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La rivolta degli insetti

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-09-25 17:04:39


La rivolta degli insetti

 

Roma

 

Sindaco, parroco e tecnico del comune osservavano increduli le macerie che coprivano il pavimento in marmo, domandandosi come aveva fatto a venir giù l’intero tetto della chiesa, tirandosi dietro nel crollo il prezioso controsoffitto in legno intagliato.

«Il tetto era stato ristrutturato da appena un anno», gli fece presente il parroco in tono sconfortato, rivolgendosi al sindaco, «com’è possibile che sia venuto giù?» Il pover’uomo si fece il segno della croce e proseguì, con le lacrime agli occhi: «Non oso pensare come sarebbe andata a finire se fosse venuto giù più tardi, durante la funzione… Una strage, una strage…»

«Un miracolo, don Roberto, è stato un vero miracolo», interloquì il comandante dei vigili del fuoco.

«Ma quale miracolo!» sbottò il sindaco. «Questo è il frutto di una ristrutturazione fatta con il culo!» Allargò le braccia alzando le sopracciglia. «Mi perdoni, don Roberto, non ce l’ho fatta a trattenermi. L’impresa che ha eseguito i lavori la pagherà cara, molto cara, ha la mia parola!»

«La ringrazio», fece in un sospiro don Roberto, osservando sconsolato le macerie. Alzò lo sguardo, vide il cielo azzurro al posto del controsoffitto ligneo e trasse un altro, profondo sospiro. «Va chiuso al più presto, fra tre giorni è prevista pioggia forte, dobbiamo assolutamente preservare i preziosi affreschi delle pareti», disse indicando con l’indice l’enorme buco sopra di loro.

«Se il procuratore, come promesso, e non ho dubbi in merito, firmerà prima di sera la delibera che ci permetta di togliere le macerie, provvederemo domani stesso!» lo rassicurò il sindaco.

«Strano però?» fece in quel momento un vigile del fuoco, osservando la testa sfrangiata di una grossa trave - era la catena della capriata -.

«Cosa c’è di strano?» domandò il tecnico del comune, avvicinandosi.

«Le termiti l’hanno praticamente divorata… solo in questo punto, dove la trave s’incastra nel muro», rispose indicandola. «Hanno lavorato come una sega circolare… una roba mai vista prima.»

«Non è possibile che chi ha tolto le tegole non si sia accorto del danno; le termiti avranno impiegato sicuramente più di un anno per mangiarsi una trave di queste dimensioni», commentò il tecnico del comune alzando lo sguardo per osservare il moncone rimasto nel muro.

«A me pare un lavoro fatto di recente… molto di recente», obiettò il vigile del fuoco.

«Cosa glielo lo fa pensare?» domandò il sindaco, avvicinandosi insieme al comandante e al parroco.

Il vigile del fuoco indicò la testa della trave. «Vede il colore? E’ chiaro. Se ci fossero parti ammalorate da più di un anno, dovrebbero essere più scure.»

«Possono delle termiti mangiarsi una trave di questo diametro in pochi mesi?» si domandò il parroco.

«Che io sappia, una roba del genere non l’ho mai sentita… mai visto niente di simile in vita mia… Questa trave misura almeno otto metri, perché mai delle termiti avrebbero dovuto accanirsi su un punto preciso?» rispose il comandante.

«A questo penseremo dopo. Ora dobbiamo mettere in sicurezza quel che rimane del tetto», tagliò corto il sindaco.

 

Erano le dieci di mattina di una calda giornata estiva. E quello era uno degli edifici storici della città eterna dove delle voraci, invisibili bestiole si stavano dando da fare con travi e capriate.

 

Pamplona (cammino di Santiago)

 

«Sono appena le dieci di mattina e già non si respira», disse Marco, tergendosi il sudore dalla fronte.

«E’ la prima tappa, siamo partiti da appena due ore e già ti lamenti. Non hai il fisico, amico mio. Se c’è uno di noi quattro destinato ad arrivarci in pullman a Santiago… beh, quello sei tu», lo canzonò in tono allegro Tommaso, trascinando al riso Gaetano e Rino, gli altri due compagni d’avventura.

I quattro amici, durante l’inverno avevano programmato di compiere il cammino di Santiago, partendo da Pamplona. Ed ora, sotto un Sole implacabile si trovavano sul sentiero, immerso tra campi di cereali a perdita d’occhio, per raggiungere Puente de la Reina, dove si sarebbe conclusa la prima tappa.

Gaetano alzò lo sguardo, ponendo la mano sulla fronte per proteggersi dal Sole. «Mi spiace, Marco, ma non vedo neanche una nuvola all’orizzonte!» annunciò Gaetano ridendo.

«E pensa che dobbiamo camminare per almeno altre quattro ore prima di poterci riposare», aggiunse Rino, rimestando nella ferita.

Marco sbuffò, sistemò bene lo zaino sulle spalle e, senza proferire verbo s’incamminò, allungando decisamente il passo.

Gli altri tre si guardarono e, ridendo, lo seguirono.

 

Camminavano da più di un quarto d’ora quando Marco, indicando il sentiero in salita disse loro: «Che brutto temporale… Sta venendo verso di noi, e qui non c’è nemmeno un albero per poterci riparare.»

«Idea geniale ripararsi sotto un albero durante un temporale», intervenne Tommaso in tono sarcastico. «Così invece della pioggia ti beccherai un bel fulmine sulla testa», e giù risate.

Marco osservò con fare distaccato i tre amici che ridevano. “A crepapelle come tre deficienti”, ebbe a pensare nel mentre. Poi tornò a guardare quel velo nero che si avvicinava gettando la sua ombra sui campi. «Ehi, ragazzi, si sono mai viste nubi temporalesche avanzare senza rumore a pochi metri dal suolo?» domandò loro.

«Niente tuoni né fulmini, strano davvero», convenne Tommaso, osservando la grande massa nera che si approssimava.

«Buttiamoci nel fosso!» urlò Marco quando comprese che l’immensa nuvola nera li avrebbe investiti.

Ma i tre rimasero fermi ad osservare con occhi stupefatti lo strano fenomeno.

«Moscerini», fece Rino quando il manto nero li avvolse, sputando per espellerli dalla bocca.

Erano milioni, forse miliardi, solo così si potrebbe spiegare quel che accadde in seguito.

