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Il passato del futuro

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2018-09-08 10:17:54


I

Per scrivere una storia prima di tutto devi averne una buona da raccontare. Ma per te che non ne hai una tutto è più difficile.
Tu non hai una storia che parli di eroi armati di tutto punto che massacrano gli uomini da nulla e quasi del tutto disarmati, che litigano per il godimento violento delle schiave conquistate.
Non hai da raccontare di viaggi fantastici nelle terre degli gnomi, o di eroi eletti che devono superare prove di virtù e coraggio con l’imbroglio dell’aiuto di un flauto che, con il suo suono, riesce a far ballare i nemici più feroci e malvagi.
Non hai capitani di velieri da guerra che rincorrono i nemici e che suonano il violino.
Tu non hai condannati a morte che hanno un potere straordinario e soprannaturale nelle mani, o vampiri buoni o la semplice storia di un asino, la storia della sua vita dalla nascita alla morte, legata alla storia dei suoi padroni.
Non hai nulla.
Hai semplicemente un personaggio che come te si chiama Enrico e come te il 30 di giugno compie gli anni. E come te il pomeriggio del 30 di giugno lo passa disteso sul divano nel dormiveglia, nella penombra e nell’attesa della finta gioia della celebrazione, cercando semplicemente di allontanare lo stress.
Questo personaggio ti assomiglia molto, ha il tuo stesso corpo, la tua stessa età, le tue stesse amicizie e fa il tuo stesso lavoro. Ma tu hai completamente dimenticato che cosa ti sia successo il 30 di giugno del 2001.
Forse eri triste, come sempre ti accade il giorno del tuo compleanno, nella constatazione che un altro anno è passato e un altro anno hai di meno da vivere. E non ti ricordi più se quel 30 di giugno del 2001 fu una bella giornata o meno. Ma non importa: è del tuo personaggio che devi raccontare la storia, non la tua storia.

II

Dunque il 30 giugno del 2001 era sabato, come oggi, ed Enrico dopo una mattinata d’inferno al Pronto Soccorso (a quei tempi l’ospedale era sotto organico e la soluzione al problema era stata trovata facilmente facendo lavorare il doppio i medici in servizio), verso le due e mezzo del pomeriggio aprì il portoncino di casa. La serratura era chiusa a doppia mandata ed evidentemente dentro non c’era nessuno, se non il cane che lo salutò affettuosamente con un semplice giro di coda.
Enrico era stanco e affamato. Andò in cucina e cominciò a mangiare della frutta mentre il pane si scongelava nel forno a microonde, e poi, dopo aver ammucchiato tutte le stoviglie nel lavandino, se ne andò nello studio.
Certamente non per studiare. Anche se doveva. Anche se in quel periodo aveva abbandonato il lavoro della radiologia tradizionale e, anche perché non c’era nessuno disposto a farlo, aveva iniziato a lavorare in Risonanza Magnetica. Un lavoro nuovo, tanti libri da consultare e i trucchi del mestiere ancora da imparare.
Accese lo stereo, inserì un CD di musica varia e si sdraiò sul divano nella penombra, in relax.
Vennero i Beatles a suonare nella stanza. Get back Jojo, get back. Torna indietro Jo!
Get back l’aveva sentita per la prima volta al mare, l’anno terribile della maturità. Lui era stato un fan appassionato dei Beatles, aveva perso più tempo a cercare di orecchiare con la chitarra le loro canzoni e a cercare di cantarle in qualche modo (anche se non capiva quasi nulla dei loro testi, tanto lontane erano quelle parole dall’inglese che aveva imparato a scuola) che a studiare il greco. Ma Get back, la prima volta che l’aveva sentita dal jukebox, non l’aveva riconosciuta come una canzone dei Beatles. Gli era sembrata avanti. Aveva un ritmo strano, ballabile e coinvolgente, come se il gruppo avesse voluto per un attimo lasciare le melodie lente di All you need is love. All you need is love era stata anni prima la canzone del tradimento della musica degli inizi, quella del ’63, quella del moderato suonato di gran carriera.
Torna indietro Jo! Torna indietro, sostituisci i violini con i tamburi, ritmo, ritmo, balla Jo balla!
Ma loro non tornavano indietro, loro erano avanti, erano sempre stati avanti, prima con il moderato velocissimo, poi con i violini e l’orchestra, dopo ancora con i tamburi ed un ritmo strano e allegro e mai sentito prima. Nel ’69 i Beatles erano il futuro, la sperimentazione, il coraggio di non stare fermi, l’evoluzione insomma. Poi il tempo aveva accelerato, la vita era trascorsa in un attimo. Lui era ora nel giorno del suo cinquantunesimo compleanno sdraiato sul divano, a ricordare il passato, una sera mentre sulla spiaggia ballava con l’unico amore della sua vita e ad un tratto era arrivato il futuro il:Get back Jojo, get back.

