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Mauro Banfi il Moscone

Non davvero ora non più

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Horror / Mistery / Pulp

pubblicato il 2018-09-29 10:51:07

 

                                 


Il commissario di pubblica sicurezza Antoine Lafitte, capo della gendarmeria di Bruxelles, si trovava con il suo più fidato collaboratore, Paul Valoux, nello studio del pittore Renè Magritte.        
La moglie, Georgette Berger, ne aveva denunciato la scomparsa: mancava da casa da tre giorni.   
Lafitte da anni era un fervente ammiratore delle opere del pittore e si buttò nel caso con un entusiasmo speciale.    
        
«L’ultima volta che ha visto suo marito era qua nel suo atelier, madame Berger?»      
«Sì commissario, veda, mio marito è un uomo mite, metodico e come dire: straordinariamente anonimo. 
Segue sempre gli stessi orari e veste sempre in modo formale e la sua bombetta è il suo segno di riconoscimento.
I nostri vicini di casa regolano gli orologi, quando esce per la sua abituale passeggiata mattutina.    
Tre giorni fa l’aspettavo al piano di sotto, in salotto, per la cena, e non si è presentato.      
Allarmata, sono salita nel suo studio e lui non c’era.       
Vi prego, aiutatemi.»       
La donna era sinceramente addolorata, Lafitte riconosceva subito i teatranti; li smascherava captando una certa luce falsa verdognola nei loro occhi, rivelatrici finestre dell’anima. 
«Profonderemo il massimo sforzo, madame. Adesso si rilassi e rifletta su qualche particolare che potrebbe essere utile, mentre ispeziono l’ambiente.»
Lafitte e il suo assistente Valoux perquisirono delicatamente l’atelier, senza trovare nessun indizio interessante.
Si trovarono insieme di fronte a un grande quadro, l’ultimo che stava dipingendo Magritte.

Entrambi i poliziotti rimasero colpiti, e nello stesso tempo ammirati, dall’immagine macabra, inquietante, in cui aleggiava un clima infestato di infausti presagi.       
Magritte con la sua arte li faceva attraversare con lo sguardo due stanze comunicanti di una casa, in fondo alle quali s’intravedeva un balcone sprovvisto di porta che dava sulle cime di una montagna innevata. 
Le stanze erano scarsamente arredate e avevano pareti grigie e spogli pavimenti di assi di legno.        
In primo piano, due uomini in bombetta stavano appostati ai lati dell’entrata della seconda stanza.       
Sembravano ragionieri ma avevano il contegno di emissari di una setta fanatica di assassini e, armati di randello e rete da pesca, si preparavano a un’aggressione.        
Nella seconda stanza un giovane che indossava un elegante completo fatto su misura stava in piedi davanti a un grammofono e guardava compiaciuto all’interno della tromba, ascoltando un ritmo o una melodia.
Il giovane appariva lieto, sollevato, anche se alle sue spalle giaceva riversa su un letto il corpo di una donna nuda.     

Probabilmente era stata appena assassinata perché dalla sua bocca usciva un fiotto di sangue e aveva la gola tagliata e poi ricoperta con un panno.     
Dal balcone emergevano, posizionate l’una accanto all’altra come se fossero piantate in una cassetta di fiori, le teste di tre uomini dai capelli ben tagliati che guardavano nella stanza.

Lafitte diede un lieve colpo di gomito a Valoux e sussurrò:     
«Paul, quest’uomo ha visto qualcosa che non doveva vedere».
«E’ evidente, Antoine».   
Il commissario ritornò nel salotto dove erano stati accolti e si rivolse a Georgette Berger:    
«Suo marito le ha raccontato di qualche episodio strano a cui aveva assistito ultimamente?»        
«Ispettore e gentile collaboratore, vi prego di seguirmi…»

Con brevi e agili passi Georgette li guidò verso una angusta camera attigua il salotto: aprì la porta, accese la luce e al centro della stanza disadorna campeggiava un quadro di Magritte.       
Lafitte lo riconobbe con emozione, era lo straordinario “Le fantasticherie di un passeggiatore solitario”. 

