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Fine stagione

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Rubrus

pubblicato il 2018-09-03 14:13:31


Ray Roberts guardò il tascabile: un mostro umanoide, dalla pelle verde e squamosa e dalla testa vagamente rettiliana, irta di corna, lo fissava minaccioso dalla copertina. Sullo sfondo, le rovine di una città avveniristica sotto un cielo rossastro, striato dal fumo degli incendi. L'illustrazione era iscritta in un cerchio, ma una zampa della creatura usciva dalla circonferenza in un'illusione di movimento.
Roberts piegò il libro a cilindro e fece scorrere le pagine ascoltando il fruscio rapido della carta.
Chissà quanto sarebbe durato. Il retro era macchiato e giallastro, con tracce di bruciature e di umidità; molte pagine, scollate, sporgevano ribelli, come ansiose di volare altrove.
I primi a svanire erano stati gli scritti sul web e sui computer, cancellati dallo spegnimento della rete e dal rapido, inarrestabile smagnetizzarsi dei server e dei dischi fissi, poi era toccato a quelli su nastro e pellicola. La carta sarebbe durata di più anche se, ovviamente, le pergamene sarebbero sopravvissute per un bel pezzo ai paperback. Le ultime a morire sarebbero state le iscrizioni su pietra. 
«Cosa ne pensi, Lil, i primi scritti dell'umanità saranno gli ultimi a scomparire?».
La figura femminile seduta sulla sdraio accanto a lui rispose con un dolce, metallico, «Sì, caro».
Roberts si voltò verso di lei. Si stava guastando più rapidamente del previsto. La sabbia si infilava nelle fessure, nei circuiti, negli ingranaggi. Se avesse avuto dei ricambi a disposizione sarebbe stato diverso. 
«Credi che dovrei accendere l'insegna, collaudare la giostra, lucidare la cucina, dare una sistemata agli ombrelloni e tutto il resto, vero? Beh, forse hai ragione. Forse quest'anno i turisti arriveranno. Certo, l'anno scorso non sono venuti, e neanche quello prima e neppure quello prima ancora, da che mi ricordo, però forse quest'anno verranno, vero?».
«Sì caro». Di nuovo quello sfrigolio elettrico. Un'onda più alta delle altre si abbatté sul bagnasciuga e una folata sollevò un mulinello di sabbia coprendo i piedi di Lil. Uno era quasi sommerso, come per delle sabbiature.
L'ultimo modello di androide empatico. Eve – 2047 era il nome esatto, anche se Roberts aveva deciso di chiamarla “Lil”. Non ce n'erano molti, da quelle parti, e la gente avrebbe fatto la fila per vederlo. I primi anni era andata così, effettivamente.
«Può darsi che vengano a fine stagione, però. Sai, i prezzi».
«Sì, caro».
Era in modalità “assenso perenne”, l'opzione di  funzionamento meno dispendiosa in termini energetici; il sistema centrale l'aveva attivata in automatico, prima di andare esso stesso in standby, in attesa di una manutenzione che non sarebbe stata eseguita mai più.
Un tempo non era così. Lil poteva contare su 27 espressioni facciali diverse che si attivavano a seconda dell'inflessione di voce dell'interlocutore. Adesso era regredita ad uno stadio più primitivo, come quelle vecchie bambole che, se si premeva un bottone sulla schiena o si tirava una cordicella, pronunciavano frasi preregistrate. 
Roberts le batté una mano sul ginocchio, incurante del fatto che il sistema di termoregolazione era andato in corto e la plastica che la rivestiva era a temperatura ambiente. Cercò di ricordare l'esatta sensazione che dava toccare un vero corpo umano (a parte il proprio) ma non ci riuscì del tutto.
Esisteva anche il modello “Ninfomane insaziabile”, naturalmente, ma lui non l'aveva voluto. Non era solo una questione morale. Il fatto era che, secondo lui, qualunque cosa avesse a che fare anche lontanamente con la riproduzione e la perpetuazione della specie sarebbe stata ignorata. Diamine, anche solo pensarci sarebbe stato doloroso.
