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Il rifugio degli artisti

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-10-14 13:25:32


Il rifugio degli artisti

 

“Tre ore di treno, due di corriera e, per finire in bellezza, mezz’ora a piedi su un viottolo di campagna sotto un Sole implacabile, come solo i meriggi al sud sanno proporre, con la valigia in mano. Un martello, il nostro beneamato astro, che batte sopra l’incudine: trattasi della mia testa”, pensavo esausto, trascinandomi verso l’agognata meta.

 

«Una faticaccia, ma n’è valsa la pena!» esclamai soddisfatto, osservando in lontananza la casa di rosa pittata sbocciar come un fiore in mezzo al verde del prato.

Posai la valigia, trassi di tasca il fazzoletto e, dopo essermi levato il panama e terso il sudore da fronte e crapa pelata, gettai lo sguardo sin oltre il bordo della scogliera, distante un centinaio di metri dalla casa.

«Stupendo!» esclamai ancora udendo il suono della risacca risalire gli scogli, notando che l’unica costruzione che poteva abbracciare il mio sguardo era la casa rosa sopra il promontorio.

Rimisi il panama in testa e il fazzoletto in tasca, afferrai la valigia e con passo spedito m’incamminai.

Ero giunto sin lì, preannunciando telefonicamente il mio arrivo, al posto del mio amico bloccato a letto da un grave problema di salute, che m’aveva spinto a toccare con mano ciò che andava esaltando, da qualche anno, di ritorno dalle vacanze estive.

«Il rifugio degli artisti», scandii leggendo la scritta in corsivo color oro, sbiadita dal tempo, che spiccava su una tavola in legno azzurra come il mare e come il cielo di quel magico luogo, appesa tra due pilastri, anch’essi in legno, del loggiato.

Quattro poltrone in vimini, con sedute e schienali ricoperti da cuscini color lavanda, appoggiate alla parete ai lati dell’ingresso, invitavano l’ospite a sedersi per godere della spettacolare visione del mare calmo che riempiva l’orizzonte.

«Ancora meglio di come l’aveva descritta Ignazio», commentai.

Fu a quel punto che la signora Ernesta Diamanti si palesò sulla porta, esclamando allegramente: «Bartolo Filogesi, presumo», mentre scendendo i tre gradini del patio mi si faceva incontro tendendo la mano.

«Lieto di fare la sua conoscenza, signora Ernesta», replicai stringendole la mano.

«Mi chiami pure, Tina. Benvenuto nel Rifugio degli artisti», fece indicando la scritta sulla tavola.

Alzai lo sguardo in direzione della scritta mentre lei proseguiva: «Il suo amico…» abbassando lo sguardo la vidi intristirsi, «a proposito, come sta Ignazio?» mi chiese mutando repentinamente l’argomento che si apprestava a sviscerare in una domanda che le premeva.

«Abbastanza bene; si sta riprendendo dall’ictus, e le manda un caloroso abbraccio», risposi.

«Meno male», sospirò ritrovando la solarità perduta poc’anzi. Poi tornò sull’argomento lasciato in sospeso: «Le stavo chiedendo: il suo amico l’ha informata sulla genesi del nome?»

«A grandi linee. Mi ha accennato qualcosa, ma se devo essere sincero, non c’ho capito molto. Il motivo sta forse nel fatto che, dopo l’ictus, non riesce ancora ad articolare bene il linguaggio», risposi mentendo spudoratamente, visto che Ignazio, nonostante le difficoltà nell’esprimersi, m’aveva raccontato tutto per filo e per segno. Ma, messo sull’avviso dal mio caro e sfortunato amico, consapevole che la signora Ernesta fremeva per narrare ai suoi ospiti la struggente storia che la portò a creare Il rifugio degli artisti, m’acconciai mostrandomi interessato a conoscere l’intera faccenda dalla bocca della protagonista.

«Fa troppo caldo. Venga, mentre le spiego preparo una limonata ghiacciata, le va?» mi chiese osservando la mia camicia candida madida di sudore.

«Come no!» esclamai pregustando la dissetante bevanda. «E’ manna caduta dal cielo… manna caduta dal cielo», ripetei sgranando gli occhi mentre allargavo le braccia con i palmi rivolti verso l’alto, strappandole un sorriso.

«La capisco, oh, se la capisco. Arrivare fin qui a quest’ora, a piedi dal paese, dev’essere stata una tortura», convenne incamminandosi verso l’ingresso.

«Una dolce tortura, la definirei, visto l’approdo», replicai seguendola.

 

«Si accomodi, preparo la limonata e sono subito da lei», disse, indicando il divano “Chesterfield” in cuoio testa di moro, prima di recarsi in cucina.

