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Semi di zucca (brividi d'ottobre)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-10-01 18:29:34


«Dicono» aveva raccontato il nonno «dicono che, in una notte d'autunno, Jack, un fabbro astuto e ubriacone, incontrò il diavolo in un bar – o in un pub, come lo chiamano da quelle parti. Il diavolo gli disse che era venuto a portarlo via e Jack rispose che, prima, doveva pagare il conto, ma che non aveva soldi e che quindi non poteva andarsene. Il diavolo, allora, si trasformò in una moneta. Jack afferrò la moneta e la infilò nel borsellino. Sopra il borsellino era ricamata una croce e così il diavolo, che non se ne era accorto, rimase prigioniero. Jack allora disse che lo avrebbe lasciato andare solo se lo avesse lasciato in pace per dieci anni e il diavolo dovette cedere».
A questo punto il nonno aveva sorriso e la sua faccia era rossa e grinzosa come le foglie che cadevano dal castagno piantato dietro all'orto, in mezzo al campo di erba medica.
«Dieci anni dopo» aveva proseguito «il diavolo tornò da Jack e gli disse che, stavolta, lo avrebbe portato con sé. Jack rispose che andava bene, ma che, prima, il diavolo avrebbe dovuto salire su un albero lì accanto... chissà forse l'albero era un vecchio castagno, proprio come quello che abbiamo piantato io e tua nonna tanti anni fa. Sia come sia, il diavolo si arrampicò in un lampo sulla cima del castagno, ma Jack fu anche lui veloce: tirò fuori il coltello e incise una croce sul tronco, così il diavolo fu imprigionato un'altra volta».
Il nonno stava pulendo una zucca e, a questo punto, aveva smesso e aveva fissato il coltello che lanciava barbagli rossastri nella luce smorta della cucina.
«Jack disse al diavolo che lo avrebbe lasciato andare solo se avesse promesso di non tornare mai più. Il diavolo si arrabbiò, ruggì e strepitò, ma alla fine dovette cedere».
Il nonno aveva sorriso di nuovo ed aveva ripreso a pulire la zucca, separando i semi dalla polpa arancione, ammucchiata in un grumo umido e luccicante in un angolo del tavolo.
«Tanti, tanti anni dopo, Jack morì, ma quando, per via dei tanti peccati commessi, dovette andare all'Inferno, il diavolo gli rise in faccia e lo cacciò fuori, nel buio, nel freddo e nella solitudine. Jack si lamentò e urlò e pianse, ma il diavolo lo mandò via tirandogli dietro un tizzone ardente. Jack lo raccolse, lo infilò in una rapa che aveva con sé e si allontanò. Da allora Jack vaga tra la terra dei vivi e quella dei morti e, in questa notte dell'anno, quando gli è concesso avvicinarsi al nostro mondo, si usa prendere un rapa – o una zucca, proprio come questa – svuotarla, metterci dentro una candela e sistemarla sulla soglia di casa, così che Jack capisca che questo non è posto per lui e continui il suo viaggio».
Il nonno aveva intagliato nella buccia della zucca un paio di occhi, un naso triangolare e una bocca piena di denti appuntiti, poi l'aveva sollevata e l'aveva fatta vedere per bene a Walter e Walter aveva riso, ma aveva avuto anche un po' paura perché si era immaginato come potesse essere quella zucca appesa vicino alla porta, con dentro una luce sanguigna che brillava nel buio, i nuvoloni neri che, ribollendo, riempivano il cielo e le foglie morte che strisciavano sul vialetto come artigli che graffiassero il cemento.
Il nonno aveva riso più forte, poi aveva preso i semi della zucca e li aveva abbrustoliti e tutti e due li avevano mangiati guardando fuori dalla finestra la nebbia che saliva dall'erba bagnata, come se la terra respirasse pian piano nell'aria che si raffreddava.
Era passato un anno e il nonno era morto.
Walter avrebbe tanto voluto andare a trovarlo, ma la mamma si era opposta perché, gli aveva detto, avrebbe avuto un trauma. Walter era andato a vedere il significato della parola “trauma” e aveva pensato che non gli sarebbe successo un bel niente. Anche papà, che era il figlio del nonno, aveva detto che non sarebbe successo nulla, ma mamma aveva insistito ed aveva ricordato che, qualche mese prima, dopo quella faccenda della zucca che il vecchio (per mamma il nonno era “il vecchio”) aveva intagliato e appeso fuori della porta, Walter aveva avuto gli incubi per una settimana e, a quel punto, papà e mamma avevano litigato.
Litigavano spesso, e per qualunque cosa, specie da quando papà aveva perso l'impiego e la mamma riusciva solo a trovare qualche lavoretto in nero qua e là – e non era una bella cosa perché tutte le cose brutte erano nere.
Walter capiva che i suoi litigavano non perché non si volessero più bene, ma perché erano spaventati dalla Gente della Banca.
La Gente della Banca vestiva di nero, o meglio, di grigio, ma di un grigio che era più cupo del nero e voleva che mamma e papà pagassero il mutuo.
Un paio di volte la Gente della Banca era venuta a casa, ma, l'ultima, papà aveva detto che sarebbe andato a prendere il fucile del nonno e la Gente della Banca non si era fatta più vedere.
Scrivevano, però, e Walter capiva quando erano lettere della Gente della Banca perché, sopra, c'era un'enorme zucca arancione e quella sì che faceva davvero paura, anche se non aveva né occhi, né naso, né zanne intagliate.
Alla fine, erano andati tutti ad abitare nella casa del nonno, che era diventata di papà e, per un po', la Gente della Banca li aveva lasciati in pace, forse perché non riusciva a trovarli, dato che la casa del nonno era fuori città.
Si trovavano bene e papà, che era sempre senza lavoro, aveva provato a coltivare l'orto. Un pomeriggio, lui e Walter avevano piantato dei semi di zucca e Walter aveva pensato che, quell'anno, avrebbero avuto delle zucche belle grosse e magari ne avrebbero presa una, l'avrebbero intagliata scavando occhi e denti e l'avrebbero messa fuori dalla porta, proprio come aveva fatto il nonno.