Ascoltò lo stridere dei gabbiani e il suono della risacca. Chiuse gli occhi e, per un istante, si convinse che, se il suo udito si fosse fatto anche solo un po' più fine, o il silenzio più profondo, avrebbe potuto udire i suoni prodotti dai pesci sotto la superficie scintillante del mare. 
Rimase così a lungo, godendosi il calore sulla pelle e il sapore salmastro sulle labbra, poi guardò ancora il libro che teneva in mano.
«Alieni, meteoriti, catastrofi planetarie, epidemie... non ha indovinato nessuno, vero?».
Lil non ripose e Roberts ripeté la domanda a voce più alta. Stavolta il “sì caro” venne pronunciato in un modo che, per quanto dolce, difficilmente avrebbe potuto essere detto umano.
Era stato il campo magnetico artificiale. L'immensa quantità di onde in cui l'umanità si era volontariamente immersa negli ultimi duecento anni. Radio, Tv, macchine. E, ovviamente, cellulari, reti wireless.
«Ho letto che l'ultimo bambino è nato in Cina nel 2039. Ora dovrebbe avere sessant'anni... se è ancora vivo». Si voltò verso Lil. «Non è così?».
«Sì, caro».
No, niente di umano, decisamente. L'umanità apparteneva al passato.
«Sterilità di massa, prodotta da una mutazione genetica generata dall'abnorme campo elettromagnetico artificiale» proseguì a bassa voce. «Non credo che l'ultimo bambino al mondo sia stato un cinese. Magari qualche indio dell'Amazzonia, o qualche beduino. Da quelle parti il campo doveva essere meno intenso». Non aveva formulato la frase in modo interrogativo e Lil non rispose.
Il mare continuava a mormorare, il vento a soffiare e i gabbiani a stridere e neanche quella era una risposta. O, se lo era, lui non sapeva comprenderla.
La mutazione genetica sembrava contraddire tutte le leggi dell'evoluzione. I geni erano programmati per riprodursi all'infinito e le mutazioni inutili a questo scopo venivano eliminate ma...
«Ma questa si è dimostrata dominante. Se uno dei genitori era sterile, allora anche il figlio lo era. Nessuna forma di fecondazione artificiale è servita a niente. I bambini concepiti in provetta nascevano sterili. Anche la clonazione è stata inutile: tutti i cloni perdevano la capacità riproduttiva prima di raggiungere la maturità sessuale. È stato come se madre natura avesse attivato un meccanismo di autodistruzione. Alla fine abbiamo lasciato perdere. Oh be’, gli ultimi anni non sono stati poi così male, vero?»
Quando Lil rispose, il “sì caro” apparve faticoso, quasi un rantolo, tuttavia, anche se l'androide stava morendo, dalla sua espressione nulla traspariva.
Gli anni delle Ultime Generazioni, come le chiamavano, erano stati una specie di enorme, colossale vacanza. Un'universale gita di pensionati decisi a spassarsela finché la salute lo permetteva.
Era stato senz'altro meglio così. Alla fine l'umanità aveva smentito i profeti di sventura, i quali asserivano che gli ultimi anni sarebbero stati impiegati per regolare vecchi conti a suon di bombe nucleari.
Certo, qualche guerricciola c'era stata, ma, nel complesso, gli uomini avevano deciso che non era il caso di prendersela. E poi la guerra era roba per gente giovane, con la prospettiva di lasciare una discendenza.
Per questo Roberts aveva comprato i bagni e la spiaggia.
Negli ultimi vent'anni, torme di gitanti erano venuti a trovarlo ogni estate a godersi i suoi innocui, infantili divertimenti. Nuotavano senza allontanarsi dalla costa, salivano sui pattini e sulle giostre, passeggiavano sul lungomare mangiando il gelato. Lil, in quei giorni, era la star della spiaggia, con le sue 27 espressioni facciali diverse: i turisti facevano la fila per vederla. Solo un paio ci aveva provato con lei ed era un numero straordinariamente basso se si considerava quanto importante si pensava che fosse l'istinto di perpetuare la specie e quanto quell'istinto fosse frustrato. Tutti gli altri si accontentavano di parlarle, prorompendo in puerili esclamazioni di gioia alle sue risposte. I più felici erano quelli con qualche forma di demenza senile e, specie negli ultimi tempi, erano parecchi. Roberts aveva tirato su un bel po' di quattrini, anche se poi aveva smesso perché non aveva più senso accumulare denaro. Tutto quello che desiderava era starsene in pace con un libro sulla spiaggia a godersi il sole senza troppi pensieri per il domani, soprattutto perché non c'erano più molti domani cui pensare. 
