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Dove finisce l'estate

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-09-09 14:11:40


 
«Non è pericoloso».
L’uomo con la cicatrice si voltò verso il vecchio con la barba bianca seduto sul bordo del pedalò, attorniato da un gruppo di ragazzini, poi si girò verso il barista.
«Oggi si vede un vecchio con dei ragazzini e si pensa subito a un pedofilo. Una volta non era così» disse il barista.
L’uomo si massaggiò una guancia con aria colpevole. La cicatrice gli correva dall’angolo dell’occhio sinistro a quello della bocca. I punti di sutura erano vistosi, irregolari, e la pelle aveva un colore bianco rosato che spiccava sul volto abbronzato. Sembrava una lampo storta che gli attraversasse la faccia.
«Lo chiamano Omero» disse il cuoco affacciandosi dal vano della cucina. Stava appoggiato allo sportello, i gomiti sul davanzale, ed era chiaramente il padre del barista. La testa calva indicava quale sarebbe stata la sorte della capigliatura del figlio da lì a qualche anno. Indicò Omero. «Quale sia il suo vero nome se lo sono scordato tutti. Credo che anche a lui farebbe piacere dimenticarselo».
La porta del locale si aprì ed entrò un nugolo di adolescenti vocianti. Il barista andò all’altro capo del bancone a prendere le ordinazioni, mentre il cuoco dette uno sguardo all’orologio, decise che non era ora di pranzo, né dello spuntino, e proseguì: «Racconta storie ai bambini. Storie di mare, per lo più. Balene, tesori, pirati... ultimamente sono tornati di moda. È una specie di animatore».
«Ma non ha la maglietta dello staff» disse l’uomo con la cicatrice.
Il cuoco lo squadrò, sembrò domandarsi se l’uomo con la cicatrice era della finanza e decise di no. «No, non ce l’ha» rispose. «Diciamo che il suo è più un passatempo».
«È in pensione?».
La radio si zittì di colpo e, alla musica, subentrò un annuncio.
Matteo, otto anni, aspetta la mamma al bagno “Maremio”. Ha i capelli biondi, porta gli occhiali e un costumino blu.
Omero si alzò di scatto, rivolse un paio di cenni ai ragazzini, ignorò le proteste, raggiunse la striscia di cemento che, come un camminamento, univa i bagni della riviera, e si diresse a sud. Zoppicava. Il piede sinistro era storto, e lo costringeva a un’andatura caracollante, ma non lo rallentava.
L’annuncio partì di nuovo.
«Succede tutti gli anni, tutti i giorni, più volte al giorno» fece il cuoco. «Adesso esiste anche un servizio internet. Una app. o qualcosa del genere. Abbiamo pensato di dotarcene anche noi, ma...». 
«Omero è il nonno di Matteo? Oppure andare a trovare i bambini sperduti è un altro dei suoi passatempi?».
Il cuoco osservò di nuovo l’uomo con la cicatrice. Più intensamente, stavolta, come se avesse deciso di non limitarsi allo sfregio. Alla fine parlò.«Accadde nel ’76. Uno di quei bambini era il figlio di Omero. Solo che non lo trovarono più».
L’aria colpevole ricomparve sulla faccia dell’uomo con la cicatrice. Si capiva che, poco prima, aveva scambiato Omero per un pervertito.
«Omero e sua moglie si facevano una settimana di ferie ciascuno, alternandosi. Il bambino, Guglielmo, rimaneva tutto il tempo. Aveva sei anni ed era il loro unico figlio».
«Scomparve sul serio?» chiese l’uomo con la cicatrice, ma a bassa voce, come se si fosse reso conto di avere fatto una domanda sciocca. O come succede quando qualcuno racconta una storia paurosa. Anche lì, anche adesso, sotto il sole cocente della Riviera nell’ultimo agosto.
«Sparito» rispose il cuoco «Lo cercarono in tutti i bagni, da Cervia fino a Cesenatico, in mare, nei parchi giochi... niente. Se ne parlò un bel po’ anche dopo la fine dell’estate, poi sempre meno. L’ultima volta che la notizia apparve fu nel ’78, sul “Corriere di Romagna”. Un trafiletto appena. Devo avercelo ancora, da qualche parte. Da allora più niente».
«Brutto affare» fece l’uomo con la cicatrice.
«La moglie di Omero – Maria, mi pare si chiamasse – quell’anno aspettava il secondo figlio. Abortì. Qualcuno dice spontaneamente. Omero non ne fece parola, ma, sa com’è, le voci corrono, specie quando gli ombrelloni si chiudono, la stagione finisce e non rimane granché da fare, specie tra noi quattro gatti che rimaniamo. Omero e sua moglie si lasciarono alcuni mesi dopo e questo è sicuro perché fu lui stesso a dircelo, l’estate successiva».
«Sospetti? Indizi?».
«Segnalazioni false un sacco, ma finirono presto. Le dicerie durarono un po’ di più, specie su luna park ambulanti che giravano nei dintorni, ma non venne fuori niente. All’epoca si parlava delle zingare che nascondevano i bambini sotto le gonne, se lo ricorda?».
L’uomo con la cicatrice fece un mezzo sorriso. Era strano, con quel taglio sulla faccia.
«Oggi si darebbe la colpa agli extracomunitari» proseguì il cuoco «forse non è cambiato molto o forse sì».
«So com’è quando si ha un aspetto un po’... particolare» fece l’uomo con la cicatrice e toccò al cuoco assumere un’aria imbarazzata. «L’anno successivo, nel ’77» continuò «i carabinieri interrogarono un ambulante. Sa, quelli che vanno gridando “cocco, cocco bello, cocco fresco” , ma secondo me lo fecero per far vedere che si davano da fare. La moglie di Omero era tornata da queste parti, anche se lei e il marito non si incontrarono. Da allora non si fece più vedere. Nemmeno nel ’78, quando venne fuori il trafiletto».