Il manto nero li avvolse sino a saturare ogni spazio, impedendo loro di respirare. S’infilavano nel naso, nelle orecchie, e quando i ragazzi provarono a ingurgitare aria spalancando la bocca, finirono con l’ingollare un numero spropositato d’insetti, che occlusero la trachea formando un tappo impenetrabile.

I tre poveri ragazzi si agitavano, cercando aria in ogni dove; a un certo punto caddero a terra con gli occhi strabuzzati. Provarono ad infilarsi le dita in gola, senza raggiungere nessun risultato: i moscerini kamikaze si erano ancorati saldamente alla trachea, e quella sarebbe stata la loro tomba.

Dieci minuti buoni durò la terrificante scena, che Marco, sbirciando dal fosso, seguì con occhi agghiacciati.

Alla fine i moscerini superstiti lasciarono i corpi privi di vita e volarono lontano.

Marco seguì con lo sguardo la nuvola nera chiedendosi se fosse un incubo. Poi risalì l’argine e si avvicinò hai tre amici stesi supini in mezzo al sentiero. «Mio Dio! Mio dio! E’ tutto vero!» urlò guardando le bocche spalancate e gli occhi fuori dalle orbite dei tre compagni. Notò numerose macchioline nere sui volti, sulle labbra sulle lingue: erano moscerini morti. «Tommaso! Gaetano! Rino!» urlò scuotendo i cadaveri. Quando comprese che non c’era più niente da fare, volse lo sguardo a oriente; fece in tempo a vedere il manto nero della morte sparire dietro le colline, e si chiese dove sarebbe andata a colpire; poi trasse di tasca il cellulare e, singhiozzando, informò le autorità.

 

Parigi

 

Alle nove di mattina, dopo aver sbarrato la strada e posizionato l’autoscala, i vigili del fuoco erano saliti sul solaio dell’hotel per togliere le macerie della parte di tetto collassato durante la notte per il cedimento strutturale di una trave di colmo.

Udendo il ronzio farsi assordante, ebbero appena il tempo di pensare a un elicottero della televisione che si stava avvicinando per riprendere la scena. Si volsero verso l’alto e rimasero agghiacciati. Urla terrificanti, mani agitate intorno al volto per scacciare quelle furie che si accanivano su di loro a ondate successive: molte di esse, quelle che non riuscivano ad estrarre il pungiglione dalle carni della vittima, dopo il primo assalto rimanevano sull’assito agonizzanti.

Durò pochi minuti il tutto. Quando le api superstiti volarono via, otto vigili del fuoco agonizzavano anch’essi, stesi sopra le macerie del tetto.

Lo spettacolo che sì offrì ai primi soccorritori, fu qualcosa degno di un film horror. I volti arrossati, gonfi e bitorzoluti all’inverosimile, somigliavano ai ritratti dell’Arcimboldo!

Degli otto sfortunati pompieri posti in terapia intensiva, non se ne salverà uno: troppe le punture, troppo il veleno iniettato.

Ma quello fu solo l’inizio. Nuvole minacciose si addensavano sopra Parigi, la parte di tetto collassata doveva essere coperta con un telo al più presto.

Così, altri cinque eroici ragazzi del corpo dei vigili del fuoco vennero spediti urgentemente su quel maledetto solaio per sgombrarlo dalle macerie.

Ormai consci di cosa producesse il ronzio in avvicinamento, i cinque provarono a darsela a gambe precipitandosi verso l’autoscala. Due di essi avevano appena iniziato a scendere, quando udirono le urla agghiacciate dei loro compagni rimasti sul solaio. A quel punto compresero che il loro destino era ormai segnato e iniziarono a scendere più in fretta possibile.

Scendevano ansimando i pioli in alluminio dell’autoscala, con il cuore in gola e lo sguardo terrorizzato rivolto verso l’alto. Ma quando videro un nugolo di api staccarsi dalle altre e puntare su di loro, compresero che non ce l’avrebbero mai fatta; così, dopo le prime dolorose punture, scelsero l’unica via di fuga rimasta, lanciandosi nel vuoto.

Entrambi finirono con lo schiantarsi sulla piattaforma dell’autoscala: uno infilzato nelle leve che governavano la scala, l’altro supino sullo spigolo del cassone con la schiena inarcata in modo innaturale.

Dopo quel secondo tentativo concluso anch’esso tragicamente, il comandante, insieme ai maggiorenti della città, decise di porre fine alla carneficina, rimandando le operazioni di messa in sicurezza del tetto alla notte, quando le api sarebbero tornate nei loro alveari.

 

Campagna Romana (il mattino seguente)

 

«Eccole qui, le solite colpevoli», disse sbuffando l’uomo, toccando con la punta del cacciavite i fili all’interno della presa che aveva staccato dalla parete. «Allora, piccole pesti, questa è la terza volta che vi pesco dentro una presa… mi dite che gusto c’è ad andare arrosto per far saltare il contatore, eh?» concluse in tono sarcastico, muovendo il cacciavite attorno ai fili per staccare le formiche rinsecchite che avevano mandato in cortocircuito l’impianto.

Riavvitò la presa nel muro, tirò su la leva del salvavita e accese il computer. «Ecco fatto», esclamò. Volse lo sguardo in basso. «Non vi siete comportate bene, oggi niente briciole per voi!» proseguì con tono di reprimenda, rivolgendosi alle formiche che andavano avanti e indietro lungo il battiscopa. Poi uscì di casa e s’incamminò.

Alberto Barlotti, così si chiamava l’uomo dal cui aspetto si sarebbe potuto tranquillamente risalire alla sua professione. Basso, magro, capelli neri e unti incollati al cranio, naso affilato, volto di forma triangolare, carnagione scura e due grandi occhi neri e sporgenti; erano questi i requisiti dai quali desumere cosa facesse d’interessante nella vita. Ebbene sì, quel volto singolare, somigliante a quello di una formica, apparteneva a un famoso entomologo!

«Ciao papà!» esclamò raggiungendolo in mezzo al campo.

Il cinquantenne Alberto Barlotti era scapolo e risiedeva in una grande cascina assieme al padre.

Il vecchio si limitò ad alzare la mano continuando a fare il suo lavoro: stava ispezionando le arnie.

«E’ inutile, papà, non torneranno più, sono volate chissà dove», provò a fargli capire in tono mortificato il figlio

«Che ne vuoi sapere tu!» sbottò il vecchio voltandosi di scatto, e la voce increspata tradì la sua commozione.