 

 

                        
«Veda Monsieur Laffite, questo dipinto è la rappresentazione dell’episodio inquietante che mi richiedeva, l’evento che ha influenzato tutta l’esistenza di René.       
Come forse già sa Magritte perse sua madre a soli quattordici anni: Adeline Isabelle Régine Bertinchamps, fu ripescata, annegata, dal vicino fiume Sambre il 12 marzo 1912, con il volto completamente fasciato dalla camicia da notte. Aveva solo quarantadue anni.   
La breve inchiesta della gendarmeria di Châtelet si concluse con un verdetto di suicidio e penso l’abbia già consultata prima di venire da noi.         
Come è noto, in un primo momento, le dichiarazioni del marito, Leopold Magritte, che attestavano lo stato di depressione della moglie furono decisive per la rapida conclusione dell'inchiesta.        

Dopo la morte di suo padre, anni dopo, Renè scrisse per me e per la gendarmeria una memoria in cui narrava un’altra storia sommersa relativa a quella tragedia.        
La situazione economica della famiglia a quel tempo non era buona e Adelyne, più o meno consenziente il marito, arrotondava con la professione più vecchia del mondo, facendo la cortigiana per alcuni ricchi borghesi che aveva conosciuto quando lavorava nel campo della moda.
Una sera vi fu un forte alterco alla presenza di René fra marito e moglie; la donna accusava e ridicolizzava apertamente il marito – Renè non ricordava esattamente per quale motivo - che, in un accesso d'ira picchiò e uccise la moglie soffocandola con la tovaglia della cucina.    
Il padre di René accertata la morte della moglie, insieme al figlio caricò la moglie su di un auto e di notte la portò sino al fiume Sambre.
Poi, aiutato dal figlio la lasciò scivolare in acqua così come si trovava, in camicia da notte e con la tovaglia sul volto.  
Questa si gonfiò e si appiccicò sul volto in acqua e così venne ritrovata, a Namur, nei pressi del ponte dell'Évêché.
L’autoaccusa di complicità fatta da René non  è stata quasi mai considerata ai fini dell'inchiesta e poi ormai Magritte era diventato Magritte, una celebrità del surrealismo a livello mondiale e una delle poche personalità artistiche di spicco in Belgio e si lasciò perdere.
Come vedete nel dipinto, l'uomo in nero con la bombetta è il pittore stesso che si sente proiettato nell'incubo della scena del suo passato adolescenziale e vive l'incubo del suicidio della madre, espresso dalla donna nuda, immobile e rigida come un idolo di legno, una sorta di Dea fluviale muschiosa e inerte.     
Ora: potremmo fare molte considerazioni su quest’opera e quell’evento traumatico ma mi preme narrarvi solo quei particolari che ritengo importanti per ritrovare Renè, ed essendo alquanto scabrosi e scandalosi devo chiedervi, ispettore Laffite, il massimo riserbo…»
«…potete contare sulla mia massima discrezione, Mme Georgette, nei limiti ovviamente consentiti dalla legge…»       
«…è ovvio, monsieur, grazie di avermelo ricordato.         
Bene, detto questo, dovete sapere che ogni dodici marzo, da quando ci conosciamo, Renè mi chiede di compiere per lui e con lui un singolare anniversario e l’avete visto raffigurato in quell’altro grande quadro dalla posizione della donna sgozzata.       
Ebbene, intorno alle undici di sera di ogni dodici marzo, Renè mi chiede di spogliarmi nuda e di adagiarmi sul nostro letto nuziale coprendomi la testa con il lenzuolo. 
Dopodiché resta a guardarmi per circa mezz’ora e comincia a disegnare o a dipingere qualche immagine o qualche scena.»
«Scusi se la interrompo, madame, ma credo di cominciare a capire che cosa ci vuole suggerire: oggi è il quindici marzo e pertanto, mi sembra d’intuire, l’ultimo vostro intimo “anniversario” non si è compiuto, giusto?»        
«Molto perspicace, M. Laffite: ora sapete perché il mio cuore è stretto dall’angoscia. Non è da lui farmi soffrire così: in tutti questi anni mi ha sempre amato teneramente e trattato come la sua regina. Per sparire così, o è fuori di sé o gli è capitato qualcosa di terribile»
Dopo aver pronunciato l’ultima frase Georgette cominciò a piangere sommessamente, con un modo discreto e gentile che affascinò il commissario Lafitte, che le porse il suo fazzoletto nuovo.
«Non perda la speranza, Mme Georgette: credo di aver intuito dove è finito M. Magritte e conto di riportarlo a casa al più presto.
Non si lasci andare e resista. Noi ora dobbiamo andare, con permesso.»
Georgette, dopo quelle parole precise e pacate, riprese luce negli occhi e circolazione sanguigna nelle guance.       
«Che Dio la benedica, ispettore, se quello che prevede s’avvererà…grazie per la visita, messieurs. » 

