751 OPERE PUBBLICATE   3977 COMMENTI   79 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Malocchio (brividi d'ottobre)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-10-22 15:29:30


«Porta male» aveva detto Al non appena aveva visto la foto.
Il suo nome era un altro – chissà quale – ma tutti lo chiamavano Al da Alessandro il Grande perché aveva gli occhi di colore diverso, come, si dice, il condottiero macedone.
La bizzarra caratteristica era detta “Eterocromia” aveva rivelato Scrocchio. Era andato a vedere sul web quale fosse il termine corretto e l’aveva riferito agli altri ragazzi. Se l’erano subito scordato, ma la faccenda di Alessandro Magno era rimasta impressa, così, da quel momento, Al – che fino ad allora aveva avuto un altro soprannome – aveva preteso di essere chiamato Al.    
Lui, Scrocchio, invece, era rimasto Scrocchio. Non perché avesse l’abitudine di scrocchiare le dita, come gli dicevano quando erano in vena di gentilezze, ma come diminutivo di “Scaracchio”.
Non era un gran soprannome, ma quando sei alto un metro e mezzo e hai il fisico di Woody Allen dopo un attacco di dissenteria, non puoi permetterti di protestare. Non se gli altri hanno soprannomi come “Ricamo” (l’uncinetto non c’entrava, il nomignolo aveva a che fare col coltello a serramanico) o Hurk.
«Porta male» aveva ripetuto Al facendo gli scongiuri e allontanandosi di un paio di palmi dal tavolo su cui Scrocchio e Kim avevano rovesciato la roba.
Scrocchio aveva scorto sul suo viso un’espressione di paura simile a un velo di garza sporca. Era come se, per un attimo, i geni zingareschi di Al avessero preso il sopravvento, facendo riemergere antiche, dimenticate superstizioni.
Le stesse a causa delle quali Al proibiva ai suoi di prendere perle.
O taluni oggetti religiosi.
O foto.
«Che cosa ti è saltato in mente» ringhiò Al.
Scrocchio non rispose.
Non diceva niente se esisteva la possibilità di sbagliarsi. E, se avesse detto che a lui non era saltato in mente nulla, semmai era saltato in mente a loro, sarebbe stato molto sbagliato. Soprattutto pensando a come si erano messe le cose tra Al e Kim.
E anche per un altro motivo.
La cornice d’argento che racchiudeva la foto scintillava come un fuoco d’artificio di un unico, abbagliante colore. Valere, valeva parecchio. Però.
Però.
«Dai, Al, non te la prendere. Scrocchio ha fatto le cose in fretta e furia. La vecchia stava diventando nervosa».
La mano di Kim scivolò sul bicipite di Al, indugiò sul fianco, poi scese ancora più giù, verso la cintura.
Decisamente, se Scrocchio avesse detto qualcosa, qualunque cosa, sarebbe stato molto sbagliato.
Si udì un rumore come quello di un ariete contro il portone di un castello, poi la porta si aprì.
La sagoma di Hurk oscurò la soglia, poi la sua testa offuscò la luce della lampadina appesa al soffitto. Fu come se, nella stanza, fosse entrato un buco nero su due gambe.  
Ricamo seguì Hurk, ravviandosi i lunghi capelli biondi, poi, con grazia da ballerino, gli scivolò accanto e rovesciò sul tavolo la borsa che aveva a tracolla.  Banconote, gioielli, collane, libretti postali si rovesciarono sul tavolo col suono di una cascata celestiale.
Ricamo sorrise – quella sua curva scintillante sopra il mento che sembrava la pubblicità di un dentifricio – poi vide la foto e si accigliò.
«Scrocchio stava facendo il giro con la solita scusa di controllare le chiusure delle finestre, si è accorto che la vecchia stava diventando nervosa, così ha arraffato quello che era a portata di mano» spiegò Kim «Non si è neanche accorto di quello che prendeva. Non è vero, Scrocchio?»  concluse.
Scrocchio annuì. Era vero: non se n’era accorto. Non se n’era proprio accorto. 
«La vecchia ci ha offerto il tè coi pasticcini» proseguì Kim «Ci credereste? Il tè coi pasticcini. Erano secoli che non lo prendevo».
Ricamo osservò la foto dentro la cornice. «Sembra il nonno di Matusalemme» commentò.
Nel complesso, il giro di Ricamo e Hurk era stato molto più fruttuoso di quello di Scrocchio e Kim.
Il fatto era che, soprattutto grazie a Ricamo, lui e Hurk sembravano il Poliziotto Buono e il Poliziotto Buono. Nessuna vecchietta o vecchietto avrebbe esitato un secondo a mostrare loro il conto corrente, le bollette, i libretti della pensione e anche l’argenteria di casa. “Con questa roba di Halloween è meglio dare uno sguardo ai sistemi di sicurezza della casa, con tutti i giovinastri che ci sono in giro” era la motivazione che Al aveva suggerito di usare. Per funzionare, funzionava.