Alberto regalò al suo vecchio uno sguardo carico d’affetto. «Ho fatto delle indagini: le api sono sparite da quasi tutte le arnie della regione… E come se mosche e moscerini, mai viste in così gran numero che io ricordi, le avessero cacciate. Non si riesce a capirne il motivo, ma pare… pare che stia succedendo anche in altre regioni…» sospirò, «e non soltanto in Italia, purtroppo.»

«Colpa dell’inquinamento!» fece il vecchio tirando una manata all’arnia.

«Possibile… ma non ne siamo certi. Non è stata accertata nessuna moria di api, e questo ci fa supporre che siano volate in qualche altro posto.»

«Beh, sapere che le mie api potrebbero essere ancora vive, in qualche modo mi consola», concluse il vecchio andando a sedersi all’ombra di un noce centenario.

Alberto sorrise e, dopo aver detto al padre dove avrebbe potuto trovarlo, tornò dentro il cascinale, si sedette davanti al computer e iniziò a sfogliare le pagine online dei maggiori quotidiani europei.

 

Del crollo avvenuto nella chiesa di Roma, ne aveva avuto notizia la sera precedente dal telegiornale; e anche lui come tutti l’aveva derubricata a lavori di manutenzioni fatti male.

Quando lesse dei tre ragazzi morti sul cammino di Santiago, soffocati da un nugolo di moscerini, un brivido gli corse lungo la schiena guardando fuori dalla finestra, protetta da una zanzariera, vedendo numerose colonie dei minuscoli insetti innalzare alte colonne scure sopra i campi.

E infine, quando lesse dei drammatici fatti accaduti a Parigi, si domandò: «Possibile che le api abbiano lasciato le campagne per rifugiarsi in città?»

Ciò detto, si mise a cercare notizie su fatti inspiegabili, o anche solamente curiosi, con protagonisti gli insetti, accaduti nelle settimane e mesi precedenti in giro per il mondo.

In un paio d’ore aveva raccolto abbastanza materiale per poter ipotizzare che le anomalie comportamentali nel regno degli insetti, presenti anche in altri continenti, avevano iniziato a manifestarsi tre anni prima in California.

«E’ tardi, ci tornerò sopra stasera», disse guardando l’orologio. Spense il computer, afferrò la borsa in pelle appoggiata su uno sgabello e uscì per recarsi all’università: doveva tenere una lezione entro un’ora, e raggiungere Roma in tempo percorrendo strade trafficate e martoriate dalle buche sarebbe già stata un’impresa degna di nota.

 

Stava sorseggiando un caffè seduto al bar dell’università, quando un servizio del telegiornale attirò la sua attenzione.

Il giornalista spiegava che i vigili del fuoco, prima di consentire l’accesso agli operai che dovevano sgomberare le macerie all’interno della chiesa, stavano procedendo a ispezionare il tetto con una piattaforma mobile per verificare se ci fossero parti pericolanti. Ma mentre manovravano il cestello per raggiungere il punto esatto dove il tetto era collassato, erano stati assaliti dalle api. I due avevano fatto scendere a terra il cestello il più in fretta possibile, ma questo non aveva risparmiato loro un ricovero al pronto soccorso per medicare le numerose punture.

Il servizio si concludeva dicendo che più tardi altri due vigili del fuoco, bardati da apicultori, sarebbero saliti a verificare se la parte di tetto ancora integra celasse un alveare. Poi il giornalista si collegò con il cronista inviato sul posto e lasciò a lui la parola.

«Non lo troveranno, non è lì che si nascondono», disse fra sé Alberto, mentre ascoltava con distacco il cronista spiegare con parole sue quello che aveva appena detto il giornalista.

Molto più interessante si rivelarono le domande che, di seguito, pose al comandante dei vigili del fuoco.

«Su internet girano delle immagini, presumo scattate da uno dei suoi uomini, che certificherebbero che il crollo è dovuto alle termiti. Cosa ci può dire in proposito?», domandò il cronista.

«C’è un’inchiesta in corso», rispose laconico il comandante.

«Dalle immagini si evincerebbe che le termiti si sono accanite in un punto preciso della trave, conferma?»

«Non confermo!»

Il cronista non si diede per vinto. «Un esperto che ha visionato le immagini, afferma di essersi trovato davanti a qualcosa di incredibile. A suo parere, esaminando il colore della parte spezzata si evincerebbe che le termiti avrebbero portato a termine il loro lavoro in poco più di due mesi. Secondo lei, com’è possibile ridurre in quello stato una trave in così poco tempo?»

Il comandante sbuffò. «Non lo so, non sono un esperto… Ma da non esperto, le posso dare un consiglio: diffidi degli esperti che commentano le immagini sui social! Ora, se mi vuole scusare, avrei cose più importanti da fare. Buon lavoro!» concluse girando sui tacchi.

«Molto interessante… devo trovare quelle immagini», commentò Alberto alzandosi.

Nel pomeriggio non doveva tenere lezioni, così decise di fare un salto a dare un’occhiata alla chiesa.

 

Il cantiere era transennato e da lì non si riusciva a capire l’ampiezza dello squarcio. Riusciva sì a vedere le due figure bardate da apicultori dentro il cestello sospeso sopra il tetto, ma non riusciva a udire cosa stessero comunicando al comandante con le ricetrasmittenti.

Alla fine, quando scesero, girò voce tra i curiosi accalcati contro le transenne che non avevano trovato nessun alveare, e che a minuti gli operai sarebbero entrati in chiesa per sgombrare le macerie.

Alberto decise di rimanere, voleva vedere come sarebbero stati accolti gli operai. Dopo quello che era accaduto a Parigi, era certo che sarebbero stati costretti a darsela a gambe. Ma con sua grande sorpresa non accadde nulla. Così, quando gli operai iniziarono a portar fuori le macerie, se ne tornò a casa.

 

Seduto davanti al computer, osservando le immagini della trave spezzata scovate su internet, si domandava se il colore pressoché uniforme del legno, percorso da una miriade di piccoli solchi portati alla luce nel punto di frattura, fosse la prova che le termiti avessero scavato quell’impressionante serie di gallerie concentriche in poco più di un mese.