 

     
«Caro Valoux, gli elementi del dipinto sono evidenti, per quanto celati nell’inquietante quanto magistrale non-detto di Monsiuer Magritte. L’accenno al Signal de Botrange, la vetta più alta del Belgio (la cui cime fa da orizzonte e si coglie con lo sguardo dal ponte dell'Évêché) e ai tre pescatori che ritrovarono in Rue Bord de l’Eau la povera madre annegata…»
«Quella stradina che costeggia il fiume Sambre a Namur, nei pressi del ponte dell’Évêché: siamo quasi arrivati, Antoine, dove pensi che sia il nostro Magritte?»      
«In un posto appartato vicino al luogo del ritrovamento di sua madre: tre giorni fa era il cinquantesimo anniversario del suo suicidio e starà senz’altro terminando il suo rituale di memoria, che per quest'occasione gli ha preso più tempo.
Secondo i resoconti dei nostri colleghi il cadavere di Madame Bertinchamps venne portato in una radura, in un vicino boschetto adiacente al ponte dell’Évêché, immortalato nel quadro di Magritte.
E lì lo troveremo, Paul.» 

 

                                
La scena che si presentò al loro sguardo nella radura era incredibile.
Magritte, inappuntabile nel suo completo da medio borghese con bombetta stava dipingendo un quadro che affascinò all’istante l’ispettore Lafitte.  

 


                                  
Vi erano presenti molti dei temi che rendevano grande l’arte del suo pittore preferito.
La presenza della morte e dell'amore, Eros e Thanathos e dell'incomunicabilità tra esseri umani.
L'uomo in nero con la cravatta nera e la donna al suo fianco sembrano alludere anche al pittore e alla moglie Georgette e a un'altra possibile chiave di lettura (Magritte stimolava Lafitte alle più profonde immaginazioni): il bacio negato, i volti annientati da candidi sudari, il velo che separa, come la malinconia dell’artista che non riesce ad aprire un passaggio di comunicazione tra gli esseri e l’Essere.
Davanti al cavalletto c’era un manichino di donna a gambe aperte con il volto coperto da un lenzuolo.   

«Buongiorno, messieurs. Lei deve essere il commissario Lafitte, non è vero? La conosco di fama e per via delle fotografie sui giornali e inoltre sono un appassionato di storie gialle e le devo confessare che sono un suo ammiratore.        
So già che indagando ha scoperto il mio trauma adolescenziale.
Quell’orrore mi ha marchiato a fuoco nell’anima con quest’immagine terribile che continuamente ritorna nel mio cuore.
Prima di gettare mia mamma nella Sambre, mio padre sparì per qualche minuto in questo boschetto per fare un bisogno e io restai per una decina di minuti a contemplare il corpo strangolato di mia madre.
Il vento sollevò la camicia da notte di mia madre sul suo volto e restai lì a contemplare il suo corpo nudo per dei momenti eterni.
Sa, in quegli istanti diventai un pittore e da allora cominciai a rappresentare un unico tema ossessivo, un quadro eterno dal titolo “Non davvero ora non più”.        
Quel diavolo di mio padre in una sera ha distrutto la mia innocenza di ragazzo e ha sgretolato il mio presente.  
Era una montagna incantata e lui l’ha fatta esplodere e franare con la dinamite.        
Niente più ora.
Il demòne assassino aveva anche già scritto il mio futuro: non davvero mai più.        
Quella sera una fata pietosa scese nella mia anima – forse commossa da tanto orrore o forse adempiendo alla sua missione, chissà – e mi fornì uno strumento per liberarmi dal carcere del tempo che è sempre-già: la pittura.  
Veda, M. Laffite, credo che ogni trauma stesso produca nell’anima umana l’oblio.     
Il fatto è che la persona colpita da un trauma non si trova di fronte al dolore, ma è lui stesso dolore.   
Negando il dolore negherebbe se stesso.
Il dolore non è un accidente eliminabile: esso sta alla base della vita. L’uomo potrebbe sopprimerlo solo negando la vita, quindi - se fosse possibile - mediante la ragione o il denaro o la tecnologia, tutti mezzi inutili e superflui.         
Non c’è un mezzo materiale contro il dolore, poiché il dolore esprime già qualcos’altro, oltre l'umano.  
Solo ciò che si esprime nella gioia può « rimuovere » ciò che si esprime nel dolore.     
E la pittura può aprire un passaggio da questo mondo di violenza e orrore verso altre dimensioni di gioia, amore e contemplazione.
Solo in questo modo possiamo liberarci dal sudario dell’incomunicabilità che ci soffoca ogni giorno.
E ora, messieurs, vi chiedo solo qualche minuto di pazienza: finisco un paio di sfumature e poi torniamo da Georgette.
Ripagherò l’angoscia che le ho causato con il dono di questo dipinto.
Vi piace? Che titolo suggerite, messieurs?»     

