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Mauro Banfi il Moscone

L'ultimo giorno sulla terra di Manji, il vecchio pazzo per la pittura

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

F.I.LW. (fono imago litweb) novel: tra sceneggiatura e graphic novel

pubblicato il 2018-08-31 18:02:03

                          Secondo Atto "Partita a Shoghi con la nera Signora":
                                   clicca per rileggere la puntata precedente
 
                                                                      
 
                                 
Il mio nome è Oei Hokusai e sono la figlia prediletta del vecchio pazzo per la pittura, Manji.
Questo è stato il suo ultimo nome d’arte.
Scrivo queste memorie in procinto di partire per un lungo vagabondaggio per le terre del Monte Fuji, come mi ha insegnato mio padre.
Voglio lasciare a tutti i nostri parenti e a tutti i suoi ammiratori il ricordo del suo ultimo giorno sulla terra, il diciotto aprile dell’anno secondo dell’era Kaei (corrisponde al nostro 10 maggio 1849).

                                                   
                                                       
                                                                  -  I-itsu II (allievo di Hokusai): Hokusai e la figlia Oei -


Hokusai sensei cominciò a prepararsi per quel giorno fatale già nel tempo del suo settimo drago (1832), quando rinunciò allo pseudonimo I-itsu – il ragazzo che eternamente rinasce – per il nuovo nome d’arte di Manji – quello che una volta fu un bimbo eterno è oggi un vecchio pazzo -.
«A settantatré anni, finalmente, ho cominciato a cogliere un pochino in cosa consiste la struttura degli uccelli, degli animali, degli insetti e dei pesci, e a capire la crescita delle piante e degli alberi.»  
 
 
                                                             

Detto questo, uscì da casa, e riempì i suoi quaderni di manga bellissimi: centinaia e centinaia di disegni incantevoli e memorabili, dove ogni forma della natura sembrava rivivere nell’inchiostro sulla pagina.
 
 
                                                              
 

Cominciò a prepararsi quando un terribile incendio devastò la misera casa in cui abitava e aveva il suo studio, distruggendo una grande quantità di disegni, schizzi, bozzetti, frutto di mesi di lavoro quotidiano.
Da quell’incidente, ogni mattina cominciò a disegnare un “shishi”, un leone cinese, animale mitologico bene augurante per la salute e la prosperità.
Continuò questa pratica che chiamava “Nisshinjoma” (esorcismi quotidiani) fino a quell’ultimo giorno sulla terra, allontanando dalla nostra casa i guai e le malattie.   

 
 
                                                                          
 

Fu allora che mi parlò dell’inizio di partita che aveva giocato con la Nera Signora.
Disegnava i leoni cinesi anche per tenerla a bada, perché sapeva che prima o poi sarebbe ritornata a concludere la partita:   

 
 
                                                                                           
 

«Se solo il Drago (il cielo) mi desse altri dieci anni di vita, Oei, potrei diventare un vero artista e non un dilettante quale sono!»
Nonostante tutto il denaro che aveva guadagnato e il grande numero di ammiratori che lo sosteneva, non si sentiva mai arrivato, non smetteva mai di cercare, d’imparare, di conoscere la natura e l’arte del disegno e della pittura e d’insegnare ai suoi allievi.
«Che cosa vuol dire illustrare, Oei? Rendere chiaro, rendere onore, rendere grazie alle forze della natura. Gli idioti prendono dalla natura senza mai dire grazie e restituire alcunché; gli idioti sanno che le risorse della natura non sono inesauribili eppure la depredano senza rifonderla e renderle la dovuta venerazione; noi illustratori non siamo idioti, mostriamo la forza della natura con un disegno per darle merito, ed esprimiamo questa idea di restituzione con un’illustrazione e ciò che conta è solo il disegno, l’immagine colorata che adora la forza che ci dà la vita, e non lo stile, il nome, le parole vuote, il successo.”   