«Il colore non c’entra nulla», sentenziò alla fine. «Prima che si spezzasse, la parte interna della trave non era esposta né alla luce, né tantomeno all’aria; per questo motivo il legno non ha ancora iniziato il processo di ossidazione.»

A questo punto decise di spostare l’attenzione sulle minuscole gallerie. «Molto più interessante è il metodo di scavo», disse fra sé zoomando sui solchi concentrici.

Poi fece una lunga ricerca su internet, dalla quale riemerse deluso. «Ho sfogliato pagine e pagine di internet, ma non ho trovato traccia di un caso simile a questo. Perché mai delle termiti si sarebbero dovute concentrare su una parte limitata della trave, scavando gallerie concentriche come se stessero seguendo un disegno preordinato, invece che proseguire per linee più o meno rette? Qual è la logica? Serve ad accelerare i tempi, o cosa? Sono queste le domande da porsi», convenne al termine massaggiandosi le tempie.

Aveva trascorso più di tre ore davanti allo schermo del computer, gli occhi stanchi e arrossati sembravano implorare una pausa. Pausa che la domestica, bussando alla porta, avvertendolo che la cena era in tavola impose d’imperio. Erano le sette di sera, consapevole che suo padre lo attendeva seduto a tavola e non avrebbe iniziato a cenare senza di lui, spense il computer e lasciò lo studio.

«Cosa c’è che non va?», domandò il padre, trovandolo stranamente pensoso e silente durante la cena.

«Nulla, papà, va tutto benissimo!» rispose Alberto scuotendosi dall’apatia.

«Sarà…» fece il padre poco convinto. «Ora che sei tornato tra noi, ne approfitto per chiederti se hai capito che fine hanno fatto le mie api.»

Alberto piegò la bocca accennando un sorriso. «Presumo siano andate ad abitare in centro.»

«A Roma?!» esclamò incredulo il padre.

«A Roma», confermò Alberto. «Ma non chiedermi altro. Sto ancora investigando.»

Il padre ci pensò su. «Beh, potrebbe anche starci… al giorno d’oggi ci sono più fiori sui balconi dei condominii che nei campi», disse alla fine.

«Sai che non ci avevo pensato… Eh sì! Questo potrebbe essere il più che valido motivo che li ha spinte a lasciare la campagna», commentò ridendo Alberto.  

 

Dopo cena suo padre uscì a passeggiare nei campi, mentre Albero si accomodò in poltrona per seguire il telegiornale delle venti. Trovò interessante un servizio sul crollo del tetto; all’interno del quale l’amministratore dell’impresa che l’anno prima lo aveva ristrutturato, affermava di aver ispezionato travi e capriate usando, oltre ai metodi tradizionali, anche un radar, e che tutte le parti lignee, come da documentazione rilasciata dalla ditta incaricata, risultavano integre.

“La ristrutturazione risale a settembre scorso. Meno di un anno. Dunque, togliendo la diapausa invernale… alle voraci bestiole sarebbero serviti due o tre mesi appena per mangiarsi una trave di quel diametro… incredibile!”, rifletté stupefatto.

Ma ancor più sconcertato rimase quando, verso la fine del telegiornale, il giornalista annunciò che gli era appena giunta la notizia che il tetto di un secondo antico palazzo parigino era collassato tirandosi dietro anche il soffitto sottostante e travolgendo i residenti dell’appartamento.

«La situazione sta precipitando», esclamò preoccupato balzando in piedi. «Devo parlare con Michele al più presto», concluse recuperando il cellulare.

 

Un rapporto di profonda amicizia lo legava al suo ex compagno di università Michele Robotti, ora ministro dell’ambiente.

I due, spesso e volentieri si incontravano per disquisire di problemi ambientali; così, quando lo chiamò, Michele non ebbe nessun problema a concedergli udienza. «Facciamo così: domani mattina devo recarmi a Montecitorio per un’audizione… potrei dedicarti una ventina di minuti. Se non hai altri impegni, fatti trovare all’ingresso… diciamo alle otto e trenta.»

«No, nessun impegno. Ci sarò!» rispose prontamente Alberto.

«D’accordo, allora a domani, ciao Alberto.»

«Ciao Michele, ti ringrazio», concluse sollevato.

Poi si recò nello studio e iniziò a fotocopiare il materiale che gli sarebbe servito per convincere l’amico che la sua non era un’ipotesi strampalata, ma la punta dell’iceberg di una tragica realtà ancora in divenire.

 

Montecitorio

 

Dopo essersi salutati, Michele lo aveva fatto accomodare in un salottino riservato.

«Allora, dimmi pure!» esclamò sprofondando nella poltrona di fronte a quella dove si era accomodato Albero.

«Ricordi quando ti raccontavo di come gli insetti avrebbero potuto conquistare il mondo se si fossero coalizzati?» esordì Alberto.

«Cos’è, hai voluto rivedermi per ricordare i bei tempi dell’università?» rispose alzando un sopracciglio Michele.

«Allora te lo ricordi; molto bene», disse Alberto.

«Certo, e ricordo anche che ci costruisti la tesi di laurea sull’interazione fra uomini e insetti. Eri così affascinato dagli insetti che quando ti capitava di vederne qualcuno nel parco dell’università li fissavi immaginando chissà cosa», aggiunse Michele, mentre Alberto annuiva sorridendo.

«Cercavo di comprendere in che modo comunicassero fra di loro», spiegò Alberto traendo dalla ventiquattrore che si era portato dietro dei fogli. Poi, passandoli uno dopo l’altro a Michele, iniziò a snocciolare i fatti usando il tono grave di chi si appresta a svelare qualcosa di drammatico: «Silicon Valley, tre anni fa i server di numerose aziende high-tech andarono in corto. Quando i tecnici aprirono gli armadi si accorsero che la protezione dei cavi era stata rosicchiata dalle formiche di fuoco. Sostituirono cavi e quant’altro, ma pochi mesi dopo erano daccapo: le formiche, tornate in forze, oltre ai server avevano aggredito le prese di corrente sulle pareti. Per risolvere definitivamente il problema, furono costretti a rendere gli armadi stagni e sigillare i passacavi dell’impianto elettrico».

Michele diede una rapida occhiata ai fogli. «E allora?» fece posandoli sul tavolino.

