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Mauro Banfi il Moscone

Parliamone insieme...Il chiaroscuro critico

"L'APOSTROFO"

Narrativa di gruppo

Tranci di letteratura fresca per conversazioni di qualità

pubblicato il 2018-10-11 18:04:59

        
Parliamone insieme...Il chiaroscuro critico



Le puntate e i link di Parliamone Insieme:

"Obsession/Possession"


Scrivere per se stessi, per pochi altri o per tanti?

                                 

    - Billy il Pupazzo, omaggio al mitologico James Wan -


                                      Spunto di riflessione e conversazione: "Il chiaroscuro critico"
 

Il codice etico di Parole Intorno Al Falò, all'articolo sei ricorda che: "nel sito ricerchiamo il "chiaroscuro critico": ogni opera è sempre fatta di pregi e difetti: ricordiamolo a noi stessi e a chi leggiamo."

Durante il Rinascimento, Leonardo da Vinci sviluppò ulteriormente la tecnica del chiaroscuro inventata da Andrea Mantegna, accrescendo la gamma tonale che si estendeva dal molto scuro al molto chiaro, procedimento poi reso ancora più potente e originale da Caravaggio, in virtù della duttilità della pittura a olio.
Leonardo nei suoi taccuini osserva che la pittura non può esistere con la sola luce e la sola oscurità e richiama l'importanza delle ombre e delle sfumature, e questo lo porterà a inventare la grandiosa tecnica dello sfumato, dove i contorni degli oggetti vengono ammorbiditi per accrescere la sensazione di vita e di movimento.

 

- Vergine con il Bambino e Sant'Anna, Leonardo da Vinci -



Bene, fuor di metafora, anche qualsiasi opera postata su PIAF ha in sè qualcosa di radioso e qualcosa di oscuro, o se preferite termini più espliciti, qualcosa di bello e qualcosa di brutto: non esiste che sia o assolutamente bella o totalmente brutta.
Il tema è: come commentare con un valido chiaroscuro critico un pezzo creativo?
Quali sono i problemi relativi a questa operazione, sia da un punto di vista umano che da una prospettiva tecnica?


Brevissima Post-Introduzione

Ciao, amiche e amici di Parole Intorno Al Falò, siamo arrivati alla seconda conversazione di qualità.
Questa mia nuova rubrica si propone di creare delle conversazioni su temi legati al nostro spazio d'incontro.
Il suo funzionamento è semplice, semplice: nello spazio del post proporrò il tema con un rapido accenno, mediante citazioni, sinossi e/o immagini.
Il mio intervento sarà poi riportato nei commenti, perchè non vuole essere qualcosa di pronunciato su una cattedra o su un pulpito, ma solo un moto di conversazione unico e personale ma nello stesso tempo paritario, aperto, trascendente a tutti gli altri possibili intertesti e commenti.
Buona condivisione a tutti.

 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Rubrus il 2018-10-11 18:25:50

Mah... dovrebbe essere naturale - o almeno, per me è naturale e non sono certo speciale. E' impossibile che piaccia tutto allo stesso modo; alcune cose piacciono di più, altre meno, per specifiche ragioni oppure per una semplice questione di gusti. E poi, ammesso e non concesso che la critica serva a qualcosa, non credo che nessuno qui sia o anche solo si atteggi a critico letterario. Quanto al modo di dirlo, penso che bastino un po' di buon senso e di buona educazione, di cui tutti siamo dotati.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-11 18:55:31

                     