C’era un gran paura in giro, indefinita, come un cattivo odore che non si sa da che parte venga e, se le Forze dell’Ordine (“è un servizio aggiuntivo organizzato dal Comune” era la spiegazione che davano, e Kim calcava la voce sulla parola “servizio” in un modo che molti vecchi trovavano irresistibile) si prendevano a cura la sicurezza degli anziani, pochi guardavano per il sottile, o si chiedevano se i rapporti tra le istituzioni fossero tali da indurre la Polizia di Stato a lavorare per il Comune.
Ricamo guardò Al come per saggiarne le intenzioni, poi si chinò sulla cornice, ma senza toccarla. Non era superstizioso, ma sapeva che Al lo era. Magari il capo credeva in qualche leggenda zingaresca secondo cui il malocchio si trasmetteva per contatto, come la scabbia.
«Vale parecchio» osservò Ricamo esprimendo ad alta voce ciò che Scrocchio si era limitato a pensare «Dove l’avete presa?».
«L’ultima casa di Via Stevenson» rispose Kim «Quella vicino al parco. Ci abita una vecchia sola».
La massa di Hurk ebbe un ondeggiamento. Qualcosa di simile a un movimento tellurico.
«È la stessa di quando ero bambino» brontolò «Ci faceva paura. La chiamavamo “la strega”».
Scrocchio vide gli occhi di Al puntare su di lui come quelli di un camaleonte che ha individuato una preda. Sentì un brivido e notò che il capo evitava di guardare la foto. Lui invece lo fece.
Argento – pensò. Aveva un ruolo nel folklore. Teneva lontani gli spiriti maligni, i lupi mannari, le streghe e chissà cos’altro.
«Tu non sei mai stato bambino» disse Ricamo rivolto ad Hurk «e non può essere la stessa persona. Sarebbe troppo vecchia».
Ricamo si drizzò e prese a separare il resto del bottino dalla foto. Non la toccava, però. Spostava l’altra roba, spingendola verso un angolo del tavolo. «Direi che grosso modo abbiamo raccattato lo stesso» affermò «La cornice pareggia i conti». Guardò Al «Chissà che prezzo ci fa il Ratto».
«A quello ci penso io, non è un tuo problema» disse Al «Il problema è che quello lì non ce l’ha la faccia da poliziotto. Gli manca il fisico, vero, Scaracchio?».
Scrocchio non rispose. Al stava riguadagnando il ruolo di capo e, come si dice, la miglior difesa è l’attacco. Solo che anche per attaccare ci vuole il fisico.
«Chissà quant’altra roba c’è là dentro» incalzò Al «L’hai fatto davvero, il giro nelle stanze? Hai visto allarmi, controllato il tipo di serratura... o magari c’è qualcuno di quei cagnetti ringhiosi?».
«No. Nemmeno il paletto all’ingresso. Nessun sistema di protezione. Non ho visto niente». E se vuoi che te la dica tutta - proseguì Scrocchio nella propria mente - non ho neppure visto la foto. Me la sono trovata addosso, insieme al libretto della pensione e quello degli assegni della vecchia.
La guardò di nuovo. Un ritratto in seppia di un tizio di mezza età. Indossava un vestito scuro e, per quel che poteva indovinare, una camicia col colletto rigido. Teneva le mani appoggiate su un bastone nero che gli arrivava all’altezza dell’ombelico. Gli occhi, probabilmente a causa di qualche strana reazione chimica, erano rossi.
Quadri iellati, foto iellate – pensò. Qual era il titolo di quel quadro? “The hands resist him”. E poi è Halloween. Questo tizio della foto sembra mascherato per l’occasione. Se la tolgo dalla cornice, e la giro, mi sa che ci trovo una dedica tipo “Da Jack lo Squartatore con affetto”. Ma non lo farò.    
«Possiamo fare il colpo» disse Al. Lontano dal tavolo, con in vista solo il mucchio di preziosi, contanti e documenti, aveva recuperato tutta la sua sicurezza.
«Ci vuole un furgone» protestò Ricamo.
Al lo guardò storto «Non dirmi che non sai come procurartelo».
Hurk brontolò qualcosa.
«Dobbiamo parlarne col Ratto per...» fece Kim.
«L’ho già detto, a far piazzare la roba ci penso io» la interruppe Al afferrandola per un braccio. «Anzi, ci andiamo subito. Voi due guardate se c’è in giro qualcosa che fa al caso nostro».
«Ma niente roba strana» articolò Hurk «Non portiamo via roba strana».
Al, che era già alla porta e continuava a stringere Kim, si voltò.
I suoi occhi policromi esprimevano avidità e voglia di predominio – la stessa che aveva fatto sì che, tra loro, fosse lui il capo – ma, benché forse non consapevolmente, anche altro.
«No amico, niente roba strana».
 