«Los Angeles, due anni fa», proseguì Alberto passandogli un altro foglio, «le ville di un quartiere residenziale sulle colline vennero invase dalle termiti. Quando i residenti ebbero contezza della presenza dei parassiti, ovviamente chiamarono gli specialisti per la disinfestazione; che furono respinti con perdite da sciami di api. Sembrava che niente e nessuno potesse arrestare la marcia delle termiti, protette dall’alto dalle api. Per fortuna, non certo dei proprietari delle case, si sviluppò un violento incendio, che oltre a mandare in fumo boschi e case fermò l’avanzata delle termiti.»

«Senti, Alberto», sbuffò Michele posando l’ennesimo foglio sul tavolino. «Avrei voluto restare un po’ di più con te, ma purtroppo non ho molto tempo da dedicarti; perciò, se mi devi chiedere qualcosa di particolare, cerca di arrivarci in fretta.»

Alberto annuì, ma non accolse l’invito e riprese da dove era stato interrotto: «Barossa Valley, Australia. Due viticultori vengono letteralmente ricoperti da uno spesso strato di moscerini: uno muore soffocato, l’altro se la cava tuffandosi dentro una vasca piena d’acqua».

Michele prese il foglio che gli stava porgendo, e senza neanche guardarlo lo posò sopra agli altri. Stava per sbottare ma Alberto lo anticipò, dicendo: «E ora veniamo al motivo per il quale ho voluto incontrarti urgentemente».

“Alla buonora”, pensò sospirando Michele. Guardò l’orologio. «Dieci minuti, un quarto d’ora al massimo, poi ti dovrò lasciare», lo avvertì picchiettando l’indice sul quadrante.

«Basterà!» esclamò. E, prendendo spunto da quanto accaduto due giorni prima a Pamplona, Parigi e Roma, espose la sua teoria.

Michele all’inizio lo ascoltò incredulo, fu sul punto di sbottare e congedarlo bruscamente; poi il modo convincente di narrare qualcosa di incredibile, lo spinse a trattenersi; lo fece per capire come avrebbe concluso quella storia fantascentifica che, pur non credendoci, lo affascinava.

«Dunque, da quel che mi par di capire, correggimi se sbaglio: pensi che dietro questi fatti ci sia un disegno; chiamiamola una coalizione di insetti ribelli contro il genere umano», tirò le somme Michele mostrando un atteggiamento dubbioso, molto dubbioso.

«Sì… i fatti stanno più o meno in questi termini.»

«Uhm», fece Michele corrugando la fronte. «Questo comporterebbe che alcune delle oltre novecentomila specie di insetti, fossero in grado di comunicare fra di loro e di elaborare una strategia… non ti sembra un po’ troppo?»

Alberto non si scompose. «Che le formiche siano, così come le api, insetti sociali che comunicano tra di loro, è un fatto acclarato. A questo punto perché non fare un ulteriore passo e supporre che siano in grado di dialogare anche tra specie diverse?»

«Se come affermi, questa… chiamiamola “rivolta degli insetti”, è iniziata tre anni fa oltreoceano; come avrebbero potuto comunicare i loro piani agli insetti europei? Forse con la telepatia?» domandò usando una punta d’ironia Michele.

«Mi meraviglio di te… E’ facile da spiegare. Come sono arrivati da noi i parassiti che stanno distruggendo gli ulivi in Puglia? O quelli che hanno fatto strage di palme?»

«Dentro i container che spostano la merce da un continente all’altro.»

«Appunto», fece Alberto allargando le braccia.

Michele ci pensò, guardò i fogli sul tavolino, ne prese uno e, mostrandolo ad Alberto, gli domandò: «Le gallerie a cerchi concentrici, hanno un significato?»

Alberto guardò l’immagine. «Non credo che sia una specie di rito… a mio avviso lo fanno per ottimizzare il lavoro.»

«Ottimizzare il lavoro?»

«Già… Se potessimo guardare quel pezzo di trave, sono sicuro che troveremo un buco d’entrata e una galleria che procede dritta verso il centro sino a raggiungere l’ultimo cerchio. Ho provato a mettermi nella testa di una termite…»

A Michele sfuggì un moto di riso. “Con quella faccia da formicone non deve essere stato difficile”, pensava nel mentre; rammentandosi di quella volta che Alberto lo aveva convinto a saltare una lezione, dicendogli di essere certo che la frenetica danza delle formiche all’esterno del formicaio in presenza dell’uomo era un modo per cercare di comunicare con lui. Era rimasto lì per più di mezz’ora, a osservare Alberto che tracciava su un notes l’andirivieni delle formiche che uscivano dal formicaio. Naturalmente il tentativo non andò a buon fine, e tutto si risolse con un foglio zeppo di linee rette e curve indecifrabili appallottolato e gettato nel posacenere del bar dove si erano recati per farsi una birra mentre Alberto provava a tradurre la stele di Rosetta delle formiche.

Alberto gli lanciò un’occhiata severa; non ebbe difficoltà a immaginare cosa stesse pensando, rammentando a sua volta che molti suoi compagni all’università, quando lo vedevano steso nel prato intento ad osservare insetti cercando d’interagire con loro, erano soliti salutarlo apostrofandolo in modo sarcastico, usando l’epiteto “muso di formica”. Ma lasciò perdere e riprese ad argomentare: «Ed ecco come si devono essere comportate per sveltire il lavoro. La prima termite scava in profondità una galleria rettilinea, altre due la seguono subito dopo e iniziano a scavare una verso destra e l’altra verso sinistra il primo cerchio, e procedendo di pari passo completeranno lo scavo incontrandosi più o meno dal lato opposto… Mi segui?»

«Ti seguo… ti seguo.»

«Altre due termiti seguono dappresso le prime due e, spostandosi leggermente più in profondità all’interno della galleria rettilinea, iniziano a scavare il secondo tunnel circolare rasente il primo, andando una a destra e l’altra a sinistra. Altre termiti in lunga fila indiana procedono lungo la galleria rettilinea, dividendosi in coppie per scavare le gallerie successive, sino a completare la serie di cerchi concentrici che, una volta terminati, finiranno per far collassare la trave in poco più di due mesi… Un lavoro a catena, semplice e geniale, direi.»

«Semplice e geniale e poco credibile», obiettò Michele scuotendo il capo. «Ma supponendo per un attimo di prendere per buona la tua ricostruzione dei fatti… cosa dovremmo fare?»

