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Mauro Banfi il Moscone

Parliamone insieme...Obsession/Possession

"L'APOSTROFO"

Narrativa di gruppo

Tranci di letteratura fresca per conversazioni di qualità

pubblicato il 2018-09-09 16:18:19

                                                      Parliamone insieme...Obsession/Possession

                                 
- Billy il Pupazzo, omaggio al mitologico James Wan -

“La condizione creativa è quella dell’ossessione. Finché non cominci – obsession, finché non finisci – possession. Qualcosa, qualcuno si insedia in te, la tua mano è solo strumento – non di te, di un altro. Di chi si tratta? Di ciò che attraverso te vuole essere.
Io sono sempre stata scelta dalle mie opere per la mia forza, e spesso le ho scritte quasi contro voglia.”

 
Marina Cvetaeva
 
Spunto di riflessione e conversazione (stile Marzullo):
 
Senti di essere ossessionato/posseduto da una vocazione per la scrittura e la lettura?
Scrivi per vivere o vivi per scrivere?
Vocazione, ispirazione, predestinazione sono parole che hanno ancora senso in questo mondo?
Che cosa ci danno e che cosa ci prendono la scrittura e la lettura?

 
Brevissima Post-Introduzione
 
Ciao, amiche e amici di Parole Intorno Al Falò.
Questa mia nuova rubrica si propone di creare delle conversazioni su temi legati al nostro spazio d'incontro.
Il suo funzionamento è semplice, semplicissimo direi: nello spazio del post proporrò il tema con un rapido accenno, mediante citazioni, sinossi e/o immagini.
Il mio intervento sarà poi riportato nei commenti, perchè non vuole essere qualcosa di pronunciato su una cattedra o su un pulpito, ma solo un moto di conversazione unico e personale ma nello stesso tempo paritario, aperto, trascendente a tutti gli altri possibili intertesti e commenti.
Buona condivisione a tutti.

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-09 16:52:03
Per molti anni ho presentato agli altri la mia vocazione come qualcosa di sacrale, stile D'Annunzio, inventandomi turpi mascherate tardoromantiche per giustificare la mia "alata ispirazione". Tempo fa ho scoperto il grande Michele Mari e una sua riflessione che mi ha forse salvato dal ridicolo - anche se non dalla vergogna passata -, facendomi capire molto semplicemente che sono un Foscoliano -e infatti al Liceo mi ero fatto crescere la sue basettone, pensando, erroneamente, che avrei cuccato di più, e invece fu solo Federica a capirmi - e non un Manzoniano: «Chissà perché i letterati del classicismo italiano sono considerati roba da museo, infungibile. Sono sempre stato un foscoliano, non ho mai condiviso l’idea manzoniana di scrivere in un italiano per tutti, il romanzo per tutti. Sono dalla parte di Foscolo che scrive in una lingua paludatissima, inattuale al punto di non essere mai esistita. Sono d’accordo con Giorgio Manganelli, che dice che lo scrittore scrive in una lingua di morti per far vedere ai morti che c’è qualcuno, secoli dopo, ancora alla loro altezza (ho poi scoperto che la stessa cosa è stata detta da Jean Genet). Mi rendo conto che è un delirio, però è quello che mi muove: scrivere per essere approvato da uno dei grandi del passato piuttosto che dal lettore di oggi che magari un minuto dopo aver letto me, elogia il libro di un autore che a me fa orrore. Io non voglio essere lodato da chi ha una nozione della letteratura antitetica alla mia, perché mi sembra di piacergli per caso, o per equivoco. Per cui posso dirti che i miei modelli sono Carlo Emilio Gadda, Ugo Foscolo, Witold Gombrowicz, e non perché voglio arrivare dalle loro parti, ma perché spero di essere uno scrittore originale e atipico come lo sono stati loro. Non mi interessa essere come Moravia, che ha creato il moravismo per cui per trent’anni in tutta l’Italia si sono messi a scrivere come lui. A me interessa l’autore balzano, pieno di idiosincrasie, per il quale non esiste un cenacolo, un consorzio. Una delle cose che mi ha sempre più dato fastidio è l’idea piuttosto diffusa che esista una sorta di complicità generazionale. Non sopporto le idee comuni, gli orizzonti comuni, il linguaggio comune. Se tutti scrivono in un modo, io devo scrivere comunque in un altro.» Questo ha sempre detto il mio Daimon, il mio Billy il pupazzo: "Scrivi!(dopo aver letto)" e "ricordati che sei un foscoliano." Sì, questo dice il mio enigmistico ventriloquo: "scrivi come fallo ti pare, a modo tuo, nel rispetto e nello studio della Tradizione, perchè non si crea niente dal niente e al deretano tutto il resto. E infine: la vocazione non è innocua e indolore, non è uno svago e non è una consolazione. Ti farà sentire bene per un quarto d'ora al mese ma per il resto ti farà male, molto molto male. Sei pronto per giocare con me?". E tanti saluti da Billy il pupazzo. Ah, sorelle e fratelli in Billy, quella mostruosità mi attrae, perchè è chiaro che in quella ossessione e in quella possessione c'è un certo tipo di consacrazione, di entrata nel Sacro, che fa gelare il sangue nelle vene dei polsi, perchè ti chiede il midollo e i reni e fuoco inestinguibile nelle interiora. Ma non puoi farne a meno e ricominci e sei dannato, ma almeno, forse, sono riuscito a ridurre il tasso di ridicolo. Ridendo si brucia meglio.