Mi accomodai nel grazioso salottino e, dopo aver gettato un’occhiata al divano gemello di fronte a me, volgendo lo sguardo all’intorno notai, dentro il caminetto, una colorata composizione floreale, messa lì forse per occultare il nero della caligine sui mattoni refrattari del focolare, e poco più avanti un vecchio grammofono appoggiato, con accanto a una pila di dischi, sopra un tavolo sistemato sotto la finestra che dava sul loggiato: postazione strategicamente valida per distribuire il suono sia all’interno che, spalancando la finestra, all’esterno.

Ma quello che mi colpì particolarmente, furono i due grandi ritratti appesi al muro sopra la credenza in legno di ciliegio: ritraevano un giovane biondo dagli occhi azzurri e un altrettanto giovane donna dai capelli mossi e nerissimi, come i grandi occhi, che portati sciolti andavano ad appoggiarsi sulle spalle.

Non ebbi difficoltà a riconoscere nel ritratto femminile le fattezze giovanili della donna, ora cinquantenne ma ancora estremamente affascinante, della quale ero ospite. Anche il ritratto del giovane, nonostante non ci fossimo mai incontrati, dopo quello che mi aveva raccontato Ignazio non faticai ad intuire a chi appartenesse.

 

«Ecco qua!» esclamò Ernesta appoggiando il vassoio sul tavolino davanti a me. «La sorseggi con calma, è ghiacciatissima», aggiunse mentre la versava nei due bicchieri.

«Ottima! Ci voleva, grazie ancora», dissi posando il bicchiere dopo averlo svuotato con gusto.

Al che, lei sorrise e replicò: «Ne prenda ancora», riempiendomi nuovamente il bicchiere.

Ne sorseggiai una buona metà, poi posai il bicchiere e, intuendo l’impazienza d’iniziare a raccontarsi, la stimolai indicando i ritratto della donna: «Molto bello e realistico. Ma, se mi è concesso, non abbastanza da rendere giustizia al suo grande fascino».

«Adulatore», fece lei gongolando.

«E’ la verità! Niente di più e niente di meno, di quello che i miei occhi stanno osservando dal vero», continuai. Poi indicando l’uomo del ritratto le chiesi: «Posso chiederle del ragazzo?»

Lei si volse, guardò il ritratto, sospirò e rispose: «E’ l’autore dei ritratti… e non solo…»

«Non solo?» feci io mostrandomi interessato.

«No, non era solo il pittore che realizzò i ritratti. E’ stato anche l’artefice di tutto questo. Se lei ora si trova qui, è solo per merito suo. La scritta là fuori, anche quella la dipinse lui», mi spiegò immalinconendosi.

Sapevo anche questo, ma mostrandomi confuso la invitai a proseguire.

«Meglio partire dall’inizio», disse afferrando il bicchiere pieno a metà. Sorseggiò la limonata, poi posò il bicchiere e iniziò il racconto dei fatti che avevano segnato indelebilmente la sua esistenza.  

 

«All’inizio del quarantatré, i tedeschi temendo che gli alleati potessero, partendo dal nord Africa, invadere il sud Italia, piazzarono una delle torrette d’osservazione in legno sul promontorio», esordì indicando il bordo della scogliera che s’intravvedeva dalla finestra.

«Quando terminarono di costruirla, il capitano dei genieri venne da me e, con gentilezza, mi chiese se ero disposta ad ospitare i militari di vedetta; fornendo loro, oltre a un letto per dormire, colazione, pranzo e cena. Tutto questo dietro il pagamento di una congrua somma per il mio disturbo. Visto il tono amichevole usato dal capitano, mi permisi di chiedergli: “Se non fossi disposta ad ospitare i sui soldati, come vi comportereste?”

«Al che, il capitano s’imbrunì e rispose usando un tono duro, che non ammetteva repliche: “Signora, non stiamo giocando, questa è la guerra! Se lei non accetterà di collaborare… ci prenderemo la la casa e la butteremo fuori!”

«Spaventata, oltreché sorpresa dal repentino cambiamento d’umore del capitano, mi limitai a chiedere: «Mi dovrò organizzare, mi dica quanti soldati dovrò ospitare?”

«Il capitano mutò nuovamente atteggiamento e, sorridendo, rispose: “Due. E le prometto che non le creeranno problemi di nessun genere. Si comporteranno come si conviene a chi viene ospitato da una signora: da veri gentiluomini”.