«Ispezionare tutti i sottotetti in legno di Roma con i radar una volta al mese, e nel caso sostituire le travi infette è una missione impossibile. Ma si potrebbero salvaguardare i siti artistici: le chiese, i musei, i palazzi storici.»

«E per quanto riguarda il resto del patrimonio immobiliare, cos’altro potremmo fare?»

«Sperare!»

«Sperare?!» esclamò in tono irritato Michele. «Che razza di risposta sarebbe?»

«L’unica possibile: sperare che con l’inverno la rivolta si spenga da sola. E che a primavera, le nuove generazioni d’insetti non portino memoria del passato.»

«Senti, Alberto, ti ho ascoltato con pazienza, ma se ora mi vieni a dire che l’uomo deve temere degli esseri minuscoli che può schiacciare appoggiandoci sopra un dito, non ti seguo più… da che mondo e mondo è il pesce grosso che mangia quello piccolo.»

«Balene, elefanti, rinoceronti, non mi sembrano più piccoli dell’uomo… eppure si stanno estinguendo per colpa nostra.»

«Va beh, ora tira fuori pure l’animo ecologista», sbuffò Michele. «Mettila un po’ come ti pare, ma un moscerino non può far paura neanche a un bambino.»

«Uno, no. Ma un milione, o un miliardo di moscerini possono ucciderle un uomo grande e grosso. Vedi, Michele, tu ti stai fissando sul singolo individuo… ma se si potesse fare un censimento di tutti gli insetti presenti sulla terra, ne uscirebbe un numero seguito da un’infinità di zeri. Noi oggi abbiamo a che fare con tre o quattro specie, ma se altre specie si unissero a loro… per noi sarebbe la fine. Prova a immaginare l’invasione di miliardi di cavallette, e poi di altri parassiti che distruggono gli alberi da frutto. Ragni e altri insetti velenosi che si insinuano nelle nostre case, dentro i nostri letti… sarebbe l’inizio della fine per il genere umano.»

«La fantasia non ti manca… dovresti scrivere un romanzo horror con protagonisti gli insetti!» tagliò corto Michele alzandosi. «Mi ha fatto piacere incontrarti, ma ora devo lasciarti. Stammi bene, Alberto.»

Alberto mise su uno sguardo desolato. «Ho dunque parlato invano, non credi una sola parole, vero?»

«Cerca di capirmi, Alberto. Se andassi in consiglio dei ministri dicendo che dobbiamo ispezionare i sottotetti di mezza Roma, quelli mi prenderebbero per matto.»

«Fai un po’ come ti pare… in ogni caso tieni gli occhi aperti», tagliò corto in tono stizzito Alberto. Indicò il soffitto con fare circospetto. «I vetusti palazzi del potere hanno soffitti e tetti in legno.»

Michele sorrise. «Ti prometto che d’ora in avanti, prima di mettere un piede qua dentro, lancerò un’occhiata al soffitto.» Poi si rammento di qualcos’altro. «La tua storia mi ha lasciato una curiosità… perché gli insetti si dovrebbero accanire sulle città?»

Alberto alzò le spalle. «Boh!» Ci pensò un attimo, poi provò a imbastire una risposta che tenesse insieme realtà e immaginazione: «Probabilmente vogliono punire l’uomo distruggendo il suo habitat, visto che noi con insetticidi, pesticidi e inquinamento abbiamo distrutto il loro».

Michele fece schioccare le dita. «Bella risposta, questa me la segno, mi potrebbe tornare utile durante qualche dibattito.»

Alberto non sorrise e completò la sua disamina: «Per gli insetti, la città è l’alveare dove si rifugia il loro nemico mortale: l’uomo. Per questo, oltre a volerla distruggere, si accaniscono contro chiunque cerchi di riparare i danni che hanno provocato».

«Durante la sua millenaria storia, la città eterna ha affrontato i più imprevedibili flagelli, dalle orde barbare, alle bombe dell’ultima guerra… E se dopo tutto questo, è ancora in piedi più bella che mai… caro il mio Alberto, la vedo dura per i tuoi amati insetti», concluse con sarcasmo accompagnandolo alla porta.

«Io non li amo, gli insetti; li rispetto… Solo che a volte, constatando la stupidità del genere umano, mi vien da pensare che l’intelligenza è ben altra cosa… Stammi bene, Michele,» volse gli occhi in alto, «e occhio ai soffitti, intelligentone!» chiosò apostrofandolo in tono sarcastico, poi girò sui tacchi e se ne andò.       

 

Epilogo

 

«Papà, ti prego, è tutto lavoro inutile», lo implorò trovandolo intento ad armeggiare con le arnie, «le api non torneranno più.»

Era appena tornato da Roma, stanco e deluso, e vedere suo padre inginocchiato davanti alle arnie, come se stesse pregando, gli aveva procurato una stretta al cuore.

Il vecchio lo guardò con occhi lucidi, deglutì per trattenere la commozione e senza proferire verbo andò a sedersi sotto il noce.

Alberto sospirò ed entrò in casa. Si diresse nello studio e, dopo aver acceso il computer, si affacciò alla finestra. Le colonie di moscerini che il giorno prima formavano alte colonne scure, si stavano unendo; ora le colonne erano solamente tre, molto più larghe. Ma quello che lo impressionò fu la consistenza: i moscerini volavano così vicini gli uni agli altri da non consentire, se non per brevi momenti, alla luce di filtrare attraverso le tre colonne, simili a mantelli neri che si agitavano al vento. Lui in verità ci vide delle danzatrici del ventre che disegnavano sinuose figure. “Che sia il loro modo per tentare di comunicare con noi?” si domandò unendo i palmi delle mani sopra la testa mentre ruotava il bacino.

Quell’improbabile danza del ventre venne interrotta improvvisamente da una rondine che, pregustando un lauto pranzetto a base di gustosi moscerini, planando dal tetto si lanciò dentro una delle colonne. «Mio Dio!» esclamò Alberto, assistendo agghiacciato alla scena.

La rondine era penetrata all’interno nella colonna di moscerini come un coltello in un panetto di burro. A quel punto la colonna iniziò ad agitarsi, cambiando repentinamente forma. Ora somigliava a una sfera che precipitava velocemente verso terra, trascinandosi dietro la povera rondine, incapace di liberarsi da quell’abbraccio mortale. Quando la sfera si dissolse e i moscerini si disposero per formare nuovamente la colonna; la povera rondine giaceva a terra con le ali distese, priva di vita. «Mio Dio», ripeté Alberto, «fa che venga presto l’inverno.»

