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Il resto (brividi d'ottobre)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-10-05 09:29:29


 
«Fa lo stesso».
Al respinse il pezzo da venti che l’uomo col papillon aveva messo sul banco.
Papillon guardò Al, poi il piatto, poi ancor Al.
«Offre la casa» lo incoraggiò Al.
«Sono un hamburger e birra» disse Papillon.
«So cosa sono: li ho cucinati io. E sono anche buoni».
Papillon alzò le spalle, prese l’hamburger e lo addentò. Masticò ed emise un grugnito di approvazione. «Una strana politica commerciale» mugugnò dopo aver deglutito «C’è un bancomat, più lontano. Posso andare a prelevare. Magari esce qualche taglio piccolo».
Al alzò il pollice verso la sbarra del neon che illuminava il diner. Due piccoli uncini oscillavano lievi, mossi da qualche spiffero. «Di solito c’è un cartello. “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”. Ma non questa notte. Questa notte, se non ho il resto, offro io. E non ho resto, adesso».
«Insomma è come se avessi vinto alla lotteria».
Al non disse niente. Un’auto passò. Era stata l’unica, da quando Papillon era entrato. «Forse ha parcheggiato in un posto fuori mano» disse Papillon.
«Cerco sempre posti isolati in questa notte dell’anno».
Papillon aprì la bocca, la richiuse, diede un altro morso all’hamburger. Alla fine parlò.  «Ognuno ha le sue stranezze». Indicò il cravattino a farfalla «io porto questi affari da quando mi hanno detto ...».
«Psyche. Greco antico. Vuol dire sia “farfalla” che ”anima”» lo interruppe Al.
Papillon gli rivolse un cenno di ammirazione e bevve un sorso di birra.
«Ho un sacco di tempo per leggere, quando non ci sono clienti» spiegò Al. Poi, dopo un po’ «Non ci giri intorno. So che muore dalla voglia di saperlo. Il resto, i posti fuori mano... che cosa ha di speciale questa notte...».
«Io non le ho chiesto niente».
«Allora diciamo che è un modo di pagare l’hamburger e la birra».
Papillon diede un altro morso. Era a metà ormai.
«Si chiamava Billy e aveva dieci anni» disse Al «so che a raccontarla così suona male, ma era mio amico anche se io di anni ne avevo quarantadue. È stato dieci anni fa».
Se Papillon aveva avuto strani pensieri non lo diede a vedere.
«Mia moglie mi aveva piantato perché non voleva figli e io sì. Era questa la causa di tutto. Tutto quello che disse poi in Tribunale, il fatto che fossi un figlio di buona donna spilorcio come uno scozzese delle barzellette, che non le lasciassi» fece il gesto delle virgolette con le dita «i suoi spazi... sa come succede nei divorzi no?».
Papillon fece un gesto che poteva dire sì e bevve un sorso.
«Tutte balle, comunque. Il problema era che lei non voleva figli e io sì. Tirammo avanti per quindici anni e poi finì tutto in malora. Ci lasciammo».
Papillon dette l’ultimo morso all’hamburger.
«Un giorno becco Billy che cerca di sgraffignare un hot dog. Sono lì lì per mollargli un ceffone, lo guardo negli occhi, mi fermo con la mano per aria e...».
«... e siete diventati amici».
Al annuì. «Sapevo tutto di lui. Era un pezzo che lo vedevo in giro. Sua madre era una tossica e suo padre...boh».
«Così ha lasciato che prendesse l’hot dog».
Al batté una mano sul banco «No. E non perché fossi un dannato taccagno, come sosteneva Trudy, ma perché sarebbe stato un cattivo insegnamento».
Papillon finì la birra «Capisco» disse.
Al indicò il diner «So di non essere Mc Donald o l’azionista di maggioranza della Seven Eleven, ma tutto questo l’ho creato con le mie mani. Non c’è un solo maledetto bullone di questa bagnarola che non mi sia costato lacrime e sangue; non ho debiti con le banche, posso contare su una buona assicurazione e, se tutto va come prevedo, tra tre anni chiudo baracca e burattini e vado a vivere in Florida».
Papillon alzò un sopracciglio.
«So che non si direbbe, ma, anche se non sono quello spilorcio che diceva Trudy, ho messo via abbastanza » squadrò Papillon. «E ho sempre pagato le tasse» concluse.
«Mai messo in dubbio. Ma torniamo a Billy».
«Era magro come un gatto randagio e...» passò un’altra auto. La luce dei fari corse lungo la parete del diner e scivolò via. «È diventato il figlio che non ho mai avuto».
Papillon annuì lentamente «Capisco».
Al si versò un bicchiere d’acqua del rubinetto. Bevve, posò il bicchiere. «Non credo» disse.
Papillon non lo contraddisse.
«Sono sempre stato un tipo solitario» proseguì Al «non potrei fare questo lavoro, altrimenti. Ma dopo Trudy sapevo com’era non essere soli. Non glie l’ho mai perdonato».