Eli Arrow il 2018-09-10 16:15:11

Mauro, non comprendo bene cosa sia questa faccenda del ridicolo. Fa parte del giudizio di chi su cosa?


Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-10 16:37:05

Per Eli:
Buona sera, Eli e ben tornata su PIAF.
Il ridicolo a cui mi riferisco è un mio certo atteggiamento giovanile - mi riferisco a tediosi eventi autobiografici, che per carità laica e cristiana, ti chiedo di non dettagliare -, secondo il quale ponevo ai miei simili la mia vocazione, secondo certi grotteschi stilemi decadentistici e tardoromantici, mediante orpelli esterni, invece di pensare a studiare seriamente e migliorare il mio amore per la lingua, perchè, come dico a Rubrus in un altro intervento, è quello il vero nucleo di una originalità umana seria e nel contempo non altezzosa e aperta al circostante e ai proprio simili.

Eli Arrow il 2018-09-10 16:47:57

Sono percorsi, sperimentazioni. La parola 'ridicolo' ha un che di dispregiativo e io credo che li si debba guardare con affetto e rispetto una volta che li si è lasciati alle spalle)  :) Del resto, man mano che si procede, cambiano anche i contenuti (di solito) e la forma dovrebbe adattarvisi.


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-09-10 12:34:00

Be\\\\' a me pare che il discorso di Mari contenga una contraddizione evidente. Da un lato dice \\\\"voglio scrivere in modo diverso dagli altri\\\\" - cioè dalla maggioranza - e in modo da essere apprezzato dai grandi del passato e non dai lettori del presente\\\\" e dall\\\\'altro si chiede \\\\"perchè non mi capiscono?\\\\". E\\\\' un\\\\'antinomia così evidente che la domanda non può che essere retorica. Soggiungo che a mio parere un segno di senescenza delle attività umane - e, se non di prossima morte, di fine di una fase delle stesse, è il momento in cui il "come" diventa più importante del "cosa", cioè il "come" - parlando di narrativa - si narra qualcosa diventa più importante della cosa narrata. Ci troviamo allora in un momento opposto al "rem tene verba sequentur" catoniano. Forse perchè non si avverte più, o si avverte come logoro, stantio (parlo dal punto di vista del narratore, che quindi magari si sbaglia di gorsso) l'argomento, ci si concentra sul come viene narrato. Più che al contenuto, si guarda alla forma. Siamo all'ellenismo, al barocco, al decadentismo. Una forma d'arte sana, vigorosa, non sta lì a menarsela più di tanto sul "come" se non in quanto strumento. La miglior risposta è quella di Hillary "ho scalato l'Everest perchè era lì". Tutto il resto è superlfuo, spesso dannoso, sovente autoreferenziale  e sterile.