Negli ultimi tempi i turisti erano diventati sempre di meno, e sempre più vecchi. Non davano molti grattacapi. Negli ultimi tre anni non s'era visto nessuno... o erano quattro?
«Ma magari quest'anno verranno a fine stagione, quando i prezzi sono più bassi» disse ad alta voce senza curarsi se Lil aveva risposto o no.
Sfogliò di nuovo il libro. Era un romanzo di fantascienza e parlava di una duplice invasione dallo spazio. Gli extraterrestri si contendevano il pianeta e gli umani si alleavano ora all'una ora all'altra delle razze aliene, cercando di sopravvivere. Non era male, ma era soprattutto il racconto breve che stava in fondo – evidentemente l'editore aveva deciso che il libro doveva avere un certo numero di pagine – ad essere... profetico.
Roberts storse la bocca in una smorfia amara. La fine del mondo... non esageriamo. Era solo la fine dell'umanità e non era neanche spettacolare. 
Aguzzò la vista, osservando il mare che ondeggiava indifferente nella luce intensa del tardo pomeriggio. A un certo punto gli parve di vedere qualcosa saltare in superficie e subito tuffarsi, forse un delfino: erano più numerosi, ultimamente. La mutazione colpiva solo gli esseri umani e, in misura minore, gli scimpanzé bonobo, ma quelli sarebbero sopravvissuti.
«Eh sì, pare che il mondo andrà avanti senza di noi, non credi, Lil?»
«Sì... ca... ro».
Si stava guastando, sì. O forse stava solo invecchiando. Come tutto il resto, d'altronde.
Non c'erano più pezzi di ricambio. Per trovarli si doveva andare in città, ma i collegamenti erano cessati da un pezzo e lui non aveva mezzi di trasporto. Quanto al paese vicino... c'era andato l'inverno precedente e l'aveva trovato deserto. Era un posto per turisti e case, ristoranti e alberghi erano chiusi, le imposte decentemente serrate in attesa di un'estate che non avrebbero mai visto. Aveva gironzolato qua e là ed era entrato in una libreria. Le tempeste invernali avevano abbattuto un albero che, cadendo, aveva sfondato la vetrata, lasciando penetrare il vento e la pioggia. Roberts aveva scavalcato il basso muretto, stando bene attento ad evitare i cocci, ed aveva preso qualche volume, tra cui quello che reggeva. Curiosamente, era rimasto sorpreso e deluso dal non trovare le novità della stagione e forse quella la ragione per cui non aveva più messo piede in paese. Sarebbe stato troppo... definitivo.
«Ma io credo che quest'anno i turisti torneranno. Ne sono sicuro. Tu no, Lil? ».
«…s...ì... c..a..r...o».
Afferrò il libro ed andò alle ultime righe.
Era stato uno scrittore un tempo, per questo continuava a leggerle e rileggerle. Gli sembrava che celassero un significato profondo, un messaggio apposta per lui. Era stagione morta, e tutto chiudeva.
Era qualcosa che doveva capire? Qualcosa che doveva scrivere? E per chi?
Ma no... non poteva toccare a lui dire le ultime parole, quelle che davano senso a tutto quanto. Ci doveva per forza essere qualcun altro da qualche parte e sarebbe stato compito suo. Ray Roberts doveva solo accendere l'insegna, collaudare la giostra, lucidare la cucina, dare una sistemata agli ombrelloni e tutto il resto.
Perché, quest'anno, i turisti sarebbero arrivati.
«Sì, verranno. Vero, Lil? ».
La figura femminile non rispose. Le onde si frangevano sulla battigia, la brezza soffiava sollevando un po' di sabbia, i pesci nuotavano e i gabbiani stridevano.
«Sì Lil, lo credo anche io. Posso prendermela comoda. I turisti arriveranno a fine stagione, quando i prezzi sono più bassi».
Ray Roberts chiuse gli occhi, godendosi il calore, il silenzio e l'aria salmastra.
Il libro gli scivolò dalle dita e cadde nella sabbia, il vento che girava e rigirava le pagine.

