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Mauro Banfi il Moscone

A spasso per il monte Fuji, in cerca di vedute

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

F.I.LW. (fono imago litweb) novel: tra sceneggiatura e graphic novel

pubblicato il 2018-08-22 16:14:06

 

 

 



La scena era davvero curiosa.   
Il noto disegnatore e pittore Hokusai (che da poco aveva cambiato il nome d’arte in I-itsu, vale a dire “ciò che non è visibile né udibile né palpabile non può essere distinto e dunque forma un “I –Itsu
, 1un tutto unico”) - nota 1 - stava tirando per la collottola della veste i suoi due assistenti/allievi Bakin e Hokusen, e li posizionò davanti alla ringhiera che proteggeva i viandanti dal ribollire delle correnti dell’impetuoso fiume Tone.    

 

 

 


«Non mi dovete più chiamare maestro!    
Io sono come questa ringhiera che protegge dal fiume in piena furioso, ma non sono la vostra stampella.  
Volete viaggiare con me e imparare da me: bene, lezione numero uno: coloro che non sanno darsi la disciplina da soli, trovano sempre qualcun altro che lo farà al posto loro, alle sue condizioni, rendendoli bestie e schiavi.
Lezione numero due: non vi può essere liberazione se non ci si libera anche da ciò o da chi ci ha liberato.     
Detto questo: viaggeremo alla ricerca di vedute del Monte Fuji.
Mi sono state commissionate dieci stampe dalla libreria Eijudo di Tokio e disegneremo il Sacro Monte da ogni punto di vista possibile.
Sarete pagati per quello che avrete meritato e dimostrato sul campo.
Mangeremo quello che ci daranno contadini, pescatori e artigiani e che troveremo per la via: presso di loro chi non lavora non mangia.
Dormiremo dove capita e con chi capita, se consenziente.
E’ tutto: in marcia, e non chiamatemi più maestro o vi rispedisco a casa a calci nelle chiappe!» 
«Come dobbiamo chiamarvi allora!» balbettò Hokusen, uno smilzo ragazzone lungagnone.   
«I-itsu. Andiamo.»  

 

       
Il viaggio cominciò con una giornata limpida e col vento del Sud che alitava a favore; tra gli alberi delle strade, per le campagne su cui scorrevano i venti della primavera inoltrata, sulle rive del mare dove la schiuma delle onde si frangeva sulle spiagge creando volti metamorfici, i viandanti del Sol Levante s’incrociavano all’angolo dei ponti, o davanti alle cascate che nella fresca ombra delle foreste appaiono come definitive visioni della vita che fluttua trionfante.    

 

 


In ogni angolo di Giappone I –Itsu e i suoi allievi disegnavano una porzione di Fuji Yama, la montagna sacra, la sede dell’eterna gioventù della natura.   
Dopo una settimana di schizzi e di copie e d’imitazione della Sacra Montagna, Hokusen se ne venne fuori con uno sfogo inaspettato, che cominciò con uno sbadiglio:
«I-itsu, con permesso: mi sono stancato di ricopiare il Monte Fuji, è un soggetto troppo facile e ripetitivo.»
«Vorresti dire che i disegni e i dipinti che ho creato finora sono roba da bambocci, insolente?» disse il suo insegnante indispettito, inarcando il sopracciglio destro.       
«Vabbè, ma voi siete il nostro Maest…perdonate, la nostra guida del viaggio e del disegno e della pittura. Quello che create voi è vivo, colorato, fluente. Guardate il mio disegno, invece, è qualcosa di elementare e banale. Ma come fate?”    

