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Mauro Banfi il Moscone

Il caso Publius Vesonius Phileros: un litigio di duemila anni fa.

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2018-09-20 16:04:17

“ Hunc hominem liberum esse volo. (Voglio che quest’uomo sia libero secondo il diritto dei Quiriti)”.

                                                                                                            I

Gli antichi romani tenevano i morti fuori dalle loro città.
Per loro un essere umano era davvero morto solo se nessuno si ricordava più della sua persona e della sua vita.
Pertanto, le vie che conducevano alle porte delle città erano costellate da sepolcri, urne e sarcofagi, per ricordare ai vivi la memoria dei defunti.
Sto esplorando con la solita passione quella meraviglia a cielo aperto di Pompei. Sto studiando la necropoli fuori Porta Nocera.
Mi fermo davanti a una grande tomba, vicino al famoso monumento funebre di Eumachia, la sacerdotessa di Venere.


 

                                       


Si tratta dell’edicola funeraria di un liberto*, Publius Vesonius Phileros, la cui costruzione egli ordinò e fece edificare in anticipo, durante la sua vita, per condividerlo con due altre persone.
In una nicchia in alto sulla facciata, tre statue a grandezza naturale ritraggono tre misteriosi personaggi, purtroppo mancanti delle teste, per colpa di sciagurati e ignoranti tombaroli.

 

                            


Queste tre persone, una donna in mezzo e i due uomini al lato, guardano ancora dall'alto i passanti, dopo duemila anni.
Quello che rende straordinaria Pompei in tutto il mondo è la sua disponibilità di minimi dettagli quotidiani, che rendono possibile vedere, come in un film, le storie umane di quei romani di una volta e intraprendere miriadi di straordinari, concreti, viaggi nel tempo.
Fatto unico e irripetibile in tutti i siti archeologici del mondo, sotto le tre statue ci sono due targhe di marmo che raccontano con precisione la storia di quelle tre persone.

 

                            


“Hospes paullisper morare / si non est molestum et quid evites / cognosce amicum hunc quem / speraveram mi esse ab eo mihi accusato / res subiecti et iudicia instaurata deis / gratias ago et meae innocentiae omni / molestia liberatus sum qui nostrum mentitur eum nec di penates nec inferi recipiant.”
“Passante, fermati un po' se non ti disturba, e sappi da che cosa ti devi guardare.
Quello che speravo fosse mio amico, mi accusò falsamente in tribunale; per la grazia degli dèi e per la mia innocenza fui assolto da ogni molestia. Possa il diffamatore essere respinto dagli dèi Penati e da quelli dell’aldilà”.


Phileros, infatti, costruì la sua enorme tomba con l’intento di raccogliervi i resti della sua ex padrona, raffigurata dalla scultura mediana, una donna pompeiana libera che si chiamava Vesonia, e del suo “amico” (come Phileros indica nella targa più in alto, posta prima di quella più in basso che
vi ho appena tradotto), un altro liberto che si chiamava Marcus Orfellius Faustus.

“P(ublius) Vesonius |(mulieris) libertus) / Phileros Augustalis / vivos monument(um) / fecit sibi et suis // Vesoniae P(ubli) f(iliae) / patronae et // M(arco) Orfellio M(arci) f(ilio) / Fausto - amico.”

 

                             


— Proprio così, caro Mauro, spero che nel vostro mondo non succedano più questi infelici litigi tra amici.
Mi presento, sono Publius Vesonius Phileros, ex commerciante di vini e poi sacerdote del Divo Augusto.
— Phileros, il liberto: quello dell’iscrizione sul sepolcro?
— Sì, Mauro.
Voglio raccontarti la mia storia, una di quelle che cerchi da anni per le antiche strade di Pompei.
Io, Phileros, ho fatto eseguire in vita due correzioni al monumento funebre che vedi, dopo che era stato completato.
Dopo una lunga e faticosa carriera come commerciante di vini, sono stato nominato sacerdote Augustale*, in tarda età, e ho voluto aggiungere con fierezza questa parola nella targa che era già stata scritta prima con i tre nomi che hai ricordato. Non c'era molto posto per inserirla, perciò Augustalis compare in lettere più piccole.
L'altra correzione fu nell'aggiungere un’altra targa che spiegava come avevo rotto la mia amicizia con Faustus.
Marcus Orfellius Faustus ed io eravamo due schiavi di Vesonia, e lavoravamo nelle vigne della sua proprietà. Eravamo amici di sangue, più che fratelli.
Lavorammo così duro e bene da arricchire la nostra padrona.
Per ringraziarci ci liberò con il rito della "manumissio per vindictam*".
Mauro, tu non puoi capire con quanta emozione Fausto ed io ascoltammo la formula, pronunciata dalle dolci labbra di Vesonia, che ci affrancò dalla schiavitù:

“Hunc hominem liberum esse volo. (Voglio che quest’uomo sia libero secondo il diritto dei Quiriti)”.
“Ecce tibi vindictam imposui. (Ecco ti tocco la testa col bastone)”.
Siamo ritornati a essere umani degni e siamo diventati soci di un’azienda vinicola di nostra proprietà.
Poi siamo diventati ricchi e abbiamo cominciato a litigare; Fausto voleva dei terreni ed io da lui dei soldi.
Mi citò in giudizio e rischiai di finire flagellato nell’arena di Pompei.
Perse la causa in Tribunale e se ne andò per sempre. Vendette tutte le sue proprietà e partì per la Sicilia.
Piansi quando lo venni a sapere.
Volevo far togliere la sua statua e il suo nome dal monumento funebre che ci ha fatto conoscere, Mauro.
Poi lasciai tutto com’era, fino alla mia morte per vecchiaia.
Volevo ricordarmi di Fausto, per sempre: il mio caro amico schiavo, liberto e poi essere umano.
Per fare in modo che gli uomini sappiano quanto è stupido e bestiale rompere un’amicizia a causa della folle avidità di beni materiali e dell’oblio del vero affetto.
Mauro, amico mio, sei uno dei miei pochi connazionali venuto a cercare di capire la mia vicenda scolpita nella pietra e nel marmo.
Di solito solo i turisti inglesi e tedeschi si occupano di me.
A te, nuovo amico, ho voluto raccontare la verità su quest’assurdo litigio di duemila anni fa. L’ho fatto per poter ancora piangere il mio antico amico e chiamarlo di nuovo, come ho fatto nel marmo: “ FAUSTO – AMICO”.

 

                             


Ti prego solo, in cambio, di fare tutto il possibile per rappresentare questa mia memoria agli uomini del tuo tempo.
— Sarà fatto, Augustalis Phileros.


                                                                           NOTE DELL'AUTORE



* Nella Roma antica, un liberto era uno schiavo affrancato, che generalmente continuava a vivere nella casa del patronus (padrone) e aveva nei suoi confronti doveri di rispetto e obblighi di natura economica.
* I Sodales Augustales o Sacerdotes Augustales o Augustalis ("Sacerdoti di Augusto") erano un collegio sacerdotale istituito dall'imperatore Tiberio nel 14 d.C. per il culto del Divo Augusto e
della Gens Iulia.
Come membri dell'alta gerarchia sacerdotale, gli Augustales godevano di vari privilegi: avevano posti riservati al teatro, si sedevano su selle curuli, figuravano nelle cerimonie religiose più
importanti.
* manumissio per vindictam: un “assertor in libertatem”, patrocinatore della libertà dello schiavo, d'accordo con il padrone, contestava a quest'ultimo il diritto di proprietà davanti al magistrato e, fattoselo assegnare, gli poneva sulla testa un bastone (vindicta) e lo chiamava libero, pronunciando la frase “ Hunc hominem ex iure Quiritium meum esse aio secundum suam causam"
(“Affermo che questo schiavo è mio secondo il diritto dei Quiriti e in conformità della sua condizione giuridica”) , alla quale il padrone rispondeva “ Hunc hominem liberum esse volo.”
(Voglio che questo uomo sia libero secondo il diritto dei Quiriti).

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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