«Così ha tirato su il ragazzo».
«Ho cercato di dargli un’educazione. Non aveva niente, come non ho avuto niente io. Forse peggio. Ho cercato di insegnargli che, se lavori sodo, se credi in te stesso, puoi avere quello che desideri, non importa da quanto in basso parti. Non è il sogno americano, forse?».
Papillon parve pensarci «Credo di sì».
«Andò avanti per qualche mese. Lo portavo a scuola. Dopo, e dopo aver fatto i compiti, veniva qui e mi dava una mano. Cercavo di dargli un’educazione, oltre che un’istruzione. Capisce la differenza?».
«Sì».
«A giugno – a giugno, se ne rende conto? – tira fuori questa storia di Halloween. Dice che non ne ha mai festeggiato una. Gli dico che può farlo. Risponde che non ha il costume. Dico che se lavora ne può comprare uno. Dice che lo sa ed è per questo ha iniziato a pensarci prima. Questa si chiama programmazione, dico bene? Si chiama “far quadrare i conti”» fece un mezzo sorriso «Alla fine dell’estate dice che vuole vestirsi da banshee. Gli faccio notare che è un spirito di forma femminile e lui mi risponde che lo sa».
«A volte insegnano strane cose a scuola».
Al fissò Papillon come se cercasse di capire se lo stava prendendo in giro. «Già» disse alla fine.
«Comunque sia, la fine di ottobre si avvicina. Una sera, Billy arriva qui con costume da fantasma. Casper, credo. Dice che ha fatto qualche lavoretto per i vicini e che lo hanno pagato bene. Io lo so perché sto attento a tutto quello che lo riguarda, ma faccio finta di niente. Dice che è stato bravo, che ha lavorato sodo e che se lo merita: finalmente può festeggiare Halloween. Poi mi chiede un hamburger. È straordinaria la quantità di cibo che può ingurgitare un decenne, vero?».
Toccò a Papillon dire semplicemente “già”.
«Io preparo l’hamburger e lui tira fuori una banconota da dieci – li facevo pagare la metà, gli hamburger, allora, ma adesso non dica che sono un dannato spilorcio -  io ho appena aperto e non ho il resto. Lui dice che se li farà cambiare dal droghiere che stava dall’altra parte della strada. Non c’è mai arrivato». Fece una pausa per prendere fiato. Breve, come un uomo che solleva carichi pesanti da anni e ormai è abituato agli sforzi. «Un’auto l’ha investito. Non hanno mai rintracciato il conducente».
Papillon mosse la bocca come se cercasse un altro hamburger da masticare, ma c’era solo l’aria.
«Penso in continuazione che se non gli avessi insegnato che i conti devono quadrare sempre sarebbe ancora vivo» concluse Al. Il suo pomo di Adamo si mosse su e giù come il sifone di un tubo ingorgato, ma era come se ci fosse troppa roba, e da troppo tempo, e Al non spiccicò parola.
Passò del tempo, ma nessuna auto.
«Per questo la faccenda del “offre la casa?”» chiese Papillon.
Al riprese a parlare. Più in fretta, come se la maggior parte della fatica fosse stata fatta. Come se quel famoso carico pesante si trovasse su una strada in discesa. «Quando sono tornato qui dal luogo dell’incidente il costume di Halloween non c’era più. Non me ne accorsi subito: ero troppo sconvolto. Me ne resi conto un paio di giorni dopo e mi dissi che qualcuno era entrato e lo aveva portato via. Non ci pensai più per un anno».
«Finché non fu di nuovo la fine di ottobre».
«Un anno dopo la morte di Billy vidi il costume da Casper sventolare dall’altra parte della strada, sospeso a mezz’aria. Aveva qualcosa che sventolava dietro e potevano essere capelli lunghi. Una Banshee. Lo spettro che annuncia la morte. Mi parve persino di sentirne l’urlo, ma poteva essere una sirena antifurto, o il rumore del traffico».
Papillon allontanò da sé il boccale e il piatto, quasi che, tardivamente, si fosse reso conto che il pasto non gli era piaciuto.
«Da allora, in questa notte dell’anno, faccio sempre in modo di trovarmi in un posto diverso. Non vorrei che Billy tornasse a portarmi il resto». Rise, come se cercasse di smorzare la tensione, ma non gli venne molto bene. Guardò Papillon, la cui faccia, alla luce del neon, appariva d’un giallo sporco, tirato. «Spero di non averle rovinato la cena» disse.
Papillon scosse la testa, poi mise una mano in tasca, armeggiò ed estrasse una banconota e un decino.
La moneta era coperta di ruggine e la banconota sporca di terra e di muffa.
«Quattro dollari e novanta. Era così che faceva pagare gli hamburger, allora».
Fissò Al. «C’ero io, alla guida di quell’auto. Billy è già in macchina e ci aspetta».
 