«E questo mi rassicurò un poco. Tre giorni dopo due militari a bordo di un sidecar si fermarono davanti all’ingresso e si presentarono. Non militarmente, ma da veri gentiluomini come promesso dal capitano, con un profondo inchino seguito da un baciamano, lasciandomi allibita. I due, a turno, si mettevano di vedetta sulla struttura in legno, dandosi il cambio ogni quattro ore per rientrare in casa a mangiare e riposare.»

Si tacque, riordinò i ricordi, poi, indicando il ritratto dell’uomo, riprese il filo del racconto: «Uno dei due era il trentatreenne Rudolf: all’epoca dei fatti la mia stessa età. Alto, bello e biondo; un mito, un Dio uscito da qualche saga nordica», concluse con trasporto perdendosi nel ritratto.

«Empatia al primo sguardo, direi», osservai per riportarla al presente.

Lei sorrise. «Di più, amore al primo sguardo, direi», replicò a tono.

Trasse un sospiro. «Tutto mi piaceva di lui, non solo la figura michelangiolesca; anzi, dopo aver conversato con lui, quella passò in secondo piano. La gentilezza nel porsi, la straordinaria cultura offerta a piene mani, ma mai ostentata… persino i suoi inciampi nell’esprimersi nella nostra lingua mi facevano vibrare di passione. Passavamo ore a dialogare durante i suoi turni di riposo, a raccontarci di noi mentre posavo per il ritratto che lui, usando i colori e l’attrezzatura che si era portato appresso, si offrì di eseguire per farmene dono. E lì scoprii che in tempo di pace si guadagnava da vivere come ritrattista; un lavoro artistico ben remunerato al tempo. Pezzi grossi del partito, boiardi di stato, industriali genuflessi al potere dominante; tutti ambivano ad un ritratto d’appendere nelle loro magioni, da esibire orgogliosamente agli ospiti; oltreché per lasciare ai posteri un segno del loro passaggio dentro il nuovo reich millenario! Poi la guerra cambiò la sua e milioni di altre vite.»

Si tacque, rifletté e mi chiese: «Se le dicessi che Rudolf era stato un nazista della prima ora, come giudicherebbe il nostro rapporto?»

«Un bellissimo sentimento sbocciato tra le macerie di un’epoca folle. Questo è l’amore che non si arrende di fronte all’orrore», risposi prontamente e sinceramente.

«La ringrazio», sussurrò commossa sfiorandomi la mano. Prima di proseguire: «Eppure, nonostante entrambi non vedessimo l’ora di gettarci l’una nelle braccia dell’altro, nessuno dei due trovava il coraggio di fare il primo passo. Per più di due mesi il nostro fu un amore platonico. Una calda sera di giugno lui notò il grammofono e i dischi», indicandolo scosse il capo. «Era sempre stato lì, ma chissà come, non ci aveva mai fatto caso. O forse stanco di quel tiramolla inconcludente, quella sera lo usò come esca. Prese un disco: Il bel Danubio blu, e mi chiese se sapevo ballare. “Mai ballato in vita mia!” risposi.

«Al che si offrì come maestro di ballo. Quella sera scopersi un altro dei suoi pregi: era un ballerino provetto. Scostò i divani e il tavolino, sistemandoli lungo la parete, pose il disco sul piatto, fece partire il grammofono e, inchinandosi, m’invitò a un giro di walzer. Con pazienza m’insegnò i primi rudimenti, e in poco più di due ore trasformò un rigido tronco d’ulivo in un giunco flessibile mosso dal dolce afflato della danza».

«Bellissima la metafora che ha usato per descrivere la metamorfosi danzante!» esclamai d’istinto.

«La ringrazio, ma il merito fu solo di chi guidò i miei passi», disse schermendosi, abbassando il capo.

«Fu dunque il walzer, a dar fuoco alle polveri?» le chiesi cercando di riportarla sull’argomento che mi appassionava sempre più.

«Si vede che non è un esperto di ballo di coppia», rispose lei, offrendomi il più bel sorriso della giornata. «No, quella sera maestro e allieva, come da copione andarono in bianco!» concluse ironicamente. Poi, senza lasciarmi il tempo di replicare, illuminandosi proseguì: «Fu la sera seguente ad accendere il fuoco. Quando volle insegnarmi il ballo più sensuale che si possa immaginare…» improvvisamente si zittì e, fissandomi nello sguardo, attese che fossi io a pronunciare il nome del ballo galeotto.

Pur non essendo esperto in materia, non faticai a capire di quali passionali passi stesse parlando. «Il tango!» esclamai sicuro.