 

 


«Il problema , cari Hokusen e Bakin, è che voi imitate la natura come due scimmie copiano a gesti i movimenti del loro culo mentre scoreggia.
Non dovete rappresentare l’aspetto del Fuji ma l’uomo che lo guarda muovendosi intorno alla sua cima e alle sue pendici e il tempo che trasforma l’uomo che osserva il Monte, mentre fa un passo avanti o indietro, a destra o a sinistra, sopra o sotto.
La montagna cambia continuamente, è impermanente, proprio come l’osservazione dentro di noi.
La natura sembra immutabile, ma in realtà muta di continuo passando attraverso lo sguardo di una persona e le sue emozioni.
E allora, dipingete il tempo che passa dentro di voi mentre osservate il Fuji»

 

 

       
Un pò discosti da I- itsu, Bakin e Hokusen ripresero a disegnare il Fuji, quando una strana figura incappucciata fece capolino da dietro un albero guardando Hokusen.
«Guarda, Bakin, è ancora lei, lo spettro della megera Kasane, che vuole farci del male»
I due assistenti si alzarono in piedi e videro l’oscura figura, alta circa un metro scarso, andarsi a nascondere dietro un cespuglio.
Ma poi…videro il suo volto demoniaco senza cappuccio sovrastare il cespuglio, alto due metri, per osservarli ghignando e sbavando!
«Adesso basta, Bakin, me ne ritorno subito a casa, ne ho abbastanza di questo Fuji sempre uguale come una barba e di questi demoni delle foreste!»
«Aspetta Hokusen, prima parliamone con il maestro…»   

 

 


«Che cosa sta succedendo ancora, rompinoci!» 
Disturbato dal trambusto dei due allievi, I-Itsu si avvicinò a loro in modo minaccioso.     
«Non riesco a lavorare, dannati mocciosi, che cosa state blaterando di continuo?»
«Guida I-itsu» rispose trafelato Bakin «qualcuno ci spia dall’inizio del viaggio e ci segue come un’ombra»    

 

 


«L’abbiamo vista pochi secondo fa dietro quel cespuglio, alto due metri!
Lo spettro della ricca e brutta Kasane, annegata dal marito per sottrarle i beni.» completò Hokusen. 
«L’avevo capito fin dall’inizio del viaggio, siete due fifoni pecoroni.
Datemi la fiaschetta del sakè: vado a fare due parole col vostro demone»
Preso il recipiente del prezioso liquore, I-itsu si diresse ci passo sicuro verso gli arbusti indicati dai suoi apprendisti, girò cautamente la vegetazione e si ritrovò davanti la spettrale figura della brutta Kasane.

 

 


Alzò il sakè nella direzione del suo orribile volto deformato dalla vecchiaia e dalla sofferenza e, bevutone un sorso, brindò:  
«Comprendo i tuoi dolori, signora Kasane, e ti auguro la pace e un sereno riposo»
Proferito l’augurio I-itsu porse la fiaschetta allo spettro che prese a trangugiarlo avidamente, ma…orrore! il liquido colava dalle sue costole…il demone si stava trasformando in uno scheletro ammantato con una veste nera…
«Ma tu non sei Kasane, spettro, tu sei la Nera Signora, la Morte in persona…»

 


«…e vengo a trovarti non per prenderti – è ancora presto – ma per proporti una partita a Shogi - nota 2 - accetti?».
«Veramente sono impegnato nella ricerca di vedute del Monte Fuji, ma sono sempre stato gentile con le nobili Signore, e pertanto accetto.
A te la scelta del Re bianco o del Re nero»
«Re nero, ovviamente» scelse la Morte «a te la prima mossa, Guida dei Manga I- itsu».

 


[1] Pseudonimo ricavato dal Libro della via e della virtù di Lao Tzu, testo taoista

[2] Shogi è una specie di gioco degli scacchi, in versione giapponese.
Obiettivo del gioco, come negli scacchi, è la cattura del Re avversario. La particolarità dello Shogi è che ciascun giocatore può riutilizzare i pezzi catturati al suo avversario, a differenza del gioco degli scacchi occidentale.

                                        
Secondo Atto "Partita a Shoghi con la nera Signora":
                      clicca per leggere la puntata seguente

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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90Peppe90 il 2018-08-24 09:16:29
Non so se ricordo bene, ma sono quasi certo di aver già letto questa (serie?) di racconti; probabilmente, comunque, funziona proprio come l'osservazione del monte Fuji (o della natura, più in generale) e cioè che, pur essendo lo stesso, è diverso. Ed è diverso perché mi consente di osservare me stesso, nel mio cambiamento, nel mio mutamento nel tempo. Una prima parte molto apprezzata, Mauro, sia nella trama che nei personaggi - specie I-Itsu, saggio e a tratti "impulsivo" - con quell'efficace apparizione finale che lascia pregustare i futuri sviluppi della storia. Bellissime, poi, le immagini che contribuiscono a comporre questo racconto FILW. Un abbraccio, caro amico mio, a presto!

