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Spuntino di mezzanotte

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-09-24 18:32:38


«E questo che cosa sarebbe, uno di quegli spiriti sumeri che vivono nei frigoriferi?»
«Naaa... la moda dei demoni mesopotamici è passata da un pezzo. E poi, dalla Guerra del Golfo, le importazioni hanno avuto un crollo. Questo è di tradizione Inuit; potrebbe provenire da qualunque parte a nord del circolo polare artico. Gli eschimesi erano un popolo nomade».
Il ciccione si rizzò (per quanto potesse chinarsi un uomo con la sua pancia) e rivolse all’uomo calvo uno sguardo ironico «Per questo lo tiene al freddo? Per ricordargli l’aria di casa?».
«Si chiama Gnoph-Keh» disse il pelato «E... sì, è meglio conservarlo al freddo».
Il grasso si girò verso il congelatore e osservò la cosa a sei arti raggomitolata dentro quello che aveva tutta l’aria di essere stato, in precedenza, un grosso barattolo in vetro per sottaceti. Alitò sullo sportello, poi vi tamburellò sopra con le dita.
«Conservare a temperature inferiori allo zero e non nutrire mai dopo mezzanotte. Funziona cosi?»
«Santo cielo, ma vi sentite quando parlate? “non nutrire mai dopo mezzanotte”... le due del mattino sono dopo mezzanotte, le quattro del pomeriggio sono dopo mezzanotte, e anche le undici di sera: ventitré ore dopo la mezzanotte precedente. Ma chi risponde agli annunci su e-bay deve avere un Q.I. Inferiore alla media oppure fate dei corsi di perfezionamento?» L’espressione sulla faccia del grassone doveva essere abbastanza eloquente perché l’uomo calvo si affrettò ad aggiungere «Senta... non volevo essere scortese, ma è una vita che gestisco questa attività di Forniture per l’Occulto e svendere tutto non mi mette esattamente di buon umore... questa maledetta crisi... Glielo cedo per ottanta dollari invece che cento, comunque. Almeno lei si è preso la briga di venire fin qui».   
Mister Pancia non doveva essere un tipo rancoroso perché la fronte gli si spianò subito. Allungò una mano che sembrava una confezione di wurstel e disse «Brian Bellamy. Sceneggiatore per la TV».
L’uomo calvo tese la propria e gliela strinse. «Mortimer Mipps. Mago. Non è un nome molto esoterico, lo so. Affare fatto?».
Bellamy ridacchiò. «Affare fatto. È un po’ che sono a corto di idee decenti e quell’aggeggio mi ha fatto venire in mente qualcosa. Non dico che sia uno spunto, nemmeno mezzo, però... Che lei sappia ha anche il potere di procurare buoni contratti?».
Mipps si strinse nelle spalle. Non che ci fosse molto da stringere. «È un demone. Difficile dire quello che può e che non può. Si prova a indovinare e si cerca di gestire al meglio la faccenda». Bellamy tornò a voltarsi verso il frigo. La creatura doveva averlo affascinato più di quanto non fosse sembrato all’inizio, ma lui era riuscito a non darlo a vedere. Forse non era così stupido. «È una chimera, vero? Come i cuccioli di drago e roba del genere» aprì lo sportello e prese il barattolo. L’essere era di colore bianco sporco, come un grumo di neve rappresa e coperta da un velo di polvere. «Pagamento in contanti, immagino».
Mipps si avvicinò «Di giorno è del tutto innocuo. È attivo tra il tramonto e l’alba. Allora è meglio tenerlo al freddo. Basta che la temperatura non superi i cinque gradi. Se dovesse accadere, potrebbe decidere che fa troppo caldo per i suoi gusti e allora potrebbe venirgli voglia di uscire e... beh, io  l’ho sempre tenuto al freddo, come ha detto lei. Non so che cosa potrebbe accadere».
«Gnoph... come? Beh io credo che lo chiamerò Jimmy, come un mio zio di New York. Pensa che se la prenderà?».
«Lui, no. Suo zio non lo so».
Bellamy mise il barattolo sotto il braccio ed estrasse il portafogli. Mentre rovistava alla ricerca del contante gli squillò il cellulare. Porse il denaro a Mipps, rispose, assicurò alla persona all’altro capo che sarebbe stato a casa in meno di un’ora e chiuse la comunicazione. Mipps gli diede il resto.
«Beh, pare che debba sbrigarmi» disse Bellamy «è meglio che Jimmy sia a cuccia prima del tramonto no?».
Strizzò a Mipps una palpebra grassoccia, ammiccando, e si precipitò fuori.
L’uomo calvo lo vide allontanarsi sorprendendosi, e non per la prima volta, della grottesca, ballonzolante agilità che a volte gli uomini sovrappeso sembrano possedere.
Non gli aveva chiesto nulla circa le altre istruzioni per l’uso.
Ripensandoci, forse era davvero così stupido come sembrava.
 
«Oh, andiamo, Maureen, è il mio dissuasore contro gli attacchi di fame notturni!»
Il barattolo di sottaceti, col suo bizzarro occupante, troneggiava tra i cartoni del latte e i resti di una torta alla crema.
Maureen Bellamy squadrò i denti aguzzi della creatura, digrignati in un ringhio perenne. Certo non aveva un’aria molto appetitosa, doveva ammetterlo.
«Insomma, tu lo sai qual è il problema, no? Io riesco a scrivere soprattutto di notte. E, quando, scrivo, mi viene fame. Così vado al frigo, lo apro e mangio la prima cosa che trovo. Poi torno a scrivere. Dopo un po’ mi rendo conto che ho ancora fame, così mi alzo di nuovo e... non è soltanto una questione di quantità, ma di qualità, di disordine alimentare. Di spuntini di mezzanotte che diventano dell’una, delle due, delle tre, finché perdo il conto ed è già ora di colazione. Ma se aprendo il frigo di notte mi vedo Jimmy che mi ringhia contro... beh...».
Maureen sospirò. Quando si erano sposati, dieci anni prima, Brian pesava quarantacinque chili di meno. Gli spuntini di mezzanotte c’erano sempre stati, ma c’era anche il momento in cui Jimmy smetteva di scrivere e tornava a letto. Adesso, con gli studios che gli rifiutavano quasi tutte le sceneggiature e gli imponevano ritmi massacranti per quelle poche che gli affidavano, di solito in team con colleghi con cui suo marito non andava d’accordo, le ore di sonno erano diminuite e gli spuntini aumentati. Tanto valeva ammetterlo: il cibo funzionava da ansiolitico e, probabilmente, era solo grazie ad esso che Brian non si era impiccato a una trave del garage, come aveva fatto il suo migliore e probabilmente unico amico Timothy McGee (anche se Brian avrebbe dovuto scegliersi una trave molto più robusta di quella che era bastata a Tim). Ora però Brian pesava quasi centoventi chili, soffriva di apnee notturne e dolori alla schiena e alle gambe, per non parlare del fegato. Rischiava di ammazzarsi lo stesso, anche se più lentamente.
«Va bene» concesse col tono di chi permette al figlio dodicenne di tenere un bastardino rognoso raccolto sul bordo della strada.
Non le andava l’idea di aprire il frigorifero e trovarsi di fronte quell’orrore artigliato, ma se poteva servire a tenere Brian lontano dal cibo, almeno per un po’...
E, in effetti, almeno per una settimana, funzionò.
 