«Già, il tango. Fu quel prendersi e lasciarsi, l’inizio di una notte indimenticabile. Dopo meno di un quarto d’ora, la passionale lezione si trasferì dal parquet del salotto, al più comodo letto della mia camera.» Guardò con trasporto il ritratto. «Notti, e anche giorni per la verità, formidabili da lì in avanti. La guerra, nonostante la torretta in legno sul promontorio e le divise indossate da Rudolf e dal suo camerata la ricordassero costantemente, era la cosa più distante dai nostri pensieri, presi come eravamo a godere ogni attimo del nostro amore.» Deglutì, inspirò profondamente e proseguì commuovendosi: «Durò poco, un niente, l’attimo di tregua che ci aveva condotto in un’altra dimensione. Ai primi di luglio gli alleati invasero la Sicilia, sbarcando da tutt’altra parte, e Rudolf e il suo camerata vennero richiamati per essere spediti in prima linea. Se ne andò lasciandomi come pegno l’attrezzatura da pittore e il mio ritratto; che appese personalmente lì, dove si trova ancora, promettendomi che quando sarebbe tornato avrebbe riempito, oltre al vuoto nel mio cuore, quello sul muro, dipingendo e appendendo il suo autoritratto accanto al mio. Lo guardai andarsene imprecando contro il destino che si permetteva di giocare con i nostri sentimenti, e rimasi sola ad aspettare e sperare, pregando che tutto finisse in fretta per poterlo riabbracciare».

Udire la narrazione dalla viva voce della protagonista, era come ascoltare tutta un’altra storia. Eppure era lo stesso racconto che mi aveva fatto Ignazio; ma i particolari, le parole, il tono, la partecipazione, il pathos emozionale che Tina riusciva ad esternare, era qualcosa di coinvolgente. Sarei rimasto ad ascoltarla per ore. «L’autoritratto ora è lì, accanto al suo ritratto; ciò mi spinge a credere che Rudolf fosse tornato da lei», osservai, stimolandola a proseguire.

«Sì, tornò, molto prima di quanto mi aspettassi», confermò. «Erano trascorsi appena nove giorni, per me lunghi e pesanti come nove anni passati in solitudine, quando, una sera tempestosa si presentò fra tuoni e fulmini davanti al mio sguardo, dicendomi che aveva disertato e non ne voleva più sapere di divise e guerre. Naturalmente, nonostante il pericolo, lo accolsi a braccia aperte. Furono giorni di grande ansia. Avevamo trovato un nascondiglio sicuro in un anfratto ai piedi della scogliera; Rudolf rimaneva lì, rannicchiato tutto il giorno. Usciva solo di notte e dopo aver mangiato s’infilava nel mio letto. La passione aiutava entrambi a vincere la paura di essere scoperti. Fortunatamente durò poco: gli alleati avanzando velocemente costrinsero fascisti e tedeschi a ripiegare.

«Ma ora si presentava un altro grave problema da risolvere: consegnarsi agli alleati e finire in un campo di prigionia, o restare nascosto in casa fino alla fine della guerra? Dilemma non da poco… da niente, oserei dire, lasciando scegliere al cuore. E così facemmo, Rudolf decise di attendere la fine del conflitto dov’era giusto che dovesse stare: accanto a me. Nessuno venne a cercarlo in quei due favolosi anni d’amore durante i quali, oltre a dipingere il suo autoritratto, pose le basi del nostro futuro, iniziando a disegnare la tavola che c’è appesa sopra l’ingresso. “Quando tutto sarà finito, mi piacerebbe che altri uomini o donne con animo d’artista, pittori, scultori, poeti, godessero della bellezza di questo luogo. Potremmo affittare le camere e la sera, dopo cena, seduti nel patio trattenere i nostri ospiti narrando come il nostro amore, immerso nella magia di questo luogo, ha saputo vincere le brutture e le atrocità di un tempo infame”, mi diceva mentre con il pennello dipingeva la scritta a caratteri d’oro.»

A quel punto gli occhi di Tina si fecero liquidi, passando delicatamente il polpastrello dell’indice della mano destra sotto di essi drenò due lacrime prima che potessero raggiungere le gote; poi, con voce rotta proseguì: «La guerra finì, ma non trovò pace l’animo esacerbato di chi aveva dovuto subire le privazioni e i lutti del tragico conflitto. Ora che Rudolf era finalmente un uomo libero di muoversi, iniziò a dar seguito al nostro progetto appendendo l’insegna fuori dalla casa. Una mattina, mentre io rassettavo le camere per i futuri ospiti, lui inforcò la bicicletta per recarsi in paese a prendere tele e colori per dipingere una grande marina d’appendere nell’ingresso.

