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L'intruso / Alcune piccole imperfezioni.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-09-04 15:35:24


L’intruso.
Quando la donna usciva il vento entrava.
Non importa quanto in fretta la donna chiudesse la porta, né quanto serrate fossero le imposte: il vento entrava.
Quella volta era passato da una finestra.
La donna l’aveva chiusa prima di uscire – lo faceva sempre, controllava due volte tutti gli ingressi della casa: le finestre, le porte, l’uscio sul retro, lo sportello della cantina, gli abbaini, persino la gattaiola in disuso da quando, dodici anni prima, Smokey era sgusciato nottetempo per finire sotto una Ford diretta in una corsa disperata verso ovest – ma non importava.
Adesso la finestra era sollevata a metà come un occhio che si desta e la tenda sventolava come una ballerina che ha trovato un partner inatteso.
La donna non riuscì a trattenersi dallo scoccare un’occhiata alla stanza dietro la tenda, buia per il contrasto col fulgore del giorno. Naturalmente non c’era nessuno.
Non c’era mai nessuno.
Si passò le mani sui fianchi del vestito candido della nonna, quello che indossava ad ogni ora d’aria.
Le piaceva quel vestito.
Le ricordava un’epoca di torte fatte in casa e grandi radio da cui usciva jazz caldo come il bosco dopo il tramonto – un’epoca che la donna non aveva vissuto, ma che doveva essere esistita e che doveva (doveva) essere stata felice.
Il vento giocherellò con l’orlo della gonna e la donna percepì un residuo di patchouli – o forse solo il suo fantasma – che subito si disperse nell’aria. La tesa del grande cappello vibrò appena.
La donna fece scorrere le mani sul lino bianco dell’abito. Le tasche erano vuote e minuscole. Non erano state concepite per contenere un telefono (un oggetto da cui, un tempo, la donna non si sarebbe mai separata) ma non importava.
Non c’era nessuno da chiamare.
Non c’era mai nessuno.
La donna chiuse gli occhi.
Oltre il cortile, oltre la strada, di là dal campo e dal bosco, il sole stava tramontando.
La donna non lo vedeva, nascosto com’era dagli alberi, ma ne percepiva il calore, ancora un po’ troppo intenso per essere davvero gradevole.
Il vento rinforzò e, anche senza andare a controllare, la donna seppe che aveva aperto una finestra sul retro, magari al piano di sopra.  Ora galoppava impetuoso attraverso la casa, facendo oscillare i lampadari, sollevando la tovaglia, sfogliando i libri, afferrando i fogli di carta abbandonati e disperdendoli chissà dove.
Il mondo si era fatto più... presente.
Non era una distorsione dei sensi provocata dalla solitudine. Le superfici erano più rugose, o più lisce, i colori più accesi, gli odori più penetranti, i rumori più forti.
Prima ancora di vederla, la donna percepì la volpe uscire dal bosco, attraversare la strada e dirigersi verso la casa (naturalmente, il vento aveva aperto il cancelletto d’ingresso che cigolava lieve come un grillo meccanico).
L’animale si fermò proprio davanti al vialetto e scrutò la donna coi suoi piccoli occhi curiosi, come se non avesse mai visto un essere umano – e forse, dato che sembrava poco più che un cucciolo, era davvero così. Alla fine decise che quella bizzarra creatura non meritava uno sguardo più approfondito e trotterellò via.
Il morso delle volpi trasmetteva la rabbia, ma – avevano detto gli scienziati – il virus che aveva provocato la pandemia era di tutt’altra specie. Aerobico.
Una porta, dentro la casa, sbatté con un tono di rimprovero. 
Avevano provato a depurare l’aria, ma non c’era stato il modo, o il tempo.
Un avvolgibile al piano superiore scattò in su, sventagliando nell’aria tersa come la bandiera di un esercito sconfitto.
Il vento – l’intruso – entrava sempre.
 