Halloween.
Seduto nel monolocale che i gialli di una volta avrebbero definito “covo” (un bilocale in un palazzo ERP occupato in prevalenza da abusivi), Scrocchio ricordava quanto, un tempo, detestasse quella festa. “Hei, Scrocchio, non vorrai travestirti proprio oggi, vero? Vai bene così come sei”.
Da bambino abitava fuori città. Era pieno di agrumeti e i ragazzi usavano le arance non raccolte come proiettili per battaglie in cui il succo faceva le veci del sangue.
Lui aveva partecipato solo una volta, giusto il tempo di rendersi conto che la battaglia si era trasformata in un tiro al bersaglio in cui a lui toccava il ruolo di protagonista.
Aveva provato a defilarsi, ma quelli avevano scoperto che la caccia grossa era ancora più divertente.
L’anno succesivo si era recato nel frutteto quando non c’era nessuno e aveva raccolto una cassetta di munizioni. Il giorno dopo era andato a far gazzarra coi compagni. Ma dentro le arance aveva nascosto delle lamette da barba.
Dato che aveva più di quattordici anni, l’avevano spedito in un istituto minorile. Per uno come lui era stato come cospargersi di maionese e fare il bagno in una vasca di piranha.
Da allora aveva preso il via.
Smanettò col cellulare.
Halloween.
In quel periodo la rete era piena di filmati terrificanti. In molti di essi, la gente che trasgrediva le regole – alle volte anche solo la sana vecchia massima secondo cui ci sono molte più cose in cielo e in terra che nei sogni della filosofia – subiva punizioni terrificanti, spesso per mano di orribili mostri.
Scrocchio spense il cellulare. Fantasie. Non quelle sui mostri. Quelle sulle punizioni.
Chi faceva del male non veniva punito. Non se era abbastanza in gamba.
E poi ne aveva avuto abbastanza di mostri e di soprannaturale, quella sera.
Gettò uno sguardo sul mucchio di refurtiva ammassato sul tavolo. Dietro, nascosta, stava la foto.
Non ricordava di averla presa. Il costume da poliziotto (sempre a proposito di mostri e travestimenti) comprendeva anche una carpetta su cui scrivere fantomatici rapporti e, aprendola dopo che avevano lasciato la casa della vecchia, Scrocchio ci aveva trovato dentro la foto incorniciata.
Riaccese il cellulare, che recalcitrò. Batteria scarica o rete sovraccarica.
Che lo rammentasse o no, la foto era finita dentro la carpetta e, adesso, sul tavolo. Questo era un fatto.
Il cellulare sfarfallò fino a comunicare che non c’era campo.
Scrocchio lo spense di nuovo.
Benché avesse gli occhi fissi sullo schermo, gli pareva di avvertire una presenza invisibile sul tavolo, come un campanello che lo chiamasse da un’altra stanza.
Si chiese se la figura dentro la cornice fosse sempre la stessa: l’uomo in nero con la camicia dal colletto di celluloide e il bastone. Certo che sì. Era una foto, quella, non filmato su internet. Le foto rimanevano sempre uguali e anche quello era un fatto.
Udì uno scricchiolio.
Argento, il metallo che funge da protezione contro gli esseri maligni. E una cornice, come per tenere imprigionato qualcosa.
Ma quella era la notte di Halloween.