Un giorno d'estate, durante un temporale, il castagno che stava dietro l'orto, in mezzo al campo di erba medica, era caduto perché era vecchio e malato e Walter aveva pianto perché gli era sembrato che il nonno fosse morto un'altra volta.
Il mattino dopo era arrivata un'altra lettera dalla Gente della Banca, con sopra una zucca arancione.
Mamma e papà avevano ricominciato a litigare e mamma diceva che papà beveva troppo e stavolta aveva ragione lei.
All'inizio dell'autunno, mamma aveva detto che aveva trovato lavoro all'estero, che sarebbe andata via per un po' e che, quando si fosse sistemata, avrebbe fatto venire papà e Walter da lei.
Papà non era sembrato contento, ma non pareva più contento o triste per niente, negli ultimi tempi. Ogni tanto Walter lo guardava che puliva e ripuliva il fucile per intere mezz'ore. Allora lo chiamava e papà si scuoteva, come se si svegliasse da un sogno, e non sembrava essersi accorto che era passato tutto quel tempo.
Mamma era partita una mattina e quello era stato il primo vero giorno d'autunno, col vento che spingeva le nuvole come se volesse ammucchiarle contro l'orizzonte e le foglie degli alberi che frusciavano tra loro come gridando di paura.
Papà aveva guardato mamma salire in auto e, quando era partita, aveva alzato il braccio e l'aveva tenuto così un bel po' anche dopo che la macchina era scomparsa, poi l'aveva abbassato ed erano entrati in casa chiudendosi la porta alle spalle e papà si era seduto in cucina, proprio nello stesso posto in cui si sedeva il nonno, e aveva iniziato a pulire il fucile.
Era passata una settimana, poi due, poi tre, e la terra aveva ripreso a fumare, soffiando fuori la nebbia, e le foglie a raschiare il vialetto nelle notti che si facevano sempre più lunghe e più fredde.
Nel campo di erba medica si sentiva la mancanza del castagno ed era come se le nuvole, in cielo, avessero perso un sostegno cui appoggiarsi.
Nell'orto non spuntava granché, perché papà non era bravo come il nonno, ma la zucca era cresciuta grande e rigogliosa, coi viticci che affondavano nel terreno e strisciavano in giro come se volessero afferrare tutto quello che potevano e quando papà la guardava riusciva persino a sorridere e diceva che avrebbero fatto una bella scorpacciata.
Un mattino, papà aveva chiesto a Walter se voleva che intagliasse la zucca, scavando occhi, naso e bocca, e la mettesse sulla porta e aveva detto che, anche se non era bravo come il nonno, ci poteva provare, ma Walter aveva risposto di no e che non aveva paura che Jack lo venisse a trovare.
La Gente della Banca era arrivata due giorni dopo, in un pomeriggio scuro come se, a un certo punto del cammino, il sole fosse inciampato e caduto anzitempo oltre l'orizzonte.
Erano vestiti di grigio, quel grigio strano che faceva più paura del nero e, quando avevano bussato alla porta, Walter aveva detto loro che papà si trovava nell'orto.
Loro avevano annuito, con un movimento della testa che ricordava quello delle cornacchie quando becchettavano, e si erano diretti sul retro, con Walter che li seguiva silenzioso come la rugiada che si posava sull'erba prima di diventare nebbia.
Si era nascosto e aveva sentito la Gente della Banca parlare con papà e poi urlare e gridare, anche se non capiva che cosa dicevano, prima perché non voleva ascoltare, poi perché erano solo strida e grugniti e versi.
A un certo punto era arrivato il colpo di fucile e Walter se lo aspettava, proprio come si aspetta il tuono dopo il lampo, come era successo quando il temporale aveva schiantato il vecchio castagno.
Era corso dentro e aveva visto uno della Gente della Banca a terra e papà che lottava con l'altro.
L'Uomo della Banca, che era più grosso e più forte, aveva levato il fucile dalle mani di papà e l'aveva alzato sopra la testa.
Per un istante, Walter aveva visto la faccia di papà, poi l'altro aveva abbassato il fucile e la testa di papà si era spaccata come un grosso frutto succoso che viene scagliato per terra.
Papà era crollato a terra e l'Uomo della Banca lo aveva colpito più e più volte, emettendo una specie di “uuh, uuh, uuh” come un grande, strano uccello notturno.
Alla fine si era voltato, aveva guardato Walter e aveva spalancato gli occhi e la bocca come per urlare, ma non aveva fatto in tempo perché i viticci della zucca erano saltati su dal terreno e lo avevano avvolto a decine, a dozzine, imprigionandolo come se volessero rinchiuderlo in un gigantesco, bizzarro gomitolo.
Walter aveva visto l'Uomo della Banca provare ad urlare senza riuscirci mentre i rami della zucca gli si infilavano in gola, poi aveva sentito il rumore delle ossa che si spezzano e alla fine aveva intravisto un liquido scuro filtrare tra i viticci.
La zucca aveva trascinato il corpo dell'uomo al suolo, poi sottoterra, poi c'era stato uno sbuffo di fumo, come se il terreno ansimasse dalla fatica, e una nuvola di nebbia che subito si era dissolta, poi basta.
Walter si era seduto per terra ed aveva aspettato perché sapeva chi stava per arrivare e quando la figura fatta di nebbia e rumore di foglie morte e notti d'autunno era comparsa, lui l'aveva guardata negli occhi fiammeggianti e nella bocca piena di denti acuminati, ma non aveva avuto paura, perché anche il diavolo aveva avuto un po' di pietà quando, per scaldarlo, gli aveva scagliato addosso il tizzone e perché vagare nel freddo e nel buio poteva essere un po' meno brutto se si era in due.
 