Eli Arrow il 2018-09-10 15:55:31

Mi permetto di spezzare una lancia a favore del 'come'. A mio parere non se ne può prescindere perchè parte dell'opera in toto. Al di fuori dell'astrazione e dicendolo proprio terra-terra, io non riesco a scindere la forma dal contenuto: se non mi piace l'una, non riesco ad apprezzare appieno nemmeno l'altro. Questo come base e discorrendo di materia scritta. Poi, ovviamente, se mi imbatto in contenuti particolarmente pregnanti, posso anche sorvolare sui vizi di forma (ciò però non toglie che li 'aggiusti' mentalmente secondo il mio gusto). Ritengo che ci debba essere un giusto bilanciamento fra cosa e come :)



Ciao


Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-10 16:30:58
Per Roberto

Parliamone...le contraddizioni sono un problema se sono letali, se sono vitali come queste ben vengano.
E allora, il tuo interessante contrappunto lega la questione della vocazione a quella dell'espressione di un pop di qualità.
E anche qua c'è una sottile, all'apparenza invisibile analogia che vado ad esplicare.
Il paradosso si amplia meditando sul fatto che Mari è uno dei pochi "letterati riconosciuti" e che oltretutto insegna all'Università che ha scritto sui nostri autori preferiti del gotico, del weird, del "eerie" e dell'horror.
In nessuno come lui, in Italia e a quel livello, ho trovato espresso la dignità degli Urania, dei fumetti, dei film horror di un certo tenore e la critica veramente equanime, per esempio, della trimurti Poe/Lovecraft e King.
Tutto si trova in quesl testo aureo che è "I demoni e la pasta sfoglia", dove tra l'altro Mari pone Manzoni tra "i grandi realisti, fortissimi Omero e Manzoni, Dante, Orwell, Rousseau.", nel prezioso saggio "Sul minimalismo".
Pertanto la distanza - più che la polemica - non è tanto con Manzoni ma col terrificante "Moravismo", in particolare, e in senso lato con una certa omologazione al genere mainstream in Italia, insomma quel raccontare le proprie sfighe personali condite con menate esistenzialiste, rimasticando nel quotidiano social il linguaggio astruso di Heidegger, senza né rivederlo né correggerlo con un minimo di stile, quando tutti i migliori critici di Heidegger -qua in Italia il prof. Vattimo - hanno molto da ridire sulla prosa ostica del filosofo tedesco in questione.
Pertanto la concinnitas - quel mix di efficacia ed espessività, semplicità ed esattezza - che abbiamo ereditato da Cicerone e Leon Battista Alberti è senz'altro il primo valore di Michele Mari - e molto umilmente anche il mio -: (cito un pò a random dal saggio "Il beneficio dell'influenza, che si trova integrale anche in Rete):
"La letteratura tradizionale preesisteva allo scrittore. Il canone, il genere, gli stili, le topiche preesistevano. Chi decideva di intraprendere questa attività si trovava di fronte a un trivio: dramma (tragedia e commedia), epos (prima solo in versi, poi anche in prosa), lirica. Una volta eletta una di queste macro-opzioni, sapeva di avere scelte sempre più codificate, termini che per li rami divenivano sempre più cogenti."
" Prima che questo sistema si incrinasse ci sono stati secoli in cui il problema della scelta dell’argomento e del modo non si poneva. Il vero problema era quello dell’ortodossia, e al tempo stesso, nella coscienza degli autori più grandi, la sfida di un rapporto dialettico con la tradizione. Essere dentro la tradizione senza ripeterla meccanicamente, essere riconoscibili come anelli di quella tradizione ma anche come personalità originali («aggiungendo ciascuno il ricamo particolare che gli è proprio e che fa della stessa cosa una cosa affatto nuova»: Proust, Contro Sainte-Beuve). Per questo occorreva un grandissimo rispetto della tradizione, ma, a sorreggere l’insofferenza, anche un forte carattere. Pensiamo a Torquato Tasso, che vivendo la propria originalità in termini di colpa si è suicidato artisticamente, massacrandosi più di quanto lo censurassero i retori. Oggi questo tipo di conflitto è impensabile, perché la maggior parte degli scrittori non ha più alcun rapporto con la tradizione (e intendo un rapporto vitale), non più gloriosamente attraversata né drammaticamente subita ma semplicemente evitata se non rimossa.