Brian Bellamy era un tradizionalista senza tradizione. Era quello il suo problema.
L’horror, il suo genere preferito, aveva avuto il suo boom negli anni ’80, ma quelle idee e quegli stili, concepiti in un’era pre digitale, erano invecchiati in fretta. Quando Brian aveva preso a calcare le scene, i suoi modelli erano già superati e lui era stato incapace di trovarne di nuovi, così aveva ripiegato sugli slasher movies, quei film seriali basati, da un lato, sulla brutalità degli omicidi, con gran spreco di sevizie e frattaglie e, dall’altro (il lato B, probabilmente, ah ah) su un erotismo più o meno spinto. Erano l’ABC della letteratura e della filmografia horror, allo stesso livello delle storie raccontate ai bivacchi degli scout. Funzionavano... a patto di essere uno scout al bivacco. Il principale vantaggio che ne aveva tratto era un’approfondita conoscenza dell’anatomia umana: ti serve, se vuoi essere un bravo squartatore. L’idea di fondo della serie aveva per protagonista proprio lo Squartatore per antonomasia. I capi in testa, con poca fantasia e ancor meno stima per l’intelligenza del pubblico, avevano deciso che il titolo dovesse essere “Chasing Jack the Ripper”. Il concetto era che il buon caro vecchio Jack fosse un demone (o uno stregone, la produzione non aveva ancora deciso) che si guadagnava l’immortalità sgozzando il prossimo. Non era una trovata molto originale. Robert Bloch, il creatore di Psycho, ne aveva tratto un racconto già negli anni ’40, all’inizio della sua carriera: “Sinceramente vostro, Jack Lo Squartatore”. Lui invece avrebbe dovuto tirarne fuori una serie TV. Era riuscito a scrivere otto episodi, ma ne erano previsti tredici ed era già a corto di idee. Gli ascolti avevano iniziato a calare e, all’ultimo brainstorming (“trasformalo in un Brian – Storming”, ragazzo” gli aveva detto il direttore di produzione, che amava i giochi di parole e si ostinava a chiamarlo “ragazzo” benché fosse di quindici anni più giovane di Brian) si era ventilato di tagliare la serie in modo molto più crudele e definitivo di quanto il povero Jack potesse escogitare.    
Sbuffò, alzandosi dalla sedia davanti al computer. Il legno scricchiolò e Brian si domandò quanto il vecchio sedile avrebbe potuto resistere. Ne aveva sfasciati già due e il bilancio familiare non avrebbe retto a un terzo acquisto.
Doveva dimagrire, c’era poco da fare. Perciò quello di quella notte sarebbe stato l’ultimo spuntino.
Dici sempre così si redarguì. Vero. Ma il fatto era che stava per venirgli un’idea e aveva bisogno di carburante. Il problema principale delle serie horror era la serialità stessa. Da un lato, il pubblico si abitua fin troppo facilmente a qualunque mostruosità o efferatezza tu gli propini, dall’altro c’è una contraddizione insanabile nel pretendere la continuità da un genere che ha la tendenza a far fuori i  personaggi principali già alla fine della prima puntata.
Ciabattò verso la cucina, dicendosi che, in fondo, aveva rigato dritto per sette giorni e sgranocchiare qualcosa  non avrebbe provocato la fine del mondo.
La mezza idea che gli era venuta prevedeva un avversario seriale per il buon Jack. Non era quel che si dice “un colpo di genio”, anzi come trucco era abbastanza logoro. La sua intuizione però prevedeva che l’avversario fosse il “buono” (e, anche qui, nulla di eclatante, se si pensava che il protagonista era uno dei “cattivi” per antonomasia), anzi “la buona”, ma... e qui poteva venirne fuori la salvezza della serie e, soprattutto, del suo stipendio, si poteva immaginare che “la buona” - una specie di Jill la Vendicatrice, per esempio – pur di sconfiggere il suo nemico fosse disponibile a copiarne i metodi.
Aprì la porta della cucina, leccandosi le labbra. Lo stomaco gorgogliò.
Ecco, qui poteva uscirne un dilemma morale: fino a che punto ci si può spingere per raggiungere un obiettivo giusto? Se Jill avesse cominciato anche lei a scannare gente pur di far fuori Jack, che fine avrebbero fatto i confini tra bene e male?
Anzi – e l’idea lo colpì mentre allungava il braccio verso lo sportello – nell’ultima puntata Jack e Jill potevano finire a letto assieme e questo, oltre a soddisfare i guardoni, gli avrebbe assicurato un contratto per la seconda stagione e...
Fu allora che udì il rumore che veniva da dentro il frigorifero.
Che cavolo, ma sto già mangiando e non me ne sono accorto? fu il pensiero che gli attraversò il cervello, fortunatamente in modo troppo rapido perché potesse soffermarsi a considerarne la follia.
Già, perché da dentro il frigorifero proveniva un inequivocabile rumore di masticazione.
Ritirò la mano, mente un rivolo di sudore freddo gli correva lungo la schiena.
Sto sognando fu il secondo pensiero, per la verità neanche quello molto originale.
Da dietro lo sportello veniva un debole ticchettio (qualcosa di duro contro la plastica del ripiano) sovrastato da un rumore spugnoso e ingordo, come quello di un cinghiale che grufola.
Allungò la mano e il suono fu sostituito da un ringhio sordo. A Brian venne in mente un cane che lotta per un pezzo di carne faticosamente conquistato.
Saltò indietro, emettendo un verso simile a un debole squittio.
«Ci risiamo con gli spuntini notturni?»
Maureen era appoggiata alla porta della camera da letto e lo guardava assonnata.
Brian si rese conto di essere madido di sudore, come se fosse appena uscito dalla doccia. Probabilmente era anche pallido come la crosta di una forma di brie, ma, a quella distanza e mezzo addormentata com’era, sua moglie non se ne era accorta.
«Nnno» riuscì a balbettare «io credo che... credo che Jimmy abbia fatto il suo dovere».
 
«E bravo Brian!»
Todd Cunningham, direttore di produzione di dodici serie TV tra cui “Chasing Jack the Ripper”, assestò una pacca sulla spalla di Brian. Lo schiocco echeggiò nella stanza, suscitando un risolino di Karen Di Marzio e di Lester Taggart, gli altri sceneggiatori. Era sempre così. Todd gli appioppava una pacca, un buffetto, una tiratina d’orecchi, un ganascino, e loro ridevano. Era come se la massa corporea in eccesso di Brian Bellamy avesse come unico scopo quello di far divertire il prossimo. Stavolta, però, Brian vide che Todd aveva dato alla propria mano una fuggevole occhiata, quasi ci fosse qualcosa che non andava. Ma fu un attimo.
«E bravo Brian!» ripeté Todd «L’idea di Jill la Vendicatrice non è male. E pure l’idea della lavatrice stregata...»
«Oh andiamo, Todd» intervenne Lester «Potremmo riempire un supermercato con gli elettrodomestici indemoniati. Auto, stiroferropiegatrici, frigo, computer, ascensori...».
«Ti svelo un segreto sullo spettatore medio» rispose Todd chinandosi sul tavolo con fare cospiratorio «è distratto. Avrà visto anche dozzine o centinaia di film con elettrodomestici maledetti, come dici tu, ma se ne dimentica. Vuole dimenticarsene. Se no che fine fa il divertimento?».
«A me non convince».
«È solo per una puntata Les» cinguettò Karen.
«Convince me» dichiarò Todd «L’idea di Brian è approvata, la tua respinta. Uno a zero per lui. E chissà che non diventi un sei a zero, visto che la nostra Jill potrebbe sopravvivere almeno per altre cinque puntate. Il nostro Brian mi sembra in forma» altra pacca sulla spalla «è persino dimagrito. Non suona più come una volta».
 
