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Due giorni prima dei morti (brividi d'ottobre)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-10-17 16:25:13


Me l’aveva promesso, papà: saremmo tornati in città in tempo per Halloween.
Aveva sempre mantenuto le promesse e avevo ragione di ritenere che, anche quella volta, sarebbe stato così.
Però.
Però c’era sempre quella faccenda di “andare a trovare i morti” al paese.
Capivo che era un dovere – anche se pensavo che le ricorrenze fossero il prezzo che si doveva pagare per avere le vacanze – ma il paese era lontano.
Si doveva prendere l’autostrada, la statale – e si doveva rallentare – e poi la provinciale; a quel punto, avrei giurato che fosse il tempo a rallentare, incurante del ritmo che aveva in tutto il resto dell’universo.
Come se non bastasse, papà si adeguava all’andazzo, ciondolando in giro per il cimitero come un bruco sorpreso da un ingannevole tepore fuori stagione.  
Anche adesso non riuscivo a capire perché si fosse fermato a quella tomba. Il tizio che ci era sepolto era ritratto in tenuta da ciclista. La foto era in bianco e nero, ma non per scelta. Dalla bici e dall’abbigliamento si capiva che, quando era stata scattata, tutte le foto lo erano.  
Insomma, quel tale, oltre che un illustre sconosciuto, era  morto da un’eternità e fermarsi mi pareva una perdita di tempo.
Il fatto era che, quell’anno, Halloween cadeva di sabato e, udite udite, la scuola sarebbe stata aperta fino alle nove per una Festa Macabra. Non era proprio come nei film americani, dove si vedevano i ragazzi andare in giro vestiti da mostri, ma poco ci mancava.
E io, a solo un paio d’ore dal tramonto, ero ancora lì, in quel cimitero di campagna.
«Era un mio amico» disse papà. Spostai lo sguardo dalla pianta di cachi abbarbicata al muretto del cimitero e guardai il nome sulla lapide. Il tizio si chiamava Luigi. L’avevo già visto, il nome. Però non l’avevo letto. «Come può esserlo per te Gianni, o Valerio» concluse.
Sobbalzai. Dei suoi amici d’infanzia papà mi raccontava spesso. Di quel “Luigi” però, non mi aveva mai parlato.
«Amico delle elementari» precisò.
Osservai la foto sulla tomba, facendo un rapido calcolo. Fino a poco prima, avrei giurato che il tizio sulla tomba fosse nato prima di lui, tuttavia... avevo undici anni e faticavo a credere che mio padre potesse mentirmi.
«Andavamo a scuola in bicicletta. Non c’era mica la corriera».
Sospirai, aspettandomi il solito pistolotto su quanto fosse più dura la vita ai suoi tempi. Era il suo argomento preferito, quando andavamo al paese. Quello, e il fatto che lui, Halloween, quel carnevale fuori stagione, non lo capiva. Per papà il 31 ottobre era solo due giorni prima dei morti.
«Andavamo e tornavamo in bicicletta. In questa stagione era un problema».
Intuii dove andava a parare. Il Ponte della Bella Sposa, sulla provinciale. Ci passavamo sempre e, ogni volta, papà mi raccontava che si chiamava così perché, poco dopo essersi sposata, una ragazza ci si era buttata sfracellandosi nel fiume, una ventina di metri sotto. Come prevedibile, si diceva che la Bella Sposa apparisse ai viandanti solitari.
Pensai che papà stesse per raccontarmi una storia di fantasmi: stava avvicinandosi la notte di Halloween e forse aveva cambiato idea in proposito.
Poi pensai al Ponte, una striscia di asfalto, ferro e cemento sopra un torrente che usurpava la qualifica di fiume. Lo si attraversava in mezzo minuto, senza farci caso, ma se si avevano undici anni, o nove, o otto, e si era soli, in bicicletta, al buio, doveva essere diverso.
Mi guardai in giro. Le ombre si erano allungate e la nebbiolina, alzandosi dal terreno, mi palpava le gambe con mani diacce.
Scoprii che non avevo tanta voglia di sentire quella storia.
«Luigi era un ciclista migliore di me. Dopo più di trent’anni posso dirlo, anche se mi ci è voluto un pezzo ad ammetterlo. Ogni volta che arrivavamo al Ponte della Bella Sposa mi impegnavo per raggiungerlo, ma non ce la feci mai. Era lui a rallentare».
Si schiarì la voce come se non ne avesse veramente bisogno. Mi sentii imbarazzato e fissai i cachi. Erano rossi e vivaci come se avessero raccolto tutto il sole che l’autunno si era portato via.
«Aveva stoffa. Ora credo che fu quello il motivo per cui ci perdemmo di vista. Dopo che andammo alle medie continuammo a frequentarci, anche se sporadicamente, ma quando mi iscrissi alle superiori smettemmo. A volte non riesci a perdonare agli altri di essere migliori di te. Li ammiri, li segui, li imiti, ma non riesci a perdonarglielo. Sai che divenne un ciclista professionista?».
«Era bravo?» domandai vincendo l’imbarazzo.
Papà guardò ancora la foto sulla tomba, e anch’io.