Alcune piccole imperfezioni
  
  
«Vengo a prenderti stasera / sulla mia Torpedo blu».
Azzurro non ce l’aveva, la Torpedo, tantomeno blu, ma non importava.
Anzi, era meglio così.
Se l’avesse avuta sarebbe stato perfetto, e lei si sarebbe sentita in colpa per quel neo troppo grosso, o per i polpacci un po’ troppo muscolosi per una signorina dabbene, che risaltavano quando la gonna – anche se era la gonna del vestito bianco di nonna – risaliva lungo la gamba.
L’imperfezione di Azzurro – che naturalmente non si chiamava “Azzurro” e anche questa era un’imperfezione – avrebbe giustificato le sue.
Anzi, l’avrebbe messa in una posizione di vantaggio.
Una donna deve sempre trovare il modo di conservare una posizione di vantaggio sull’uomo che la viene a prendere, diceva la nonna.
Sospirò aggiustandosi il vestito – nonna era di due taglie più piccola e lei aveva dovuto aggiustare l’abito, ma nessun uomo – purtroppo – avrebbe notato simili piccole imperfezioni. Non al primo appuntamento.
Soffiò una folata di vento, uno sbuffo che fece frullare la tenda contro la finestra aperta, e lei si calcò un po’ di più il cappello sulla testa.
No, quel ventaccio non le avrebbe mai scompigliato i capelli. Non dopo un pomeriggio passato a metterli in ordine.
Un pomeriggio, appunto.
Adesso era quasi sera – le ingannevoli sere estive, pomeriggi che non vogliono lasciare il cielo. Resistette all’impulso di guardare l’orologio – tanto era troppo piccolo e, coi suoi occhi miopi, non sarebbe riuscita a leggerlo.
Ecco, ai tempi di nonna una signorina dabbene non si sarebbe fatta trovare sull’uscio ad attendere un cavaliere... ma quelli erano i tempi di nonna, quando i cavalieri abbondavano.
Adesso, una ragazza non poteva essere troppo schizzinosa quanto al Principe Azzurro – che naturalmente non si chiamava “Azzurro”.
Doveva tollerare alcune piccole imperfezioni.
Ma piccole, eh?
Che non si prendessero troppe libertà.
Alcuni li individuava subito: il modo in cui guidavano, il volume dell’autoradio, persino – Dio ne scampi – il tentativo di bacio sulla guancia prima ancora che lei salisse in macchina.
Quelli erano i più facili di cui liberarsi.
I peggiori erano quelli subdoli, capaci di offrirti il braccio quando scendevi gli scalini di casa, o di darti del “lei” per tutta la durata della cena.
Ma c‘erano trucchi cui neanche loro sapevano resistere. Bastava osservare come si dilatavano i loro occhi quando lei, usando “quel” tono, li invitava a entrare.
Si capiva subito che cosa volevano.  
Che cosa volevano tutti.
E lei glie l’avrebbe dato.
Perché anche una signorina dabbene ha le sue esigenze, dopotutto.
Erano solo... sì erano solo alcune piccole imperfezioni cui si poteva rimediare con sega, martello, tanta acqua, tanto disinfettante e soprattutto tanto, tanto olio di gomito. Alla fine, la casa sarebbe tornata linda e pulita come si conviene alla dimora di una signorina dabbene.
Una magione candida in mezzo ai campi di grano, oltre il bosco. Una casa col tetto rosso e le tende celesti, dal porticato ampio e ombroso nella vampa d’estate, pronta per accogliere il prossimo Principe Azzurro.
Il problema era che, dopo, si doveva tenere aperta la finestra un sacco di tempo, per fare andare via la puzza.     

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Gerardo Spirito il 2018-09-05 02:06:37
Ciao Roberto è un piacere tornare a leggerti. Ho letto questo racconto double face come due entità ben distinte. Più che ottimo a mio parere la caratterizzazione della protagonista o protagoniste (nonostante la lunghezza delle storie). "Alcune piccole imperfezioni" stra piaciuto, con questo finale a sorpresa che arriva dirimpetto come tuo solito. Fantastico è soprattutto il cambio di prospettiva se così si puó chiamare della "ragazza dabbene". "L'intruso" l'ho trovato meno immediato anche se la scrittura è sempre precisa e avvolgente, ma comunque un bel racconticino, costruito alla grandissima (bella la similitudine caldo come il bosco dopo il tramonto). Mi ha vagamente ricordato "E venne il giorno" di Shyamalan. A presto!