 
L'ilustrazione è di Darek Cocurek , autore delle copertine di diversi libri.
 

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Bule il 2018-10-05 12:09:32

Ciao Rub. Bella l’idea per il finale e bello il dipinto, un po’ freddo e un po’ sporco, che si addice ad una storia dai contorni grigi.

Credo si possa dire che non avrei cambiato nulla se l’avessi scritto io.

Rubrus il 2018-10-05 18:47:19
Ho guardato l'illustrazione e - di solito non faccio così - ho iniziato a scrivere avendo del finale un'idea molto vaga che si è precisata strada facendo, mente scrivevo, diciamo più o meno quando sono arrivato al punto in cui dico che Al e Billy sono amici.

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Vecchio Mara il 2018-10-05 14:38:42
questi brividi d'ottobre, sono davvero ben riusciti, scritti benissimo come tuo solito e con un finale sorprendente senza, almeno per me, doppie o triple letture che ti costringono a chiederti quale fosse il finale scelto dall'autore. Piaciuto molto. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-10-05 18:44:57
Grazie. Il finale ha una sola lettura, netta. Almeno spero.

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90Peppe90 il 2018-10-07 12:12:20
Straordinario. Il finale è, al di là dell'idea in sé, costruito in maniera tanto semplice quanto efficace, da togliere il respiro. Perché, davvero, tra le tante ipotesi in via di lettura - è normale farsele, quando siamo davanti a certi racconti, no? - questa non me la sarei mai immaginata. Prima di giungere alla conclusione, avevo intenzione di esordire, nel commento, con: "E sono due", riferendomi al fatto che - oltre al racconto "Alcune piccole imperfezioni" - anche questo somiglia molto, almeno in parte, al racconto di Halloween che ho scritto per quest'anno. Nel complesso, comunque, sono diversi. Ero rimasto colpito pure dalla coincidenza di Al e del suo locale, i cui nomi sono tali e quali a quelli di un personaggio e del relativo ristorante di "22/11/'63", uno dei romanzi di King che più ho amato... ma, ovviamente, non è una coincidenza: Kocurek è strettamente legato alle copertine dei romanzi del Re. (Ho notato solo qualche elemento di punteggiatura tralasciato, qua e là, ma niente che possa inficiare sulla piacevolezza della lettura). Insomma, piaciutissimo, ciao Rub! (Ah, qui è tornato il sole, con annesso caldo, quindi addio al clima giusto per leggere certe storie... sigh!).