«Stavo sistemando i cuscini sul letto quando due colpi secchi provenienti dall’esterno mi fecero trasalire. Corsi alla finestra… e lo vidi, steso sul viottolo accanto alla bicicletta nera. Il suo sogno, la sua vita, finì lì… a trecento metri da casa, disteso supino con il petto squarciato da due colpi di lupara… e lo sguardo pietrificato in una smorfia di dolore e incredulità. Qualcuno aveva saziato la sete di vendetta, infierendo sul primo tedesco a portata di mano», concluse, non con rabbia ma bensì con una punta di sarcasmo, asciugando con un fazzoletto le lacrime che ora tracimavano copiose dagli occhi.

Commosso e a disagio, volsi lo sguardo dall’altra parte, e non trovando le parole attesi in silenzio che si riprendesse.

«Ma la vita, nonostante il dolore, deve continuare per chi resta», disse in un sospiro dopo un lungo e pesante silenzio, riprendendo la narrazione. «E Rudolf, che è stato il primo uomo che accolsi nel mio letto… e sarà anche l’ultimo, mi aveva lasciato l’inizio di un sogno da realizzare. “Il più è fatto!” mi dissi, guardando la sua bella calligrafia sull’insegna che aveva appeso sotto il loggiato, pochi giorni prima di essere trucidato.

«All’inizio gli ospiti che venivano a trascorrere qualche giorno di ferie non erano certamente spinti dallo spirito artistico, ma solamente attratti dal prezzo altamente competitivo che praticavo per farmi conoscere e dal desiderio di lasciarsi alle spalle il ricordo di anni di privazioni. Ero comunque certa che la splendida solitudine del luogo, oltre allo stile quasi monacale che avevo impresso alla vita nella casa, avrebbe alla fine separato il grano dalla pula.»

«Il grano dalla pula», ripetei accennando un sorriso amaro. Aggiungendo subito dopo: «Beh, spero che non le crei problemi sapere che io faccio parte della pula».

«In che senso?» mi chiese aggrottando le sopracciglia.

«Sono soltanto un pensionato, sessantenne, che per diletto butta giù qualche pensiero in rima… un vecchio e solitario mulo!» risposi.

«Un vecchio mulo?»

«Vecchi muli, dalle mie parti è un modo di dire per definire gli uomini che, per una ragione o per un’altra, non sono riusciti ad incontrare la donna ideale con la quale condividere la vecchiaia», spiegai.

Tina sorrise. «Ho capito… Comunque anche un vecchio mulo può essere un’artista. Vede, di qua non è mai passato nessun personaggio, pittore o poeta che fosse, noto per le sue opere. I miei ospiti sono per la gran parte pensionati dall’animo artistico; gente che prova a realizzare i propri sogni esternandoli nella poesia, nella scultura o nella pittura. Detto questo: benvenuto, tra noi sognatori.»

«La ringrazio», replicai sollevato.

«Grazie a lei d’aver scelto la mia casa per trascorrere un periodo di riposo» ribatté gentilmente. Poi, sorridendo, proseguì dicendo: «Ora, se mi permette, inizierei ad elencarle le regole del rifugio».

«L’ascolto, dica pure, signora Tina», dissi dedicandole la massima attenzione.

«La prima regola recita che: solo gli amici sono ben accetti dentro il rifugio!» esordì fermandosi subito dopo per leggere sul mio sguardo l’effetto destabilizzante delle sue parole. Poi mi rassicurò: «Non tema, la considero un amico… perciò! Da, adesso! Scordati, oltre al “lei”, di usare il suffisso “signora” davanti al mio nome».

«Come desideri… Tina», replicai soddisfatto.

«Bene! Ora veniamo alle vere regole. Il prezzo della camera è comprensivo della prima colazione e della cena.»

«Niente pranzo?» chiesi, disorientato dal digiuno pomeridiano.

«Niente pranzo!» confermò lapidaria, Spiegandomi che: «A mezzogiorno non troverai nessuno in casa. Solitamente gli ospiti escono dopo la colazione e ritornano nel tardo pomeriggio».

«E dove vanno?» domandai incuriosito.

«Chi in paese: magari a pranzare in qualche osteria. Oppure, come me, a nuotare e poi a crogiolarsi al sole distesi sulla sabbia della spiaggetta ai piedi del promontorio. In ogni caso, a chi lo richiedesse durante la colazione, pagando un piccolo extra posso fornire un cestino da picnic da consumare in spiaggia.»

«Terrò conto della bella iniziativa.»