 


        
 

 

 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

P.I.A.F. è come la mia passata quinta elementare, quando il maestro Crippa istituì la biblioteca circolante e con letture di pezzi scelti e di sinossi m'introdusse alla grande tradizione dell'avventura. Già allora imparai che Poe, Stevenson, Melville, Salgari, Defoe, Verne, Conrad e London si erano divertiti e appassionati a scrivere romanzi marinareschi proprio perché il filone già esisteva prima ( i vari resoconti di Colombo, Marco Polo e altri esploratori), e avevano provato il piacere intenso di essere una perla della collana di una tradizione letteraria. Anche in questo fantastico sito sta accadendo che il proverbiale narcisismo degli scrittori conta molto meno del piacere di far parte di una compagnia, come se la partecipazione fosse premio a se stessa. Questo è il grande gioco della letteratura: il comprendere che il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie, racconti per noi stessi. Abbiamo solo questa forza per controbattere l'aumento costante dell'entropia, il vero It, il male che dobbiamo affrontare.

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-29 10:56:13

Tutte le immagini sono di Renè Magritte, tranne la penultina "Il manichino di Magritte", opera di Mauro Banfi.
Il racconto è dedicato a Caribbean Caribù

                            

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-09-29 12:36:56
Ciao, Maurone. Ancora una volta, un riuscito racconto incentrato su un artista, sull'arte visiva, che sta in strettissima correlazione con la tua anima e le tue opere. Ancora una volta, una riuscita commistione di immagini e parole, con annesse descrizioni dei quadri. Ecco, forse sono queste parti descrittive che, per quanto belle, ho trovato poco "naturali" nella narrazione. Ho avuto come l'impressione di passare da un racconto allo stralcio di un libro di storia dell'arte. Cioè, non è negativa la cosa in sé, la descrizione, è solo che ho trovato "stridente" il modo con cui essa si inserisce nella narrazione. La parte che più mi ha emozionato è il finale, senza ombra di dubbio, con il monologo di Magritte e il suo discorso sul dolore... struggente, un pugno alle viscere, profondo e penetrante. Una cosa che ti suggerirei di fare è quella di uniformare lo sfondo del testo, con quelle linee bianche che stonano, usando l'editor di PIAF. Alla prossima, amico mio!

90Peppe90 il 2018-09-29 12:40:34
P.S.: aggiungo come mi abbia particolarmente colpito il passaggio relativo alla pittura - ma penso si possa tranquillamente estendere all'arte in generale, nelle sue forme più svariate - quale "strumento" di transito da una realtà all'altra, dal dolore alla gioia, dalla morte alla vita, dalla sofferenza all'amore. Incisivo, nella sua semplicità.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-29 13:19:34
Ciao, carissimo Peppe: il tuo chiaroscuro critico è come sempre per me inarrivabile e prezioso, grazie di esistere, mon amì.
In generale, devo dire che su PIAF stanno apparendo piano piano dei grandi chiaroscuri critici assertivi da tutte le amiche e gli amici partecipanti e tutto questo è meraviglioso.
Eh, il controllo delle parti didascaliche è da sempre, per me, un problema.
Un mio amico mi ha fatto notare che i miei personaggi sono un pò come quelli di Palahniuk, a un certo punto cominciano a "tirare"e predicano, a random, alla "fallo", in stile Chuck...
Certo, il problema più grosso è che il didascalismo rallenta il ritmo e annacqua la forza di suggestione, e questo mi dispiace perchè adoro più il ritmo e la suggestione che gli spiegoni.
Questo deriva anche dal fatto che sono più uno gnostico che un fedele o uno spettatore che si sa disincarnare e che si sa godere il plot (come è giusto che sia): la prima volta che sono andato a vedere con gli amici "Aliens: scontro finale", sublime figata, stavo a rompere le palle con Jung e la Grande Madre paragonata alla grande Coleottera aliena! Il nostro comune amico Cavaglian mi avrebbe fatto uno dei suoi grandi grotteschi a pennarello!
Vorrei far sapere di più al lettore sui miei eroi "personaggizzati" e gli faccio invece torto ammazzando il ritmo, ohimè...
Mi consolo perchè almeno ho dei difetti su cui lavorare, che ti devo dire, carissimo...ahahhaha!
Grazie naturalmente per gli altri begli apprezzamenti, sopratutto quello messo in post scriptum: hai come sempre compreso il succo.
Non temo la malattia e la morte ma l'ignoranza e l'incomunicabilità, sì: per fortuna abbiamo l'arte contro questi mostri ammazzagioia e l'amicizia, per grandi come te.
Abbi gioia, e al prossimo chiaroscuro vitale.