 
 
                                                             
 

Tempo, aveva bisogno di tempo per realizzare questo suo piano e per tenere a bada la Nera Signora dal suo inevitabile ritorno disegnò un’aquila con una spada su uno scoglio che, nella tempesta, guarda in alto, senza paura, perché niente può soggiogare la sua libertà interiore;
 
                                                                       
 

e poi disegnò il suo alter ego, la divinità del tuono, che attraversa il cielo in burrasca in forma di drago roboante, come una saetta incendiaria brontolante...
 
 
                                                               

e poi ricordo ancora che dipinse una tigre che avanza con passo felpato sulla neve, guatando con lo sguardo qualcosa nel cielo, come se stesse per arrivare qualcosa di bianco con il potere di cancellarla dal foglio e lei si prepara a spiccare il balzo oltre il dipinto per rinascere drago nelle nuvole.
 
 
                               
                               

Spesso papà mi mostrava la scatola di fiammiferi che si portava sempre in tasca e mi parlava delle tre facce visibili e delle tre facce invisibili:
 
 
 
                                                                             
 

«Gli idioti e i fanatici sanno solo vedere o le une o le altre: noi illustratori siamo tigri che balzano oltre la neve per diventare in cielo draghi che percuotono la terra con il fulmine! E creano nuove primavere e ne scorgono le acque, le piante e gli animali…»   
 
 
                                                                

Aveva novant’anni quando venne quel giorno: si sentì debole, affannato, si sdraiò sul suo letto e ci indicò l’angolo della stanza:
«Là, la vedete la Nera Signora? E’ venuta a terminare la partita. Portatemi la mia scatola di fiammiferi, subito!»
Io e alcuni suoi fedeli allievi cominciammo a frugare la casa per trovare la scatola e intanto sentivamo Manji ridere, ridere a crepapelle!
E noi eravamo atterriti, perché nell’angolo che ci segnalava non vedevamo niente!
«Aspetta, Signora, dammi ancora cinque anni, solo cinque anni e potrei diventare un artista degno di tal nome!»
«Il tempo è quasi finito, Manji: scacco matto al Re Bianco, nessuna concessione, nessuna dilazione.
Preparati per il grande viaggio.»
« Ancora un ultimo piccolo desiderio, Nera Signora…»
«E sia, ma che sia davvero minimo, e solo per simpatia personale» rispose composta la Morte, seduta accanto al letto del vecchio pazzo.
«Ecco i fiammiferi, padre» dissi porgendogli la scatola.
Hokusai sensei, con la mano tremante riuscì a estrarre uno zolfanello e lo accese:
 
 
                                                                     
 

«L’altra volta che ci siamo incontrati avrei voluto tanto farti uno schizzo: lascia che disegni il tuo volto» e detto questo, senza nemmeno attendere risposta, continuando a ridere come un pazzo o un bambino, prese un carboncino e cominciò a disegnare la fossa nasale della Nera Signora.  
 
                                                                         
 

Nessuno di noi la vedeva ma sapevo che era lì davanti a lui.
Papà stava tremando per lo sforzo e gli sistemai sulle spalle una coperta. Terminò il cappuccio dell’Oscura Signora ed esalò l’ultimo respiro: il vecchio pazzo per la pittura era appena morto, novantenne.
Riposi il suo capo calvo sul cuscino e notai dentro la sua federa una foglia di bambù spiegazzata.
C’era stilata una poesia di congedo, scritta alla svelta; doveva averla creata quel mattino al risveglio: “hitodama de yuku kisanji ya natsu no hara”, “come puro spirito percorrere libero e leggero la pianura estiva”.

 
 
                                          
 

Dopo la morte di Hokusai, la figlia minore Oei partì per un lungo vagabondaggio e col tempo se ne persero le tracce; si racconta che morì di freddo perché era diventata una vagabonda e aveva preso l’abitudine di chiedere l’elemosina e di dormire all’aperto in ogni stagione.
Chi l’ha trovata ha riferito che teneva in mano una scatola di fiammiferi vuota.  