III

Aveva ancora fame. Andò al frigorifero e prese una vaschetta di yogurt.
Se nel ’69 Get back era il futuro, già nel ’70 era passato. Nel ’70, quando preparava i primi esami universitari il futuro erano i Pink Floyd con Athom.
Enrico tornò a sdraiarsi sul divano e chiuse gli occhi. Quanto tempo era passato dai vent’anni, da quando cioè guardava al futuro e lo vedeva lontanissimo e irraggiungibile!
Allora il futuro era il 2001.
Un futuro lontanissimo ma che ormai era presente già da sei mesi. Il futuro era quello del film, quello dell’Odissea, quella del 2001.
Il futuro della sua giovinezza stava passando, anzi era già per metà passato.
Era strano come nessuno al mondo in quell’anno tutto speciale avesse pensato di ricordare l’evento con un monumento, una piazza. Lui se la immaginava quella piazza: una rotonda grandissima come la Piazza Rossa di Mosca e al centro lui, il monolite, il parallelepipedo altissimo, come un obelisco, orientato perpendicolarmente verso est, in modo che nel solstizio d’estate il sole nascesse proprio dai suoi spigoli. E d’intorno edifici enormi, sferici, a rappresentare i pianeti e gli altri corpi celesti, lo spazio da esplorare.
Certo il futuro, come era stato immaginato negli anni sessanta, era totalmente diverso da quello reale.
Se l’idea della esplorazione continua, della ricerca continua, dell’avventura e del viaggio, era una buona idea del futuro; se l’idea del monolite, della la figura geometrica, rappresentante la scienza, potesse, nella comprensione più intima della materia e del cosmo, allontanarsi sempre di più e sempre più lontano dovesse essere inseguita, era una idea geniale, tutto il resto, il futuro pratico delle cose di tutti i giorni, quello no, non era stato per nulla previsto.
Forse solo il compleanno era rimasto immutato e celebrato sia nel futuro ipotetico, che in quello reale.
Ma i computer con l’anima e la paura, questo no.
Le grandi stazioni orbitanti nello spazio, le basi lunari, la moda casual comoda e larga, no.
I trapianti, la Tac e la Risonanza Magnetica, gli interventi in laparoscopia, no.
Ma neanche i telefonini e i navigatori satellitari.
Chi nel passato aveva provato a immaginare il futuro non aveva neanche un po’ previsto che un giorno ci sarebbe stata nel mondo una rete di computer che avrebbe permesso di comunicare a milioni di persone distanti migliaia di chilometri in tempo reale e scambiarsi documenti, immagini e musica. Nel futuro reale il futuro immaginario era davvero passato.
Ormai era l’imbrunire.
Enrico sapeva che doveva prepararsi, radersi di nuovo perché anche se amava vestirsi fuori moda con un pizzico di trascuratezza, odiava la rasatura non perfetta quando, la sera, raramente, ma molto raramente, si usciva.
Però rimase ancora un momento sdraiato sul divano ad assaporare la fine del Don Giovanni quello della statua che con voce da basso e potente tuona:
“Non si pasce di cibo mortale….”.
Ecco, pensò Enrico, forse il Don Giovanni è rimasto nel tempo il futuro! La musica divina di Mozart non era in duecento anni invecchiata un pochino, non era passato, era ancora futuro.
Fu proprio in quell’attimo che il portoncino di casa si aprì e:
― Eccomi, sei pronto? ― disse l’amore della sua vita con un po’ d’affanno.