Rubrus il 2018-09-05 14:51:25

Ciao. Sono due racconti diversi e, per certi versi, quasi speculari. Quanto a "L'intruso" l'idea è che un'epidemia faccia piazza pulita (un'idea tutt'altro che originale, quindi), ma che possa esserci una intenzionalità della natura stessa in tutto questo - segnatamente del vento che pare entrare e uscire dalla casa come un essere senziente - natura che ha deciso di "voltare pagina" (la maggior vividezza del mondo una volta venuto meno il diaframma della civiltià). Anche se l'idea potrebbe essere solo frutto dell'immaginazione della protagonista, ho preferito calcare un po' la mano su questa ipotesi - ecco perchè le azioni del vento, dell'intruso che diffonde il morbo, sono presentate come oggettive, non confutabili.



Nel secondo racconto, invece, la protagonista ha già "sbarellato", incapace di accettare l'irrealtà delle sue fantasie, irrealtà cui reagisce nel modo che si legge... solo che i suoi chaperon (e, sperabilmente, il lettore) se ne rendono conto dopo, probabilmente quando è troppo tardi. Anche qui il volto idilliaco nel mondo è appunto null'altro che una maschera destinata a cadere.



     


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Vecchio Mara il 2018-09-05 16:04:11
Due racconti brevi con due finali a sorpresa. E in tutti e due c'è qualcosa del quadro: la finestra aperta con il vento che fa svolazzare la tenda, e la donna che attende... d'interpretare il gran finale. Anch'io preferisco il secondo, forse perché il finale potrebbe essere, anzi, è sicuramente più realistico, nel senso che ha molte più probabilità di realizzarsi oggigiorno.. Anche se l'altro, non è sicuramente da escludere in un, speriamo per noi, lontanissimo futuro. Comunque: piaciuti entrambi. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-09-06 11:12:21
L'idea era proprio di scrivere un racconto partendo dal quadro e, secondo me, sotto questo profilo, il primo è più fedele allo spirito dell'iniziativa perchè ci sono meno elementi, per così dire, esterni al quadro stesso; senza dubbio il secondo è un po' più trasparente. Ciao.

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90Peppe90 il 2018-09-05 17:50:31
Due racconti di piacevole lettura, forse il secondo più immediato e d'impatto rispetto al primo, ma direi entrambi riusciti. Il secondo, per altro, mi ha ricordato un racconto che sta a metà tra un documento Word e la mia mente da qualche anno: la struttura ragazza-ragazzo/appuntamento/finale è pressoché identica ma poi varia per quel che concerne ambientazione e toni della narrazione, però rimane molto simile. Per il resto poco da dire, stile inappuntabile e non mi pare di aver rintracciato sviste di battitura. (Solo, il testo del primo racconto è in grigio e quello del secondo in nero, ahah). Ciao, Rub!

Rubrus il 2018-09-06 11:18:35
Oh bella, ma lo sai che io li vedo uguali? comunque ho appena provato a riformattare. A proposito della coincidenza, in fondo i possibili esiti di un appuntamento non sono infiniti, perciò, senza arrivare al delitto (ma il legame amore (rectius sesso, in questo caso) morte è strettissimo, saldo e antico. Più che altro sono incuriosito dai toni. Posterò un altro racconto (che è quello cui mi riferivo l'ultima volta) settimana prossima, dopo averlo lasciato a decantare durante la fine settimana. Questi sono racconti agostani, mentre l'altro chiude l'estate.

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Paolo Guastone il 2018-09-14 14:28:42
Piaciuti tutti e due. Sia per il finale a sorpresa (anche se nel primo qualcosa vagamente si intuisce), sia per come le due protagoniste affrontano, a modo loro, il loro dramma. E in entrambi i casi non c'è possibilità di redenzione.

Rubrus il 2018-09-14 16:01:37
Sono racconti agostani basati sull'osservazione di un quadro. Settimana prossima ne metterò un altro. Poi, come dicevo, da questi racconti - esercizio non ci si può aspettare roba stratosferica. Mi stuzzicava l'idea di un sottofondo oscuro rispetto all'immagine relativamente placida del quadro.

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