«Altra regola: la sera, dopo cena, ci si accomoda sotto il loggiato per ascoltare della buona musica…» disse indicando il grammofono, attese che annuissi e proseguì, «scambiarsi commenti su come abbiamo trascorso la giornata e discutere d’arte o d’altro… L’unico argomento bandito, è la politica!»

«Approvo in pieno!» esclamai convintamente. «La politica è un argomento scottante, da prendere con le pinze, capace di incrinare amicizie di antica data… meglio lasciar perdere.»

Tina annuì. «Ho finito, non ci sono altre regole. Aggiungo solo che, se desiderassi leggere un buon libro, in fondo al corridoio della zona notte troverai una scansia traboccante di ottime letture.»

«Ti ringrazio per la dritta, sicuramente ne approfitterò.»

«Quando rientrerà, ti presenterò l’altro ospite del rifugio, Pablo», aggiunse.

«Pablo?!» esclamai incuriosito dal nome spagnolizzante.

Al che, Tina precisò: «Il nome vero, sarebbe Paolo. E’ un ex bancario sessantenne appassionato di pittura, che da quando, visitando una mostra, gli capitò di conversare d’arte con Picasso, si fa chiamare Pablo».

Lesse dell’incredulità nel mio sguardo, allora si premurò d’aggiungere: «Io non c’ero, la racconto così come mi è stata venduta, eh?»

«Per il buon funzionamento del rifugio, direi di prendere per vera la versione del falso Pablo», convenni in tono ironico, strappandole un largo sorriso.

«In ogni caso, Pablo o Paolo che dir si voglia, è un tipo particolare. E’ arrivato qui ai primi di giugno, portandosi cavalletto, tela e colori per dipingere…»

«E non li ha mai usati», intervenni inserendomi in una pausa, cercando d’interpretare il suo pensiero.

«No, li usa, eccome se li usa! Ogni mattina parte con la tela intonsa sotto l’ascella e il cavalletto in spalla, lo posiziona sulla punta del promontorio, oppure sulla spiaggetta, o ancora dentro la campagna e rientra al calar del sole; molto spesso con la tela completamente pittata», mi relazionò prontamente. Aggiungendo: «Quello che mi lascia perplessa, è il fatto che doveva restare solo quindici giorni e dopo due mesi è ancora qui. Lui dice che qui ha trovato il suo paradiso… mah, non so che dire».

«Oltre ad essere uno stakanovista della pittura, il buon Pablo lo è pure delle vacanze. Non vedo l’ora di conoscerlo», commentai tirando le somme.

«Stasera lo conoscerai. Andiamo, ti mostro la camera», m’informò Tina alzandosi dal divano.

Presi la valigia che avevo lasciato nell’ingresso e la seguii su per la scala.

 

Quello che fin da subito mi lasciò perplesso, fu l’umore variabile di Pablo il pittore. Passava repentinamente da un eloquio allegro e strabordante, a lunghi periodi di cupezza, durante i quali si chiudeva in non so quali pensieri isolandosi da tutto quello che lo circondava.

Ma ad inquietarmi veramente, fu quel che mi disse quattro giorni dopo il mio arrivo.

Nubi basse e nere vomitavano acqua che, spinta da un vento fortissimo, aveva allagato anche il loggiato, fulmini e tuoni a profusione facevano vibrare i vetri delle finestre. Era palese che in quelle condizione fosse un suicidio uscire di casa, così decisi di accomodarmi in salotto per proseguire nella lettura del romanzo “Guerra e Pace”, che avevo iniziato la sera precedente prendendolo dallo scaffale in anticamera. Ogni due o tre pagine, per far riposare gli occhi impegnati a decifrare caratteri, invero minuscoli, alzavo lo sguardo e osservavo Tina, seduta davanti a me intenta a lavorare a maglia; oppure Pablo che, dopo aver piazzato cavalletto e tela accanto alla finestra, si era messo a dipingere il mare in tempesta. Lanciava rapide occhiate sin oltre il promontorio, poi con pennellate decise imprimeva le onde tempestose sulla tela… perlomeno, questo fu quello che credetti d’intuire, dal momento che, dal divano, potevo vedere solo il retro della tela.

Ma quando, alzandomi dal divano per sgranchire le gambe, mi avvicinai per dare un’occhiata allo stato dell’arte, rimasi allibito; sulla tela stava imprimendo quello che vedeva di là dalla finestra: il cielo plumbeo e il mare che ruggiva, interpretandolo a modo suo.

«La realtà non è quella che vedi là fuori, ma quello che desideriamo che ci fosse, là fuori», mi spiegò anticipando la mia domanda, vedendomi sgranare gli occhi sul mare calmo e il cielo azzurro immortalato sulla tela.