 

La sera cenarono in silenzio, entrambi immersi nei loro cupi pensieri. La domestica prima di andarsene li informò che l’indomani non sarebbe potuta venire: doveva recarsi in ospedale per delle analisi.

Alberto la rassicurò, dicendole che all’indomani non doveva tenere lezione all’università e che avrebbe provveduto lui a preparare pranzo e cena.

 

L’indomani mattina, al risveglio, affacciandosi alla finestra della camera vide suo padre che apriva le arnie una dopo l’altra e le richiudeva sconfortato. “E’ inutile, papà, non le rivedrai più le tue api”, pensò immalinconendosi.

Poi si recò in bagno, e qui, inserendo la spina del rasoio elettrico, si accorse che mancava la corrente. «Maledizione! Ancora le formiche!» proruppe scagliando il rasoio nel lavello.

Scese, provò a tirar su il salvavita, ma la leva rimbalzò all’indietro. Riprovò una, due, tre volte. «Diamoci da fare», disse alla fine in un sospiro. Trasse dalla cassetta dei ferri un cacciavite e iniziò ad aprire le prese della corrente.

Iniziò dallo studio, e quando trovava delle formiche arrostite dentro una presa la ripuliva; subito dopo la inseriva nel suo alloggiamento all’interno del muro e provava a tirar su il salvavita. Impiegò più di un’ora, aprendo dieci prese e trovandone ben cinque infestate dalle formiche, prima di risolvere il guaio.

Accendendo il computer per leggere i notiziari, ebbe poi un’altra amara sorpresa: a Madrid era venuto giù il tetto di un edificio del centro. «Checché ne pensi Michele, la verità è che gli insetti hanno dichiarato guerra al genere umano», commentò desolato. Guardò in basso. «E voi? Che avete da dire voi in proposito?» Scosse il capo, le formiche proseguivano imperterrite nel lavoro di raccolta delle briciole da portare nel formicaio. «Niente… Eppure ci dev’essere un modo per abbattere questo muro d’incomunicabilità… Non disperate, piccole pesti, prima o poi lo troveremo», concluse elargendo fiducia nei confronti dei laboriosi insetti.

Guardò dalla finestra il sole alto nel cielo, fece correre lo sguardo verso il basso, in direzione dei campi, e gli prese un colpo: ora gli insetti formavano un’unica larghissima colonna nera. Volse lo sguardo a destra e vide suo padre andare con fare curioso incontro all’ignoto. «Papà! Papà! Allontanati! E’ pericoloso! Vieni via di lì!» urlava disperato.

Ma suo padre sembrava non udirlo, e continuò ad avanzare.

Alberto corse furori, ma quando raggiunse il campo, di suo padre non v’era traccia. Alberto sapeva benissimo dov’era finito: all’interno di quella massa nera che si espandeva e ritraeva come un respiro di morte. E consapevole che non avrebbe potuto fare niente, rimase in fremente attesa sperando in un miracolo.

Pochi minuti e i moscerini liberarono il campo, lasciando un corpo immobile steso sull’erba. Alberto lo raggiunse e si accosciò accanto a lui. «Oh papà, papà», mormorava piangendo mentre, delicatamente, gli toglieva dal volto, dagli occhi, dalla bocca e dalle orecchie i moscerini morti, «cosa speravi di trovare dentro quel turbine nero? Le tue api?»

 

Erano trascorsi quattro giorni dal giorno del funerale, quando Alberto vide un’automobile blu seguita dall’auto della scorta fermarsi davanti a casa.

 

In quei quattro giorni la situazione era precipitata. A Roma erano crollati altri due tetti, e le api avevano ucciso due vigili del fuoco. Sul cammino di Santiago altri cinque pellegrini erano stati soffocati dai moscerini. Ma il fatto più inquietante, erano gli sciami di cavallette che, dopo aver fatto scempio delle colture in Africa del nord, avevano iniziato a sciamare verso la Spagna, Cipro e il sud Italia.

 

«Sei venuto a porgermi le condoglianze?» domandò Alberto in tono ironico, per spezzare l’attimo di gelo.

«Lo so che ti fanno contorcere le budella, quelle che tu chiami “manifestazioni ipocrite”. E lo sai bene che sono venuto per tutt’altro motivo», rispose Michele.

«Qua fuori si muore dal caldo, entriamo in casa», disse Alberto. Indicò l’ordito in legno della gronda. «Il tetto è in legno, ma l’ho controllato personalmente battendo ogni centimetro quadrato di travi e capriate con il martello… metodo antico ma sicuro.»

«Mi fido sulla parola», ribatté sorridendo Michele.

 

«Le formiche ti stanno entrando in casa», lo avvertì notandole spostarsi in fila indiana lungo il battiscopa del corridoio.

«Lo so… stiamo cercando d’instaurare un rapporto di buon vicinato», fu la sconcertante risposta di Alberto.

«E… ci siete riusciti?» scappò detto in un moto di riso a Michele.

Alberto si arrestò, fulminandolo con lo sguardo. Michele alzò le spalle. «Mi è sfuggita, scusa.»

Alberto sorrise a denti stretti e, incamminandosi, rispose alla domanda ironica usando la stessa arma: «Ancora no, ma ci stiamo lavorando.»

 

«Ti devo delle scuse… avevi ragione tu», esordì Michele dopo che si furono accomodati nello studio.

«Se anche mi avessi dato ascolto, non sarebbe servito a niente», sentenziò seccamente Alberto.

Poi Michele gli spiegò il motivo della sua visita, dicendogli che aveva caldeggiato la sua nomina a capo di una squadra di esperti che avrebbe dovuto trovare le contromisure necessarie.

«Necessarie a far che?» saltò su Alberto.

«A combattere gli insetti.»

«Pensavo di essere stato chiaro: non esistono contromisure. Combattere una guerra persa in partenza, è inutile… Potremmo trattare, se non la pace perlomeno una lunga tregua, se avessimo imparato a dialogare con loro… Caro Michele, se avessimo speso meglio il nostro tempo, ora non ci troveremmo in questa situazione senza uscita.»

Michele lo ascoltò allibito. «Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo… è come se stessi conversando con l’Alberto che credeva di poter parlare con le formiche», rammentò sconsolato.