Questa che vedete è la prima tavola de "La caduta della casa degli Usher" del maestro veneziano Dino Battaglia.
Un chiaroscuro in bianco e nero di una bellezza da levare il fiato: in questo spazio mirabile vediamo ammirati tutto il magico potere della closure (il non-detto della narrativa), del mostra e racconta e della intro perfetta.
Soffermiamoci per il momento solo sul titolo: le lettere sono costruite con lo spazio bianco, graffiando il nero di china. Meraviglioso.
Ecco, quando mi accingo a commentare il brano di un'amica o un amico scrittore/lettore di PIAF, mi pongo sempre da due prospettive: quella umana e quella tecnica. E infatti, tempo permettendo, cerco sempre di leggere quell'opera almeno due volte.
E la prima cosa che considero è il non-detto, quella forza magica che nei comics è conosciuta come closure.
Perchè ha scritto questo tipo di storia e perchè l'ha scritta in questo modo?
Quale esperienza personale vuole passarmi ed è riuscito ad allargare la prospettiva fino a farla diventare universale o almeno risonante nelle radici delle esperienze di ognuno di noi?
Letta con questa angolo visuale, vi assicuro, nessuna storia è mai da buttare completamente e tutte un pò mi emozionano dal lato umano.
Poi leggo la storia da un punto di vista tecnico e qua purtroppo "devo" essere spietato, gerarchico, impassibile.
La mia formazione giovanile è stata romantica e simbolista/decadentista ma da decenni sono convinto che bisogna faticare per fare le cose bene: non credo più all'improvvisazione, se non nel medium del teatro, ma questo è un altro tema.
Tornando alla nostra ricerca, se il "mestiere" messo nell'opera non mi convince all'ottanta per cento, non commento.
Sono da sempre un convinto antinichilista, e per me dal niente nasce solo il niente e dal qualcosa si può costruire qualcosa, questa è la mia legge di vita; pertanto non mi va di mortificare l'umore di un mio simile, tanto più che nella lettura "umana" mi sono affezionato a lei o a lui.
Se c'è almeno un trenta per cento di tecnica assolta a dovere, allora intervengo cercando di far risuonare nel commento quello che è arrivato dal pezzo alla mia anima.
Nei miei contributi metto sempre l'anima, la testa ragiona e sorveglia, è logico, ma metto sempre il cuore e tutto me stesso: quello che sento, che so, che intuisco.
Il leggere e il condividere è stata per me sempre la gioia più grande in questi due decenni di litweb, letizia dell'anima che mi ha permesso di camminare sopra a tante miserie umane, tanta stupida violenza verbale, tanto nichilismo distruttivo di merda.

Vedete, consideriamo la base della condizione umana, senza ipocrisie e infingimenti.
Viviamo tutti in uno stato di profondo isolamento.
Nessuno può sapere com'è essere qualcun altro da dentro, non dovremmo mai permetterci di giudicare un altro essere umano.
E siamo sinceri, per quanto ci sforziamo di comprendere gli altri, non possiamo davvero capire che cosa provano al cento per cento.
Tutti i "media" artistici e culturali della storia umana nascono come conseguenza della nostra triste incapacità di comunicare telepaticamente e capirci come siamo veramente.
E ne sono sicuro, da questa incapacità derivano tutti gli orrori e la violenza di cui sono capaci gli esseri umani.
Ogni "medium", come il libro o il web, è un ponte tra le menti e le anime degli esseri umani.
I media "convertono" i pensieri in forme che atrtaversano il mondo fisico e vengono riconvertiti da uno o più pensieri e psichi.
E allora, vi rendente conto della magia che abbiamo a disposizione e della responsabilità che ci deriva da questo "potere"?
Tutti noi abbiamo qualcosa da dire al mondo: questa è la democrazia di qualità in cui credo.
Per quanto viviamo in un naturale stato di isolamento, con impulsi dediti principalmente alla sopravvivenza e alla riproduzione, noi abbiamo qualcosa da dare e da dire, e quel qualcosa, quelle verità interiori hanno un valore intrinseco che per me è sacro.
Per questo posso non commentare, per rispetto e/o per mia pigrizia.
Per questo posso cercare di dare un mio contributo al miglioramento della ricerca artistica della mia amica o del mio amico su PIAF.
Per questo cerco di mantenermi disperatamente umano e di non disumanizzarmi troppo con la lettura "tecnica", anche se è indispensabile per capire gli errori e correggere i difetti e far crescere me stesso e gli amici.
C'è solo un potere magico che può sfondare il muro che spesso si crea tra scrittori/lettori e tra utenti in genere.
Il potere della comprensione: quel potere smonta i mattoni del muro e li trita in sabbia.
Tutte le volte che mi hanno scritto per ringraziarmi di essere stati capiti davvero, tutto quelle volte la mia gioia ha vinto il nichilismo e il dolore.
Tutte quelle volte ho fatto un chiaroscuro critico fatto bene.