«Se stai dipingendo quello che stai sognando, potresti fare a meno di concentrare lo sguardo su tutt’altro soggetto», replicai sconcertato.

«Altro soggetto? Ti sbagli; quello che vedi riprodotto sulla tela è esattamente quello che c’è là fuori», insistette Pablo, spiegandomi in poche parole la sua filosofia. «Questo posto, Il rifugio degli artisti, possiede il potere di rasserenare l’animo… E quando il mio animo è sereno, tutto ciò che mi circonda non può essere che sereno. Comprendi cosa intendo dire?»

In verità quel che compresi, fu che era un tipo complicato, ma per non alimentare inutili diatribe annuii e tornai ad immergermi nella lettura.

«Idiota», lo udii sibilare mentre mi allontanavo.

A rasserenarlo, non era il rifugio degli artisti, ma la vicinanza della donna di cui si era innamorato alla follia, Tina. Ma questo lo scopersi la settimana seguente, quando sopraggiunse un nuovo ospite.

 

«Aldo Rubini, insegnante di lettere per mangiare… e poeta per passione», snocciolò sorridendo presentandosi a Tina, omaggiandola di un perfetto baciamano. Facendo sin da subito imbufalire Pablo che, senza terminare la colazione, afferrò l’attrezzatura e se ne andò sul promontorio a dipingere il mare, stavolta sì veramente calmo, e un cielo azzurro come non s’era mai visto.

Aldo era un vulcano, un vero trascinatore, durante la colazione, raccontando aneddoti divertenti nell’ambito scolastico, riuscì a far ridere Tina, come mai l’avevo vista fare sino ad allora. Era palese l’empatia che fin da subito si era instaurata tra i due; e questo, Pablo, non lo poteva sopportare.

Sentendomi come un intruso terminai in fretta la colazione, li salutai e lasciai la cucina per andare ad accomodarmi sotto il loggiato.

Uscendo di casa notai Pablo sul promontorio intento a tirare pennellate rabbiose sulla tela. Incuriosito mi avvicinai silente per non disturbare la sua concentrazione, e appostandomi alle sue spalle osservai la tela; rimandone agghiacciato: un mare irrealmente tempestoso e un cielo nero saturo di fulmini rosso sangue, parevano fagocitare un piccolo uomo che per proteggersi si era rannicchiato in posizione fetale stringendo la testa tra le mani.

Senza proferire verbo feci per allontanarmi. In quel momento Pablo si voltò; gli occhi rossi iniettati di sangue mi fecero correre un brivido lungo la schiena. «E’ così che vedo la vita, oggi!» esordì con un tono rassegnato. Poi, indicando col pennello l’uomo rannicchiato, aggiunse: «Quello, sono io…» muovendo il pennello disegno un cerchio immaginario attorno alla figura, «e quello che mi circonda… è la rabbia cieca che tenta di penetrare la mia mente!» concluse. Poi si voltò e tornò a percuotere la tela con frustate di colore rosso sangue.

Passai l’intera giornata a sconvolgermi, ripensando a quella drammatica rappresentazione di pura follia. Che fare? Avvertire Tina che Pablo stava diventando pericoloso, o attendere per vedere l’evolvere della situazione?

“Magari nei prossimi giorni, quando Aldo e Pablo si conosceranno meglio, il clima migliorerà”, pensai erroneamente.

In effetti, nei giorni seguenti una calma irreale calò fuori e dentro il rifugio. “Forse il peggio è passato”, pensai vedendo i due discutere di arte.

 

La sera di ferragosto, dopo la cena Tina volle chiudere la serata con un brindisi sotto il loggiato. «Metto un disco sul grammofono, qualche preferenza?» chiese a noi tre maschietti dopo il brindisi.

«Un bel tango!» esclamò prontamente Aldo. Poi, volgendo lo sguardo su me e Pablo, aggiunse: «Naturalmente, se va bene pure a voi».

Io annuii. Pablo grugnì: «Per me è già troppo tardi, fate un po’ quello che vi pare… Scusatemi, ho sonno», e se ne andò lasciandoci allibiti.

«Allora, vada per il tango!» esclamò allegro Aldo, riaccendendo una serata che la reazione fuori luogo di Pablo stava rovinando.

Si alzò dalla poltrona e, manovrando attraverso la finestra, scelse il disco, lo pose sul piatto, avviò il grammofono e tornò sui suoi passi.

«Facciamoci ‘sto giro di tango!» esclamò improvvisamente Aldo, cogliendo di sorpresa Tina, che tentennò.

«Guarda che sono un ottimo tanghero, ti garantisco che non ti pesterò i piedi», insistette Aldo allungando la mano.