P.S. Testo uniformato, grazie della segnalazione.

90Peppe90 il 2018-09-29 16:06:17
Rieccomi, Maurone. Ecco, per me, quello che segnali tu non è affatto un problema: non è tanto che i tuoi personaggi si fermino e comincino a "predicare" - altrimenti ti avrei sempre appuntato questa cosa (che, invece, trovo una preziosa peculiarità dei tuoi scritti) né la metterei in molti miei scritti - ma il modo in cui queste parti vengono inserite in questo racconto. Insomma, è come se solitamente si amalgamassero perfettamente al resto del racconto, mentre questa volta mi sono parsi più "forzati", per dire così. Ma può anche trattarsi, e magari è così, di una mia semplice impressione. Ciao, amico mio, a presto e tanta gioia a te!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Vecchio Mara il 2018-09-30 21:31:15
mi è piaciuto moltissimo, mentre lo leggevo guardavo i quadri e mi soffermavo sui particolari. E poi il finale, nel quale il protagonista dice che il trauma trasforma l'uomo in dolore, lo trovo di una verità assoluta... io stesso, nel mio piccolo, ho combattuto, e ancora lo sto facendo contro un dolore immenso aiutandomi, non con la pittura ma con la scrittura... sono brevi attimi di gioia che spezzano la solitudine e che, te lo assicuro, aiutano davvero tanto. Sì, mi ritrovo nella descrizione che fai del dolore e del modo per combatterlo. Il tuo racconto mi ha fatto capire che la passione che metto nello storie, a volte allegre altre volte no, nasconde al suo interno oltre al piacere di veder nascere, crescere e finire la narrazione, anche il dolore che mi porto dentro e che decomprimo scrivendo. Spero di essere riuscito a spiegare ciò che volevo dire. Piaciuto moltissimo, un testo davvero emozionante, mi ha fatto riflettere, per questo tornerò a rileggerlo, anche più di una volta. Ciao Mauro