Ripensò alla voce di Kim, a come suonava mentre lui frugava nelle stanze della villa della vecchia, e alla faccia della stessa Kim quando, poco prima, pensava che nessuno la osservasse. La ragazza aveva avuto paura.
Ancora lo scricchiolio.
Uno stridio, anzi.
Anche Al, il capo, aveva avuto paura e, dopo aver fatto gli scongiuri, era stato lontano dalla fotografia, squagliandosela appena possibile.
E Ricamo, e Hurk. La chiamavamo strega.
Ancora un stridere, come una forchetta su un piatto.
Scrocchio avvertì la pelle della schiena che si raggrinziva come se volesse strapparsi via dalle ossa.
Si alzò in piedi di scatto.
Il cellulare cadde a terra. Con uno schianto, la batteria saltò via.
Il vento sibilava come in una di quelle dannate storie dell’orrore e, se ci fosse stato un albero, Scrocchio avrebbe detto che i suoi rami, agitandosi, raspavano il vetro.
Solo che non c’erano alberi.
“The hands resist him”. “Le mani gli resistono”. Resistono a chi? Chi gratta alla finestra quando fuori c’è solo il buio della notte?
Non ci sono mai stati furti in quella casa.
Nessun antifurto e nessun furto.
O forse non proprio nessun antifurto.
Guardò per terra, alla ricerca della batteria del cellulare. Era scivolata via, pattinando sul pavimento, fino alla parte opposta della stanza. Forse era sotto il lavandino, o la poltrona.
Per arrivare fin là avrebbe dovuto aggirare il tavolo, dove c’era la foto. Poi avrebbe dovuto chinarsi e, a tastoni, cercare la batteria, volgendole le spalle.
Se ne sono andati tutti.
È la storia della tua vita, no? Se ne vanno tutti, sempre.
E niente arance con sorpresa a disposizione, stavolta.
Stando rasente ai muri, Scrocchio scivolò verso la porta. Sentiva qualcosa, una forza, in mancanza di definizioni migliori, che lo attraeva verso il tavolo.
Non aveva preso la foto.
La foto aveva preso lui, perché chi trasgrediva le regole veniva orribilmente punito e quella era la notte di Halloween in cui spettri, demoni e mostri vagavano sulla terra. 
Vicino alla porta, l’impulso divenne irresistibile. Scrocchio fu costretto a chiudere gli occhi.
Annaspò alla ricerca della maniglia e, per alcuni, angosciosi, interminabili secondi, si chiese se, andandosene, gli altri lo avessero chiuso dentro.
Scherzetto o scherzetto, niente dolcetti per il vecchio Scrocchio.
Con un singhiozzo, spalancò la porta.
L’uscio andò a sbattere contro la parete con uno schianto che echeggiò per tutto il corridoio.
La stanza dove Scrocchio si trovava era all’estremità opposta rispetto alle scale, irraggiungibili come il Sole visto da Plutone.
Quattro vecchie lampade appese al soffitto cercavano di respingere il buio. Ai lati, porte chiuse come lapidi erette contro ciò che si aggira nell’Eternità.
Scrocchio fece un passo oltre la soglia.
Iniziando dal fondo, le lampade iniziarono a spegnersi.
Una tenebra collosa dilagò, avviluppandogli le gambe come una morsa di melassa gelida.
Udì un rumore attutito a tre tempi, come di uno che avanza appoggiandosi a un bastone.
Prima che l’ultima lampada si spegnesse, Scrocchio riuscì a girarsi su se stesso e tornare dentro la stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
Appoggiato all’uscio, aveva una perfetta visuale del tavolo e della cornice d’argento.
Vuota. 
     