La consapevolezza che Luigi fosse morto, e che fosse morto giovane, mi colpì improvvisa ed evidente come il sole che lambiva l’orizzonte. È morto come potrebbero morire Gianni, o Valerio, mi dissi, è morto come potrei morire anch’io
Vidi il giorno dei morti sotto un’altra luce: una ricorrenza che non era possibile evitare come non era possibile impedire al sole di sprofondare nella terra umida. Per la prima volta ebbi una fugace, complessiva visione del futuro e ne ebbi paura.
«Era maglia nera». Papà tossì di nuovo. Quella tosse strana, faticosa.
«C’era fame, allora» proseguì «E le strade non erano come adesso. Polvere, fango... chi stava dietro si inzaccherava. Qualcuno pensò di premiare non solo il primo, ma anche l’ultimo. Quello che si beccava tutto quello sporco. Comunque, erano soldi».
«E lui era sempre l’ultimo?».
Altro colpo di tosse. L’aria si raffreddava rapidamente. «Lo faceva apposta. Non ti sto dicendo che fosse così bravo da vincere sempre, ma poteva fare meglio. Io lo sapevo. Lo sapevo bene».
«Barava?».
«Si fermava per cambiare una camera d’aria che non aveva bisogno di essere sostituita. O per crampi che non c’erano. In un’occasione fece sosta in un’osteria per un panino». Negli occhi gli comparve un brillio ironico ed io sorrisi di rimando, come un’eco di luce.
«Non lo beccarono mai?».
Papà si alzò il bavero della giaccia sollevando allo stesso tempo la testa come per un cenno d’intesa.
«Una volta rimase vittima del suo stesso gioco. Arrivò così tardi che i giudici se ne erano già andati, assegnando la maglia nera ad un altro. E i soldi».
«Gli sta bene» dissi. Me ne pentii quasi subito, ma ormai m’era uscito.
«Lo pensavo anche io. Quando c’erano gare meno importanti, dove i concorrenti erano meno agguerriti, arrivava primo».
«Barava» ripetei. Non mi sembrava la parola giusta, ma la dissi lo stesso. Faceva freddo. Del giorno restava un rosso sbiadito, come un cachi divorato dalla bocca dell’orizzonte. 
«Tiravo in ballo le regole, il rispetto, la dignità... scuse. Volevo un pretesto per avercela con lui.  A me mica avevano chiamato, a quelle gare».
Tossì ancora. Desiderai che abbassasse il bavero, mostrandomi la solita faccia. Un uccello notturno lanciò il suo richiamo da qualche parte nel buio.
«Non doveva fare il furbo, anche se aveva fame» insistetti. Mi sembrava importante afferrarmi a quell’idea. Era un modo per non affrontarne un’altra.
«Ti insegnano quanto è importante vincere, arrivare primi... ma alle volte è solo una questione di priorità e allora ci vuole più coraggio a rallentare che a correre via. Come sul Ponte della Bella Sposa».
La domanda mi uscì come se fosse salita dalla terra, passando attraverso i piedi infreddoliti. Credo che sia stata la mia prima domanda da adulto «Aveva famiglia?».
Papà parve raddrizzarsi e mi scompigliò i capelli, poi si avviò all’uscita, facendomi cenno di seguirlo. Di colpo, era tornato quello di sempre, anche se una parte di me sapeva che non lo avrei mai più visto allo stesso modo.
Tornammo a casa, riuscendo ad arrivare in tempo alla Festa Macabra, e, anche se quella sera vidi i  mostri di Halloween sotto una luce differente, alla mattina mi ero scordato tutto.
L’unica cosa che seguitava a tornarmi in mente era la foto sulla tomba. Avrei giurato che l’uomo fosse troppo vecchio per essere coetaneo di papà, ma, come ho detto, avevo undici anni e faticavo a credere che mi avesse mentito.
Tre anni più tardi scoprii che l’aveva fatto.
Aveva mescolato la storia dell’uomo nella tomba con quella di un vero ciclista che, per vincere la Maglia Nera, era ricorso a tutti  quei trucchi, e anche ad altri.
Mi infuriai con lui ed ero contento di avere un motivo perché quella tosse strana si era presentata sempre più spesso e, un anno prima, papà se n’era andato davvero e per sempre.
Tuttavia non credo di aver capito fino in fondo quella storia fino all’altra sera, vicino al Ponte della Bella Sposa.
Non è più necessario passare di lì per andare al paese perché hanno costruito una strada molto più veloce. Privo di manutenzione e poco battuto, il vecchio percorso è tornato ad essere uno sterrato pieno di fango e polvere. Forse è giusto così.
Io mi ci trovavo perché, anche se sono sempre convinto che le ricorrenze sono il prezzo che bisogna pagare per avere le vacanze, ho imparato che ogni cosa ha un prezzo.
Mi era arrivato un messaggio sul cellulare e, per leggerlo, avevo accostato.
A un certo punto due ciclisti mi hanno sorpassato e uno ha alzato una mano in segno di saluto, poi ha guardato di qua e di là, come per controllare che, in giro, non ci fosse il fantasma della Bella Sposa.
Allora ho visto i loro capelli bianchi, e come, pedalando, stavano affiancati.    
Ci hanno messo un po’ per attraversare il ponte, ma va bene così.
Vai piano, papà.
 