Tina sorrise. «Voglio proprio vederlo all’opera, l’ottimo tanghero», disse afferrando la sua mano.

In effetti, Aldo si dimostrò, al pari di Tina, un ottimo ballerino. Era uno spettacolo vederli disegnare i passi sensuali del tango con complice maestria.

Lo notò anche Pablo, che tornato sotto il loggiato, forse per scusarsi, come li vide piroettare incollati l’uno a l’altra, girò sui tacchi e se ne andò.

Credo che Tina, oltre alla sensualità del ballo, non avrebbe concesso altro ad Aldo; ma vista la complicità che si era instaurata fra di loro, pensai che fosse giusto lasciarli soli. Così mi ritirai in buon ordine andandomene a dormire.

 

Dopo aver indossato il pigiama mi coricai, presi il libro dal comodino e iniziai a leggere.

La musica di sottofondo, ora era stata sostituita dal divertito chiacchiericcio tra Tina e Aldo.

Un grido stridulo, subitamente seguito da due colpi secchi ravvicinati e un terzo poco dopo, mi fece trasalire.

Balzai in piedi e mi precipitai nel loggiato. Lo spettacolo che mi si presentò davanti agli occhi fu qualcosa di sconvolgente: Tina e Aldo giacevano supini una accanto all’altro, con gli occhi sbarrati e un foro in mezzo alla fronte, dal quale un rigo di sangue scendendo lungo la tempia arrivava fino a terra.

«Pablo!» urlai cercandolo nel buio della notte. Poi corsi in salotto, dove c’era il telefono… e lo vidi. Era seduto sul divano con la testa riversa e un foro nella tempia, la mano destra stringeva ancora la pistola usata per spegnere, insieme al suo inferno interiore, la vita di Tina e Aldo.

Afferrai la cornetta, chiamai la stazione dei carabinieri, poi lasciai il rifugio e attesi il loro arrivo seduto sull’erba umida del promontorio, rimproverandomi per non aver avvertito in tempo Tina e Aldo.

 

Nel suo rapporto, il capitano scrisse che si trattava di un caso di omicidio suicidio passionale. Secondo la sua interpretazione dei fatti, Tina stava tradendo il suo amante, Pablo, con il più giovane e prestante Aldo. E quando Pablo aveva scoperto la tresca tra i due, roso dalla gelosia aveva preso la pistola regolarmente detenuta sin dai tempi in cui lavorava in banca, con la quale si allenava assiduamente da anni al poligono, e li aveva freddati entrambi con un colpo preciso, dritto in fronte; poi era corso dentro, si era seduto sul divano puntandosi l’arma alla tempia e aveva posto fine al proprio tormento.

Ma io che in quel breve tempo ebbi modo di conoscere profondamente Tina, sono certo che lei non fosse mai stata l’amante di Pablo… e, se anche ne avesse avuto il tempo, non lo sarebbe stata nemmeno di Aldo.

 

                                                                FINE

 

 

  

     

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L'AUTORE Vecchio Mara

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il 2018-10-15 17:07:10

Bello anche questo, un racconto completo che ancor più degli altri potrebbe diventare un film. la storia è complessa e a partire dai tempi di guerra potrebbe davvero essere una storia interessante da portare sul grande schermo. Scritto bene, come alsolito, e come al solito un refuso....ahahahah...Eccolo: Aldo Rubini, insegnate di lettere...manca la n. Ciaociao

Vecchio Mara il 2018-10-15 20:51:36
Già mi sembrava strano aver scritto un racconto senza refusi... per fortuna con questo ho rimesso le cose a posto... ora che ho ritrovato il mio marchio di fabbrica, sono più tranquillo. Grazie ancora, ora lo vo a sistemare. Ciao Giacomo

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Paolo Guastone il 2018-10-16 09:47:07
Storia complessa ed intricata, intercalata da suggestivi flashback, che effettivamente potrebbe diventare una sceneggiatura. Il racconto ci insegna che può sbocciare un fiore anche tra le macerie di una guerra, ma può anche arrivare la distruzione quando la guerra è finita da un pezzo. Narrato sapientemente, prende il lettore e, per un attimo, lo trasporta nel rifugio degli artisti, da dove non vorrebbe andarsene mai più. (p.s. all'inizio ci sono due "agognata meta" troppo vicine....).

Vecchio Mara il 2018-10-16 10:43:24
hai ragione, suona male, vado a togliere il doppione e concludo la frase con: "m'incamminai", inutile ribadire verso dove sta andando il protagonista, avendolo già scritto poco prima. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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