Appoggiato a un lampione, Al guardava l’ultima casa di Via Stevenson, quella vicino al parco.
Halloween.
Era passato un anno esatto da quando Kim e Scrocchio avevano fatto il colpo là dentro.
Scrocchio aveva preso quella cavolo di foto incorniciata e, vedendola, Al aveva sentito risuonare nella testa la voce della sua nonna zingara: rubare foto portava male.
Poche settimane dopo lui aveva trovato Kim a letto con Ricamo.
Ricamo era riuscito a lasciargli un paio di cicatrici, in ricordo della loro vecchia amicizia, prima che Al lo buttasse dalla finestra. Erano al secondo piano, ma sotto c’era una cancellata in ferro battuto, con tanto di sbarre a forma di lancia.
Con Kim aveva cercato di essere più gentile, ma doveva ammettere che, alla fine, con le ecchimosi sulla trachea e le macchie petecchiali  conseguenza dello strangolamento, la sua donna non aveva un bell’aspetto.   
Al aveva cambiato aria per un po’ , evitando di tirarsi dietro Hurk che, grosso com’era, dava troppo nell’occhio. Grosso sì, ma meno dell’autoarticolato che l’aveva travolto mentre scappava da una farmacia notturna dopo averla rapinata.
Guardò la casa davanti a lui.
Brutta era brutta. Da far paura. Se Scrocchio fosse stato lì avrebbe trovato la parola giusta.
La nonna zingara avrebbe detto che era colpa di Scrocchio se, da quella sera, il malocchio li aveva presi di mira. Probabilmente gli avrebbe anche detto di togliersi di lì a gambe levate, ma Al avrebbe risposto che esistevano anche cose come l’onore.
La vecchia doveva pagarla.
Osservò la casa.
Davvero, non sembrava difficile entrare, anche se una luce, al piano terra, era ancora accesa.
Forse la vecchia soffriva d’insonnia. Forse sarebbe stata sveglia tutta la notte.
Meditò se rinunciare, poi si fece forza.
Halloween.
Un anno esatto.
Era giusto così.
Si mosse, guardandosi in giro per vedere se c’era gente. Nessuno.
Tendendo l’orecchio sentiva soltanto un rumore che andava avvicinandosi.
Lì per lì non sembrava il passo di un uomo, ma ora, man mano che si faceva più forte, e più distinto, lo poteva riconoscere per quello che era: la camminata di uno che avanza appoggiandosi a un bastone.
La luce del lampione si spense.