IV

No, come sempre non era pronto. Come sempre aveva poltrito sul divano con gli occhi socchiusi, e la mente ad inseguire pensieri ignobili.
Ora erano in macchina, avevano preso quella che non usavano quasi mai, quella sportiva e molto lentamente sull’autostrada andavano verso il mare.
Erano solo pochi chilometri e ai semafori lungo la Cristoforo Colombo facevano la fila con i pendolari che tornavano a casa, verso Ostia.
Ostia, quattro case e una scommessa al tempo del fascismo ed ora una città. Anche Ostia era un futuro ormai passato e non realizzato. I palazzinari degli anni sessanta invece che una città turistica di mare, come immaginata, l’avevano trasformata come un altro qualsiasi quartiere periferico di Roma, una strada: palazzoni; un’altra strada: palazzoni.
Ma il lungomare era ancora lunghissimo e gli stabilimenti quasi tutti recentemente ristrutturati.
Parcheggiarono proprio davanti al Belsito, dove avevano prenotato un tavolo. Piaceva loro molto il Belsito. Aveva i tavoli all’aperto proprio sulla spiaggia, al riparo di grandi ombrelloni e loro avevano proprio quello con la vista sul mare. E il mare era placido, tranquillo, e si sentiva la sua presenza come un sussurro. C’era poi la dolce brezza della sera fresca e gentile.
Il rito collettivo della spiaggia, delle nudità, del sole e dell’abbronzatura a tutti i costi era finito.
Erano ora seduti di fronte.
Come sempre erano arrivati con largo anticipo rispetto agli orari dei più. Il locale era quasi vuoto. Si guardavano in silenzio, negli occhi. Mangiarono con particolare lentezza la margherita, alta, alla napoletana, soffice e gustosa con la mozzarella di bufala e bevvero lentamente il boccale di birra scura alla spina. Non bevevano mai alcoolici e le loro teste lentamente cominciarono a girare.
― Tanti auguri Enrico, oggi compi cinquantuno anni. –
― Tanti auguri anche a te, che li compirai il mese prossimo. -

― Sono e sarò sempre più giovane te. ― disse lei sorridendo e poi aggiunse ― Siamo nel futuro Enrico, ma è strano perché è come se ancora fossimo nel passato, quello in cui ci siamo conosciuti e amati e ancora vedo tanto futuro nella nostra vita. ―
― Sì ― disse Enrico ― anche io vedo ancora tanto futuro. E non ho paura, lo vedo felice. ―
― Sì – disse lei ― felice fino alla fine.―
― Sì, fino alla fine!―

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L'AUTORE oedipus

Utente registrato dal 2018-03-27

enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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Vecchio Mara il 2018-09-08 17:41:53
ma tu ce l'hai una bella storia da raccontare, e come se ce l'hai... tutti noi l'abbiamo volgendosi all'indietro rammentando la nostra storia, la nostra epopea, Con i nostri ricordi ne potremmo creare a iosa di storie, vere. E questo tuo viaggio nel passato indagando su un futuro che alla fine si è forse rivelato assai diverso da quello immaginato, è bellissimo. E poi che dire finale, lo scambio d'auguri fra te e tua moglie, è pura poesia. Piaciuto moltissimo. Ciao

oedipus il 2018-09-08 18:13:40
Volevo dire che le Storie che riscuotono successo sono quelle eroiche e quelle di vendetta per soprusi subiti.
Io scrivo Storie di non - eroi, di gente qualunque come me, ho forse solo Storie che mi appartengono. Non farò mai successo.
Questa nella sua sostanza è una storia di una pizza al mare arricchita dal fatto che personaggio e autore coincidono e i fatti veri sono confusi con altri immaginari. Come tutte le Storie, d'altronde.
Comunque fui molto colpito dall'anno 2001, del compimento dell'anno del nostro futuro giovanile, talmente colpito che 10 anni dopo ho scritto questa storia.
Ciao, (faccetta con l'occhiolino)