 
 
                                                         
 
                                                                                                                FINE

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-08-31 18:51:45

Nasco come lettore ( lo scrivere è solo la malattia che è naturale contrappunto al fruire), vorrei parlare dell'ispirazione di questo testo come di un espormi continuo a materiale radio"creattivo".
Ho sempre letto, ascoltato, visto tantissimo, in modo spesso onnivoro, morboso, investendo tutto nella lettura, nella fruizione e quindi mi sono sentito a un certo punto saturo come una specie di pila atomica.
Non faccio pertanto sfoggio di cultura, amica e/o amico lettore: il mio è solo il diario di una passione, o di una malattia se hai paura dell'arte e della libertà interiore:
ricordo la mostra di due anni fa a Milano Hokusai Hiroshige Utamaro, "Il mondo fluttuante", vista una decina di volte;
e ancora: le filosofie di Husserl e Heidegger filtrate dalle letture di Vattimo;
e poi il manga "Hokusai"di Shotaro Ishinomori;
non possono mancare "Il settimo sigillo" di Bergman e "Sogni" di Akira Kurosawa,
ma sopratutto non possono mancare gli Archivi Internet Book Reader, opera informatica mirabile e stupefacente, dove è possibile consulatare e downlodare l'intera serie suprema dei Manga di Hokusai.

                                Gli Archivi Internet Book Reader sui Manga di Hokusai

Dopo aver ingurgitato e assimilato ho sentito un bisogno quasi fisiologico di restituzione, di espulsione di tutte queste sollecitazioni che mi è venuta voglia poi di variare, masticare, proseguire a modo mio.
Tutto questo per capire che "Voglio vivere come Hokusai": abbiate gioia!

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90Peppe90 il 2018-09-03 19:27:17
Nell'arco della lettura dal primo all'ultimo atto di questo, come lo hai definito tu stesso, "feuilleton", ho notato un graduale passaggio dal predominio del testo a quello delle immagini, nel solito mix che contraddistingue il FILW. Ed è giusto che sia così, nella storia di un uomo, di un maestro e di un artista che, al termine della sua esistenza, "percorrendo libero e leggero la pianura estiva come puro spirito", si eterna non solo negli insegnamenti lasciati ai suoi discepoli e alla figlia ma anche nelle sue stesse opere d'arte, nelle sue stesse creazioni. Vita che crea altra vita. Può far paura, così, la morte? No, e questo, "il vecchio pazzo per la pittura" ce lo dice sin dal primo atto, lo spiaccica in faccia alla Signora Morte, inneggiando alla vita. Ancora una volta azzeccato l'accostamento testo-immagini, a partire dalla gif del fiammifero acceso. Un carissimo saluto, Mauro, leggerti è sempre una gioia... la stessa che auguri sempre a tutti noi!

Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-04 18:53:35

Ti ringrazio, Peppe: grande è stata ed è ancora l\'influenza di Hokusai sulla nostra arte occidentale, a cominciare dagli impressionisti e da quell\'altro grande uomo/mondo che è stato Vincent Van Gogh, un altro Spirito Magno: le stampe policrome dei maggiori artisti dell’ukiyo-e (mondo fluttuante) fornirono ai pittori occidentali una fonte inesauribile di temi inediti: dalla stesura cromatica “piatta” stilizzata, priva cioè delle caratteristiche occidentali della prospettiva e del chiaroscuro, alla ricchezza e vivacità delle colorazioni xilografiche, dell’uso dei contorni calligrafici tipici della grafica nipponica, ad alcuni artifici compositivi come i formati delle pitture, l’uso dei cartigli per inserire le composizioni, e tante altre tecniche che verrano usate dai comic se dalle graphic novel. Ho cercato di esprimere la filosofia che ha animato questo grande uomo/mondo, facendolo mia. Abbi gioia


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