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Rubrus

Utente registrato dal 2017-11-02

Il romanzesco è la verità dentro la bugia

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

A proposito di Odisseo e del coronavirus Saggistica

A proposito di "Romagna" di Pascoli Saggistica

Buck Narrativa

Un lavoro come un altro Narrativa

A proposito di "I Pitard". Saggistica

Voli Narrativa

CAR Narrativa

Trekkers Narrativa

Il Re e me - come vissi, quasi, un racconto di Stephen King Saggistica

Colui Che Non Deve Essere Regalato Narrativa

Su "L'infinito" Saggistica

Conto alla rovescia Narrativa

Argulus Narrativa

L'uomo che non c'era Narrativa

Scighéra Narrativa

A proposito di Shining e Dr. Sleep Saggistica

A proposito di "San Martino" Saggistica

Ultima corsa Narrativa

A proposito di "Il carro magico" di Joe R Lansdale Saggistica

Concerto Rosso Narrativa

La matita di IT Saggistica

Anatomia di un racconto - Cacciatori di Vecchi - di Dino Buzzati Saggistica

Mea culpa Narrativa

A proposito di "L'ombra dello scorpione" - con una strizzatina d'occhio a Tolkien Saggistica

Crepuscolo Narrativa

A proposito di Stanlio e Ollio - film del 2018 Saggistica

Nani Narrativa

A proposito di... un western italiano Saggistica

Le cose per cui rimani Narrativa

Tallone da Killer Narrativa

Il mondo migliore Narrativa

Erba Cattiva Narrativa

Storia di Sam. Narrativa

Ciò che non muore Narrativa

A proposito di"La resa dei conti". Saggistica

Acqua morta Narrativa

A nostra immagine Narrativa

A proposito di "Le acque del nord". Saggistica

Clichè Narrativa

La notte più lunga Narrativa

In memoria di Giuseppe Lippi Saggistica

Debunker Narrativa

Su"TheOutsider" Saggistica

L'uomo nella stanza Narrativa

Quell'ultimo, stupido pezzo di carta. Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Inseparabili (brividi d'ottobre) Narrativa

Paese d'ottobre (brividi d'ottobre) Narrativa

Nessuna risposta (brividi d'ottobre) Narrativa

Malocchio (brividi d'ottobre) Narrativa

Due giorni prima dei morti (brividi d'ottobre) Narrativa

Passaggi (brividi d'ottobre) Narrativa

Il resto (brividi d'ottobre) Narrativa

Semi di zucca (brividi d'ottobre) Narrativa

Spuntino di mezzanotte Narrativa

L'inciampo Narrativa

Dove finisce l'estate Narrativa

L'intruso / Alcune piccole imperfezioni. Narrativa

Fine stagione Narrativa

Sirena Narrativa

Sherlock Holmes e l'avventura del dottor Watson Narrativa

Crop man Narrativa

Non lo so Narrativa

Predatori Narrativa

Primo mare Narrativa

Anatomia di un racconto Saggistica

The Dancing Ghost Narrativa

Casa dell'Ade Narrativa

Aspirazione Narrativa

Girabuio Narrativa

Appdeath Narrativa

Possibilità Narrativa

Ogni cosa al suo posto Narrativa

Legal Killer Narrativa

Sfocature Narrativa

Paese d'ottobre Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Nero Natal Narrativa

Appunti sulla sospensione dell'incredulità Saggistica

Merry Killmas Narrativa

L'oracolo Narrativa

Buh! - i mostri e le loro maschere Saggistica

Il viaggio infinito di Long John Silver Saggistica

Il treno, il bambino, il drago. Saggistica

Urari Narrativa

Urari Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Massimo Bianco il 2018-10-22 19:56:52
Oh, meno male che c'è Halloween, tua grande fonte d'ispiraione, perché altrimenti mi sa che metà dei tuoi racconti non sarebbero nati, ah, ah. Meno male per te che così ti sei divertito molto di più ma soprattutto per noi lettori, che ogni tanto grazie a ciò una bella mezz'oretta riusciamo a trascorrerla. Questo racconto mi è piaciuto molto, perfetta la capacità del testo di tenere avvinto il lettore, perfetta, l'atmosfera in crescendo che hai creato, perfetto il ritmo del racconto. E in questo caso per me spendido il finale, perfettamente concatenato con la fine di Scrocchio che, semplicemente, da quando torna dentro la stanza non viene più citato, il che dice già tutto. Uno dei rari casi, quello, in cui un non detto dice in realtà moltissimo, insomma, dal mio personalissimo punto di vista un finale realizzato con grande maestria e un raccontino che rasenta la perfezione, uno dei tuoi pezzi forti. E mo' vado a cenare di buon umore, ciao, buona settimana.