Rubrus il 2018-10-11 19:34:23
Oh... ho l'impressione che se fossimo telepatici ci saremmo già estinti. Sarebbe impossibile il compromesso che sta alla base della convivenza - compromesso che ha un piede nel rispetto e l'altro nell'ipocrisia.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-11 19:43:14
Eh,eh: come sempre, con poche parole poni alla nostra attenzione altri temi immensi, come la veridicità del linguaggio e della comunicazione tra umani che hanno riempito intere biblioteche d'Alessandria.
Per telepatia intendo il non-detto che ogni essere umano cela dentro sè, anceh il più feroce, il più malvagio.
Ovviamente per la loro ferocia e malvagità risponderanno delle loro azioni ai codici - e anche per le loro falsità, simulazioni e dissimulazioni -, ma quel non-detto è per me sempre degno di rispetto, ed è penso quello che cerchiamo tutti noi di portare alla luce scrivendo storie e leggendole su PIAF.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2018-10-14 13:18:27
Ok, Mauro, Roberto, io concordo al 100% con l'articolo 6 di Piaf, che faremmo anzi bene ad andare a rileggercelo ogni volta che andiamo a postare un racconto (o una poesia) per ricordare a noi stessi quanto è improbabile che abbiamo appena composto un capolavoro immortale della letteratura. E sono anche pienamente d'accordo col commento tuo, Roberto. E siccome non si finisce mai di imparare, ricevere critiche costruttive è comuqnue utile a migliorarsi e io ho sempre preferito ricevere critiche piuttosto che il silenzio. Tuttavia, come dicevo già altrove, a parte il fatto che mi domando quanta gente sia davvero in grado di far tesoro dei suggerimenti utili (e mi rispondo da solo: pochissima) non posso fare a meno di chiedermi: ma chi sono io per sparare giudizi negativi sugli scritti altrui? Quanto ci sarà di soggettivo in questi miei giudizi, o nei giudizi di qualsiasi altro utente, quanto a questo, che giustifichi il sostenere che un testo non va bene? Perchè solo la pura oggettività avrebbe senso, ciò trovare testi sgrammaticati o con costruzioni sintattiche errate oppure ancora con trame traballanti o evanescenti. ma fino a che punto io (noi) mi farò (ci faremo) influenzare dalle nostre convinzioni appunto soggettive o da preconcetti invece che lasciare spazio ai fatti? L'utente Caio sta scrivendo male o sta scrivendo in maniera personale e originale senza ch enoi si sia in grado di capirlo? E quante volte ci capita di ricevere pareri unanimi? Ma se un racconto, per dire a mi piace e a te e a Rubrus no, o viceversa, piace a te ma non a me e così così a lui, che validità hanno i nostri giudizi? Che senso ha esprimerli (come pure io ho fatto per tanti anni), per l'appunto noi non siamo critici professionisti, come possiamo permetterci di criticare? Chi dice che in realtà criticandolo non stiamo danneggiando l'autore distogliendolo da scelte in realtà valide e magari di grande orifginalità? Chi lo dice che ciò che noi o riteniamo errato lo sia davvero? Non staremo solo cercando di omologare chi scrive ai nostri gusti? Non rischiamo qui per finire per scrivere tutti alla stessa maniera?Ti riferivo nei giorni scorsi di un autore famoso che invece di far parlare i fatti attraverso dialoghi e comportamenti dei personaggi, scrive lui stesso, entrando "a gamba tesa" nella storia, che "Tizio era uno stupido" oppure che "Sempronio era una carogna". Non è sempre considerato sbagliato che l'autore dia giudizi? Non è ad esempio ciò che sostiene sempre Antonino Giuffrè o che sosteneva, ad esempio, Doctor Who? Eppure costui pubblica per la Rizzoli, mica per la Pincopallino editore, eppure costui tiene un corso di scrittura creativa. Cosa dirà lui ai suoi studenti? E se anni addiettro questo scrittore, quando era ancora in erba, avesse pubblicato su Neteditor e noi lo avessimo criticato perchè esprimeva pareri personali sui suoi personaggi invece di rimanere "sopra le parti", avremmo avuto ragione a criticarlo? Oggi non potrebbe dire, io scrivo su Rizzoli, quindi io avevo ragione e voi non capite niente? O magari lo avremmo convinto a uniformarsi al nostro modo di vedere le cose e magari per colpa nostra l'editori della Rizzoli non lo avrebbe più apprezzato e non lo avrebbe fatto pubblicare nella sua editrice? In conclusione ripeto dunque la fatidica domanda: chi siamo noi per trovarci in diritto di criticare un racconto altrui? Ciao, ragazzi.

Rubrus il 2018-10-14 20:20:01

Non vorrei che sembrasse una risposta banale, ma se uno mette uno scritto in pubblico, vuole una risposta dal pubblico, se invece vuole una risposta da un professionista lo manda a una casa editrice. Quanto al mettere solo risposte postive, quanto tempo passa prima che il lodato non si chieda "Ehi, ma com'è che non mi trattano come merito, cioè, come minimo, come pari grado di Dante Alighieri?".  


Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-14 20:44:21
Ciao, Massimo, buona vita e grazie per il bel passaggio che senz'altro tocca il punto nevralgico del post e forse, anche del nostro punto di crescita su PIAF.
A inizio settembre ho fatto "il giro delle sette chiese" sui litblogs del web e sono andato a vedermi altri siti come il nostro, su cui ho scritto e partecipato e altri nuovi, in quanto il ricambio è sempre molto forte, tra sparizioni e rinascite.
La situazione di crisi da tempo generale è sempre però la medesima: in sintesi, tutti scrivono ma nessuno legge gli altri.
E alla fine i litblogs chiudono.
Oh, è incredibile: fanno tutti finta di non capire che è quello il motivo per cui le cose vanno male, malissimo. E ormai non si litiga quasi più: tutto silenziato dall'indifferenza letale.
Credo invece, che PIAF, nel suo/nostro piccolo si differenzia, e non solo per la grafica eccelsa (che per me lo rende il primo sito letterario italiano del genere) e il "codice etico" serio che finalmente istituisce il rispetto sacrosanto e inalienabile per l'utente che vuole scrivere/leggere/condividere (e un anno di completa quiete da questo punto di vista lo testimonia), proprio perchè quasi tutti noi ci commentiamo a vicenda con uno spirito nuovo, mai visto prima nel web, uno spirito che abbiamo chiamato "chiaroscuro critico" (e tu Max, sei stato uno dei primi ad appoggiarlo sul fu Neteditor).
Il chiaroscuro richiede un grande equilibrio e un grando controllo sia autoriale che personale.
Bisogna essere, nel contempo, consci di non essere dei grandi critici accademici (e per fortuna! aggiungo io) ma consapevoli anche del fatto che senza un commento in chiaroscuro IL SITO E' GIA' BELLO CHE FINITO.
Lo ripeterò alla nausea: creare anche su PIAF, come su tutte le altre "sette chiese", il proprio catalogo e la propria vetrina è un diritto altrettanto sacrosanto e inalienabile ed è la prima attività anche su PIAF, ci mancherebbe; ma se questa dinamica diventa, come dalle altre parti, l'unica totalitaria e assoluta, bè, amiche e amici, possiamo già salutarci.
Per questo proporrò in questa stagione - se ci riesco, tempo ed energia e qualità permettendo, almeno una volta al mese - questa rubrica "Parliamone insieme..." e spero che anche tutti voi proponiate temi di discussione generale come vi aggrada, se non vi piacciono e non vi bastano quelli che creerò, e che esulino un pò dal solo pubblicare le proprie opere.
Quell'articolo sei del Codice Etico ci fornisce la strada giusta per quell'equilibrio fondamentale tra presunzione e silenzio mortale: senza commenti e condivisioni il sito è finito, ma è spacciato anche con i litigi scatenati da persone che sanno solo mancare di rispetto alla sensibilità altrui e distruggere quello che altri faticosamente creano, come abbiamo già ampiamente sperimentato per un decennio e oltre.
Nessuno di noi è Sapegno o Pazzaglia o quant'altri, ma non per questo dobbiamo restare muti e il Codice Etico ci ricorda che se veniamo su PIAF per scassare i maroni a persone intelligenti e sensibili, possiamo pure andare a perdere tempo da altre parti del web, che abbondano.
L'equilibrio ovviamente non è mai assoluto, stabile, granitico ma in divenire, dinamico, fluido, relativo: ma come esseri umani, prima ancora che come autori e artisti, abbiamo il dovere etico e umano di provare a cercarlo.
Abbi gioia, carissimo