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-01 07:25:16
Buongiorno, Giancarlo e grazie per la profonda condivisione d'anima che mi ha davvero emozionato.
Questo è il mio primo racconto nuovo per PIAF, dopo quasi un anno che ho fatto dell'"automanierismo" di me stesso, e ho dedicato molte ore a questa opera e vi ho infuso molta "anima", perchè volevo che fosse anche una bella dedica al nostro mitologico e umanissimo salotto amicale.
C'è qualcosa di speciale che tu hai colto in modo veramente grande e umano, e può sembrare incredibile ma nella storia c'è anche tutto il nostro travaglio di amiche e amici lettori e scrittori che sopravvivono al terribile naufragio di Neteditor e si ritrovano ancora vivi e affamati di lettura e creazione su questa piccola ma magnifica isola di Parole Intorno Al Falò.
Il tema di base è che l'arte in generale e la letteratura in particolare sono al 99,99% perdizione e angoscia e allo 0,001 salvezza e gioia.
Te ne voglio parlare in un modo più pop e divertente: Stephen King, dopo l’incidente che lo ha portato a un passo dalla morte [lo racconta in On writing], ha voluto acquistare il furgone che lo ha investito, e lo ha collocato nel giardino di casa, consorte di tante macchine mostruose che popolano i suoi romanzi.
E' la stessa operazione che ha fatto Magritte e che facciamo noi, carissimo.
Indagando l'opera e la vita del grande pittore belga, che pensavo un tipo tranquillo, (un medio borghese pacato, operoso ed equilibrato come tanti esseri umani della media borghesia lombarda con i quali ho convissuto per anni) e che invece nascondeva nell'anima l'orribile morte della madre,che si suicida dopo avergli donato la vita, il fatto sconcertante di contemplare il suo corpo nudo sul greto della Sambre col volto coperto dal lenzuolo e poi la rivelazione di quel suo memoriale in cui incolpa il padre del suo brutale assassinio...tutti eventi che possono fare impazzire anche il più posato degli esseri a due gambe, pazzesco, una storia di Hitchcock o di Dario Argento diventata realtà.
Eppure Renè ha resistito all'orrore di quelle inquietanti "realtà" e "verità" con il magico potere dell'arte, cercando per tutta la vita un passaggio verso altre dimensioni meno brutali e più umane.
E' questione forse di essere predisposti a una certa inclinazione alla contemplazione e alla gnosi ma è anche e sopratutto una forza, una capacità di resistere e di saper distogliere lo sguardo dalla brutalità per cercare la trascendenza verso altri esseri più gentili e verso l'Essere che tutto e tutti ci trascende.
Insomma, caro Giancarlo, quello 0,001 di differenza tra salvezza e perdizione, tra gioia e angoscia lo possiamo mettere solo noi con la nostra forza e la nostra decisione interiore: siamo dolore ma possiamo trasformarlo in gioia e salvezza; e non è questione di crederci o meno, io so che è così e ognuno di noi, se vuole partecipare alla grande alla fantastica - e terribile - partita con la vita con merito e forza e gaudio, sa che è così.
Alla fine della fiera tutti possiamo, come King, comprare il mezzo del trauma che ci ha quasi accoppato, e parcheggiarlo quasi lieti e sereni davanti a casa. Sta a noi, tocca a ognuno di noi e nessun'altro può farlo al posto nostro.
Abbi gioia, carissimo

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Rubrus il 2018-10-01 18:09:06

E\' curioso come di uno stesso quadro si possano trarre impressioni differenti, anche se non infinite. Mi riferisco in particolare all\'ultimo, quello degli amanti velati. La prima impressione che ne ho avuto è quella, come dici, di una rappresentazione dell\'incomunicabilità, ma, paradossalmente, si potrebbe forse ricavarne l\'impressione opposta, specie se si concentra sulla posa rilassata delle due figure, più che sui volti invisibili, cioè di comunicazione, attraverso un bacio - o un sentimento - di qualcosa che non si può vedere e che conta più dell\'anonimato generale. Oppure, ancora, che quello che conta è il bacio, non chi si bacia. Oppure, ancora, che nel bacio (o nel sentimento) si smarrisce, anche magari solo per un istante, l\'identità. Infine è forse possibile una quinta lettura e cioè che il pittore abbia celato i volti senza avere un\'idea precisa, lasciando allo spettatore, entro certi limiti, di leggere quello che più gli piace - o che più teme. Personalmente quest\'ultima è un\'idea che mi stuzzica abbastanza. Gli altri quadri, a mio parere, sono un po' più univoci. 

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-01 20:18:43
Ciao, Roberto: in quasi tutta la pittura di Magritte, nella figura umana è negata la visibilità del volto : non solo veli, ma anche frutti ( la famosa mela verde de La Grande Guerre )o uccelli ( la colomba di L'homme au chapeau melon ); si tratta di immagini che contravvengono alle convenzioni figurative tradizionali e perciò stupiscono.
Su questo tema/ossessione di Magritte si sono scervellati in tanti, e anch'io ho contribuito con questa storia mistery ad estendere il campo e anche le tue interpretazioni sono eccellenti.
Ma penso che forse la chiave sta in alcuni pensieri di Magritte quali:
"L'arte, come la concepisco io, è refrattaria alla psicoanalisi: evoca il mistero senza quale il mondo non esisterebbe, ossia il mistero che non si deve confondere con una sorta di problema, per quanto difficile sia."
e ancora:
"Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto."
E infine:
"La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione."
Magritte non fa che cercare nelle cose l'essenza del mistero. Il pittore torna sempre negli spazi della sua memoria/anima: sono quelli del trauma del suicidio di sua madre registrato nei precisi referti della gendarmeria di Chatelet, sono spazi abitati dalla memoria di un passato che ritorna per riprodurre gli inganni e i disinganni del reale?
Magritte, che non era un cialtrone di genio come Dalì, prima di aver successo con i suoi dipinti, per lunghi anni ha campato lui e Georgette con il lavoro di grafico pubblicitario.
Sapeva che gli spot più efficaci sono quelli fondati su immagini che esprimono aspirazioni irrealizzabili combinate con stereotipi e opinioni comuni, perchè il consumatore va sempre tenuto in uno stato di perenne e ignorante insoddisfazione.
Il quotidiano e l'inarrivabile per dirci in fondo che la vita è basata sul principio che niente è come sembra.
Il normalissimo vicino della porta accanto può essere un mostro e il proprio padre un assassino da cucina domestica e la propria madre un'abiuratrice della vita.
Come diceva Nietzsche e riporto la citazione completa che viene sempre mutilata, per vari usi e consumi personali e politici: "non ci sono fatti ma solo interpretazioni, e anche questa è solo un'interpretazione".
E ritorniamo alla conversazione di "Moor Eeffoc" e al panno dipinto da Parrasio.
Niente è come sembra, nessuna immagine è reale, tutti i volti umani sono coperti da sudari: ma anche questa è solo un'interpretazione, niente di più, niente di meno.
Questa consapevolezza, per me, impedì a Magritte d'impazzire.
Ma anche questa mia è solo un'interpretazione!
Abbi gioia!