Rubrus il 2018-10-23 09:30:40
Secondo me, se un racconto non spinge a chiedersi "e poi?" tutto il resto - il contenuto, i personaggi, lo stile ecc - va a farsi benedire. Halloween? tranquillo eheheh... conto per il 31 di tirarne fuori uno anche quest'anno.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2018-10-23 09:52:11
Questo me lo ricordo. E, onestamente, non vedevo l'ora che lo ripubblicassi. Ti dirò, Halloween a parte, provo un certo piacere quando certi malfattori subiscono il giusto castigo. Soprattutto quando questo viene dal soprannaturale. Per il resto, da incorniciare pure questo.

Rubrus il 2018-10-23 13:55:04
Molti racconti del brivido, Halloween a parte, hanno una morale draconiana e uno schema molto semplice: colpa - punizione. Questo rientra un po' in quella categoria; alle volte, è preferibile a intrecci più complessi.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Blue il 2018-10-23 14:25:41

Ma... e Scrocchio? Che fine ha fatto?
E l'unico ad essersela cavata? Mi sono persa qualcosa?

Sì, hai creato un'atmosfera da brivido più con l'immaginazione che con i reali avvenimenti. Ma in fondo, è proprio questo il segreto, no?

Rubrus il 2018-10-23 17:13:57
Scrocchio è finito... male. La paura più grande, o una delle più grandi, si sa, è quella dell'ignoto e, specie nei racconti brevi - e quelli sul web sono oltremodo brevi - spesso è efficace mettere i pezzi di puzzle sul tavolo e lasciare che il lettore li incolli.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-10-29 12:08:43
La tensione viene fuori senza "mostrare" nulla, e in maniera tanto efficace da fare quasi sentire i rintocchi del bastone, l'avanzata in tre tempi. Sarei ripetitivo nel dire "uno dei tuoi migliori racconti"... ma tant'è. Questo lo ricordavo solo in parte, comunque, mentre "Paese d'ottobre" lo ricordo dal titolo ma non mi viene in mente quale sia la storia; vedrò di rileggerlo entro oggi. Ciao, Rub... e peccato che ottobre stia già finendo!

Rubrus il 2018-10-29 14:37:45

Questo racconto ha, come dicevo sopra, uno schema molto semplice, tuttavia, come tutti i racconti del brivido, deve affrontare il problema derivante dall\'accumularsi della tensione. Alla fine, deve in qualche modo \"vedersi\" (o sentirsi, o altro: non c\'è solo la vista, ricordiamolo) la ragione per cui siamo stati in tensione. E\', più o meno, il problema del \"mostro\" e il rischio è che, quando il mostro appare, il lettore ci rida su. Per far questo, è necessario conciliare due esigenze sovente contrapposte: far crescere il cilmax, sì che il lettore, per qualche secondo, veda il \"mostro\" e non la cerniera sulla schiena, dall\'altro non tirarla per le lunghe, magari con digressioni, giudizi, elementi spuri o decorativi fini a stessi, o, peggio, una prosa ampollosa e falsamente \"colta\", in realtà piena di aggettivi, costruzioni complicate, figure retoriche che diventano zavorra. Per scrivere racconti lunghi e complessi occorrono talento, applicazione, pratica che non sempre si hanno. Se non si hanno, il lettore si annoia. A volte, come qui, scelgo una soluzione di compromesso: non faccio vedere il mostro, ma le sue tracce, la sua ombra, i suoi odori... e spero che mi vada bene. Il prossimo - che chiude il mese - mi è venuto lunghetto. Speriamo.


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO