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Il cattivo maestro

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-09-17 21:02:16


Il cattivo maestro

 

«Ciao Turi. Vieni avanti, Don Calogero ti aspetta», disse l’uomo dal ventre prominente dopo aver aperto la porta.

«Ti ringrazio, Anto’», rispose Turi, al secolo Salvatore Cafferi, seguendo Antonio lungo il corridoio illuminato dalle lame di luce proveniente dalle persiane accostate per combattere la canicola del meriggio siculo.

La tappezzeria floreale, di colore verde e argento, consunta come l’antico palazzo barocco che incombeva sulla piazza, odorava di stantio. “E’ dunque questo il profumo del potere?” si chiese Salvatore allargando le narici.

Antonio aprì la cigolante porta del salotto e fece cenno a Salvatore di entrare. E quando questi fu dentro chiuse la porta e attese in corridoio.

Don Calogero, accomodato su una delle poltrone del salotto barocco rivestito di broccato, alzò la testa dal quotidiano e fece cenno di avanzare.

«Baciamo le mani, don Calogero», fece Salvatore piegandosi in avanti.

«Cosa possiamo fare per il nostro caro Turi?», domandò con voce ferma, ancorché rauca, don Calogero.

«Don Calogero, sono disperato», fece questi drammatizzando il tono.

«Siedi e prendi della limonata fresca», replicò Don Calogero, indicando prima la poltrona davanti a sé e di seguito la brocca e i bicchieri sul tavolino.

Salvatore si sedette. «Mi serve un lavoro, don Calogero», disse mentre versava la limonata nel bicchiere.

Don Calogero lo stette ad osservare in silenzio. «Un lavoro di manovalanza nei miei aranceti, potrei anche offrirtelo… ma non credo che sia a questo che aspiri», obiettò con fare distaccato, mentre Salvatore terminava di sorseggiare la limonata.

«Lavorare per lei, don Calogero, sarebbe comunque un grande onore…» esordì prendendola alla larga. Posò il bicchiere sul tavolino. «Ma essendo esperto di culture, e non di colture, temo che finirei per fare danni… E poi, se devo essere sincero, preferirei, ove fosse possibile, far fruttare il mio titolo di studio.»

«Vorresti tornare a insegnare, mi par di capire.»

«E’ così, don Calogero. Ne ho fatte di domande, oh, se ne ho fatte. Ma nessuno, nemmeno i direttori degli istituti in cui ho insegnato, sembrano voler prendere in considerazione il mio curriculum.»

«Ti sei esposto troppo con il regime, e, da quello che mi giunge a orecchio, ancora rivendichi con orgoglio il tuo essere fascista fino al midollo.»

«Se essere fascista è un peccato degno della gogna eterna, perché buona parte di coloro che tengono le redini del potere in Sicilia…»

«Tieni a freno la lingua! Ti rammento che stai parlando dei deputati dell’assemblea regionale: uomini d’onore!» lo interruppe bruscamente, indurendo il tono, don Calogero, fissandolo con sguardo torvo.

Salvatore abbassò gli occhi. «Mi scusi, don Calogero», mormorò contrito. «Ma dov’è che sto sbagliando? La guerra è finita da più di dieci anni, non ho pagato abbastanza? Me lo faccia capire, don Calogero, in modo che possa correggermi», aggiunse alzando leggermente il tono.

Don Calogero sospirò. «A cosa serve rivendicare orgogliosamente di essere fascista, affrontando a muso duro chi si è ravveduto accusandoli di essere ominicchi senza onore, ora che il fascismo è morto e sepolto? La politica non è uno stradone in discesa, ma un filo sottile su cui procedere con circospezione. Se non vuoi cadere nel baratro al primo colpo di vento, ci vuole equilibrio… quello che tu non hai avuto gettandoti anima e corpo nell’avventura fascista senza tenerti aperta una via di fuga.»

«Gli ideali non si possono seppellire, don Calogero», esclamò gonfiando il petto. «Posso anche ammetterli, gli errori, gravi, gravissimi commessi dal fascismo…» si puntò l’indice sul cuore. «Ma qua dentro, io sono e sarò sempre fascista!»

«E da queste parti resterai per sempre disoccupato!» sbottò don Calogero. «Cerca di ragionare: hai quarantacinque anni, non sei più un picciotto alle prime armi! Siamo stati tutti fascisti, quando conveniva esserlo… ma con circospezione, tenendo sempre presente che governi e governanti, prima o poi cambiano. Se non vuoi affogare, devi assecondare l’onda. Sì, li conosco anch’io molti di quelli seduti nell’assemblea… e so bene che quelli che ora siedono al centro potrebbero spostarsi a destra e finanche a sinistra se convenisse loro. Se vuoi farla, e non subirla la politica, devi adattarti alle circostanze.»

«Io non sono come loro, don Calogero», saltò su in un moto d’orgoglio Salvatore.

«No, difatti sei qua a mendicare di trovarti un posto da maestro elementare, strano», commentò in tono sarcastico don Calogero.

«Mi sta rinfacciando di essermi rivolto a un uomo di rispetto?» domandò alzando un sopracciglio.

«Non essere insolente!»

«Porgo le mie scuse, don Calogero… Cerchi di capirmi, sono fuori di me…»

«Se non fosse per l’amicizia che mi legava al tuo povere padre, dovrei cacciarti a calci in culo», lo interruppe scuro in volto don Calogero.

«Lo meriterei… lo meriterei, don Calogero», ribatté in tono contrito.

«Sì, lo meriteresti!» confermò in tono acido don Calogero. «Se fosse ancora fra noi, il tuo povero padre ti direbbe che bisogna essere camaleontici, cambiare colore e direzione assecondando l’umore montante.»

«Se così fosse, ci saremmo scontrati… e alla fine, saremmo rimasti sulle nostre posizioni.»

Don Calogero scosse il capo. Poi si chiuse in una lunga riflessione, dalla quale riemerse chiedendo a Salvatore: «Accetteresti una cattedra in continente?»

«In Calabria?»

«Più su.»

«Quanto più su?»

«Non lo so! Il più lontano possibile dalla Sicilia! Dove la fama di cattivo maestro che ti porti dietro non possa raggiungerti!» sbottò balzando in piedi. «Stare lontano e conoscere altra gente ti farà bene. E quando avrai finalmente capito come va il mondo, tornerai da me e ne riparleremo… Ora dimmi soltanto se mi devo impegnare o se devo lasciar perdere… ma ti avverto: se rifiuti il mio aiuto, lo prenderò come un’offesa personale!»

Dopo quella vera e propria minaccia pronunciata a muso duro, al povero Salvatore non rimase che accettare. E dopo averlo ringraziato e salutato come si conviene se ne andò, pensando: “Chissà dove mi manderà don Calogero”.

Nel frattempo Don Calogero, seguendolo con lo sguardo, pensava a sua volta: “Devo trovargli un posto il più lontano possibile… certe teste calde, da quando abbiamo trovato un accordo molto conveniente con il governo centrale, non servono più alla causa siciliana”.

 

                                 *****************************************

 

I giorni che seguirono, Salvatore li trascorse cercando d’indovinare dove l’avrebbe spedito don Calogero. “Roma non sarebbe male… sì, è un po’ troppo distante, ma è pur sempre la capitale… e Firenze? Cosa potresti obiettare se ti mandasse a insegnare in una scuola della culla del rinascimento… Va beh, non resta che aspettare… in fondo mi andrebbe bene anche Bologna… e perché non Torino… o Milano?» rifletteva facendo progetti.

Ma quando finalmente gli arrivò la lettera dal ministero dell’istruzione, per poco non gli prese un colpo. «Dove cacchio si trova Pietraporosa?», si domandò quando si fu parzialmente ripreso.

Sfogliando l’atlante regionale non riuscì a trovare traccia del suddetto borgo, allora decise di recarsi in biblioteca per consultare altri atlanti regionali, più aggiornati e ricchi i particolari.

«Eccolo qua, quasi mi sfuggiva ‘sto minuscolo puntino nero», disse puntandolo con l’indice. «Un paese sull’altipiano del Carso, sopra Trieste, a ridosso di una frontiera ballerina.» Volse gli occhi al soffitto e concluse in tono rassegnato: «Bello scherzo davvero mi ha giocato don Calogero!» 

 

Dopo aver attraversato lo stretto a bordo del traghetto, salì sul treno che, partendo dalla stazione di Reggio Calabria, impiegò quasi due giorni per raggiungere la stazione di Trieste. Qui giunto Salvatore trovò un funzionario che, in automobile, lo accompagnò a Pietraporosa, dove si era premurato di prenotargli una camera nell’unica locanda del borgo. E dopo avergli mostrato la scuola e raccontato come andavano le cose da quelle parti, lo salutò augurandogli buona fortuna.

 

La scuola era stata inaugurata l’anno prima - 1955 - per accogliere gli scolari del borgo e delle frazioni limitrofe, e al momento contava solo due classi. Le cattedre assegnate erano dunque due, a Salvatore era toccata quella della prima classe: quindici nuovi scolari da seguire nel loro percorso sino alla quinta elementare; anche se in cuor suo sperava di essere spostato più vicino a casa dopo il primo anno. A differenza di Salvatore, il maestro che seguiva gli scolari che aveva portato dalla prima alla seconda classe non soffriva di solitudine; questo perché essendo triestino doc, ogni mattina prendeva la corriera per recarsi al lavoro e la sera poteva riassaporare il calore del focolare domestico.

 

                                             ***********************************

 

«Allora, Salvatore, come ti trovi qui da noi?» gli chiese il maestro Raffaele Firlan durante l’intervallo.

Era trascorso più di un mese e i due maestri erano soliti conversare solo di questioni riguardanti l’insegnamento. Ma stimolato dalla domanda, quel giorno Salvatore non ce la fece a contenere lo spirito patriottico, e sbottò: «Il carso è stupendo. E’ un vero peccato lasciarne gran parte nelle mani di quel bastardo di Tito!»

Raffaele, che avendo quindici anni più di lui ed essendo nato in loco aveva visto i confini allungarsi e accorciarsi ad ogni stormir di mitraglia, lo guardò allibito senza proferire verbo: come a voler chiudere lì il discorso.

Ma lo spirito battagliero troppo a lungo represso, che tanti fastidi aveva arrecato a Salvatore nella natia Sicilia, aveva ormai preso il sopravvento. «Mio nonno è venuto dalla Sicilia a combattere su queste pietraie, per strapparle agli austriaci… E ora si starà sicuramente rivoltando nella tomba, dopo aver visto da lassù queste pietre lordate dal sangue di molti ragazzi come lui passare, a distanza di pochi decenni, nelle mani dei comunisti!»

Raffaele mise su uno sguardo desolato, allargò le braccia. «Purtroppo… abbiamo perso la guerra. Noi siamo i vinti, e come tali, costretti dalla storia a piegare la testa davanti ai vincitori», commentò abbassando il capo.

«La faccia abbiamo perso!» proruppe Salvatore facendolo sobbalzare. Abbassò il tono. «Per ben due volte! E ti rammento che la prima volta, l’avevamo vinta la guerra… Vittoria mutilata, l’aveva chiamata allora il Vate… Dove sono finiti i patrioti?» Puntò l’indice lontano. «D’Annunzio, dopo lo scempio subito dai sacri confini, l’avrebbe assaltata, quella stramaledetta frontiera posticcia!»

«Mi pare che l’impresa fiumana non si concluse nel migliore dei modi», provò a obiettare, timidamente, Raffaele.

«E’ l’esempio che conta! Bisognerebbe fare qualcosa di eclatante, per risvegliare lo spirito patriottico degli italiani!» replicò battendo un pugno contro il muro. Si guardò il pugno. «Non è il coraggio che manca al nostro popolo, ma un uomo che lo sappia guidare.»

«Un altro poeta visionario, non arriverebbe da nessuna parte, i tempi sono cambiati», sentenziò Raffaele.

«Sono d’accordo! Infatti io pensavo a un condottiero… un nuovo duce!»

«Un nuovo duce», ripeté Raffaele con un tono pregno di nostalgia. Poi, per capire bene con chi avesse a che fare, aggiunse: «Ti ricordo che è colpa di Mussolini e della sua politica scellerata se ci troviamo in questa situazione.»

Salvatore annuì. «Purtroppo… è vero», ammise in un sospiro sconsolato. «Mettersi con quel pazzo furioso, è stato un tragico errore… Ma d’altronde, cos’altro poteva fare? Hitler stava vincendo la guerra a mani basse, restare neutrale non gli conveniva… Poi le cose sono andate diversamente, e l’ha pagata cara… l’abbiamo pagata tutti carissima!»

«Eppure tu saresti disposto a riporre ancora fiducia in un uomo, un capo che professasse le idee del fascismo. Sbaglio?»

Salvatore ci pensò su: temeva di essersi aperto troppo. Don Calogero glielo aveva ben detto di tenerle per sé le sue strampalate idee. Ma giunto a quel punto, il cattivo maestro che era in lui prese il sopravvento, e le parole sembravano voler uscire da sole dalla bocca. «Il fascismo non può morire così. Le molte cose buone fatte non si possono cancellare. L’Italia ha bisogno di un partito forte che sappia affrontare a muso duro le questioni internazionali… cominciando proprio da questa.» Indicò nuovamente un punto lontano. «Quella frontiera, lì non ci può stare, quello alle sue spalle è ancora territorio italiano. Servono due cose per ridare fiducia e entusiasmo a un popolo sconfitto. Un partito forte, che usando la diplomazia faccia capire a quei bastardi rossi che l’Italia non si fa mettere i piedi in testa da nessuno! E un manipolo di eroici camerati, determinati, disposti a mettersi in gioco con azioni eclatanti per tenere alta la tensione internazionale», concluse in tono quasi da comizio.

«Un vero patriota», fece Raffaele sgranando gli occhi, stupefatto davanti a cotanto ardore. «Non avrei mai immaginato… mai immaginato…»

«Spero di non averti sconvolto… e soprattutto che quel che ci siamo detti resterà fra noi. Ho la tua parola?», intervenne Salvatore in tono preoccupato.

«Naturalmente… naturalmente», fece Raffaele battendogli due volte la mano sulla spalla. Ci pensò su e aggiunse: «Domenica, te la senti di venire a Trieste?»

«A far che?»

«Voglio farti conoscere delle persone… Sono sicuro che troverai interessante conversare con loro.»

«Patrioti?» fece Salvatore alzando un sopracciglio.

Raffaele annuì sornione. Il bidello con la campanella in mano annunciò la fine dell’intervallo. Gli scolari lasciarono il cortile e, chiassosi, si precipitarono nelle classi, seguiti a breve distanza dai due maestri che procedendo affiancati conversavano fitto scambiandosi sguardi d’intesa.

 

                                         **************************************

 

Domenica mattina, come d’accordo, Raffaele attese Salvatore alla fermata della corriera.

Dopo essersi salutati i due s’incamminarono e, un quarto d’ora dopo, raggiunsero una villa immersa in un parco ben curato. Il proprietario, Bortolo Panzone, un fascista della prima ora fuoriuscito dal “movimento sociale italiano”, si stava dando da fare per costruire un nuovo soggetto politico di estrema destra che potesse raccogliere vecchi e nuovi nostalgici dell’area triestina. E qui Raffaele presentò a Salvatore altri personaggi più o meno pittoreschi, più o meno pericolosi, più o meno anziani. Erano in dieci seduti attorno al tavolo dell’ampio salone a discutere e mettere giù progetti il cui fine ultimo era un improbabile ritorno al passato. E Salvatore si trovò fin da subito a suo agio in mezzo a cotanto ardore patriottico.

Potendo finalmente esprimere liberamente le proprie idee, col suo linguaggio forbito finì con l’incantare i vecchi fascisti. E quando in tono severo spiegò loro che se volevano veramente salvare la patria dalla minaccia comunista, avrebbero dovuto darsi da fare per coinvolgere i giovani, e non accontentarsi di qualche riunione carbonara tra bolsi fascisti dal fiato corto che non avrebbe portato da nessuna parte… questi balzarono in piedi e l’applaudirono. Li aveva talmente affascinati, che nulla ebbero a obiettare quando Salvatore espose il suo piano di reclutamento; anzi, lo elessero all’unanimità alla guida dell’appena nata “selezione giovani patrioti”, decidendo che la suddetta si sarebbe riunita ogni giovedì sera in un locale lontano da occhi indiscreti, per indottrinare i giovani patrioti che, supponevano, grazie al passaparola tra nostalgici sarebbero accorsi numerosi.

 

Ormai Pietraporosa andava stretta a Salvatore. Così, per avere più tempo da dedicare alla sua nuova creatura, decise di trasferirsi a Trieste e prendere la corriera ogni mattina, in compagnia di Raffaele, per recarsi a scuola.

Ma il suo superattivismo, le sue idee sin troppo rivoluzionarie, il suo ascendente sulle nuove leve, finirono per irritare i vecchi camerati.

Salvatore non se ne curò troppo. Ormai, dopo appena tre mesi, otto giovinotti pendevano dalle sue labbra. Questi sconsiderati, plagiati dalla retorica nazionalista di Salvatore, quando immaginava azioni eclatanti oltre frontiera si dicevano pronti a seguirlo, a immolarsi al suo fianco per l’onore dell’Italia.

Adesso Salvatore, consapevole del suo ascendente sui giovani, considerava quei fascisti della prima ora alla stregua di vecchi, bolsi pensionati senza nerbo che si ritrovavano per immalinconirsi raccontandosi le giovanili gesta.

V’è da dire che Raffaele, costantemente informato sull’evolversi della faccenda, assisteva preoccupato alla metamorfosi, per niente rassicurante, del maestro elementare in capomanipolo; metamorfosi che lui stesso aveva contribuito a innescare. Così, un’assolata mattina d’inizio primavera, mentre la corriera li portava al lavoro decise che era venuto il momento di capire quali fossero le sue intenzioni.

 

                                         ***************************************

 

Si erano accomodati in fondo alla corriera, ben distanti dall’autista per non essere uditi: come quasi tutte le mattine non c’era nessun altro a bordo.

«Ho parlato con Bortolo,» esordì Raffaele, «è preoccupato.»

«Per cosa?» domandò distrattamente Salvatore mentre finiva di correggere i compiti degli alunni che non aveva fatto in tempo a terminare la sera prima, perché preso da tutt’altre, per lui più pressanti incombenze.

«Mi dice che non ascolti più nessuno… che ti sei messo in testa di compiere un’azione al limite del temerario per risvegliare la coscienza degli italiani.»

Salvatore piegò le labbra in un ghigno soddisfatto mentre terminava di correggere l’ultimo compito. Poi chiuse il quaderno. «Bortolo e quei vecchi tromboni, considerano temerario anche solo salutare col braccio teso», rispose sarcastico.

«Invece tu, pestare un povero slavo ubriaco lo consideri eroico, a quanto pare.»

Raffaele si riferiva al pestaggio avvenuto una settimana prima in un vicolo buio di Trieste da parte di un gruppo di giovinastri che inneggiavano al duce e al fascismo.

«Non so nulla di ‘sta storia!» ribatté secco Salvatore.

«Ma i tuoi otto “arditi” forse sì!» replicò a muso duro Raffaele.

«Boh! Prova a chiederlo a loro», fece alzando le spalle.

«Mi risponderebbero?»

«Perché non dovrebbero?»

«Lo sai benissimo perché. Quelli prendono ordini solo da te.»

«Si vede che hanno capito da che parte conviene stare», osservò Salvatore.

Raffaele stava per replicare, ma Salvatore saltò su: «Ma poi, che te ne frega se hanno pestato uno slavo? Dico io! Quelli hanno ammazzato, torturato, cacciato dalle loro terre gli italiani… e tu ti fai un problema perché qualcuno ha pestato un ubriacone slavo, che se ne avesse l’autorità ci cacerebbe da Trieste a calci in culo!»

«Non è pestandone uno, e nemmeno cento di ubriaconi slavi che l’Italia riuscirà a far valere i propri diritti», provò a fargli capire usando un tono pacato Raffaele. Attirò la sua attenzione stringendogli l’avambraccio e fissandolo negli occhi proseguì, passando a un tono accorato: «Dammi retta, Salvatore, quei ragazzi pendono dalle tue labbra, non mettergli in testa strane idee… Se capitasse loro qualcosa, peserebbero sulla tua coscienza».

«Non sulla mia, su quella degli italiani codardi!» sbottò Salvatore. Pose la mano su quella che Raffaele stringeva attorno al suo avambraccio e, abbassando il tono, lo rassicurò: «Tranquillizzati, Raffaele, non so quali voci ti siano giunte a orecchio… ma non è mia intenzione mettere in pericolo la vita di quei ragazzi».

A quel punto Raffaele decise di mettere le carte in tavola. «Ai ragazzi piace vantarsi, e i tuoi “arditi” non sono diversi dagli altri. Gira voce che volete festeggiare la prossima Pasqua con un’azione eclatante… Si dice che avete già allertato un fotografo e forse anche qualcuno che riprenderà l’azione con una cinepresa… è così?»

Salvatore scostò la mano appoggiata su quella dell’altro e si mise a guardare i sedili vuoti davanti a sé. «Quelli che tu chiami “miei ragazzi”, sono giovani fascisti. E se si sono vantati di qualcosa, lo hanno fatto a ragion veduta, per scuotere le coscienze di troppi giovani convinti che tocchi sempre a qualcun altro togliere le castagne dal fuoco», rispose inorgoglito.

«Dunque è vero: stai progettando qualcosa per Pasqua… Tremo al pensiero di quel che possa accadere», disse fra sé un inorridito Raffaele, ritraendo la mano dall’avambraccio dell’amico.

Salvatore sorrise. «Tranquillizzati, non accadrà nulla di quello che temi. Il nostro, sarà un gesto “dannunziano” che scuoterà le coscienze», lo rassicurò battendo con la mano sulla coscia di Raffaele.

«Tipo declamare “La pioggia nel pineto” camminando lungo la frontiera?» provò a dire Raffaele facendo dell’amara ironia, per niente rassicurato.

Salvatore rise di gusto. «Non male come idea, si potrebbe anche fare. La prossima volta, magari.»

«Salvatore!» esclamò Raffaele fissandolo nello sguardo. «Giurami che non porterete armi con voi… giuramelo!»

«Mah! Sei impazzito o cosa?!» proruppe inorridito Salvatore. «Ma quali armi! L’unica arma che useremo sarà quella della propaganda… Sarà meno pericoloso che declamare “La pioggia nel pineto” ai miei alunni di prima elementare… te lo prometto!»

 

                                **********************************************

 

Salvatore aveva studiato con cura la rappresentazione che si apprestava a mettere in scena. Il sole splendente che aveva aperto il giorno di Pasqua gli aveva messo addosso una strana euforia.

A bordo di tre automobili, lui e i suoi giovani arditi - tutti poco più che ventenni – raggiunsero il limitare del bosco. Con loro c’era un amico reclutato per scattare le fotografie; avrebbe dovuto essercene un secondo dotato di cinepresa, ma quel mattino non si era fatto vivo.

Il contrattempo indispettì i ragazzi, ma non disturbò più di tanto Salvatore: ci sarebbero state le fotografie a certificare il loro gesto “dannunziano”. E poi aveva in serbo una bella sorpresa per i suoi otto arditi.

Quando scesero dalle macchine, tutti rigorosamente in camicia e calzoni neri, trovarono ad attenderli un uomo. I ragazzi, scambiandosi sguardi interrogativi si chiedevano chi fosse l’intruso che stava stringendo la mano a Salvatore. E quando questi spiegò loro che si trattava di un giornalista che avrebbe esaltato le loro gesta descrivendole in un articolo che sarebbe uscito l’indomani sul quotidiano di Trieste, l’adrenalina già di molto oltre i limiti schizzò a vette inusitate.

In fila indiana s’inoltrarono nel sentiero del bosco. In testa v’era Salvatore, seguito dal primo “ardito” che portava, orgogliosamente appoggiata sulla spalla destra, l’asta attorno alla quale era avvolta la bandiera italiana, e poi da tutti gli altri: chiudevano la fila il fotografo e il giornalista.

«Alt!» fece Salvatore alzando il braccio destro. Avevano lasciato il bosco e ora si trovavano in una radura pietrosa, qua e là coperta da arbusti e dai primi colorati fiori primaverili.

«Ecco, quel picco laggiù», disse indicando un grande masso alto cinque metri, di forma più o meno troncopiramidale, «ci è stato sottratto dai comunisti. Il confine passa proprio ai piedi di quel sasso… noi ci arrampicheremo sopra e isseremo la bandiera Italiana… Qualche domanda?»

Nessuno fiatò. I ragazzi, tesi come corde di violino, tenevano le mascelle serrate e lo sguardo fisso sull’obbiettivo, pronti a scattare al segnale del loro duce.

 

In effetti non avrebbero potuto scegliere posto migliore per mettere in scena il loro gesto “dannunziano”. Quel masso, la cui sommità tagliata di netto disegnava uno spiazzo abbastanza ampio da contenere comodamente il drappello di ardimentosi, era riconoscibilissimo fra altri mille, e per questo motivo era stato indicato come punto di riferimento dove far passare l’ipotetica linea di confine; confine che sfiorando la base del masso - che ora veniva a trovarsi in territorio jugoslavo nella sua interezza - proseguiva verso est.

 

«Dalla a me!» ordinò in tono secco Salvatore, rivolgendosi al ragazzo che portava la bandiera. Questi tolse l’asta dalla spalla e gliela consegnò. «Camerati!» esclamò poi, reggendo l’asta con la mano sinistra. «Il primo che raggiunge la vetta avrà l’onore di far sventolare la bandiera in terra usurpata dal nemico comunista!» Tese il braccio destro. «Eia! Eia!» urlò a pieni polmoni.

«Alalà!» ribatterono all’unisono con voci squillanti gli otto eccitatissimi ragazzi, tendendo il braccio destro nel saluto fascista.  

Salvatore osservò il fotografo che scattava le prime fotografie ai suoi ragazzi, schierati uno accanto all’altro in attesa che impartisse l’ordine tanto atteso; allora con un gesto repentino puntò l’indice sulla sommità del masso. «Avanti patrioti!» li esortò urlando con quanto fiato aveva in gola.

«Viva l’Italia!» urlavano gli otto scalmanati ragazzi, correndo verso il confine.

La salita, facilitata dalla forma a piramide e dalle scanalature prodotte dall’acqua piovana sulla roccia carsica, si concluse in poco più di un minuto.

Salvatore salì senza fretta portando la bandiera, e quando fu in cima si complimentò con chi vi era giunto per primo porgendogliela: «Bravo Danilo! A te l’onore di svolgere e di reggere la bandiera».

Danilo gonfiando il petto srotolò la bandiera, poi allargando le gambe piantò l’asta accanto al piede sinistro, reggendola con la mano sinistra poco sotto lo stendardo in modo che potesse garrire alla brezza che giungeva dal mare, tese il braccio destro nel saluto fascista; mentre gli altri camerati, istruiti da Salvatore, si schieravano alla sua destra tendendo a loro volta il braccio destro.

«Inizia pure!» ordinò Salvatore quando lo schieramento lo soddisfò. Allora il fotografo, girando attorno al masso, iniziò a scattare fotografie ai ragazzi in posa marziale.

Quando il fotografo terminò il suo lavoro, Salvatore si rivolse ai suoi ragazzi. «Ora intoneremo l’inno di queste terre, che non può essere quello jugoslavo! Giovani italiani, virgulti del nuovo fascismo che spazzerà via i nemici dal suolo italico! Fate che il vostro canto giunga sino all’orecchio del macellaio di Belgrado!», declamò stentoreo, esaltandoli ulteriormente.

Fermi sull’attenti, con occhi lucidi di commozione e sguardo alto e fiero, iniziarono a cantare. Erano giunti, ben intonati, circa a metà dell’inno, quando il motore di una camionetta allarmò Salvatore. Si volse e vide, a poco più di cinquanta metri, quattro soldati jugoslavi con i fucili in mano che risalivano il declivio correndo verso di loro.

«I comunisti! Via presto! Correte!» urlava incitando i suoi ragazzi a scendere dal masso e riattraversare la frontiera.

Ansimavano felici complimentandosi l’un l’altro per essere riusciti a fregarli, appena ebbero rimesso piede sul suolo italico. Ma quando giunsero alle loro orecchie le parole dell’inno cantate da una voce a loro ben nota, si voltarono agghiacciati.

Danilo era rimasto là, su quel masso con la bandiera in mano. In evidente trance patriottica continuava a cantare l’inno incurante dei quattro soldati, giunti ormai ai piedi del masso, che gli intimavano di scendere.

«Danilo! Scappa! Presto!» urlava disperatamente Salvatore avvicinandosi pericolosamente alla frontiera.

Ma Danilo non ascolta più nessuno, nemmeno le udiva quelle grida, neanche li vedeva gli sguardi truci dei soldati che gli puntavano i fucili addosso.

Quando ebbe finito di cantare l’inno, concludendo con uno squillante: «Sì!» allungando il braccio nel saluto fascista, guardò per un attimo il suo mentore e sorrise. Pareva volerlo ringraziare per averlo condotto fino lì. Poi regalò uno sguardo commiserevole ai quattro soldati che lo attendevano con le armi spianate ai piedi del masso. «Viva l’Italia! A morte l’invasore!» gridò sventolando la bandiera, precipitandosi addosso ai quattro.

Un colpo secco rimbombò tra boschi e rocce, Danilo rotolò giù assieme alla bandiera, che finì con l’avvolgerlo, e terminò la sua corsa ai piedi del soldato che aveva tirato il grilletto.

 Lo guardò, mentre questi gli teneva il fucile puntato contro. Tossì e un rivolo di sangue gli uscì dall’angolo destro della bocca. «Vi… va…», riuscì a mormorare, prima che la vita lo abbandonasse.

«Nooo! Bastardi! Danilooo! Nooo!» urlava Salvatore cercando di divincolarsi dal giornalista che tentava di trattenerlo, urlandogli a sua volta: «E’ inutile! E’ morto! Uccideranno anche te!»

Con uno strattone violento Salvatore riuscì a liberare il braccio dalla presa. «Danilooo! Maledetti comunisti! L’avete ammazzato!» urlava attraversando la frontiera.