Più sbrigativamente voglio anche dire che l’influenza ci angoscia solo se ce ne facciamo angosciare. Per me, fin da piccolo, la confusa nozione di influenza coincideva con la percezione di essere stato tenuto a battesimo e preso per mano da tanti maestri che mi avevano insegnato e continuavano a insegnarmi di tutto: uno, un ritmo; uno, una parola strana; uno, un termine marinaro; uno, l’arte dell’ambiguità; uno, l’arte della suspense; uno, l’intreccio; uno, certe clausole. Questo ha fatto sì che quando ho cominciato a scribacchiare sentissi semmai il problema opposto: come se “fratello Michael” dovesse costruire una casa in un prato e gli altri paesani, per solidarietà, gli portassero carrettate di legname, di tubi, di chiodi, tanto da fornirgli materiale per costruire non una casa, ma un paese intero."

E allora, mi avvicino a chiarire il mio pensiero affermando che la vocazione in uno scrittore è prima di tutto una bella cosa chiara e distinta: un mostruoso, totale, ossessivo (e possessivo) amore per la propria lingua, come scriveva Babbo Dante nel Convivio, "l'amore de la propria loquela".
Chi non ama la sua lingua non sarà mai un lettore né tantomeno uno scrittore.
E amore significa concretamente studio, dedizione, sbattimento, frustrazione, isolamento, fedeltà, curiosità a modulo continuo.
Delle parole il "vocato" vuole conoscere tutto: passato, presente e futuro e tutta la sua famiglia: gli antenati, i parenti prossimi e lontani, i vicini di casa, gli amici, i passanti.
E tutta questa maratona conoscerà solo una grande, immensa gioia, enunciata alla stragrande da Mari:
"Quante volte abbiamo visto film horror in cui una marionetta costringe il proprio padrone a fare ciò che essa vuole? Così è un certo tipo di scrittore: da principio un balbettante apprendista, che istintivamente ventriloquisce perché, anche senza avere una concezione manieristica della letteratura, accetta come un a priori che si debba incominciare facendo il verso a qualcuno (e facendolo seriamente). Così è ab initio nei giochi: un bambino gioca ai cowboy e agli indiani perché ha visto un film di John Ford, poniamo, e si atteggia secondo precisi canoni cinematografici e caracollando come John Wayne (se non avesse visto il film giocherebbe in modo non convenzionale cioè informe), ma nessuno si sognerebbe per questo di dargli del manierista.


Non ci allontaneremmo molto dal vero asserendo che Poe, Stevenson, Melville, Conrad e London si siano divertiti e appassionati a scrivere romanzi marinareschi proprio perché il filone già esisteva, ed abbiano provato il piacere di essere una perla della collana. Credo che qui il proverbiale narcisismo degli scrittori conti molto meno del piacere di far parte di una compagnia, come se la partecipazione fosse premio a se stessa."

"Il piacere di fare parte di una compagnia": ecco il premio a tante sofferenze e il magico estuario dove confluiscono la vocazione, la produzione di un pop di qualità e l'amore sviscerato per la propria lingua.
Ecco forse il ricongiungimento in una magnifica sfera trasfigurata della concinnitas con l'originalità (non a tutti i costi)?
Abbi gioia

Rubrus il 2018-09-10 16:37:59
Ovviamente senza strumenti non si può fare nulla - e c'è forma e forma, e ci sono forme che soggettivamente sono gradite e altre che sono sgradite e ci sono errori di forma ed errori di forma - ma secondo me si cade nell'estetismo fine a se stesso quando si usa una certa forma, una certa parola, un certo stile perchè si vuole quella forma, quella parola, quello stile e non perchè si ha una storia da raccontare (stiamo ovviamente parlando di narrativa, nella poesia suppongo che il discorso possa essere molto diverso). Si scambia il fine col mezzo. Insomma, io a Mari chiederei : "Ma vuoi usare lo stile di Foscolo solo perchè è lo stile di Foscolo, oppure perchè pensi che sia il più adatto a dire quel che vuoi dire?". Che poi, che io mi ricordi (e mi ricordo ben poco) Foscolo aveva in mente, scrivendo lo Ortis, Goethe, cioè un suo contemporaneo, non Ariosto, cioè un autore di duecento e passa anni prima. Quindi, da un certo punto di vista, dire "il mio modello è Foscolo perchè è inattuale" è un errore di prospettiva, un anacronsimo. A parte gli aspetti biografici Foscolo era un uomo che viveva e scriveva del suo tempo in modo lacerante e, anche dal punto di vista formale, almeno un piede nel presente ce l'aveva eccome. Ricordo una sua lettera in cui esprimeva il suo disagio nel "tifare" Napoleone a Waterloo. Da un lato il Grande Corso era un tiranno, e quindi Foscolo non poteva approvarlo, dall'altro era però l'unica speranza di spazzare via l'ancièn règime. Tutti problemi, sempre sforzandomi di ricordare, di cui si trova un'eco nelle "lettere " (appunto) di "J.O." che sono appunto lettere, non poemi epici.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-10 16:54:45
Per Rubrus (2)