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L'AUTORE Rubrus

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Vecchio Mara il 2018-09-03 15:51:49
alla fine mi sono ricordato di aver letto un articolo stamane sul corriere in cui si diceva che a Torino sta per aprire una casa per appuntamenti in cui puoi trovare bambole di plastica molto realistiche sia esternamente e, sopratutto, nelle sue parti interne, intime, dedicate al piacere, alcune di queste pare che siano dotate anche di un algoritmo in grado di farle parlare (presumo solo di emettere suoni adatti alla bisogna). Ecco, mi sono detto, il racconto poteva benissimo essere ambientato nell'ultima casa per appuntamenti, dove il gestore tiene in ordine i manichini in attesa dei vecchi clienti ormai defunti. Detto ciò, mi pare di aver letto da qualche parte che le onde dei cellulari, oltre a provocare il cancro potrebbero condurre anche alla sterilità, non so se maschile e femminile. In ogni caso il fosco futuro descritto nel tuo racconto, potrebbe anche avverarsi. Speriamo che questo tuo bel racconto resti confinato nella fantascienza.... e non in una visione azzeccata sul futuro dell'umanità. Piaciuto. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-09-03 17:32:09
Il legame tra onde dei cellulari, specie quelli vecchi, e patologie, specie sterilità, l'ho sentito affermare più volte - comunque pare un dato di fatto ormai assodato la diminuzione, anche se lieve, della fertilità maschile, negli ultimi anni. Le tecnosexybambole, invece, mi mancavano. anche se devo dire che non mi sorprendono.

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90Peppe90 il 2018-09-03 19:41:42
Forse non sarebbe poi malaccio, questa, tra tutte le fini possibili. Una lenta, lunga, serena vacanza, un buon libro da leggere in spiaggia, godersi il tramonto, poco trambusto... anche senza la presenza di un androide, più o meno accondiscendente. Comunque sì, racconto piaciuto (a dirti la verità non lo ricordavo molto bene) il cui punto forte è, secondo me, proprio il modo in cui riesci a far percepire al letto l'atmosfera di pace, di calma, di tranquillità... che uno non si aspetterebbe in una storia da fine dell'umanità. Ma quel nome - Ray - mica si riferisce a qualcuno in particolare? No, perché settimana scorsa, anche grazie ad alcune promozioni in libreria, ho preso un volumazzo di racconti di un tale che fa "Ray" di nome e che, mi pare, abbia qualcosa a che fare con la fantascienza. (Sì, ultimamente sto provando ad ampliare i generi di lettura, espandendomi proprio in direzione della fantascienza, e pensavo che, magari, potevo chiederti una o due dritte... ma magari non qui nei commenti ahah). Ciao, Rub, attendo con ansia l'inedito! (È da un pezzo che non leggo robe cattivelle-cattivelle, qui.)