«Omero invece tornò sempre».
«Tutti gli anni, tutti giorni, tutta l’estate, fino all’ 82, quando si stabilì qui definitivamente».
«E quel piede?».
«Accadde nell’86 o nell’87. Un’idiota era andata a fare il bagno in un giorno che era brutto. Chissà che cosa si era messa in testa. Forse sognava che qualche bel bagnino la salvasse. Invece, dopo un po’, lo scirocco la spinge al largo, lei cerca di guadagnare la riva, finisce nel canale – o forse ci va apposta, pensando di trovare acque più tranquille – e rimane impigliata nella chiusa, rischiando di affogare. Omero si tuffa e la tira fuori. Però ci ha rimesso il piede. Era così malconcio che non c’è stato verso di accomodarlo. È diventato una specie di eroe, almeno per qualche tempo, e noi abbiamo fatto una colletta e gli abbiamo pagato l’operazione. Comunque è acqua passata... anzi, mi sa che è successo nell’88. Sono trent’anni giusti».
«Di cosa vive?».
«Fa la stagione». Il cuoco sembrava essersi convinto che l’uomo con la cicatrice non era della finanza. «Pulisce la spiaggia, sistema gli ombrelloni, tira in secca i pedalò... senza fermarsi mai nello stesso bagno, però. Tutta l’estate avanti e indietro, avanti e indietro. Una volta andava dai Lidi Ferraresi fino a Gabicce, ormai però bazzica soprattutto questa zona, dove è sparito il figlio».
«E intrattiene i ragazzini».
Il cuoco guardò gli adolescenti che, qualche minuto prima, erano entrati per prendere da bere. Erano seduti ai tavolini e smanettavano sugli smartphone mentre le bibite dissipavano la loro frescura nell’aria calda. «Qualche anno fa facevano parte anche loro del pubblico di Omero. Le famiglie tendono a ritornare per più anni di seguito, anche se non come una volta. Tempo un’estate o due al massimo e anche quei ragazzi spariranno... magari per rifarsi vivi fra dieci anni, o venti, con prole al seguito, però...» esitò «credo che, da grandi, quei ragazzi, di questi anni, ricorderanno soprattutto le storie che racconta Omero».
Annunciato dagli strilli dei bambini, che non si erano mossi dal pedalò, Omero riapparve. Camminava più piano e la zoppia era evidente.
«Dove abita?» chiese l’uomo con la cicatrice.
«Nella colonia dei tempi del Fascio, quella abbandonata - l’avrà vista andando verso nord. Si scalda con una vecchia stufa economica. La fa andare con la legna che raccoglie in giro, specie nella pineta dopo le burrasche. Spesso gli danno piadine e crescioni, uova, pesce tirato su dai capanni da pesca o verdura dell’orto. Alla mensa dei poveri non ci va mai. In realtà credo che non voglia allontanarsi dalla spiaggia. Forse non può».
I ragazzi al tavolo si alzarono e sul bagno calò il silenzio. Si vedeva che Omero continuava a raccontare, ma, dato che era di là dal vetro, non si udiva nulla, come se il vecchio e i bambini si trovassero in un punto irraggiungibile del tempo e dello spazio.
«Ha ragione» disse, dopo un po’, l’uomo con la cicatrice.
Il cuoco gli rivolse uno sguardo interrogativo.
«È questo che rimane» riprese l’uomo con la cicatrice «è questo che c’è sempre stato. Storie narrate su una spiaggia mentre, poco più in là, si stende l’abisso».
Il cuoco guardò l’uomo con la cicatrice. Fece di più. Lo studiò. Se prima non ci aveva messo tanta attenzione, forse per non metterlo in imbarazzo, ora non se ne curò. Rimasero così, come sospesi da un incantesimo, finché il vocio dei bambini non li scosse. Omero aveva finito di raccontare e il suo pubblico protestava, ma il vecchio non ci badò. Li salutò facendo “ciao, ciao” con le mani – e qualche altro gesto che voleva dire “domani” – e si allontanò col suo passo zoppicante. I bambini si trattennero ancora per mezzo minuto, discutendo, poi corsero verso il mare.
L’uomo con la cicatrice sogghignò. Lo sfregio gli dava un’aria un po’ sinistra. «Torneranno. Le storie incompiute li riporteranno qui».
Il cuoco annuì pensoso. Pareva perplesso, quasi che, pur avendo escluso che l’uomo con la cicatrice lavorasse per il fisco, coltivasse ancora dei dubbi. Diversi, più profondi.
«A volte mi chiedo ancora dove sia finito. Guglielmo, il figlio di Omero, intendo».
L’uomo con la cicatrice sospirò. «Dove finiscono le canzoni quando non passano più in radio. Là dove vanno i pettegolezzi da spiaggia, i racchettoni, i costumi da bagno fuori moda, le chiacchiere sulle mucillagini, quelle sulla Nazionale, gli amorazzi dei vip o presunti tali. Dove vanno i walkman, i solar saucer, le vuvuzelas, gli scooby doo, i gettoni del telefono, il topless, il codino per gli uomini, i cinema all’aperto... Dove finiscono le grida “cocco fresco, cocco bello”, gli annunci sugli striscioni dietro gli aerei, le diete “sette chili in sette giorni”, le avventure di una notte, quelle che si vivono e quelle che si raccontano e basta...» si voltò verso la spiaggia e allungò il collo verso il mare, quasi lo cercasse tra gli ombrelloni, poi, come se lo avesse trovato e fosse soddisfatto, si voltò di nuovo verso il cuoco «Là dove finisce l’estate» concluse.
 