«Si può sapere che cosa è questo porcile?» Maureen scagliò sotto il naso del marito il sacchetto della spazzatura. Erano tutti rifiuti di origine alimentare: confezioni di pane e prosciutto aperte, panetti di burro svuotati, lattine scolate, scatole di dolci svuotate. 
«Era tutto in frigo, sparso tra ripiani e cassetti. Ci ho messo venti minuti a pulire» dichiarò «che cosa hai da dire in proposito?»
Che cosa devo dirti, Maureen: che da quindici giorni a questa parte mi alzo prima dell’alba (quando il giorno non mi trova già sveglio, si intende) per ripulire il frigo da quella roba e che stamattina mi sono addormentato? Che ho un demone eschimese nel frigorifero e che lo nutro con quello che riesco a comprare facendo la cresta sulla spesa? Che sto cercando di rintracciare il tizio che me lo ha venduto, ma non ci sono ancora riuscito? Che... 
«Credo di aver avuto un attacco di fame notturno. A dirla tutta...» esitò, cercando una spiegazione migliore, e non la trovò. «Credo di avere mangiato mentre ero sonnambulo».
L’espressione di Maureen si addolcì. Per un attimo fu quasi dolorosa, ma Brian non poté esserne certo perché lei distolse subito lo sguardo.
«Non va molto bene ultimamente, lo so. Hai vissuto un periodaccio e io non... non ti sono stata molto vicino» Sul volto di sua moglie apparve un sorriso amaro, ma sembrava diretto all’immagine riflessa nel vetro della finestra, più che a Brian, seduto di fronte a lei. «Se fosse una sceneggiatura, credo che sarebbe simile a “Kramer contro Kramer”. Beh, suppongo che ognuno cerchi di tirare avanti come può: tu col cibo».
Siamo a questo punto? È così grave? E io non me ne sono accorto? Perché se è così è davvero molto, molto grave.
«Ovviamente la vita non è una sceneggiatura»  trillò. Giuliva. Decisa. Troppo. «E poi le cose stanno cambiando no? Magari stavolta ne esce un lieto fine... diavolo... ci credo che hai mangiato mentre eri sonnambulo. Forse ci dai dentro troppo con la dieta: secondo me hai perso almeno cinque chili».
Sorrise ancora. Di nuovo una smorfia amara, ma sincera, stavolta. O almeno rivolta a Brian e non a un’immagine su un vetro.
«Pertanto, se dovrò sopportare un frigorifero in disordine, penso che lo farò. C’è solo una cosa che non capisco...».
Dita gelide corsero lungo la schiena di Brian. Dita che sembravano appartenere a un essere con quattro braccia. «Come hai fatto a mangiare la Sachertorte dopo averci messo sopra il Ketchup?  Perché dagli avanzi sembra che tu abbia fatto proprio questo». 
 