 

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L'AUTORE Rubrus

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Gerardo Spirito il 2018-10-02 02:33:14

Il caso vuole che ultimamente mi sia interessato a leggere alcuni racconti che hanno in comune l\'incontro con il diavolo, come ad esempio \"l uomo vestito di nero\" di king e un altro di Asselineau; il tuo racconto è ben scritto e strutturato, letteralmente una storia dentro la storia, atmosfere smorte e fumose che mi hanno rievocato il mondo tetro de \"il mistero di sleepy hollow\". Mi è piaciuto molto. E mi piace anche l\'idea di una raccolta a tema autunnale Rob ;)

Rubrus il 2018-10-02 17:08:03
Uno dei racconti che più mi sono rimasti impressi e che riguardano l'incontro - o lo scontro - col diavolo è "Janet la storta" di Robert Louis Stevenson. Andiamo indietro negli anni, ma il racconto, secondo me, è ancora efficace. Stilisticamente poi ha un che di "favolistico" che nella traduzione si perde, perchè, per buona parte, è scritto in dialetto scozzese. C'è poi una vecchia antologia della collana "I mammut" della Newtn Compton http://www.fantascienza.com/catalogo/volumi/NILF108624/storie-di-diavoli/ che offre una panoramica abbastanza vasta sull'argomento. Quanto all'indicaizone del luogo in cui si svolge la storia, l'ho lasciata a bella posta vaga, perchè reputo che sia poco importante, anzi, forse persino controproducente. "Walter" è un nome che si usa in diversi paesi.