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-14 20:55:17
Buonasera, Roberto: giustamente ricordi che ogni tipo di medium ha il suo codice e linguaggio e che va rispettato.
Questa è una consapevolezza che aiuta molto a ottenere quell'equilibrio in chiarosuro critico costruttivo che rivifica lo spirito di un sito; non serve sentirsi un grande critico o pretendere chissà che da chi conversa con noi; queste sono dinamiche che pertengono al cartaceo;
il medium litweb è fondato essenzialmente sul dialogo, sul feedback a un'opera presentata; quando leggiamo l'ultimo libro di King, per esempio, non possiamo inviargli telepaticamente il nostro commento ma immaginarci una conversazione ideale con lui, come faceva Machiavelli con gli antichi.
E ripeto, per condividere arte e umanità con gli altri sul medium web non serve la (spesso presuntuosa e pretenziosa) superprofessionalità così come è finito tutto se si ha timore e si sta in silenzio tembale; occorre trovare un mix delle due dinamiche, miscelato con la nostra eduzione, la nostra umanità e un pò d'empatia e umorismo che non guastano.
Non è impossibile, credo.

Rubrus il 2018-10-15 14:40:34
Anch'io, da un giretto in luoghi virtuali analoghi, vale a dire in altri siti, ho ricavato la stessa impressione. Reputo che l'epoca dei siti di scrittura sia tramontata, essendo caduca come ogni fenomeno umano, e credo che ciò dipenda, in primo luogo, dalla prevalenza delle immagini sul testo e in secondo dalla "scomparsa delle terre di mezzo" che è un po' un effetto tipico del web - e non solo riguardante questa piccola nicchia.
Quanto al primo fenomeno, reputo che ormai sia largamente preponderante l'atteggiamento per cui chi comunica sul web usa come strumento, se non esclusivo, quasi, l'immagine, tutt'al più accompagnata da poche righe di testo. Andando un po' fuori dal nostro orticello, è il fenomeno per cui Google e link delle news di Google sono stati oggetto, recentemente, di dibattito a livello internazionale, con gli editori da una parte e i gestori dei motori di ricerca dall'altra. In pratica, gli editori chiedono che sia loro attribuito un compenso per l'inserimento, nelle sezioni di notizie, dei link ai loro articoli. Questo perchè una grande parte dell'utenza vede l'immagine, legge il link, ma non va a leggere la notizia - grazie a cui campano gli editori. A moltissimi (non) lettori basta quindi il flash, giocoforza sempre più urlato, del titolo e dell'immagine. Tornando al nostro orticello, è evidente che un luogo virtuale in cui si ha la presunzione di dare risalto al testo, è largamente svantaggiato. Vorrei ricordare che non è sempre stato così. Ci sono state epoche in cui i siti di lettura / scrittura avevano maggior visibilità; gradualmente, però, il prevalere del linguaggio dell'immagine e dell'istantaneità ne ha decretato il declino. Non vorrei che questa mia sembrasse una lamentazione: volendo vedere la questione da un altro punto di vista rappresenta la dimostrazione che la parola scritta, il testo, hanno una loro specificità non riducibile al linguaggio del web. Il secondo aspetto cui accennavo riguarda la "scomparsa delle zone intermedie" che è un po' la cifra del web