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-09-10 12:20:52

In realtà la storia ha un inizio, uno svolgimento, la fine e un senso, a mio parere. Il senso è che il futuro non è esattamente come ce l\\'immaginiamo; sovente è sottotono rispetto agli slanci giovanili - e questa è una constatazione che tutti prima o poi fanno La successione degli eventi (cioè l\\'intreccio) è la scoperta in retrospettiva di questo fatto. La morale che quello che conta è ciò che rimane costante nel tempo, in ispecie i rapporti umani. Ci sono però un sacco di storie che parlano del quotidiano e che hanno avuto successo di pubblico, di critica, o di tutti e due; da Moccia, a Volo,a alla Kinsella (cito i primi nomi che mi vengono in mente, quasi a caso) ecc ecc. - per non parlare di tutta quella corrente letteraria che si raggruppa sotto il nome di \\"minimalismo\\" (almeno Carver citiamolo) se c\\'è una cosa che non manca nelle librerie è proprio l'offerta - a latitare, o essere insufficiente, casomai, è la domanda.

 

PS: ho trovato il racconto (brevissimo e quindi innovativo anche nella forma) che anticipa internet (nella parte di cui parla di computer collegati tra loro). Unica cosa, la colloca in un futuro più remoto rispetto al nostro presente.

LA RISPOSTA - FREDRIC BROWN 1954 

Con gesti lenti e solenni Dwar Ev procedette alla saldatura, in oro, degli ultimi due fili.
Gli occhi di venti telecamere erano fissi su di lui e le onde subteriche portarono da un angolo all’altro dell’universo venti diverse immagini della cerimonia.
Si rialzò con un cenno del capo a Dwar Reyn, e s’accostò alla leva dell’interruttore generale: la leva che avrebbe collegato, in un colpo solo, tutti i giganteschi calcolatori elettronici di tutti i pianeti abitati dell’Universo – 96 miliardi di pianeti abitati – formando il super circuito da cui sarebbe uscito il supercalcolatore, un’unica macchina cibernetica racchiudente tutto il sapere di tutte le galassie.
Dwar Reyn rivolse un breve discorso agli innumerevoli miliardi di spettatori. Poi, dopo un attimo di silenzio disse: “Tutto è pronto Dwar Ez”. Dwar Ez abbassò la leva. Si udì un formidabile ronzio che concentrava tutta la potenza, l’energia di novantasei miliardi di pianeti. Grappoli di luci multicolori lampeggiarono sull’immenso quadro, poi, una dopo l’altra si attenuarono. Draw Ez fece un passo indietro e trasse un profondo respiro. “L’onore di porre la prima domanda spetta a te, Dwar Reyn”. “Grazie” rispose Dwar Reyn “Sarà una domanda cui nessuna macchina cibernetica ha potuto, da sola, rispondere”. Tornò a voltarsi verso la macchina. “C’è Dio?”. L’immensa voce rispose senza esitazione, senza il minimo crepitio di valvole o condensatori.
“Sì: adesso, Dio c’è.”
Il terrore sconvolse la faccia di Dwar Ev, che si slanciò verso il quadro di comando.
Un fulmine sceso dal cielo senza nubi lo incenerì, e fuse la leva inchiodandola per sempre al suo posto.


