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Sporcaccione

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Ellebi

pubblicato il 2018-10-21 15:45:58


             Sporcaccione

Allora, a metà degli anni 70, a Suani Ben Aden, c’era un anziano signore, uno che lavorava sodo, che dava dello sporcaccione a tutti, o quasi. Era la sua parola preferita, e non mancava mai di usarla verso questo o quello, solo che lo avessero anche minimamente contrariato. I suoi bersagli preferiti erano anzitutto gli africani, fossero libici, egiziani, marocchini, ciadini, tunisini, “sporcaccioni” sentenziava “tutti quanti”.                                                                                                                Il gruppo di italiani che con lui, fra cui il sottoscritto, lavoravano alla costruzione di un mangimificio in quel rosso deserto, tante volte l’aveva sentita, che aveva finito per “adottarla” nella comune quotidiana comunicazione.  Cosicché non c’era circostanza e discorso in cui questo termine non trovasse collocazione e significato: il quale non era quello originario ed etimologico, ma una caricatura di esso, occasione di scherzi, lazzi e battute allo scopo di divertirsi, anche, ma non solo, alle spalle di questo anziano e serioso e arcigno individuo. Lui, che il suo nome più non ricordo, e che era un ingegnere, pur se da mattina a sera era al volante di scavatrici e macchine operatrici di tutti i tipi, non c’è dubbio fosse un tantinello razzista, ma non sembrava averne consapevolezza.                                                                        Musa, il nostro alto e grosso cuoco negro sudanese era uno delle sue vittime: “sporcaccione” inveiva a volte nei suoi confronti, gratuitamente (nulla gli aveva fatto), sommessamente per non farsi sentire. Ma Musa spesso lo sentiva e gli gettava uno sguardo corrucciato e forse di compatimento per la sua vecchiezza, che lo induceva a non prendersela troppo. Eppure tutti, lui compreso, il vecchio voglio dire, mangiavamo i suoi stufati di carne e tutti concordavano fossero una prelibatezza. Musa manipolava per mezz’ore la cruda e rossa carne, con olio d’oliva abbondante, ed era impressionante osservarlo in questa operazione, solo dopo era pronta per la cottura. Ecco, avevo pensato una volta, guardando le sue mani unte d’olio che batteva e stirava e strizzava la carne allo scopo di rammollirla, forse c’è qualcosa di osceno in questo spettacolo. E un giorno vidi l’ingegnere, pure lui, osservare quella scena con vivo interesse, il viso reso ancor più vecchio da una smorfia di disgusto, affascinato ma muto, solo i suoi occhi pareva gridassero “sporcaccione”. E sporcaccione era pure il devoto Mohamed, lo smilzo negro sudanese con una gamba di legno, che era il pesatore dell’azienda, devoto sì, ma non disposto ad essere insultato dal vecchio ingegnere italiano, e non di rado, all’improvviso, si udivano i suoi strilli acutissimi in risposta risentita e perfino rabbiosa a quell’epiteto ormai dal risaputo significato.  Più attento e prudente, il nostro connazionale, doveva essere, ed era, nei confronti dei libici, conoscendo loro la nostra lingua non meno di noi. Ma non sempre riusciva a contenersi, e lo “sporcaccione” irrompeva dalla sua bocca come da una fogna rotta, provocando disastri che si facevano ogni volta meno divertenti.    Il libico Amer, il povero e piissimo Amer, perfino lui, che dirigeva gli operai del mangimificio e che aveva una macchia scura sulla fronte (segno inconfondibile della sua fedeltà ad Allah), nel punto in cui, durante le preghiere, prostrandosi, posava ripetutamente il capo al suolo, lui medesimo, per infimi contrasti di lavoro, insultato dal vecchio incontinente in modo umiliante.   Forse era stato passato il segno.  Nasser, il potente uomo d’affari padrone del mangimificio, era conoscenza di queste cose? Sicuramente qualcuno, qualcosa avrà riferito.

Il mattino d’estate era esattamente di quelli africani. Caldo, azzurro intensissimo il cielo privo di nuvole.  Ronzava forte lo stabilimento in piena attività e i camion con rimorchi, carichi o vuoti, entravano e uscivano dal suo ingresso in continuazione. E noi eravamo proprio lì, dove c’erano anche gli uffici e i nostri alloggi, in attesa del vecchio ingegnere che sarebbe uscito da essi di lì a poco. I suoi bagagli erano già sulla Peugeot 504, in attesa anche lei. E uscì infatti, e ci apparve lindo, fresco, lustro come non lo è neppure una trota appena uscita dall’acqua cristallina di un torrente montano. E indossava una stirata e perfetta camicia bianca e aveva in mano un cappello bianco e la sua figura era d’altri tempi. Qualcuno lo venne a salutare e lui sorrideva, e proprio un attimo prima di salire in auto, giunse saltellando su una gamba sola, Mohamed, e anche lui gli fece con la mano un gesto di saluto. Poi, appena si fu accomodato sui sedili posteriori, ci avviamo verso l’aeroporto.

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il 2018-10-21 20:22:50

Ecco qui il Luciano che conosco, con i suoi racconti africani che ai tempi di Poesieracconti mi piacevano da morire. Piaciuto anche questo, non lo ricordavo, o forse è un inedito. Mi sono un po' vergognato per il mio collega ingegnere,ma insomma...così va la vita sul lavoro. Mi è piaciuta particolarmente la frase con la quale descrivi l'ingegnere, lindo e lustro come una trota appena uscita dalle acque cristalline del torrente.

bene, se pubblicherai i vecchi racconti che ricordo vagamente, avrai un lettore garantito. Ciaociao.

Ellebi il 2018-10-26 00:09:08
Non riesco a inquadrarlo bene... beh, l'hai letto ugualmente. E' inedito infatti. quell'ingegnere non era proprio razzista era "strambo" piuttosto, ma certo la cosa non poteva durare, tanto più che i lavori erano conclusi. Ne ho un altro inedito... grazie del commento, saluti

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