Omero tornava al suo rifugio nella colonia dei tempi del Fascio.
Tutti i vetri dei piani superiori erano crollati e il tramonto ci passava attraverso come fuoco che occhieggiasse tra le griglie di una vecchia stufa.
Il piano inferiore, però, mal protetto da una rete malconcia e seminascosto dalle sterpaglie, che erano cresciute fino a raggiungere i due metri d’altezza, era immerso nelle tenebre.
Omero vide l’uomo con la cicatrice solo quando gli fu vicino.
Lo fissò, proprio come aveva fatto il cuoco, ma più intensamente, e più a lungo.
Un soffio di vento fresco – il sole era tramontato dietro l’Appennino e un po’ d’aria scendeva al mare come un bagnante per il tuffo di mezzanotte – spirò attraverso le camerate deserte della struttura abbandonata.
«Dove sei stato?» chiese il vecchio.
L’uomo con la cicatrice non rispose e chinò il capo. Con un piede disegnava ghirigori nella sabbia che il vento aveva accumulato contro le pareti della colonia, e subito li cancellava
Il vecchio attese, infine parlò «Be’, l’importante è che tu sia tornato».
L’uomo con la cicatrice alzò la testa. Pareva sollevato.
«Non credi che sia ora di andare?» disse l’uomo che chiamavano Omero.
L’uomo con la cicatrice annuì, ma, quando l’altro si mosse, gli fece cenno di attendere.
Con una mano afferrò lo sfregio, come se si trattasse di una cerniera, e cominciò a strapparsi via la faccia. «Scusa» disse «Ma non ne potevo più. Mi dava proprio fastidio».
 