 

oedipus il 2018-09-11 10:40:54
E' evidente che uno stesso scritto è sottoposto a una comprensione diversa da parte del lettore dovuta alla sensibilità di ognuno di noi.
A te,che piacciono il noir e i racconti di fantascienza, piace l'idea che negli anni cinquanta del secolo scorso qualcuno abbia teorizzato l'esistenza di una rete cosmica di computer.
A me che viaggio nel realistico invece risulta inadeguata l'idea di questi mastodontici calcolatori valvolari che si uniscono in un universo irrealisticamente raggiungibile per rispondere a una domanda inopportuna, antiquata e irrisolvibile.
Immaginare il futuro non deve essere vietato, deve essere preso come un gioco, come l'esercizio della nostra mente sempre predisposta a sognare.
Ma il gioco non deve prescindere dalla ragione, non deve sognare l'irrealizzabile, come per esempio il viaggio nel tempo.
L'odissea nello spazio, vero oggetto del racconto, fu davvero un bellissimo sogno del 1968, e il suo significato, la rincorsa alla scoperta scientifica anche oltre i confini della Terra, è sempre valida.
Ma il resto,i particolare dico, resta non realizzato!
PS purtroppo non conosco gli autori che hai citato. Colpa mia.

Rubrus il 2018-09-11 12:01:25
Be', immaginare con trent'anni di anticipo che i computer avrebbero potuto essere interconnessi tra di loro tutto mi pare tranne che irragionevole. Oggi poi abbiamo tutti in tasca elaboratori elettronici più potenti di quelli usati per mandare l'uomo sulla Luna (non sto scherzando: è così) e per cosa li usiamo? Candy Crash. Ecco, questo non mi pare molto ragionevole - anche se senza dubbio è umano. Senz'altro, è uno spreco. Il racconto ci dice anche che se deifichiamo la tecnica ne pagheremo le conseguenze - il che oggi è uno dei punti del dibattito, attualissimo, sulle intelligenze artificiali.

In realtà il viaggio nel tempo esiste in natura, seppure in un modo del tutto particolare , e cioè nella dimensione quantistica. Il tempo può essere definito come un certo ordine, rispetto a un determinato osservatore, dei vari gradi di disordine di un sistema e, a livello quantistico, si può "viaggiare" in qualunque punto del sistema... e non parliamo dell'entanglement!
Paradossalmente, è il viaggio nello spazio ad apparire molto più difficoltoso di quanto poteva parere quarant'anni fa: le distanze, le risorse necessarie, la fattibilità tecnica.
Insomma, negli ultimi cento anni la scienza ha fatto piazza pulita delle illusioni positiviste. Poi c'è chi ci crede ancora, in quelle robe lì... ma è una fede e, come tutte le fedi, benchè, o forse perchè, irrazionale, va rispettata.

Per quanto attiene ai libri che ho citato, ne ho menzionati a bella posta alcuni molto diversi, qualitativamente, tra loro: ce ne sono di facili, di difficili di commerciali, insomma... dipende dai tuoi gusti (che non conosco a sufficienza). Il mio consiglio è di chiedere al libraio, finchè ce ne sono ancora in giro. Se ti conoscono, se sono buoni lettori - come ogni libraio dovrebbe essere - sono più affidabili della rete.


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90Peppe90 il 2018-09-16 16:06:37
Un racconto particolare, pregno di emozioni, non tutte positive, ma che colpiscono tutte allo stesso modo: forte. Bello l'incipit, che cattura subito, bello lo sviluppo, l'intreccio, lo stile narrativo. La conclusione, che è più un augurio che altro, una speranza, perché il futuro - quello immaginario è sempre passato rispetto al futuro reale ma, a volte, può anche essere ancora più futuro - è un punto interrogativo, inevaso fin quando non diviene presente. E allora l'augurio, la speranza, è tutto quello che abbiamo, tutto quello che ci resta, l'augurio e la speranza per il meglio; l'augurio e la speranza di altri racconti vivi come questo. Ciao, Enrico!

oedipus il 2018-09-16 23:02:08
Bacio!!!

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