«Lo credo ancora!» ribatté seccamente Alberto.

«Non mi vorrai far credere che parli alle tue formiche?» domandò tra l’incredulo e l’ironico Michele, indicando le formiche che camminavano rasenti il battiscopa.

«Non ancora, ma ci arriverò!» rispose sicuro.

«In tempo per salvare il mondo?» fece Michele alzando un sopracciglio, insistendo col sarcasmo.

«Il mondo non morirà, altre specie più lungimiranti del genere umano provvederanno a mantenerlo in vita», sentenziò Alberto.

Un batti e ribatti surreale e stucchevole che finì per innervosire Michele. «Se le cose stanno così, cosa ci rimane da fare? Pregare, tirarci un colpo in testa, o cosa?» sbottò.

«Aspettare… e sperare», rispose serenamente Alberto guardando fuori dalla finestra. “I moscerini stanno tornando, molto bene”, pensava nel mentre, osservando una colonna scura veleggiare sopra il campo.

«Dunque non ci rimane che sperare in un lungo inverno, è questo che intendi dire?»

«In un lungo inverno… e nella memoria corta degli insetti più longevi», confermò in tono pacato, disegnando un sorrisino beffardo che finì con l’innervosire il suo interlocutore

«L’uomo non può arrendersi senza lottare… non lo ha mai fatto, e non lo farà certo davanti a degli insignificanti insetti!» sbottò Michele balzando in piedi. «Dimmi solo se accetti l’incarico!»

«No!» rispose lapidario.

«No?»

«No… no… no!» ripeté a muso duro, alzandosi a sua volta.

Michele s’incendiò in volto, serrò i pugni. «Fai un po’ come ti pare!» sbottò avviandosi verso l’uscita.

Giunto sulla soglia si voltò. «Starsene qua ad aspettare che il tetto ti cada in testa, non ha senso.»

Alberto guardò fuori dalla finestra: ora le colonie di moscerini erano due. Si volse verso l’amico. «Non ti preoccupare, non starò con le mani in mano. Li affronterò, proverò a dialogare con loro… e se non ci riuscirò… amen!»

“E’ impazzito”, ebbe a pensare Michele, udendo quelle parole pronunciate con una calma allucinata.

«Ascolta, Alberto, pensaci bene prima di rifiutare la mia offerta… ti lascio tre giorni per decidere», insistette in tono accorato.

«Non cambierò idea… addio, Michele!» tagliò corto congedandolo frettolosamente.

Michele sospirò. «Il mio numero di cellulare lo conosci… ciao, Alberto», concluse sconfortato.

 

Alberto lo seguì all’esterno, lo salutò con la mano mentre l’automobile si allontanava, poi volse lo sguardo ai campi: ora le colonie di moscerini erano quattro. “Siete qui per me, eh?”, pensò ghignando soddisfatto. Poi, quando le automobili si furono allontanate, unendo i palmi delle mani sopra la testa si diresse verso di loro ruotando il bacino.

 

                                                          FINE

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Rubrus il 2018-09-25 18:58:39

Ah, i buoni cari vecchi film degli anni '50 in cui gl'insetti si ribellavano all'umanità  

All'epoca, era un modo di narrare la paura dell'atomica - in quello che vedi sopra sono appunto le bombe nucleari a creare dei megainsetti (scientificamente impossibile, ma chi se ne frega) - e soprattutto di esorcizzarla. Poi potevano essere insetti, piante carnvore, uccellacci preistorici, dinosauri, Godzilla... poco importa.

Il filone è ben vivo e si è evoluto nel tempo. Oggi, con una certa dose di incoscienza, non abbiamo più paura della guerra nucleare e anche i mostroni si sono adeguati.

Lo schema e la narrazione di base, però, s'incontrano ancora spesso.

L'intreccio sovente ripercorre quello del tuo racconto. Uno vede "qualcosa", ma siccome è un outsider (l'ubriaco del villaggio, un bambino ecc) nessuno gli crede, poi gli episodi si moltiplicano e ben presto non si può negare l'evidenza. A questo punto, di solito, si pone l'alternativa: lasciamo fare agli scienziati oppure ai militari? Ci sono film che scelgono la prima strada, altri la seconda e, a seconda del periodo storico, prevale l'una o l'altra scelta - anche se quella di volta in volta minoritaria non scompare mai.

Nel tuo racconto si tende a privilegiare il "proviamo con gli scienziati" anche se manca una precisa eziologia (perchè, come dicevo, abbiamo meno paura della bomba: al suo posto potremmo mettere l'inquinamento o altre cose)e anche se è una scelta morbida. Lo scienziato "ci prova" ma non sappiamo se il suo tentativo - che peraltro potrebbe essere l'unica speranza - avrà buon esito.

Del resto, come dice Jeff Goldblum ne "La mosca": "Hai mai sentito parlare di diplomazia degli insetti?".

Piaciuto, ciao.

     

 

 

Vecchio Mara il 2018-09-25 20:58:46
Beh, diciamo che il nostro eroe, è un pacifista che privilegia il dialogo al lanciafiamme. Se ci riuscirà, buon per lui, e per noi, altrimenti: ciao ciao umanità! Poi si potrebbe dire che la differenza tra questo e i vecchi film anni 50, sta anche nel fatto che al posto di un insettone, ci sono miliardi di insettini. Dunque, si potrebbe concludere che ho privilegiato la quantità urlante della massa, nei confronti della qualità del singolo. Ma d'altronde, come ebbe a dire uno che se ne intendeva di come mandare tutto a ramengo: il numero è potenza... e infatti è finito appeso a testa in giù! Perché il numero sarà pure potenza ma vallo a capire da che parte tira. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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Paolo Guastone il 2018-09-28 11:03:52
Tremenda vendetta! Non uno di noi vivo se, veramente, la natura decidesse di muoverci guerra. E dentro le tue parole lo si capisce benissimo, così come si ritrova l'ignoranza e l'arroganza umana. E quando c'è ignoranza ed arroganza, non resta altro da fare che accettare l'inaccettabile. Bravo Giancarlo, un bel racconto che scorre via liscio e, riga dopo riga, fa venire voglia di correre per sapere come va a finire.

Vecchio Mara il 2018-09-28 11:31:27
E magari andrà a finire proprio così, se continuiamo a violentarla, la natura. Speriamo di no, ma ci stiamo mettendo molto impegno perché accada. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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