Da "Il Cinquecento del Dottor Caligari" di Michele Mari: opera sopracitata:

"Secondo un tradizionale modello storico, sociologico e psicologico, la bizzarria diventa un elemento costitutivo dell’orizzonte artistico alla fine del Medio Evo, quando, estinte le corporazioni, l’artista non si sente più un artigiano inserito in una precisa categoria sociale, e per questo deve procurarsi uno spazio e un prestigio individuali, ciò che lo spinge a enfatizzare la propria unicità, quindi le proprie idiosincrasie, quindi le proprie nevrosi e il proprio caratteraccio, quindi tutto quello che fa clamore e scandalo. L’artista si mette dunque a “fare il pazzo”, con una recita che, pirandellianamente, viene presto interiorizzata al punto da diventare natura. La stessa nevrosi, inizialmente relegata
nell’ambito della vita (basta leggere il Vasari per accorgersi di come già nel Quattrocento le manie e i capricci fossero vissuti dagli artisti come il più prestigioso dei requisiti), si filtra a poco a poco nell’opera, dettando i soggetti e improntando la forma. Prigioniero del proprio ruolo, questo genere di artista è sempre meno in grado di vivere la vita degli altri e soprattutto di parlare la loro lingua: la sua riconoscibilità individuale si è talmente enfatizzata da essere, compiutamente, diversità. In termini di scuola e di gusto, questo comporta il rifiuto (antropologico prima che retorico) dell’accademia, di ogni accademia; il rifiuto della norma e del canone dei buoni scrittori; il rifiuto, sul piano linguistico, della purezza; il rifiuto di ogni idea pedagogico-edificante: in altre parole, comporta la programmatica ricerca dell’irregolarità..."

Questo preciso inquadramento storico ci mostra un pò i corni del dilemma: può la concinnitas armonizzarsi all'originalità?
"Fare i pazzi" appartiene alla vocazione degli scrittori o alle cure di un nosocomio mentale?
E infine: non vale di più una buona grammatica piuttosto che una pasticca?

Rubrus il 2018-09-10 17:20:21

Mari è scrittore e critico troppo raffinato e abile e d\\'intelletto troppo robusto, e troppo calato nel proprio tempo, per soffrire di vaghezze e contraddizioni. Secondo me - e non posso che essere d\\'accordo col lui - tutte le sue fondatissime perplessità si appuntano su: a) l\\'accademia, cioè la forma fine a se stessa. Oh, attenzione che l\\'accademia non è una pastorelleria da Parnaso, appartenente al passato e morta lì. C\\'è accademia nelle storie di mostri, in quelle dove si ammazza e si spara e / o si copula come pazzi. b) l'omologazione. Nel momento in cui si ha una tendenza a ridurre le forme ad un immanentismo da web, Mari rivendica - e giustamente, ripeto - la specificità della parola scritta anche al costo di porsi in continuità col passato e senza paura di farlo o accettando il rischio di essere tacciati di passatismo. Quindi. no, non si possono scrivere le lettere di Jacopo Ortis con whastapp. O meglio, Whatsapp, molto probabilmente (o comunque se) non è la forma più adeguata per esprimere la complessità del testo e/o rispondere al fine artistico dell\\'autore. Si deve violare - perchè anche quella è accademia - la regola dello scrivere cibernetico. Quanto al "poeta maledetto", al binomio "Genio - sregolatezza" (dove non di rado latita il primo) è un po' un clichè anche quello. Basta un niente e ricasca, ancora una volta, nel manierismo, nell'aritficioso, nella forma fine a se stessa. Everisva è una rockstar in giacca e cravatta, che si alza alle sette del mattino e va dormire alle dieci di sera  tranne quando  ha i concerti. Non ci si libera, a mio parere, della forma, usando la forma opposta. E' solo un giochino che è anche facile da smascherare. Il vero modo è badare alla sostanza. Sei diverso - se proprio ci tieni ad essere diverso - se hai una cosa diversa da dire. Altrimenti "tu vuo' fa l'americano", per così dire.  


Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-10 18:17:52
Per Eli e Roberto:

Interventi molto densi, belli e che mi hanno fatto una compagnia profonda.
Mi sembra, forse sintetizzando troppo che abbiamo evidenziato nel nostro conversante trio una certa concordanza su un fatto, la predominanza dell'Interiore sull'Esterno.
La vocazione come passione per la propria lingua e non tanto per il mascherarsi da maudit della domenica. Scive Roth nel "Lamento di Portnoy" (1969):
"Perché scrivo? Non lo so. So che i miei momenti peggiori sono quando non scrivo. Allora tendo a essere infelice, depresso, ansioso, e così via. Ne ho disperatamente bisogno."
In queste parole c'è tutto quel bisogno di riumanizzare il web che spero sia il compito delle future generazioni.
Volevo chiedervi: ma quand'è che posso affermare agli altri "io scrivo", senza sentirmi ridicolo?
Qualcuno in spiaggia, quest'estate, mi diceva "quando hai venduto almeno un milione di copia" e mi son messo a ridere perchè mi ricordava il Signor Buonaventura della mia infanzia.
"O quando hai totalizzato un milione di like su FB" diceva qualcun'altro e son stato zitto che era meglio.
Ma a voi due, anime così belle e particolari e così affezionate al nostro linguaggio, chiedo:
quando posso dire a me stesso, che per pudore nessuno mi senta, "io scrivo"?
Si è mai compiuto per voi quel magico momento in cui perspicuità e originalità unica del vostro Essere si sono abbracciate come affezionate sorelle?

Rubrus il 2018-09-10 18:34:40
Il problema non è l'approvazione altrui del tuo hobby (o lavoro, ma è un falso problema perchè chi campa scrivendo?) , ma la tua approvazione del tuo stesso hobby. Se te ne vergogni tu, non ci sarà mai quantità d'approvazione bastante. Poi, ovvio che con le persone si hanno gradi di confidenza diversissimi. Siccome ,solitamente, lo scrivere per hobby coinvolge sfere personali abbastanza intime, è naturale che il cerchio delle persone che ne possono essere rese prudenzialmente edotte sia ristretto. Ma ciò non è certo sintomo di chissà quale disagio psicologico o psichico.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-11 07:36:53
Per Rubrus (3)

Concordo pienamente: l'autocommiserazione-sempre un pò patetica - è solo una delle tante trappole demoniche che nascono quando pronunciamo la pericolosissima frasetta: "io scrivo".
Al problema del Male ho sempre creduto e fatto caso, e per me quell'affermazione è una porta che può condurre un essere umano agli Inferi.
Per fortuna possiamo vincere il decadentismo e il nichilismo con rimedi e antidoti opportuni - già il trovare rimedi e antidoti giusti è antidecadentismo - e ne applico un paio che mi funzionano da decenni, ormai.

Primo: nasco come lettore e anche se ogni tanto scrivo, sempre lettore resto e deferente.
Del tempo che vivo per la narrativa o la musica o l'arte tout court il 90% lo spendo in fruizione e solo il restante in creazione.
Secondo: l'umorismo, l'ironia e l'autoironia, senza la quali diveniamo tutti più pesanti, opachi e grigi, tristi.
C'è in questo senso il fulgido esempio di Albert Einstein, un maestro nel prendere in giro la propria, pur serissima, vocazione di scienziato geniale.
Lungo la strada tra casa e lavoro all'accademia di Princeton veniva spesso abbordato dalla gente del luogo che voleva conoscere il celebre fisico della relatività.
Einstein non lesinava gli autografi, le battute ai ragazzi e ai bimbi e si metteva sempre in posa per una foto - i selfie di allora -con la moglie, i figli o i nipoti di chi glielo chiedeva, e scambiava con loro sempre un pò di conversazione. Poi proseguiva la sua strada, sovente a braccetto della sua consorte, e scuotendo la testa diceva:
"Beh, anche per oggi il vecchio elefante ha sfoderato il suo repertorio." E ridevano come pazzi. Ahahahha! Fenomenale!
Con questo antidoto possiamo scrivere quanto vogliamo e sopravvivere tranquillamente alle mascherate "elefantiache" della nostra vocazione, grazie Albert!

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