Il cuoco sostenne di non essere sorpreso dalla scomparsa di Omero. Le ricerche non durarono molto, ma ci furono. Anche se era un senzatetto, in paese il vecchio era noto e qualche domanda in giro i Carabinieri dovevano pur farla, se non altro per salvare le apparenze.
No, non aveva notato nulla di insolito, ripeteva il cuoco. No, il vecchio non aveva detto nulla di strano. «Secondo me si è semplicemente stufato» concludeva «uno non può passare la vita avanti e indietro, avanti e indietro nello stesso posto, aggrappato a... be’, prima o poi arriva il momento di andarsene».
Come spiegazione ci stava e Omero si meritò anche lui il suo trafiletto sul “Corriere di Romagna”, ma solo uno e solo quello. La gente non leggeva i giornali come faceva un tempo.
Il cuoco ribadì la sua versione dei fatti un altro paio di volte, poi nessuno gli chiese più nulla. Stava arrivando l’autunno.
Non disse mai quello che aveva visto quella mattina, l’alba immediatamente successiva alla scomparsa di Omero, quando, come obbedendo a un’antica abitudine, o a un presagio, era sceso alla spiaggia a rassettare la sabbia, proprio come faceva quando era lui, e non suo figlio, a gestire il bagno.
Due file di orme parallele, una di un bambino e l’altra di un adulto, con un piede storto, come se fosse zoppo, che correvano lungo la spiaggia, subito cancellate dall’andirivieni placido delle onde.

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Eli Arrow il 2018-09-10 17:10:51

SPOILER - LEGGERE PRIMA IL RACCONTO

 

 

 

 

 

 

 

 

Certo, la storia finisce con un punto di domanda enorme e una miriade di potenziali risposte, tanto che non saprei dove collocarlo, come genere. Avevo pensato per un attimo all'horror, quando si strappa la faccia, ma poi...

Gran bel racconto!

Rubrus il 2018-09-10 18:10:22

RI - SPOILER (che è un po\' anche l\'occasione per riprendere, ma nel concreto, anche se nello stupido, trattandosi di un racconto mio, il rapporto cosa / come). Tutti gli anni, tutti in spiaggia, sentiamo quegli annunci lì. Ma - mi sono chiesto - e se il bambino sparisse davvero? Se nessuno lo trovasse più? La prima sensazione fondamentale, direi prevalente, quando mi sono posto la domanda, era di \"ritualità\". A quel punto, la storia poteva finire tranquillamente dalle parti della storia di serial killer, o di rapitori seriali (ma io inizio a odiare le storie di serial killer: troppo uguali le une alle altre, ma è un difetto di fabbrica ineliminabile). La seconda sensazione era la malinconia che sempre prende verso la fine dell\'estate, specie quando le spiagge iniziano a vuotarsi. La risposta è stata quindi \"il bambino, la cui scomparsa, in un certo senso, fa parte di un rito estivo, è andato a finire là dove finiscono i riti estivi\". Questa risposta ha determinato lo stile, a cominciare dal lungo (spero non noioso) elenco delle \"cose dell\'estate\" - scelta in gran parte irriflessa cui ho solo aggiunto, poi, la massima del \"deterere multa\" in quanto più adeguata ad esprimere il senso. Il senso, a propria volta, risiede nella risposta alla domanda che si fa il lettore: \"sì, ma poi il bambino scomparso salta fuori o no?\" (se non fai in modo che il lettore si chieda \"e poi?\" mentre legge, puoi anche smettere di scrivere). La risposta, stavolta, è sì. A riportarlo indietro, mi sono detto, al di là di ogni previsione - sono passati più di quarant\'anni! - è la tenacia, quasi folle, del padre. Una forza che lo riporta qui da quell\'altrove di cui noi, su questa labile spiaggia del tempo, nulla sappiamo, per poi riprendere (ciò che è successo nel mezzo non conta: solo sovrastruttura di cui ci si può liberare con qualche difficoltà, come di una faccia finta) il cammino, stavolta insieme. Si tratta quindi, forse, di una storia d\'amore. Pertanto penso che la sobrietà sia il modo migliore di narrarla. Senz\'altro quello per me più naturale. E poi, è conforme a una certa ruvidezza dei modi tipica dei contadini di quelle terre, o forse di tutti (gli addetti al turismo, in Romagna, erano tutti contadini, o quasi, fino a due / tre generazioni fa). Dopo che l\'ho scritta mi è tornato in mente un aneddoto raccontato da Tonino Guerra. Dopo anni, un uomo torna dalla guerra. E\' stato in Russia e possiamo solo immaginare cosa gli sia successo. Raggiunge casa, va dalla madre, poi dal padre, che è nell\'orto. Il padre lo guarda per bene, come per essere sicuro che sia lui poi gli fa \"T\'è zà magnè?\". (che in italiano vuol dire \"hai già mangiato?, ma in dialetto suona meglio).