Rubrus il 2018-09-05 12:07:35
Il racconto "Stagione morta" esiste davvero. E' un racconto breve di Robert Scheckley che lessi tanti anni fa in appendice a un romanzo Urania e che mi colpì moltissimo per l'atmosfera crepuscolare ed evocativa (che ho cercato di riprodurre) e il finale a sorpresa (che qui non c'è). La frase che lo chiude è proprio: "era stagione morta, e tutto chiudeva". Il cognome Roberts viene da lì e il nome "Ray" un omaggio a Bradbury... e poi be', per le iniziali "R. R." potrei anche avere un debole...

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-04 18:24:22
Per come lo interpreto, questo bel racconto non pigia tanto sui tasti della distopia apocalittica -già lo stile disteso, sobrio, quasi elegiaco è un indizio in questo senso - quanto s'interroga con i modi indiretti della narrativa sulla questione della tecnica e il futuro prossimo venturo che prospetta all'umanità che l'ha usata con non molta cognizione e "lungimiranza", per usare un tuo termine che hai ben adoperato altrove: Più aumentava il suo sapere tecnico, più egli, l'Homo Sapiens, perdeva di vista tanto l'insieme del mondo quanto se stesso, affondando così in quello che Heidegger,chiamava, con una formula precisa e quasi magica, “l'oblio dell'essere”. Quello stesso uomo che Descartes aveva eretto un tempo a “signore e padrone della natura” diventa ora una semplice cosa per le forze e le potenze della Tecnica. che lo superano, lo travalicano, lo possiedono. Il suo essere concreto, il suo “mondo della vita” per queste forze non ha più nessun valore e nessun interesse: è eclissato, è già caduto nell'oblio. Ad esempio, già da tempo sto rivalutando i primi due film della saga di Terminator, mi sembrano sempre di più profezie geniali realizzate, o per un pelo, ci manca poco. Ci sono tanti altri spunti d'interesse nel racconto: gli accenni alla scrittura, i simulacri, lo schiacciamento sul presente e altro ancora. Ma quello che è davvero riuscito alla grande, per me, è quel mood distaccato "la fine del mondo...non esageriamo...è solo la fine dell'umanità", questa ironia quasi elegiaca come dicevo, dove la malinconia si mescola a una serena accetazione dello stato delle cose e dove quella mutazione altro non è che il devastante, heideggeriano, oblio dell'essere, che ci ha condotto a questo inquietante - nel senso di "eerie" più che di "weird"punto. Ottimo ritorno, cia Rubry.

Rubrus il 2018-09-05 12:17:23
Come ho avuto modo di dire altrove, secondo me Terminator e il Golem sono palesemente parenti: c'è una tale aria di famiglia! Tra l'altro l'idea per il film venne al regista in sogno: vide un robot con fattezze umanoidi emergere dalle fiamme di un incendio e la scena si trova nel secondo film (forse nel primo i mezzi non erano ancora adeguati). Poi, sì, avevo in animo di parlare, più che dell'eziologia dell'apocalisse (uno dei migliori libri sulla sterilità di massa è "I figli degli uomini" di PD James) della reale rilevanza (o meglio irrilevanza) della vicenda umana, individuale e collettiva, nell'immensità del tempo e dello spazio, irrilevanza che attraversa tutta la fantascienza e che però non è mi è venuto di collegare, almeno stavolta, a un senso di angoscia, quanto di quiete (infatti non preciso affatto che RR è l'ultimo uomo sulla Terra, nè che muore alla fine del racconto - potrebbe benissimo appisolarsi come facciamo tutti sulla spiaggia). E' il vento che gira le pagine e ci legge, al di là della nostra pretesa di leggere -e capire - il vento.

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oedipus il 2018-09-07 12:20:06
Anche io scrissi anni fa un racconto sulla falsità dei romanzi apocalittici e di fantascienza. Ma tu lo scrivi scrivendo fantascienza. Bello.