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Paolo Guastone il 2018-10-02 10:40:33
Le lettere della banca con sopra la zucca arancione.... Bella trovata, davvero! Come i viticci della zucca (a proposito, anche le mie nell'orto hanno camminato parecchio...) le tue parole ci prendono e ci portano fin dentro il racconto, fino all'inevitabile vendetta, che ci sta tutta, e al finale che, però, immaginavo meno triste (ma essendo un racconto horror dovevo aspettarmelo).

Rubrus il 2018-10-02 17:09:42
Ovviamente non ho un particolare astio verso quella banca - ogni riferimento a fatti, persone, cose ecc... - ma l'accostamento era troppo... come dire... goloso (parlando di zucche, ci sta).

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Vecchio Mara il 2018-10-02 17:39:45
Se penso che alcuni anni fa stavo aprendo un conto-deposito con la banca della zucca, mi vengono i brividi. A parte le battute, davvero un grandissimo horror. Diciamo pure un modo più horror e meno favolistico d'interpretare la carrozza di cenerentola... Qui la zucca, invece che trasportare Cenerentola al ballo, trascina all'inferno il il vampiro mandato dalla banca.... ben gli sta, così impara, la banca, ad appropriarsi della zucca per reclamizzare i suoi prodotti! Piaciuto moltissimo. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-10-03 14:29:45
Ovviamente non intendo parlare di quella specifica banca, nè rivolgere ad essa una critica particolare rispetto alle altro: sono banche e fanno il loro mestiere. Tra l'altro, proprio stamattina ho letto di un'imprenditrice lombarda arrestata perchè, per recuperare il proprio credito - sessantamila euro - si era rivolta ad alcuni noti esponenti della 'ndrangheta (da lei stessa affettuosamente definiti in un'intercettazione le belve da scatenare) che avevano riempito di botte il debitore per fargli scucire i soldi. Quindi che le banche sono cattive, o gli imprenditori sono cattivi, secondo me sta a zero. Ognuno fa il suo mestiere. Poi dipende da come.

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-02 18:33:22
Bè, ho appena riletto dal volume cartaceo, una volta che è apparso su PIAF, questo semi di zucca che è uno dei racconti che più amo dei tanti tuoi, uno per me dei "maggiori", insieme a Casa dell'Ade che è in questo catalogo e che devo ancora andare a rileggere e ritrovare degnamente. La prima volta che lessi su Neteditor questo racconto mi convinsi, prima a caldo e poi a freddo, che il tuo mestiere è al livello di Buzzati, Landolfi, Sclavi e Mari, tutti grandi narratori del fantastico. Sono passati anni e ancor di più ti leggo volentieri, credo non influenzato dalla nostra amicizia, e ultimamente ho capito che il tuo artigianato è molto affine a quello del grande maestro veneziano del fumetto Dino Battaglia. Il grande orafo dei fumetti poneva le tavole appena create davanti a uno specchio e valutava, girandole e rigirandole, l'equilibrio tra i bianchi e i neri, tra i chiari e gli scuri. Se il risultato non era quello desiderato, procedeva alle correzioni graffiando o elidendo i neri o inserendo parti scure e chiare, e se qualcosa non lo convinceva, buttava tutto e ricominciava da zero. In questo racconto c'è una tale precisione di tessitura nel gioco delle parti, dalla trama, all'intreccio, alla caratterizzazione dei personaggi, ai dialoghi, alla stessa ambientazione, da restare stupiti, a bocca aperta, e per la quale mi permetto una minima digressione. Dietro una certa coloritura favolistica celtico irlandese ci sta tutta la cultura contadina e cristiana della nostra piana padana. Sono molto legato a Mantova, dove degli amici mi hanno insegnato a coltivare la zucca- e quest'anno ho avuto un raccolto eccezionale -. La zucca da noi appartiene all'autunno, al Natale, alla notte in attesa di luce, al vegetale che s'abbarbica e resiste, alla scorza dura e scabra ma al contenuto saporito e ricco, alla sobrietà che dà sapore bastando a se stessa; infatti, il risotto o il tortello di zucca sta al magro della vigilia del Natale (l'attesa notturna) come altre pietanze connotavano la Pasqua e la festa diurna e solare della resurrezione. La zucca è intima e connota la famiglia, le altre portate sono pubbliche e per la comunità allargata. Quanto si riporta per connotare questa strepitosa lotta tra il bene e il male che non ha niente di schematico e manicheo, ma ha la magia, il sapore, l'atmosfera di un Bene che è concretezza, vicinanza, resistenza, lotta per non vedere mai spegnersi il sorriso di chi amiamo, senso di un oltre terragno e nello stesso tempo squisito, spirituale, come un piatto di tortelli di zucca, olio (o burro) e salvia che serviamo in tavola fumante ai nostri cari. Li vediamo avventarsi sul piatto, sentiamo le loro frasi che ci cercano l'anima, brindiamo con le loro e il Diavolo è sconfitto. Insomma, quante parole per dire che questo è un capolavoro. Come posso mai riuscire a fare un passabile chiaroscuro critico? Fantastico.