Un altro colpo risuonò sull’altopiano. Salvatore cadde accanto a Danilo. Rantolando allungò la mano e, stringendo la bandiera macchiata di sangue che avvolgeva il povero ragazzo, riuscì ad esclamare: «Viva l’Italia!»

Poi fu solo silenzio di qua dalla frontiera: quattro soldati dallo sguardo stranito che non capivano cosa stesse accadendo, osservavano due cadaveri in camicia nera e una bandiera insanguinata. Mentre dall’altra parte era tutto un fuggifuggi generale per raggiungere il bosco.

Il folle gesto “dannunziano” ideato dal cattivo maestro Salvatore, da qualcuno fu giudicato un atto eroico, da altri una pazzia. Quel che è certo… è che non spostò i confini di un millimetro né da una parte, né tantomeno dall’altra.

 

«Ma quale cattivo maestro, era solo un povero fesso!» ebbe a commentare in tono lapidario don Calogero, dopo aver letto sul giornale la ricostruzione dei fatti. L’epitaffio perfetto, per il maestro elementare che avrebbe aspirato farsi duce.

 

                                                                    FINE

 

   

 

 

 

 

    

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Rubrus il 2018-09-18 12:29:08
Sarò cinico, ma sono d'accordo con don Calogero. Tutti capipopolo e i masanielli e gl'ideologi sono prontissimi a far morire gli altri. Salvatore infatti non esita un secondo a darsela a gambe quando si vedono quattro fucili veri: il suo tornare indietro mi pare dovuto più a uno slancio emotivo che ideologico (dopo tutto quel parlare di martirio per la Fede avrebbe dovuto essere contentissimo di farsi ammazzare, invece cambia idea solo dopo che accoppano Danilo). La storia di Fiume e del dannunzianesimo è assai complicata. Non solo anticipò molti elementi che il nascente fascismo avrebbe incorporato (un esempio: il testo originale di "Giovinezza" era "... e per D'Annunzio ... e Mussolini", poi D'annunzio venne sostituito con "Benito"), ma anche molti elementi dell'anarchia più estrema e della sinistra più radicale, tutti accomunati dall'attrazione verso la violenza, dall'odio per la borghesia e dal ripudio della democrazia in particolar modo parlamentare - e tutti diretti verso la dittatura. Basti pensare che la "Carta del Carnaro" fu scritta dal socialista rivoluzionario De Ambris e rivista da D'Annunzio e contiene elementi quali la democrazia diretta (Fiume era una città e anche piuttosto piccola, quindi...) e persino una sorta di quello che oggi chiameremmo, forse, reddito di cittadinanza. De Felice sostiene che il '68 nacque a Fiume e quindi che questi due movimenti in apparenza opposti hanno un antenato - e molti elementi - in comune.

Vecchio Mara il 2018-09-18 15:34:55
don Calogero conosce a menadito le regole del gattopardismo, e da esperto qual'è nel districarsi tra regimi che cambiano, l'ha ben giudicato Salvatore: un cavallo focoso che alza un mare di polvere fuori tempo e fuori luogo. Salvo poi darsela a gambe lasciandosi dietro il povero Danilo. E non basta certo l'atto istintivo d'inutile eroismo a rivalutarne la figura. Tornando a Fiume, leggendo ciò che scrivi mi vien da pensare che in fondo Grillo e compagnia cantante non hanno inventato nulla di nuovo con la loro democrazia diretta e il reddito di cittadinanza: in pratica hanno solamente preso e lustrato a nuovo un'idea vecchia per renderla più appetibile agli elettori. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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Paolo Guastone il 2018-09-19 10:52:35
Si, è vero, probabilmente era solo un fesso. O forse no. Ciascuno di noi può trarne le conclusioni del caso. Quello che è certo è che le colpe del passato ricadono, in qualche modo, sempre sul presente. E non se ne verrà mai fuori. In ogni caso, un racconto bellissimo e ben scritto che si legge con piacere fino quasi ad immedesimarsi nel protagonista oppure in Don Calogero.

Vecchio Mara il 2018-09-19 20:48:45
Le colpe del passato ricadono in qualche modo sempre sul presente, una sintesi perfetta direi. Se poi fosse solo un fesso, ragionando con la testa di don Calogero direi di sì, se invece entrassi nella testa di uno dei ragazzotti plagiati dal cattivo maestro, dire sicuramente di no. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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