«Non farlo».
Brian rivolse a Todd Cunningham uno sguardo interrogativo. Dopo la riunione settimanale, gli aveva chiesto di fermarsi negli studi, aspettare un’ora e poi andarlo a trovare nel suo ufficio. Non era un buon segno.
Otto chili e trenta giorni prima, Brian sudava più o meno incessantemente. Dipendeva dal metabolismo sbagliato, dalla sovrabbondante massa grassa (il volume aumenta più in fretta della superficie e tende a mantenere su livelli costanti la temperatura – era questa, secondo i paleontologi, una delle ragioni per cui i dinosauri erano così grandi. Loro, però, erano eterotermi) e dalla fatica di portarsi dietro un carico aggiuntivo. Questo accadeva prima di Jimmy. Da una settimana, Brian  aveva riscoperto il piacere di indossare una Tshirt senza vedere, dopo cinque minuti, aloni da sudore sotto le ascelle.
Adesso però era fradicio come un piantatore di cotone in Louisiana sotto il sole di luglio e aveva la sensazione di non avere un bell’odorino. Sudore nervoso. Cosa diavolo voleva, Todd. Licenziarlo? Dirgli che la serie sarebbe stata interrotta alla tredicesima puntata? Che qualcuno lo aveva citato per plagio? Che non doveva tenere demoni in frigo?
«Non farlo» ripeté Todd puntandogli contro un dito «Non seguire il Pensiero Oscuro».
Gli occhi di Brian si spalancarono. Si immaginò una scena in cui i muscoli tiranti delle palpebre si laceravano e rivoli di sangue gli scorrevano lungo la faccia mentre i bulbi oculari sporgevano in fuori come uova sottoposte ad un innovativo sistema di cottura. Come scena splatter non era male. Se la serie fosse continuata.
«Non seguire la Grande Idea Letteraria, per l’amor del cielo. Oh, so che cosa stai per dirmi “non ci penso proprio”. E invece sì. Ci stai pensando, te lo leggo negli occhi. Solo che non te ne sei reso conto».
La temperatura corporea di Brian scese di un grado. Qualunque cosa fosse non aveva a che fare col suo licenziamento.
«Succede, quando uno comincia a produrre roba buona e va avanti abbastanza a lungo. Pensi che, stavolta, hai imbroccato il filone giusto. Hai preso l’ispirazione e l’hai chiusa dentro una gabbia, come si faceva una volta con le belve feroci. Ti sembra che stia andando tutto alla grande ed è così. Solo che a un certo punto inizi a chiederti: “beh... ma se sono abbastanza bravo da scrivere per quei decerebrati per la Tv, forse sono abbastanza bravo da scrivere sul serio. Da scrivere Letteratura, che cavolo. Beh, ragazzo, è proprio quella che ti frega. La Letteratura».
Prese una bottiglia d’acqua, la stappò, se ne versò un bicchiere, la offrì a Brian (che rifiutò: sudato com’era voleva evitare una congestione) e proseguì.
«La maggior parte di quello che si scrive non è letteratura. Fatti un giro in internet, se non mi credi. È roba che si legge, ma non è letteratura... oh... so che cosa stai pensando – consciamente stavolta: “ah, amico mio ma io non sono un dilettante. Io campo di quello che scrivo e questo vorrà pur dire qualcosa, no?” Beh, ancora una volta, hai ragione però...» bevve un sorso d’acqua «però il panorama letterario non è fatto da Autori con la maiuscola e, per quanto possa essere brutto sentirselo dire, neanche tu sei un Autore. Scrivi buone sceneggiature,  e secondo me devi essere grato agli dei per questo».
Non agli dei. Non esattamente, almeno.
«Ma fermati qui. Non andare avanti fino al punto di scoprire che non sei un Autore, perché allora non potrai tornare indietro. Adesso mi parlerai di George R.R. Martin, o di Gaiman, ma loro sono l’eccezione, non la regola. Tu sei la regola. Non c’è bisogno che ti faccia l’esempio di “Shining”, vero?»
Brian sbuffò. Forse non era il caso di rispondere in modo piccato – e soprattutto non era molto coerente da parte di chi, cinque minuti prima, tremava come una foglia all’idea di essere licenziato, però... «Lo scrittore si rinchiude nel suo pensatoio e dà fuori di melone. Questo è uno dei significati o sottotesti del libro e Kubrick l’ha colto meglio dello stesso King. D’altro canto, l’autore ha svolto lo stesso tema in molte altre opere. “La ballata della pallottola flessibile”, per esempio...» Tacque. Lì c’era un folletto che viveva dentro una macchina da scrivere, nutrito a forza di burro di arachidi. Un esempio fin troppo calzante.
«Sì lo so, hai citato il racconto anche nella decima puntata nella serie. Oh era una citazione molto sottile, tanto che Les non l’ha colta. Ma io sì. Ed è stato in quel momento che ho sentito il rumore delle rotelline» Si batté l’indice sulla fronte. «“posso fare il salto, posso diventare scrittore”... beh forse sì, ci potresti anche provare, non te lo nascondo. Diamine, secondo me ci potresti anche riuscire. Ma Autore, no. Per la tua anima immortale, no»
Anima Immortale? E questa da dove veniva? «Insomma devo rassegnarmi a essere un autore mediocre».
«Non ti devi “rassegnare”. È normale essere mediocri. Se l’eccezionalità fosse la norma diventerebbe mediocrità».
«E, come diceva l’ispettore Callaghan, ogni uomo deve conoscere i propri limiti».
«Ah... la profonda saggezza del pulp. È proprio così, però. E, se serve a convincerti, ti dirò che secondo me sei un ottimo autore mediocre. Non so se sia una questione di attitudine o il frutto di anni passati leggendo fumetti e paperback o guardando la Tv: non faccio il critico letterario, solo il produttore. Ma so che la tua roba vende e può vendere ancora di più e Dio maledica chi non sfrutta i propri talenti».
Maledizione. È probabile che tu abbia detto la parola giusta.
«Comunque lavorare sarà più facile d’ora in poi. Ho spostato Les a “Hot Velvet”».
«Era diventato troppo competitivo, ultimamente»
«Non lo faccio per te. È per Karen»
«Credevo stessero insieme»
Todd sospirò. «Brian, tu sei come una radio che capta solo certe frequenze. Stavano insieme. È proprio questo il problema. Ciascuno di voi creativi ha la sua ossessione personale. Suppongo che vi serva a lavorare meglio. Per te, il cibo, per Les, beh...». 
«Ma allora perché ultimamente sembrava avercela tanto con me. “Hai presto quest’idea da Tizio, quest’altro lo aveva già scritto Caio”...».
«È solo il suo modo di dire al branco che lui è il maschio Alfa».
«Ma se Karen non gli interessa più...».
Sorriso di condiscendenza. «Da quanto stai con Maureen?».
«Dodici anni, più o meno»
«Perché sei monogamo. Ma per quelli come Les non è così che funziona. È come per i babbuini: hanno un harem. Per un po’ Karen è stata la femmina Alfa. Adesso è diventata la femmina Beta... ma resta sempre la sua femmina. E non può tollerare che qualcuno le ronzi intorno, anche se si tratta del giovane del branco».
Ancora questa storia del “ragazzo”. Les aveva nove anni meno di lui. «Ma io non ho alcun interesse per Karen, né lei per me». 
«Come ho detto, Brian, tu sei come certe radio: capti solo alcune frequenze».
 
Scene dalla vita di Brian Bellamy nelle settimane successive.
Bellamy che scrive fino alle due di notte perché restano ancora tre sceneggiature da finire e adesso a lavorare rimangono solo lui e Karen Di Marzio.
Bellamy che è costretto a comperare un paio di pantaloni nuovi perché si deve pur averne un paio eleganti e quelli vecchi sono troppo larghi.
Karen Di Marzio che, alla macchina del caffè, si complimenta con Bellamy di come sia dimagrito.
Brian che si rende conto che sono mesi che non fa un complimento a sua moglie, ma quando le dice che sta bene con il nuovo taglio di capelli si accorge di avere commesso una gaffe perché lei gli risponde che l’ha cambiato un mese prima.
Bellamy che, ogni mattina, svuota il frigo dai resti dei pasti di Jimmy. È a lui che tocca preparare la colazione: è sempre stato così in dodici anni di convivenza e, poi, matrimonio. C’è sempre il rischio che Maureen abbia un attacco di fame notturno, ma in tanti anni non è mai successo. Si chiede, comunque, se sia il caso di mettere un lucchetto allo sportello, tanto per non rischiare.   
Brian che riesce a scovare in rete un vecchio post di Mortimer Mipps. Il calvo dice di avere comprato una casetta sul mare dalle parti di Ensenada, oltre il confine messicano.
Todd che approva le sceneggiature di Brian e Karen e dice loro che, molto probabilmente, “Chasing Jack the Ripper” avrà una seconda stagione.
Brian che telefona a Maureen per avvertirla, ma non la trova. È un momentaccio per lei, perché lavora da un commercialista e quello è il periodo delle dichiarazioni dei redditi. Brian torna a casa deciso a prepararle una cenetta. Apre il frigo e Jimmy è sempre lì, ringhioso ma innocuo. Brian, una volta tanto, riesce a trovarlo ridicolo, ma forse solo perché il sole è alto nel cielo. Maureen telefona per dire che farà tardi e Brian scopre di essere arrabbiato con lei. Recupera un vecchio paio di scarpe da ginnastica e decide di fare una passeggiata. Camminare per le strade al tramonto, nella tiepida sera estiva che sa un po’ di mare, è una sensazione nuova. A un certo punto si accorge che sta pensando a Karen Di Marzio e si chiede se, per caso, qualcuno o qualcosa non stia cambiando la sintonia di quella famosa radio.
Brian che torna a casa e si dirige al frigo. Esita, poi impugna la maniglia. Il ringhio che viene da dietro ricorda lo stridere della forchetta sulla porcellana e Brian si rende conto che, da un po’ di giorni a questa parte, il frigo è insolitamente vuoto. Improvvisamente, comprende che, dietro lo sportello, qualcuno, o qualcosa, è molto affamato. Ci sono molti meno avanzi, o chi li fa sparire è diventato più vorace.
Todd Cunningham che dice a Karen e Brian che devono scrivere altre quattro puntate di “Chasing  Jack the Ripper” e che, nell’ultima puntata, Jill deve far fuori il suo socio (che, in origine, era il protagonista e che sta dando la caccia a Jack sin dall’inizio della serie) e finire a letto con Jack.
Brian che torna a casa e ha già elaborato i tre quarti delle nuove sceneggiature. Quando arriva, però, invece di mettersi a lavorare, studia la cartina del Messico nordoccidentale e cerca di indovinare dove sia la casetta sul mare di Mortimer Mipps.
Brian che si sofferma a guardare la propria immagine riflessa nello specchio. Per un attimo ha avuto la sensazione di stare osservando un’altra persona e, in effetti, da un certo punto di vista è così.
Maureen che strepita perché, dice, Brian ha speso un sacco di quattrini per comperare un gruppo elettrogeno nuovo. Con quello, gli hanno assicurato, la loro casa avrà corrente per ventiquattr’ore anche se la rete di alimentazione pubblica dovesse saltare. Da quel giorno, Maureen fa sempre più tardi la sera, anche se il periodo delle dichiarazioni dei redditi è passato.
Brian che ha ripreso l’abitudine di fare del moto. Dopo più di vent’anni, ha fatto persino qualche metro di corsa. Non è molto, ma è un nuovo inizio.
Karen di Marzio che gli dice che Todd Cunningham non capisce niente. Che il problema, con Lester Taggart, non era che lui avesse un’altra (era successo molte altre volte, in passato), ma che, stavolta, è una cosa seria. Dice che Les, per la prima volta, ha dato un nomignolo alla sua nuova conquista e così lei, Karen, ha capito tutto. Dice che il nomignolo è “farfallina”.
Brian che è tornato a mettersi la cintura, dopo anni trascorsi ad usare bretelle e abiti elasticizzati. Pensa che sarà costretto a rifarsi mezzo guardaroba, e che Maureen se ne accorgerà, ma forse no. Non si è accorta neppure che Brian, cui tocca fare la spesa, compra molto più cibo di prima, che non lo mangia, ma che il cibo viene consumato lo stesso. 
Karen e Brian che scrivono assieme l’ultima puntata della serie. Brian suggerisce che Jill faccia fuori il suo socio, l’ex protagonista, lasciandolo solo in una stanza dove c’è una cassa dentro cui si nasconde un demone affamato. Precisa che il demone potrebbe essere alaskano. “È una citazione di “Creepshow” afferma.
Todd approva e dice che si vede che Brian si è nutrito di film horror anni  ’80. “Siamo quello che mangiamo” conclude sorridendo.
Brian che si chiede che cosa succederebbe se Maureen si alzasse di notte e aprisse il frigo. Si dice che dovrebbe fare qualcosa per impedirlo, ma non gli viene in mente nulla. Nonostante questo pensiero, si addormentata. Quando Maureen arriva a casa, non la sente neppure.
      
