicologico del protagonista, dei suoi fantasmi interiori, delle sue maschere, che poi sono le maschere di tutti noi che calchiamo questo palcoscenico goffmaniano. Alcune maschere sono belle, mentre altre, così come si addice alla Notte delle Streghe, sono decisamente mostruose... e sotto? Forse la faccia, piuttosto che maschera, nera, come quella di Arlecchino (interessante il riferimento all'origine etimologica del suo nome), come quella di un morto che ha bisogno di maschere per fingersi vivo. Ancora, piaciuto tanto, ciao Rub, alla prossima!

Rubrus il 2018-10-26 11:54:20
E' uno dei pochissimi racconti che ho scritto usando la prima persona e il tempo presente: una combinazione che detesto perché alla prima persona preferisco la terza, e perché, soprattutto, non mi piace l'uso del tempo presente. In questo caso ho però preferito questa forma perché l'ho ritenuta più consona a un viaggio che si svolge pressoché solo nella mente del protagonista, perché il "viaggio" è solo una serie di riflessioni concatenate, perché ho considerato che nella mente i confini tra presente, passato e futuro piuttosto incerti, e soprattutto, perché il testo è breve. L'idea era di condurre il protagonista a un confronto col più spaventoso dei mostri, e tanto più spaventoso quanto più non ha nulla di eccezionale. L'ambizione, infatti, era che, in una certa misura, l'anonimo narrante potesse somigliare un po' a tutti. Se non lo ricordavi, meglio: è come se fosse inedito - ma settimana prossima metto il classico "paese d'ottobre" e quello (nuovo) su Halloween. Quest'anno mi è venuto un po' lunghetto.

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Paolo Guastone il 2018-10-26 11:03:59

Per me questo è inedito. Ma forse no, comunque poco importa. I fantasmi sono quelli che deve quotidianamente fronteggiare il protagonista, che ha qualcosa da nascondere e tanto da espiare. Ed ecco che il racconto passa dai bonari fantasmi, streghe e diavoli che corrono in cerca di dolci, all\'horro puro. Quello che non si può misurare, quello che è dentro in ognuno di noi e che, per questo, fa molta più paura. E il riferimento all\'ultimo (immaginario) girone dell\'inferno sta a significare proprio questo. E anche il titolo e l'ultima parola del racconto ci insegnano che da questo girone non si può uscire. Efficace poi il richiamo all\'origine del nome \"Arlecchino\", che proprio non conoscevo. Per il resto, piaciutissimo, as usual.

Rubrus il 2018-10-26 12:01:30
Come dicevo, se è soggettivamente inedito, meglio. Se ben ricordo, l'idea, quando lo scrissi (2015, forse), era che tutti coloro che la sentivano, tra gl'iscritti a net (chiuso il 12/10/17) scrivessero un racconto che contenesse le parole "nessuna risposta". Non si vinceva niente ed era un gioco. Per identificare le opere, le parole "nessuna risposta" dovevano comparire come titolo o sottotitolo. Quanto al contenuto, richiamato ciò che ho scritto sopra, forse sì, forse, malgrado quanto ho scritto nell'occhiello della pubblicazione, è un racconto dell'orrore; l'orrore vero, quello che è dentro ciascuno di noi e che, per maledizione o benedizione, chissà, non si vede mai del tutto perché si maschera.

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Massimo Bianco il 2018-10-28 12:07:14
A essere sinceri il finale non l'ho capito per niente, non vi trovo alcun senso e quindi il mio giudizio sul racconto non può che essere un: boh? Dovrai spiegarmelo, sorry. Interessanti invece le notizie sul personaggio di Arlecchino, di certo ti sarai documentato in merito.

Rubrus il 2018-10-28 13:49:53
Be', diciamo che è un racconto per quelli a cui piace il realismo; difatti, nella vita reale, a differenza che nella finzione, non ci sono risposte, ma solo domande. Le ricerche sulle maschere della tradizione popolare italiana possono essere piuttosto interessanti e partono da lontano per arrivare lontano. Il bergamasco Arlecchino è sicuramente parente del demone - ma forse sarebbe meglio dire dello spirito - nominato nel racconto e la narrativa più recente, specie d'oltralpe, ha ripescato in questa tradizione (anche se non so dire se tenesse presente la maschera carnascialesca). Harlequin è un demone o nomignolo affibbiato a diversi personaggi - dal protagonista di "L'arciere del Re" di Bernard Cornwell, al personaggio di Harley Quinn di Agatha Christhie, una sorta di investigatore spettrale, al personaggio dei fumetti di Batman. Anche Pulcinella, in realtà, è un personaggio dalle origini oscure, addirittura una sorta di non - morto. E credo che si potrebbe proseguire. Rimanendo però ad Arlecchino e al lato oscuro del "riso" si potrebbe parlare anche dell'Uomo che Ride di Hugo, su su fino al Joker. Ricevendo sempre domande, difficilmente risposte.

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Blue il 2018-11-14 12:15:27

Sì, anche per me è un racconto inedito. Posso dirlo? Il racconto è sicuramente interessante, soprattutto per le riflessioni del protagonista (a mio parere, soprattutto questa: "Così costruiamo le nostre vite: raccogliamo pezzi di noi stessi e ce li cuciamo addosso per essere presentabili"), ma stavolta il dettaglio che più mi ha colpita è la foto che hai utilizzato come sfondo: le due maschere, a prima vista quasi identiche, ma in realtà una disperata ed una allegra... e le pochissime, quasi impercettibili, differenze (nel taglio degli occhi leggermente diverso, nelle sopracciglia, nelle fossette sulle guance) tra le due, così lievi che quasi rischiano di sfuggire.
Piccolissimi dettagli che però rappresentano gli stati d'animo più differenti che la vita può offrire.

Rubrus il 2018-11-17 11:32:12
Senza negare l'importanza delle immagini, non ne sono un fanatico: a volte ho persino nostalgia dei tempi in cui i libri non ne avevano in copertina e comunque preferisco quelle molto sobrie. Questa l'ho scelta quasi d'istinto e a volte è il modo migliore. In ogni caso, per me un'immagine basta e avanza, per un racconto.

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