Rubrus il 2018-10-08 13:02:36
22.11.63 è uno dei pochi King che non ho letto, mentre, quanto alle immagini, non sono io a sceglierle ; non sapevo che Kocurek avesse realizzato diverse copertine dei romanzi di King e quindi tutto quello che ne è venuto fuori sono coincidenze causate dal fatto che le basi di partenza sono comuni. Se, malgrado ciò, il racconto funziona, ottimo. A volte mi capita di condensare tutto un effetto in un'unica frase e, se succede, sono ampiamente soddisfatto.

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Paolo Guastone il 2018-10-08 13:04:28
Brividi di Ottobre. E che brividi! Atmosfera cupa, grigia, solitaria e senza speranze. Il povero Al sa già cosa lo aspetta ma prosegue dritto per la propria strada. Fino all'inevitabile finale che, degnamente, mette l'ultima pennellata di grigio. Piaciuto molto.

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Gerardo Spirito il 2018-10-08 14:19:54
Sono d accordo con quanto dicono essenzialmente gli altri, un gran bel racconto (inedito?), col finale riuscitissimo e un'atmosfera grigia e spettrale che ben si addice a un mese come ottobre. È interessante anche l'idea di scrivere una storia partendo da un dipinto o da un'illustrazione, come avevi fatto prima con altri tuoi, fra cui l'ultimo "L'inciampo". Ci provai in passato, molti anni fa a dire la verità, con un quadro di Rob Gonsalves ma il risultato non mi ha mai entusiasmato. A presto Rub!

Rubrus il 2018-10-08 14:54:34
Ciao. Sì inedito. Dopo un periodo di "stanca" qualcosa, nello scantinato delle mie meningi, sta muovendosi. Meno male perchè mi sarebbe spiaciuto (solo a me magari, ma vabbè) veder esaurita la vena creativa. Questo approccio relativamente nuovo mi ha aiutato. Spero che duri un po'.

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Antonino R. Giuffrè il 2018-10-08 15:54:39
Classico racconto rubrusiano: due personaggi, di cui almeno uno presumibilmente molto colto, che parlano tra di loro fino al rivelamento finale, atmosfera underground, l’insolvenza – o un uso equivalente - come pegno di morte ecc. Piacevolissima lettura. Ps. Non mi permetterò più di segnalare niente a chicchessia, però nei tuoi confronti credo di poter fare una piccola eccezione, poiché sono certo che si tratta di refusi non voluti e quindi non rischio un inutile contradditorio: “Non potevo fare questo lavoro, altrimenti” (o addirittura, visto che Al conosce anche il greco, “Non avrei potuto fare questo lavoro, altrimenti”, “Allontan(ò)”. Ciao.

Rubrus il 2018-10-08 16:32:08
Ma figurati! Ci mancherebbe altro. E' un refuso: "non potrei (tutto sommato lo sta ancora facendo) fare questo lavoro, altrimenti" mi sembra la soluzione migliore. Ho anche trovato un'altra imperfezione: "strada / strada" ripetuto a breve distanza. Ora correggo.

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Blue il 2019-01-07 14:05:45

Se ho compreso bene il finale (non ci giurerei), i due (il bambino e il suo uccisore) erano ritornati per "punire" il barista... se è così, mi sembra una punizione un po' eccessiva, solo per non aver accettato di dare un resto. Ma in fin dei conti, è soltanto un racconto, no? Non siamo qui per sindacare la trama, ma solo per "discutere" sul valore della storia. Solo che nel tuo caso, ormai anche questo è un affare secondario... tu hai il tuo stile, e più o meno abbiamo già tutti messo una pietra sopra sul fatto che sia decisamente sopra la media. Già, ma allora di cosa parliamo?
Sì insomma, hai ammazzato la conversazione...

Rubrus il 2019-01-07 18:24:47
Ciao e buon anno. Il punto è proprio questo. Il bambino torna (e prima è tornato a prendere il suo uccisore) perchè Al gli ha insegnato che "i conti devono quadrare sempre" , e questo insegnamento, secondo un percorso causale atipico, ma non impossibile, è stato la causa della sua morte. E adesso c'è un resto da rendere.

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