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Bule il 2018-10-04 12:15:11

Ciao Mauro

Un pezzo pregiato questo.

Riesci spesso a portare in vita artisti, figure mitologiche o animalesche e qui hai dato una piega agli eventi con attenzione al significato che hanno nel subconscio e non tanto per quanto riguarda i fatti in sé.

Mi è molto piaciuto.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-04 17:07:22
Grazie, caro Fabio: osservazione azzeccata la tua.
Volevo creare una presentazione di Magritte che portasse il lettore nel nucleo della sua poetica, e ho puntato su quella sua famosa ossessione per i volti negati, che penso sia la chiave di tutta la suameravigliosa arte.
Sono contento se qualcuno riconosce che ci sono riuscito.
Abbi gioia, carissimo

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Massimo Bianco il 2018-10-07 22:18:47

Un ottimo testo, davvero. Leggendo mi domandavo quando di ciò che scrivevi era reale e quanto, piuttosto, frutto della tua fantasia, poi ho letto la la tua risposta a GVM e scopro che avevo torto a pensare a un vantaggio della fantasia, perché c'era molto, moltissimo di reale negli eventi raccontati. Direi che qui la tua capacità di render vive e vivide le biografie dei personaggi storici rendendole narrativa autentica è al suo meglio. E francamente al contrario di Peppe io non ho trovato pesanti le descrizioni dei quadri, che ho invece apprezzato appieno.

D'altronde credo che tutto sia sempre molto relativo. Difetti su cui lavorare, dici? Certo, tutti noi abbiamo dei difetti, ma se c'è una cosa che sto capendo in questi anni e che regole non ne esistono. Tanto per fare un esempio che ho in mente in questi giorni, ho appena terminato di leggere un romanzo di un noto scrittore italiano specialista in romanzi storici, ambientato nell'antica Roma: ora se c'è una cosa che so che in genere insegnano nei corsi di scrittura creativa e che pure qui su Piaf o su Neteditor qualcuno (penso ad esempio ad Antonino Giuffrè oppure a Dottor Who) ripete(va) fino alla nausea, è che il giudizio personale dell'autore non dovrebbe mai emergere direttamente ma che bisognerebbe sempre lasciar parlare i fatti. Vuoi che il personaggio tot sia uno stupido? Ok, se tu, autore sei bravo, farai sì che il lettore leggendo come costui si comporti, pensi "orca, ma quanto è stupido questo." Eppure l'autore in questione, benché, bada bene, insegni proprio lui scrittura creativa, nel corso del romanzo irrompe direttamente "a gamba tesa" nella storia non facendo altro che ripetere, "Caio Sempronio era uno stupido che eccetera" oppure "Pinco Pallino era una veramente una carogna eccetera" anzichè limitarsi a far evincere tali limiti dal loro modo di comportarsi. Giusto, sbagliato? Lui commette proprio questo errore classico ma pubblica per i grandi editori e, ribadisco, addirittura insegna scrittura creativa. E allora? Vabbè, io sono convinto da sempre dell'inutilità di quei corsi, ma sarei comunque curioso di sapere come tratta la questione con i suoi studenti. Del resto la sua trama nel complesso fila e dubito che molti altri lettori si siano infastidi come il sottoscritto nel leggere quei giudizi trinciati sui personaggi che d'altronde anche l'editor della Rizzoli ha lasciato passare.