e forse del tempo presente. Un po' di anni fa non si poteva parlare di "concorrenza" tra il mondo social e quello dei siti di scrittura. Tutto sommato, ognuno stava sulle sue. C'erano quindi i blog, individuali, ma poco frequentati (e sempre meno frequentati) con un solo produttore di contenuti, i siti di scrittura con più produttori di contenuti che ne erano anche i fruitori, i social (ma anche loro stanno mutando: d FB si va verso Instagram con una tendenza della prevalenza delle immagine anche sulla stessa funzione "websocializzante" di FB), con una enorme marea di utenti che produceva contenuti ridotti, ma volti soprattutto a scopi comunicativi. Poco a poco, ma inesorabilmente, la funzione "social" da una parte e la funzione "parlo di me" dei blog hanno messo i siti di lettura /scrittura sul proverbiale letto di Procuste. Vado sul sito, scodello quello che mi va (di fatto, come se fosse un blog individuale) e poi corro o vivo sul social dove spero di ricevere più like, più visualizzazioni, più stelline o quel che è - perchè ovviamente ci sono più utenti - anche se ovviamente devo usare il linguaggio in cui predomina l'immagine. Il tempo, la voglia, di lasciare un commento "pensato" e non algoritmico (mi piace / non mi piace - su una scala da uno a dieci mi piace X e non devo neanche prendermi la briga di dire perchè) non ci sono più.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-15 20:51:06
Instagram sul web, in TV, sulla radio, dappertutto: ben cantava il deseparecido Guccini "dico addio alle magie alla moda delle regioni orientali che qua da noi nascondono solo vuoti di pensiero".
Vuoti di pensiero, vuoti a rendere, vuoti d'essere, vuoti talmente abissali che nessuno di noi può più colmarli;
sto leggendo "The Game" di Baricco, la continuazione de "I Barbari", interessante, preferisco di gran lunga il Baricco saggista e parte spesso e volentieri la sintesi micidiale (anche se sempre bella ambiguotta, non si capisce bene se Baricco approvi e detesti):
"Quella che stiamo vivendo non è solo una rivoluzione tecnologica fatta di nuovi oggetti, ma il risultato di un'insurrezione mentale. Chi l'ha innescata - dai pionieri di Internet all'inventore dell'iPhone - non aveva in mente un progetto preciso se non questo, affascinante e selvaggio: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del Novecento. Niente più confini, niente più élite, niente più caste sacerdotali, politiche, intellettuali. Uno dei concetti più cari all'uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocato, mobile, instabile. I problemi sono tradotti in partite da vincere in un gioco per adulti-bambini...
Pensavate di giocare, invece avete attraversato lo spazio che separa una civiltà, quella analogica, da un'altra, quella digitale. Siete migrati in un mondo nuovo: leggero, veloce, immateriale. Seconda scena. Prendete l'icona che per secoli ha racchiuso in sé il senso della nostra civiltà: uomo-spada-cavallo. Confrontatela con questa: uomo-tastiera-schermo."
Che cosa sta dietro a questo folle turbinare d'immagini senza più l'Anima del rinascimento e a queste parole strizzate come limoni esplosi e ridotte a frasi monche di telegrammi senza senso?