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Paolo Guastone il 2018-09-13 12:28:13
Atmosfera malinconica, da fine estate. Quando tutto finisce e il tramonto arriva prima. Il finale lo avevo immaginato ma, effettivamente, può avere tante interpretazioni. E questo è già un bel pregio. Di pregi ce ne sono altri, ovviamente, quelli a cui nel tempo ci hai abituati e che non smetti di regalarci (il tramonto ci passava attraverso come..... questa è da brividi.....).

Rubrus il 2018-09-13 16:22:21

La colonia era lì ed è questa. 





Io l'ho solo guardata.


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Blue il 2018-09-13 16:17:02

Sì, in effetti il finale lascia parecchi dubbi... non del tutto risolti nemmeno dalla tua spiegazione, per la verità.
Ma non è importante. Quello che conta sono le sensazioni che ti sprigiona una storia, i ricordi che ti fa riaffiorare alla memoria, i rimpianti persino... e sì, hai proprio ragione: se un lettore non si domanda "e poi?", il lavoro di uno scrittore è stato inutile.

Rubrus il 2018-09-13 16:26:12
Ciao e ben ritrovata. Per un po' ho avuto in mente un finale un po' più preciso - e che sicuramente molti avrebbero trovato (non senza ragione) più soddisfacente: colui che ha fatto sparire il figlio torna, dopo anni, a prendersi il padre, in un certo qual modo impietosito dalla costanza dello stesso. Poi però mi sono detto: no, questa è una storia di persone che si ritrovano e alla fine ho preferito il finale che leggete benchè, oggettivamente, più sfuggente. Il "figlio mio!" non l'avrei messo mai, però.

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90Peppe90 il 2018-09-15 10:43:35
=== ATTENZIONE: SPOILER! === Io l'ho trovato bellissimo, anche aspettandomi il finale e l'identità dell'uomo con la cicatrice... ma questo non è il punto focale del racconto, non è sull'elemento sorpresa che deve basarsi, ma il punto focale, a mio modo di vedere, sta nel discorso diretto che chiude il primo paragrafo. Un discorso diretto che torna nelle parti successive, che segue Omero fino alla colonia dei tempi del Fascio, e poi oltre, lungo la spiaggia, orme sulla sabbia che si perdono altrove, dove forse soltanto Guglielmo sa... nel meraviglioso finale. Correrò il rischio di non averci capito nulla, di essere giunto a conclusioni totalmente diverse da quelle da te volute, ma non leggerò le tue spiegazioni; voglio tenermi questo racconto, come tutti quelli che leggo, così com'è, con tutto ciò che mi ha trasmesso. Con questo, immagine che si concluda il periodo estivo...? Se sì, lo si fa alla grande. Ciao, Rub, alla prossima!

Rubrus il 2018-09-15 16:38:28
No, non è un racconto a sorpresa, anche se avrei potuto scriverlo, come racconto a sorpresa. Sì, chiude l'estate e, dalla prossima settimana si riprende. Non credo, conoscendoti, che tu abbia frainteso il finale totalmente, anzi...

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Gerardo Spirito il 2018-09-16 02:29:44
Non posso fare altro che confermare quanto di buono detto qui sopra dagli altri, è un ottimo racconto, col finale che viaggia sul filo dell'ambiguità. Anche l'atmosfera, leggendo la storia, mi ha tenuto teso e sospeso per tutto il tempo, nonostante l'ambientazione "estiva" o comunque di fine estate. Il finale, scusa se ci ritorno, mi ha fatto venire in mente la conclusione di un altra tua storia, non ricordo il titolo ma credo fosse un racconto estremamente breve, che terminava con delle impronte sulla neve in quella occasione. Dialoghi e scrittura precisi come tuo solito, il testo scorre che è una bellezza ma soprattutto un piacere da leggere. Ciao Rob!

Rubrus il 2018-09-18 09:56:14
Sì, credo di aver capito a quale racconto di riferisci : ne ho scritti tanti e inevitabilmente c'è qualche elemento che si ripropone. Le impronte, che devono essere interpretate e che pochi sanno davvero leggere, credo vadano bene per i racconti che terminano con un dico / non dico - che ambisce ad essere, ma non è detto che ci riesca, un "tira tu le conclusioni, viste le premesse". Il prossimo, comunque, sarà più esplicito.

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