«Internet. Scommetto che mi ha trovato così. Non che me ne freghi molto, ma conferma quello che ho sempre pensato: se vuoi sparire, oggigiorno, è sufficiente che tu non abbia una vita virtuale. Ma se ce l’hai, se hai postato nel web anche un solo, miserabile contenuto, qualcuno prima o poi ti troverà».         
Mortimer Mipps era sdraiato su una sdraio sotto il sole messicano. Non era per nulla abbronzato. Le braccia magre che uscivano dalla camicia a fiori sembravano ossa calcinate. Gli occhiali da sole, neri sotto la pelata pallida, parevano le orbite vuote di un teschio.
«Quel... Goof-key...» disse Brian Bellamy. Si era preparato un lungo discorso e un mucchio di domande, ma ora non riusciva quasi a spiccicare parola. Non era così che si era immaginato la scena, ma quella era vita reale e non era lui lo sceneggiatore. Si sorprese a chiedersi quale fosse il vero motivo che aveva indotto Mipps a chiudere baracca e burattini. Vedendolo, non era difficile capirlo.     
«Gnoph – Keh» lo corresse Mipps emettendo un suono simile a un colpo di tosse «Jimmy è un nome molto più semplice. Aveva deciso di chiamarlo “Jimmy”, vero?».
«Come... cosa...».
«Buon dio, giovanotto... non sarà mica venuto qui a chiedermi il libretto delle istruzioni?» si tolse gli occhiali e fissò Brian. «Per la miseria... funziona...» disse «sempre che lei avesse in mente una cura dimagrante... maledizione, avrei potuto venderlo alla Weight Watchers qualche anno fa... ma no... mi sa che ci sono degli effetti collaterali. È per quelli che è qui, no?».
«Come si controlla! Quella... cosa... mi ha cambiato la vita e... sì... ci sono degli effetti collaterali, ma non è per quelli che sono qui. È solo che...» ricambiò lo sguardo dell’uomo e, improvvisamente, si rese conto con cristallina evidenza della propria condizione. Malgrado tutto quello che gli stava capitando, non riusciva a credere che Mipps fosse un mago, non di quelli con bacchetta e cappello a punta, almeno. Quel  tipo emaciato, malato di cancro, che aveva di fronte non sembrava possedere alcun potere soprannaturale, tranne forse negli occhi. Erano azzurri e limpidi, quasi infantili. Sono come specchi fatati, pensò lo scrittore che era dentro Brian qualcosa di simile al ritratto di Dorian Gray o allo specchio magico di Biancaneve. O forse è semplicemente lo sguardo di chi ormai vede il mondo da tuttaltra prospettiva. «Solo che non sono affatto sicuro di volerla cambiare».
Mipps si rimise gli occhiali.
«Potrei dirle che è attivo di notte e che va tenuto a una temperatura inferiore ai cinque gradi. Potrei dirle che è  antropofago, ma che si può controllarlo tenendolo sempre sazio. Potrei dirle che è originario dell’Antica Lomar, nella terra di Iperborea... ma non le dirò nulla di tutto questo».
Sospirò, e il suo petto si abbassò come un palloncino sgonfiato.
«Le dirò due cose, invece. La prima è che non c’è nessun Gnoph-keh. È una creazione letteraria di Hazel Heald, una scrittrice per cui Lovecraft faceva da ghost writer... ma mi pare che lei sia del mestiere e non credo di doverle spiegare di cosa sto parlando. Anni fa, qualche burlone deve essersi divertito a mettere insieme pezzi di animali diversi fino a dare loro l’aspetto di quella... creatura. È  una chimera, come ha detto lei. Come i cuccioli di drago o gli alieni di Roswell. Io l’ho comprato nel ’78 a una fiera di Akron, Ohio»
Tossì, si guardò le mano come per vedere se avesse sputato qualcosa che, invece, avrebbe dovuto rimanere al suo posto, e proseguì. «A questo punto lei può scegliere. Può decidere se liberarsi di questa sua piccola ossessione, oppure tenersela e fare come quegli adorabili idioti convinti che HPL abbia solo finto di creare la sua mitologia e che invece...» altro colpo di tosse.
«Insomma mi ha preso in giro»
«Perché, vuole farmi causa? E per cosa? Perché non le ho venduto un vero demone? Oppure perché glie ne ho venduto uno vero?». Si voltò di tre quarti verso Brian, le braccia appoggiate sui braccioli e sottili quanto i braccioli stessi.
«Una volta la gente credeva in incubi, succubi, dybbuk e altre amenità come quelle che mi hanno dato da vivere per cinquant’anni. Adesso parla di psicosi, schizofrenia, depressione... bah... io non ci vedo tutta ’sta differenza e soprattutto non vedo tutto ’sto progresso nelle cure. Il punto è un altro».
«Scommetto che è questa la seconda cosa che vuole dirmi»
Mipps sorrise e a Brian vennero in mente più che mai i ghigni dei teschi sbiancati dal sole.
«Il punto è che cosa vogliamo e quali mezzi vogliamo usare per ottenerlo. Lei ha detto che Jimmy le ha cambiato la vita e che lei non è sicuro di volerla cambiare. Beh... è questo che si deve domandare. E quando ha trovato la risposta deve decidere se preferisce credere ai maghi o agli psicologi. Quello in cui crede cambierà la sua vita e la vita di coloro che ha intorno, che lei lo voglia no».
«Insomma, né grimori, né foglietti con posologia, indicazioni e controindicazioni».
«Non è così semplice». Mipps si girò di nuovo, lasciandosi andare sulla sdraio. Il telo si curvò appena. «È questa la seconda cosa che volevo dirle. L’unica che abbia imparato in cinquant’anni di mestiere: non è così semplice».
Si allungò con un sospiro, il sole che sembrava passargli attraverso senza abbronzarlo né scaldarlo.
    