 

NDA. la storia della "maglia nera" che il padre narra al figlio nel racconto, anche se adattandola, non è inventata: è la storia di Luigi Malabrocca (1920 - 2006) e gli episodi riferiti sono riportati come veri dalla cronache. Anche il ponte della bella sposa è realmente esistente. E anche la leggenda che lo riguarda.

 

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L'AUTORE Rubrus

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Paolo Guastone il 2018-10-18 11:12:31
Giunto alla fine mi sono ricordato di averlo già letto. E mi sono pure ricordato cosa ti scrissi come commento a quel tempo. Oggi non cambio certo idea e aggiungo che, questa volta, le tue parole hanno avuto un impatto diverso. Mi ci sono ritrovato di più. Mi sono specchiato nel protagonista e ci ho quasi visto me stesso. Anch'io ho un "ponte della bella sposa" (che, però, adesso, come tanti, è chiuso per manutenzione....) e ogni tanto mi capita di vederci sopra uno con i (pochi) capelli bianchi che mi saluta e, dissolvendosi, mi manda un bacio.

Rubrus il 2018-10-22 16:47:09
Be', diciamo così : credo che l'efficacia di diversi, forse molti racconti stia nella presenza, all'interno degli stessi, di un minimo comune denominatore, vale a dire un senso (più passa il tempo e più m persuado che la forma debba essere strettamente funzionale al contenuto) potenzialmente significativo, sia pure in modo diverso e senza cadere in banalità, per il lettore.

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Vecchio Mara il 2018-10-18 13:57:40
questo me lo ricordavo. Ricordo anche molto bene, da appassionato ciclista quale sono la maglia nera, Malabrocca, e i trucchi a cui ricorrevano lui e gli altri ciclisti che ambivano alla maglia nera, Ma a quel punto più che una corsa in bicicletta diventa una corsa alla furbata, una pantomima messa in piedi per arrivare ultimi... che comunque era molto più difficile di quello che si possa pensare, perché, oltre che dagli avversari, occorreva difendersi anche dal tempo massimo (i giudici mica potevano attenderti al traguardo fino a notte fonda) così, alla fine si è deciso di togliere la maglia nera, In fin dei conti fu logico e giusto, ora basta andare a rileggersi la classifica finale del giro o del tour iniziando dal fondo per trovare una maglia nera sicuramente più genuina. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-10-19 17:05:11
Eh sì, i trucchi e gli episodi cui accenno - compreso quello della giuria che se ne è andata senza aspettarlo perchè era arrivato davvero troppo tardi - sono, come suol dirsi "tratti da una storia vera". Poi, come spesso accade, l'eccesso di furbizia ha fatto piazza pulita della furberia.

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