Rubrus il 2018-09-07 16:43:07
Be', che la razza umana sia destinata ad estinguersi, come qualunque altra specie, è certo. Dire che non accadrà, casomai, è falso. Le cause potrebbero essere molte, alcune più improbabili, come una sterilità di massa (ma ho usato quella perchè mi serviva una causa "soft") o un'invasione aliena, altre, come un'epidemia o una guerra, o l'incapacità di adattarsi ai cambiamenti climatici, purtroppo assai più probabili. Fenomeni letali come un'era glaciale o l'inversione magnetica dei poli (per non parlare della trasformazione del Sole in una nova) sono addirittura certi, ma, a quanto è dato sapere, così lontani nel tempo che possiamo trascurarli. La verità è che gli scrittori di fantascienza spesso ci hanno visto giusto: da Verne a Asimov, le cui previsioni si sono rilevate quasi profetiche : oggi Google ha algoritmi non troppo diversi dalle basi della "psicostoria" che sta alla base del ciclo della Fondazione e in UE si stanno studiando delle leggi simili alle "tre leggi della robotica" da applicare alle macchine. Insomma, i pseudoletterati e gli pseudoscienziati snobbano la SF, mentre la scienza e la tecnologia, quelle vere, spernacchiano gli pseudoscienziati e gli pseudoletterati.

oedipus il 2018-09-07 18:40:52
A scanso di equivoci ribadisco che questo è un bel racconto.
Sul futuro non sappiamo nulla, né come l'uomo si evolverà, né per quanti anni ancora gli uomini vivranno sulla Terra, né come si estingueranno.
Certo possiamo fantasticare, e godere delle nostre fantasticherie. Come godiamo di un bel quadro.

Rubrus il 2018-09-07 19:04:39
Certo, quello che intendevo dire è che troppo spesso certe ipotesi degli scrittori di SF sono state liquidate come fantasie, quando invece poi, di lì a poco, sono diventate realtà. Di solito si fa l'esempio del sottomarino di Verne , quello di "ventimila leghe sotto i mari" (ma è un po' impreciso per ragioni che sarebbe lungo spiegare). ma gli esempi si sprecano. Pensiamo a un miniracconto di Brown come "La risposta" dove non soltanto troviamo già qualcosa che somiglia a internet, ma addirittura un "balzo in avanti" in relazione a quanto internet potrebbe diventare... eppure il racconto è degli anni '50 (se ben ricordo); Lovecraft (che non è proprio uno scrittore di SF) immaginò Plutone prima che venisse scoperto, Dick si può dire che abbia immaginato la realtà virtuale con decenni di anticipo, di Asimov ho già parlato, il "Grande Fratello" di Orwell (la sua è una SF "sociologica") è già tra noi - non è un caso che l'espressione sia diventata quasi proverbiale, glie Eloi di Wells possono dirsi colpiti da una forma esasperata di neotenia, ma il mantenimento di caratteri infantili nell'individuo adulto, anche a livello neurologico, è stato ormai accertato come una costante dell'evoluzione umana (e ci stato molto utile in tanti casi e dannoso in altri) ... e potrei andare avanti un bel po'. Insomma, sovente gli scrittori di SF vengono liquidati come gente che immagina chissà cosa, quando invece sono molto più "sul pezzo" e sul presente (per certi versi, lo capiscono persino meglio) degli scrittori di narrativa non fantastica. Poi il mio, vabbè, piglia un'ipotesi un po' improbabile, anche se effettivamente la fertilità maschile, specie in occidente, sembra avere dei problemi e non si sa bene perchè (si dà la colpa un po' a tutto: il mutamento dei costumi, l'alimentazione, l'inquinamento...). Ciao!

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Paolo Guastone il 2018-09-14 14:20:58
Rimanere impassibili, ostinarsi a portare avanti la solita vita, con la certezza che, più avanti, migliori, mentre invece tutto il mondo intorno se ne va allo sfacelo. Bravo il protagonista ad ostinarsi e bravo tu a descrivercelo, con il solito tratto, che sembra sia lui a parlarci.

Rubrus il 2018-09-14 16:03:15
O forse è solo l'aggrapparsi a qualcosa quando tutto intorno svanisce, un comportamento in equilibrio tra determinazione , illusione e follia.

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