Rubrus il 2018-10-03 17:42:54
Premetto che quest'anno le zucche sono buone. Detto ciò, "Semi di zucca" ha un percorso abbastanza comune tra i racconti in senso lato fantastici: parte da una premessa fantastica, se ne discosta e infine, quasi a mo' di dimostrazione, vi torna - o vi giunge. Anche "Casa dell'Ade" ha questa struttura, benchè tutto si mantenga su un piano decisamente più realistico (la chiusa di CdA è più un'aspirazione, un desiderio, che un compimento). Probabilmente se i racconti funzionano è anche per la loro coerenza logica. Attenzione: "logica" per modo di dire perchè la premessa è la veridicità di una storia fantastica. Per questo motivo penso che la vera collocazione di questa storia stia tra "tempo fa, in un paese lontano lontano" e un qualunque posto dove crescano le zucche - e quindi anche la Pianura Padana va bene.

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90Peppe90 il 2018-10-03 17:04:55
Credo che questo racconto sia come il buon vino: ogni anno che passa, mi piace sempre di più, nello stile narrativo, nell'intreccio, nella parte conclusiva. Mi pare di averti già detto che vado a ripescarmelo, annualmente, in occasione di Halloween. Quest'anno mi hai piacevolmente anticipato. Per altro, oggi sembra che l'autunno sia arrivato anche qui (fino a ieri c'era un clima ancora molto estivo...!) e perciò leggerlo con il sottofondo della pioggia che scroscia sulla finestra rende l'esperienza ancora più immersiva e totale. Ho avuto modo, poi, di trovarmi d'accordo con Mauro: anch'io ritengo che, con tutto il rispetto per altri tuoi racconti che tanto mi sono piaciuti (quello del confessionale è sempre lì fisso in mente!), questo qui e Casa dell'Ade sono i tuoi "Big Two"! Alla prossima, Rub, e che sia un autunno come si deve!

Rubrus il 2018-10-03 17:44:22
Come dicevo, lungi da me il proporre una raccolta, ma mi stuzzica l'idea di raggruppare i racconti "a tema" - lasciando anche, sperabilmente, al nuovo, il dovuto spazio.

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Blue il 2018-10-04 10:26:30

Certo che le similitudini ti piacciono proprio, eh?
In questo racconto ne hai infilate addirittura venticinque... a tua attenuante, va riconosciuto che la stragrande maggioranza di queste sono molto belle. E' una favola più che una storia, hai ragione, e con l'avvicinarsi di Halloween anche l'ambientazione è adeguata: un racconto in stile Poe, inquietante senza che accadano particolari avvenimenti macabri.

Rubrus il 2018-10-04 14:22:25
Oddio... sei stata lì a contarle? Pazzesco. In realtà, solitamente ne uso abbastanza poche, ma soprattutto ne lascio, in seconda stesura, ancor meno. Di solito vi ricorro in dosi massicce quando voglio dare un tono favolistico, onirico al racconto, come in questo caso, perchè il paragone, funzionando in base alla analogia, più che alla logica, accresce l'atmosfera "fantastica" del racconto. Cerco sempre, però, di usare paragoni concreti, invece di aggettivi che servono a poco e spesso disturbano.

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