Mauro Banfi il Moscone il 2018-08-24 15:19:56
Ciao, Peppe: a qualcuno sempre caro fu l'ermo colle: per me invece è sempre caro l'effervescente, cazzutissimo, mirabolante novanta volte Peppe!
Sempre una gioia conversare con te.
Naturalmente ricordi bene: l'opera è il mio ultimo FILW - e credo che sia riuscito bene - prima che la piccola Pompei di Neteditor sommergesse le nostre conversazioni di qualità per poi riemergere nell'isola di Parole Intorno Al Falò.
Quanto sia importante per me questa piccola grande isola PIAF lo ribadisco cominciando il nuovo anno creativo con la visione di Hokusai.
Nell'opera cerco di declinare un tema per me fondamentale: la ricerca della trascendenza nell'immanenza.
Come sai sono un post nicciano e come tale ritengo conclusa l'esperienza della metafisica nel mondo occidentale, sopratutto per la piega totalitaria che ha preso nel Novecento.
Ebbene, ma nemmeno mi va a genio la tirannia dell'immanenza, lo schiacciamento sul presente senza niente di eterno che sta avvenendo oggigiorno - e che ho raccontato nel mio racconto del dinosauro -.
È il messaggio che arriva da un grande saggio che ho letto quest'estate - anche se troppo nichilista nei confronti della rivoluzione informatica, dalla quale non si può tornare indietro senza incatenarsi di nuovo alla metafisica -, dal titolo, "Prigionieri del presente" (Einaudi) di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo.
Secondo gli autori, "il ragazzo che trascorre ore sul cellulare appiattisce il tempo e si colloca fuori dalla storia e dal futuro". Il giovane come l'adulto che vive "chiuso in una sequenza circolare di attimi", perde la prospettiva sul mondo che lo circonda.
Nietzsche genialmente diceva che bisogna mordere la testa del serpente del ciclo anonimo e senza decisione autonoma e sputarla dalla gola per essere davvero liberi.
Lezione che è stata dimenticata dalle Big Five multinazionali che controllano il web e ci vogliono schiacciati sul presente.

Per me invece l'arte - con qualsiasi medium e forma la vogliamo praticare - deve perseguire la "trascendenza nell'immanenza", vale a dire l'atto con cui si stabilisce un rapporto con altre entità biodiverse senza che questa relazione significhi unità o identità dei suoi termini partecipanti (come avviene nell'orribile filosofia del da me vituperatissimo Hegel), bensì garantendo, con il rapporto stesso, la diversità e l'alterità dei conversanti nella relazione.

Questo lavoro su Hokusai, che tenta forse presuntuosamente di rappresentare quanto sopra, mi ha aiutato a sopravvivere alla Pompei minimalisita di Neteditor e a spronarmi per riuscire a far emergere dagli abissi, insieme ad altri mitologici e cazzutissimi amiche& amici, questa isola preziosa.
E mentre percorrevo una meravigliosa pineta toscana lungo il mare, in MTB, sentivo il puro gioioso ossigeno dell'orizzonte di PIAF apparirmi e una possibile risposta a quel saggio che giustamente s'interroga sull'odierna tirannia del presente senza eternità, e chissà, forse una possibile via d'uscita dal nichilismo.
Se lo vogliamo e lo decidiamo, insieme possiamo istituire un nuovo orizzonte, perchè non possiamo vivere senza un orizzonte, imprigionati nell'ego.
La vita ha bisogno per svilupparsi di una sorte di albume, di una soluzione nutritiva entro la quale sia possibile ancora credere nelle proprie decisioni e nella portata di quello che si fa, in modo da potersi dedicare alla propria autoformazione di qualità, liberandosi dalle pastoie della mediocrità social e della massificazione global.
Sto volando troppo alto?
A te la cara risposta, caro amico, che so comunque essere fatta di acciaio sincero come una lama diritta: comunque il mio cuore sorride nel ritrovarti.

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