L’agente della frontiera di San Ysidro dovette battere sul tettuccio due volte, prima che Brian si rendesse conto che poteva ripartire.
Si era ricordato di avere un permesso Sentri, che gli era servito quando la produzione aveva mandato in onda una miniserie su una fantomatica setta segreta Maya e si era reso necessario, per un po’, fare avanti e indietro dal Messico. Se poi i Maya stavano nello Yucatan, molto più a sud, e non a ridosso del confine con gli Usa, non era il caso di sottilizzare.
Si era ricordato del permesso e del passaporto elettronico, ma non di quanto fosse rapido, per chi lo aveva, l’attraversamento della frontiera.
Il poliziotto lo guardò storto, Brian gli restituì un debole sorriso spazientito che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto suggerire che l’auto faceva i capricci, e partì.         
Bellamy aveva trascorso il viaggio di ritorno chiedendosi se, per caso, non fosse impazzito.
Era partito alla ricerca di Mipps con l’idea di domandargli se poteva riprendersi Jimmy. A metà strada, aveva abbandonato l’intenzione originaria: gli avrebbe chiesto come avrebbe potuto gestire Jimmy. Giunto a destinazione, e messosi a chiedere in giro se potevano indicargli la casa sul mare che un gringo calvo e pelle e ossa aveva comprato qualche tempo prima, aveva deciso che avrebbe improvvisato.
Beh, l’improvvisata c’era stata. E anche la sorpresa: la scoperta che non erano risposte su Jimmy, quelle che cercava, ma risposte su se stesso. Sull’uomo magro, creativo e sentimentalmente incerto che ogni mattina lo guardava dallo specchio della camera da letto.
Era cambiato, poco ma sicuro, ma c’era bisogno di un demone per spiegare tutto questo?
Che cosa aveva detto Todd? “Ciascuno di voi creativi ha la sua ossessione personale”.
Forse il suo inconscio aveva fatto tutto quanto al posto suo, come la fatina che lascia un soldino accanto al letto ogni volta che cade un dente da latte. Era sotto pressione, non riusciva a uscirne razionalmente e non trovava idee decenti, così Santo Id (o Es, o come diavolo si chiamava), a sua insaputa, si era mascherato da Jimmy, si era rimboccato le maniche (e, con quello che c’era in ballo, le quattro braccia gli erano tornate quanto mai utili, ah ah) e l’aveva tirato fuori dai guai.
Non era un caso che non si fosse neppure messo a cercare in rete che cosa fosse uno Gnoph – Keh. Il suo inconscio probabilmente lo sapeva benissimo, solo che la parte razionale non doveva saperlo, altrimenti avrebbe scoperto il trucco e addio. Era come se il suo lato creativo avesse detto a quello logico: “Ragazzo, fatti da parte, perché c’è un lavoro sporco da fare e qualcuno deve pur farlo”.
E poi c’è la faccenda del dimagrimento.
Beh, quella non aveva nulla di soprannaturale. Mangiava meno e dimagriva, tutto qui.
E come la metti col cibo che scompare? Perché quello non è frutto della tua immaginazione.
Beh... di certo non lo mangiava (non sarebbe dimagrito altrimenti), ma magari lo buttava via di nascosto, come se agisse in trance.
In altre parole saresti pazzo. Non so se te rendi conto, ma non è una prospettiva molto rassicurante. E comunque non regge. Ci sono i rifiuti dentro il frigo, al mattino.
Vero, ma questo non escludeva che, in sonnambula, Brian aprisse il frigo, svuotasse le confezioni di cibo e le buttasse via lasciando solo qualche avanzo come se qualcuno (Jimmy) avesse consumato un sostanzioso spuntino di mezzanotte.
Anche Maureen ha visto gli avanzi, però, ricordi? E il bidone della spazzatura era mezzo vuoto, esattamente come la sera prima.
Maureen, giusto. Anche lei era parte del quadro. Forse la parte più importante.
Mentre riattraversava la dogana, Brian non poté evitare di ripensare alle parole di lei qualche settimana prima: “Non va molto bene ultimamente, lo so. Se fosse una sceneggiatura, credo che sarebbe simile a 'Kramer contro Kramer'. Beh, suppongo che ognuno cerchi di tirare avanti come può”.
Lui non si era accorto di nulla. Non fino a quel momento. E, dopo, aveva dato a Jimmy la colpa dell’allontanamento di Maureen. Si era detto che era logico che sua moglie lo guardasse in modo strano (quando lo guardava) considerato come si comportava, ma che non poteva certo dirle che tenevano un demone in casa.
Ma era davvero così che stavano le cose?
Accelerò, cercando di arrivare a destinazione prima che il sole calasse.
Non c ’era una spiegazione molto più semplice?
Non poteva essere che sua moglie si fosse allontanata da lui perché Brian era immerso nel suo mondo di serial killer, sceneggiature, stregoni, incantesimi e demoni in frigo?
Bruciò un paio di semafori, evitò un frontale e si lanciò in tre sorpassi azzardati prima di vedere la loro casetta, già sfiorata dalle ombre della sera che si allungavano dalle colline.
“Siamo quello che mangiamo” aveva detto Todd e, in tutti quegli anni, la sua mente si era nutrita di B-Movies, romanzi da quattro soldi e storiacce dell’orrore.
Mentre scendeva dall’auto e l’ultimo sole proiettava la sua ombra sul vialetto – un’ombra che l’azione combinata del suo nuovo fisico asciutto e della luce calante rendeva lunga e scheletrica – si vide come una versione riveduta e corretta di Don Chisciotte, dalla mente alterata non da romanzi di cavalleria, ma da racconti del terrore.
E tuttavia, inserendo la chiave nella serratura proprio mentre il sole scompariva del tutto, non poté evitare di immaginarsi Jimmy che, dietro la porta del frigo, chiuso, ma ancora per poco, dentro il barattolo di sottaceti, spalancava gli occhi gialli e famelici.
 