Tornando a noi, essere didascalico è davvero un difetto? Solo quando appensantisce troppo la lettura, ma la mia lettura non è risultata appesantita, garantisco, e quindi le tue descrizioni non mi sono affatto parse didascaliche, eh sì, davvero tutto è relativo. Tant'è che mi sto convincendo sempre di più a non esprimere più giudizi negativi sugli scritti che leggo sul web: se non mi convincono almeno, diciamo, all'80% mi sa che preferirò non commentarli, tanto chi sono io per sparare giudizi? Nessuno! E quel che parebbe sbagliato o poco convincente a me potrebbe invece, come in effetti talvota è accaduto, apparire giusto e convincente ad altro, magari anche a tutti gli altri. E allora? Ripeto, tutto è relativo.

Non che con questo voglia criticare Peppe per aver espresso il suo parere ci mancherebbe, è anzi giusto che ci si possa sempre esprimere liberamente, dico solo che io non sono più così convinto di volerlo fare, sì è vero, ho sempre sostenuto di preferire una stroncatura ai miei racconti piuttosto che il silenzio, che di certo non mi aiuta a capire se qualcosa in un mio scritto non va, eppure, non so, in questo momento non sono più convinto a criticare.

Un piccolo appunto però non resisto e me lo permetto (tanto lo sai, ormai, visto che sto commentando, qui sono convinto almeno all'80): "soffocò la moglie soffocandola con la tovaglia". Ecco, questa ripetizione è veramente brutta, io uno dei due verbi soffocare lo sostituirei. Ciao.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-10-09 07:47:40
Grazie, Massimo! Ti ritrovo alla ripresa in grande forma e non vedo l'ora di leggere le tue nuove composizioni...un commento il tuo pieno di spunti e temi interessantissimi e tanto per cominciare vado subito a correggere quella fastidiosa ripetizione che è proprio sballata, grazie.
Sulla questione spiegoni e sequenze didascaliche: sono cresciuto e adoro il "Mostra e racconta" e il principio mi fa godere come un riccio, come quando per esempio assisto a Mission Impossible Fallout; però lo Show, don't tell non deve diventare una nuova forma di fondamentalismo fanatico, sopratutto in narrativa.
Le sequenze didascaliche rallentano il ritmo e questo è inconfutabile ma danno una sorta di quinta dimensione ai personaggi che creiamo.
A me, per esempio, non mi piace presentare i protagonisti delle mie storie come degli stupidi mediomen; sono tutti esseri umani con una cazzuta ricerca che collide con forze che vorrebbero convincerli di stare a casa a guardare la TV.
Magritte è stato uno dei primi aritisti concettuali e ci sta che ragioni e filosofeggi.
Basta solo pensare al suo quadro "il tradimento delle immagini": metapittura allo stato puro.
L'importante è usare questo tipo di sequenze armonizzandole col tutto, come dite bene tu e Peppe.
Sulle scuole di scrittura, completamente inutili: la penso come Michele Mari:

"Sono piuttosto scettico; ho una visione romantica e decisamente solipsistica della letteratura, per la quale credo ci voglia una fortissima vocazione e anche molto autodidattismo: è innanzitutto fondamentale leggere, leggere, leggere. Il fatto che queste scuole abbiano sempre più successo mi stupisce un po’, perché mi sembrano una scorciatoia. Mi verrebbe da dire, a tutti quelli che pagano fior di milioni per frequentare queste scuole: “Prima passate tutta l’infanzia e tutta l’adolescenza a leggere la letteratura di mezzo mondo e poi vedete se vi viene voglia di entrare nello stesso arengo e cimentarvi con gli autori che avete amato”. Secondo me, poi, lo scrittore non deve avere troppe consapevolezze: se ancor prima di scrivere un raccontino o una favoletta già conosce le teorie narratologiche c’è qualcosa che non va, mi sembra."

Per quanto riguarda il chiaroscuro critico, se fatto da persone competenti come te, lo ritengo uno strumento indispensabile per crescere, e non per niente è una colonna portante del regolamento di PIAF.
Sto preparando una conversazione di gruppo ad hoc sul tema e presto la presenterò nella nuova rubrica di conversazioni di gruppo "Parliamone Insieme" che è già partita con la prima puntata "Obsession/Possession" e spero che avrai tempo e voglia per parteciparvi con il tuo magnifico essere.
Abbi gioia, caro amico

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