Continuo a ripetere la stessa tesi che espressi decenni fa al liceo classico: la civiltà post-moderna (allora, ingenuo, la chiamavo consumistica, ma qua siamo oltre il consumismo, siamo nell'egocrazia indifferentistica) è per tanti versi una civiltà nietzscheana senza averne per il 99% la consapevolezza: ha abbracciato con gioia ebete e ignorante le conseguenze dell'opera dissolutrice degli idoli di Nietzsche, senza averne seguito il ragionamento che l'ha portato lì. Terribile.
Il problema è che sembra farlo, dall'inizio della rivoluzione informatica, con assurda spensieratezza, vale a dire dando per scontate e "non comprese" le trovate delle "conquiste" intellettuali sovversive, per nulla ovvie e già date al pensiero di Nietzsche.
E senza capire a che cosa servono, senza saperne fare alcun uso.
Esempio diventato ormai classico, tratto dal libro "Della realtà" di Gianni Vattimo?
La famosa citazione di Nietzsche, perfettamente pertinente con questo post, recita riportata in toto:
"Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni: e anche questa è solo un'interpretazione."
Ecco, nell'egocrazia imperante di Facebook e di Instagram e di altre cagate simili viene usata (inconsapevolmente, da milioni d'ignoranti) solo la prima parte della citazione: la seconda viene negata dai pochi (penso saremo dieci in Italia) che l'hanno letta per sbaglio.
E pertanto tutti pensano che la loro interpretazione sia il totalitarismo (con i gulag) di Stalin.
Proprio perchè non legge e non studia (né Nietzsche e né tantomeno Heidegger, che è l'unico che ha risposto ai problemi visti e studiati da Nietzsche) la nostra civiltà è intrappolata nel nichilismo passivo e nemmeno sa che cos'è perlomeno quello attivo, figuriamoci trovare la via d'uscita dal nichilismo.
Basta vedere come stiamo facendo della scienza e della tecnica dei nuovi Idoli salvifici, nel senso del satanico, nel senso dell'ottimo "Hereditary" dell'esordiente Ari Aster.
Nella scienza si ripongono le stesse aspettative che si aveva per il vecchio e defunto Dio metafisico: l'assenza di dolore con tossicomanie d'ogni genere, la felicità ottenuta con i soldi facili o la droga più potente, il sapere omnipervasivo nella zucca piccola piccola di un enigmista, la vittoria certa sulla morte.
Siamo ancora fermi a Socrate, in realtà, e a un Socrate tristissimo: pensiamo che tutto sia criticabile per farne scienza...tranne che lo spirito critico nichilista negativo della scienza, guai, non si può criticare, perchè è il nuovo Dio.
Permettimi un a parte, Roby: in questi decenni mi sono permesso spesso, divertendomi come un pazzo, di criticare chi mi criticava in modo nichilista distruttivo: come s'incazzavano, mentre i frammenti degli Idoli demonici finivano nella polvere.

Finale: condivido il tuo pessimismo ma secondo me una via d'uscita dal nichilismo c'è: riempire i vuoti di pensiero.
Bisogna cambiare lo sguardo e perseguire con pazienza e ostinazione il procedere della conoscenza, lontano dai nuovi Idoli: non più dalla vita a un luogo a essa estraneo, ma dalla vita alla vita, dal pensiero al pensiero.
Lo ha insegnato Heisenberg col principio d'indeterminazione (1927).
Come lo scienziato contemporaneo, l'utente consapevole del web è conscio del proprio ruolo attivo di sperimentatore e non s'immagina più come un osservatore del mondo socraticamente disinteressato: per il solo fatto di studiarla e parteciparla l'utente/fisico quantistico trasforma l'onda della luce in una raffica di corpuscoli.
Guardando il web in modo diverso lo cambio e lo emendo dalla merda di Instagram.
Non è questione di crederci, io so che è così, in modo non metafisico, ma con la sola testimonianza del mio pensiero, del mio essere.

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