Letto la sceneggiatura dell’ultima puntata. Va tutto bene, tranne la penultima scena, quella che precede il momento in cui Jack e Jill finiscono a letto insieme. Diamine, ragazzo, si direbbe che tu non abbia mai sedotto nessuna ahaha.... comunque so che non è il tuo forte: tu ti trovi più a tuo agio con gli sbudellamenti ehehe. Il fatto è che noi abbiamo una scadenza, ragazzo. Se vogliamo che “Chasing Jack the Ripper” abbia un seguito devo portare la sceneggiatura completa ai piani alti entro settimana prossima. Non posso richiamare Les, lo sai benissimo, quindi datti da fare con Karen. Non in quel senso. O forse sì, fai tu, ehehe. Comunque portami la sceneggiatura. Todd”.
Il tuo forte, invece, sono le battute da deficienti pensò Brian prima di leggere la mail di Todd per l’ottava volta, poi spense il computer.
Si alzò dalla sedia – non aveva avuto bisogno di cambiarla – e guardò l’orologio. Le due. Maureen era tornata a casa un’ora prima, lo aveva salutato e si era infilata a letto.
Si diresse vero la cucina, avvertendo il fresco della brezza notturna. Si piazzò davanti al frigo e lo guardò con aria di sfida. Deve decidere in che cosa credere. Tese l’orecchio. Nulla. Magari Jimmy lo aveva sentito arrivare. È antropofago. Già. Forse era una trappola. Forse, benché avesse sempre badato a fornirgli ogni ben di Dio, alla fine l’istinto aveva preso il sopravvento e ora il demone gli stava tendendo una trappola. Era uscito dal barattolo e se ne stava acquattato sul ripiano, pronto a balzar fuori non appena avesse aperto lo sportello. Gli avrebbe artigliato la gola con le quattro zampe e poi lo avrebbe morso alla giugulare, spegnendo le sue urla in un rantolo sanguinolento, quindi avrebbe iniziato a nutrirsi di lui.
O magari non vedrai niente altro che una chimera, un giocattolo per adulti chiuso dentro un barattolo per sottaceti. E poi non riuscirai a buttare giù una sola riga. Mai più.
Già. Le psicosi, a volte, potevano essere utili.
Ma non stavolta.
Stavolta non avrebbe dovuto scrivere una scena horror, ma Jimmy era in grado di suggerirgli solo quelle. Così era stato nutrito, da sempre, e tutti quanti siamo quello che mangiamo.
Aprire lo sportello, quella notte, non gli sarebbe servito a nulla, in nessun caso.
Era il preludio a una scena di sesso che doveva scrivere.
Sicuro, almeno per quella sera avrebbe potuto rimandare il confronto con Jimmy.
Si girò e uscì dalla cucina, riuscendo a convincersi di non avere sentito, alle sue spalle, il rumore di qualcosa che veniva sgranocchiato, poi si diresse verso la camera da letto.
Maureen dormiva semisdraiata su un fianco. A differenza di lui, aveva caldo, e il lenzuolo le era scivolato di dosso andando a formare un drappeggio incredibilmente sensuale sotto la luce glassata della luna. Respirava piano, le curve che si alzavano e abbassavano appena; un paio di ciocche ribelli tremolavano scosse dalla brezza che entrava dalla finestra.
Brian si allungò verso di lei e accese l’abat-jour. Era di quelle con l’interruttore regolabile e Brian la lasciò al minimo, limitando la luminosità a un debole chiarore. Maureen mugolò appena. Brian attese, poi le accarezzò una spalla, scostandole i capelli. Erano folti e ondulati, di una tinta rossastra di poco più accesa del colore naturale. Pensò che le stavano davvero bene e che era stato un vero idiota ad accorgersene solo un mese dopo che aveva cambiato acconciatura.
Poi vide la farfalla tatuata sulla nuca, in corrispondenza della spina dorsale.  
 
«A Lester Taggart che non è più tra noi e che non potrà collaborare alla seconda stagione di “Chasing Jack the Ripper”. Possa la sua “farfallina” costituire per lui una sufficiente consolazione».
Brian alzò il bicchiere in un brindisi.
Maureen, accanto a lui, ebbe un attimo di esitazione e scoccò un’occhiata a suo marito, poi si unì al brindisi.
Todd Cunningham, di fronte, non riuscì a trattenere un colpo di tosse e scolò il calice in un fiato.
«Davvero saremo solo noi due gli sceneggiatori, Todd?» disse Karen di Marzio.
«Beh... sì... ma non sperate che vi aumenti il cachet. Almeno non fino a quando arriveremo alla terza stagione».
«Non so se ci sarà una terza stagione, per me, Todd» disse Brian pulendosi la bocca.
«Oh, Bri...» disse Karen «L’ultima puntata è stata... strepitosa. Un successone. Come pensi che potrei fare a meno di te. Gli ascolti sono stati stellari, non è così Todd?».
«Puoi dirlo forte. Confesso che anche io sono stato sorpreso. Devo dire che avevo sottovalutato il nostro Bellamy. Non avrei mai pensato che se la potesse cavare così egregiamente al di fuori della sua materia preferita: squartamenti e mostri».
«Mi sono... esercitato molto». Toccò a Bellamy scoccare un’occhiata a sua moglie. Todd Cunningham tossicchiò di nuovo e Karen ridacchiò. Maureen distolse lo sguardo e non vide la smorfia sul viso di suo marito, diversamente l’avrebbe riconosciuta per quello che era: dolore. Karen di Marzio indossava scarpe appuntite e il suo calcio, benché debole, aveva colpito Brian proprio sull’osso della caviglia.
«Tuttavia ho ripensato parecchio a quel discorsetto che mi avevi fatto quella volta, Todd, sai, quello sul fatto che siamo quello che mangiamo... a proposito, cara: cena squisita, stasera».
«Oh... una sciocchezza. Ho solo preso il ricettario della mia nonna italiana e, anche se l’ho seguito alla lettera, sono sicura che lei avrebbe avuto da ridire su questa cena. Non credo che mi avrebbe concesso di usare il ketchup al posto del sugo di pomodoro e basilico, per esempio... ma, come penso avrebbe detto lei, voi siete “di bocca buona”. La mia specialità, poi, sarebbero i dolci, ma tu hai insistito per provvedere personalmente» rispose Maureen. Non era esattamente la frase più lunga che avesse pronunciato in tutta la serata, ma quasi.  
«Assolutamente» confermò Brian «Ma stavo dicendo: hai ragione, Todd, non si può vivere di hamburger, patatine, torte alla crema e bibite gasate. Se avete dubbi, andate a controllare le mie foto di tre mesi fa e ditemi in tutta sincerità quale sarebbe stata, secondo voi, la mia aspettativa di vita».
Tacque un istante, come per assaporare il silenzio, e proseguì «D’altro canto, non si può mica cenare sempre come abbiamo fatto stasera: aperitivo, antipasto, primo, secondo, due contorni, frutta, caffè e, fra poco, il dessert...roba troppo raffinata. E poi, se l’eccezionalità fosse la norma diventerebbe mediocrità. Sono parole tue, vero Todd?».
Todd annuì. Sentire le proprie parole dette da altri era sempre spiazzante, come ascoltare la propria voce registrata: non suona come dentro la testa.
«Non ti preoccupare, Todd» disse Maureen «Non credo che Brian riuscirà a fare meno dei suoi mostri. È dimagrito, è vero, ma demoni, serial killer ecc... beh... è tutta un’altra faccenda».
Todd si girò verso Maureen e rimase così per qualche secondo.  Il tono della moglie di Brian era stato strano. Era una rassicurazione, certo, ma sembrava che Maureen volesse rassicurare se stessa, non l’interlocutore.
«E chi parla di abbandonarli?» replicò Brian «Non ho nessuna intenzione di sostituire una dieta sbilanciata con un’altra. Sai qual è il segreto? Variare. Sì. Una dieta varia ed equilibrata rende l’uomo felice. O, se preferisci che usi un’altra metafora che ti è cara, Todd, l’uomo saggio non rimane sintonizzato troppo a lungo sulla stessa stazione. Questo è il segreto: il cambiamento. Ne abbiamo discusso con Karen e siamo arrivati a questa conclusione. Non è  così?».
Altro risolino di Karen. Brian si allungò sulla sedia. Faceva fresco, ormai: la brezza soffiava dall’oceano, dietro le colline, portando un velo di umidità che si attaccava alla pelle. Brian controllò l’orologio: era quasi mezzanotte.    
«Il fatto è» disse «che io ho nutrito per troppo tempo la mia mente sempre con lo stesso cibo e questo non va bene. Les aveva ragione: Poe, Lovecraft, King erano la mia Triade del Terrore e a loro solo rendevo culto... più il rispetto riservato a pochi altri Padri Fondatori.  E la cosa più grave è che non me ne accorgevo. E poi c’erano B. Movies usciti tra il ‘70 e il ‘2000. Vuoi che ti dica quali e quante erano le citazioni consapevoli che ho inserito in “Chasing Jack the Ripper?”... beh, sono tante e so che non hai nessuna voglia di sentirle. Ma non quante quelle inconsapevoli. Quello mangiavo e quello... beh... siamo a tavola dopotutto... quello veniva fuori, diciamo così.
Ma non basta.
Avevo dimenticato la ragione per cui faccio questo mestiere: scrivere una buona storia: una storia che la gente ami sentire. È una storia del terrore? Bene. Non è una storia del terrore? Beh... bene lo stesso.
C’è gente che vuol sentire solo un certo tipo di racconti? Padronissimi: non mancano i fast food. Io non gli consiglio di frequentare solo quelli, ma siamo in un paese libero. Però non devono impedire a me di cucinare il fugu o l’anatra all’arancia... o il dessert di questa sera, se mi va. Oppure di mangiarli».
«Dimentichi che la “dieta squilibrata”, come la chiami, ti ha nutrito fino ad ora».
Brian sorrise e scosse la testa. «Fino all’indigestione. Potrei dire fino all’intossicazione o all’avvelenamento, ma non lo dirò, Todd. Non sono schizzinoso. Solo che, adesso che ho raggiunto un peso forma, vorrei mantenerlo. Tranquillo, però: non mi vedrai mai a cibarmi di erbe e radici».
«Lo spero bene. Perché altrimenti dovrei ricordarti che hai firmato un contratto che ti impegna per la seconda stagione».
«Stai sereno, Todd» intervenne Karen «Brian e io ci siamo dati da fare come disperati in questi giorni. C’è roba per altre tredici puntate. Forse per altre diciassette».
Ci fu uno scambio di sguardi tra Karen e Maureen, ma nessuno dei due uomini parve accorgersene, come se entrambi fossero sintonizzati su altre frequenze.  Brian allungò la mano verso il cesto della frutta secca, poi, all’ultimo secondo, la ritirò. Karen gli sorrise. «Quella sì che è calorica» disse.  
«Karen ha ragione, Todd. Puoi stare tranquillo. Ho svuotato il magazzino – o il frigo, visto che ormai siamo sulla lunghezza d’onda di questa metafora – e cucinato per giorni e giorni. Ora non ci resta che finire quello che ho preparato. Proprio così. Dobbiamo far fuori gli avanzi».
Todd sospirò e fece una smorfia, come se avesse ingoiato un boccone amaro «Non so se è quello che voglio».
«Un saggio, una volta, mi ha detto che quello che conta è che cosa vogliamo e quali mezzi vogliamo usare per ottenerlo e, per la miseria, aveva ragione.
Io voglio scrivere buone storie e voglio usare tutti gli ingredienti a disposizione... a proposito cara, ti spiace andare a prendere il dolce?».
Maureen esitò. Il Brian che conosceva lei sarebbero stato incapace di attendere qualcuno che andasse  a prendere il dolce... ma quel Brian sembrava essere stato eroso e dilavato via nelle ultime settimane. Appoggiò  il tovagliolo sul tavolo e si alzò. Si udirono i suoi tacchetti dirigersi verso la cucina.
«Mi piacerebbe conoscere il tizio che mi sta fregando lo sceneggiatore» disse Cunningham con una smorfia.
«Temo che sia un po’ complicato, Todd. Non è mai così semplice. E comunque non credo che direbbe granché: era un tipo di poche parole. Forse ti consiglierebbe di credere in quello che fai. Quello in cui credi è come quello che mangi: cambia te e cambia il mondo che ti sta intorno. Che ti piaccia o no».
Todd aprì la bocca e, da come la spalancò si intuiva che stava per ripetere il discorso sugli Autori e la Grande Idea Letteraria, ma l’urlo che venne dalla cucina glie lo impedì.
Era uno strillo di assoluto, insostenibile raccapriccio, come quelli che avrebbe potuto lanciare Jamie Lee Curtis ai tempi d’oro del primo “Halloween” e attraversò tutta la casa con gelide, spettrali ali nere.
Todd Cunningham, gli occhi sbarrati, rimase a bocca aperta come se avesse deciso di farsi doppiare, e Karen di Marzio saltò sulla sedia, lasciando cadere le posate.
Subito dopo si sentì un gorgoglio, come acqua che cerca di scorrere dentro un lavandino ingorgato, e una serie di tonfi sordi, come se qualcuno stesse sbattendo per terra un sacco pesante. Si udirono le sedie della cucina cadere a terra.
Sorridendo, Brian Bellamy allungò la mano e si versò ancora da bere. Non c’era nulla di cui preoccuparsi.
Dopotutto, qualcuno stava solo consumando lo spuntino di mezzanotte.          

 

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Paolo Guastone il 2018-09-25 12:23:42
Un racconto dentro un racconto, a sua volta dentro un racconto. E alla fine ci si chiede: chi sono i veri mostri? la risposta è tra le righe di questo ennesimo capolavoro, che ora vado a rileggermi.

Rubrus il 2018-09-26 13:02:18
Il racconto stava invecchiando un po'. Risale all'epoca della presidenza Obama, quando attraversare il confine col Messico era più semplice - non so se esistano ancora le carte sentry - e soprattutto le serie web non erano così diffuse come oggi. Oggi, anche se in fondo è passato pochissimo tempo, gli sceneggiatori ragionerebbero più in termini di serie web che di serie TV tradizionali. Siccome stava invecchiando, ho deciso di postarlo. Allora come oggi, però, da noi nessuno campa facendo lo sceneggiatore di serie horror.

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