701 OPERE PUBBLICATE   3439 COMMENTI   80 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Il casale misterioso

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-08-28 09:35:18


Il casale misterioso

 

Il motore emise due, tre colpi di tosse e li piantò in asso in aperta campagna.

«Cos’è successo, capo?» domandò spaventato il ragazzetto biondo seduto dietro.

Quello alla guida, un tipo grande e grosso dal faccione butterato, si volse fulminandolo con lo sguardo. «Capo lo dici a tua sorella! Hai capito! Mezza cartuccia!» latrò con voce grattata. «Per te, per lui» proseguì abbassando il tono, indicando l’uomo sulla trentina che lo osservava con occhi a fessura dal sedile del passeggero, «e anche per Nero, sono Guido, o il duca… scegli tu il nome che ti viene meglio. Capo mi fa venire l’orticaria. M’immagino un capo indiano… e i pellerossa sono la razza che odio di più… appena dopo i negri!» Ci pensò su e aggiunse: «E un po’ prima degli zingari!»

Il ragazzetto arrossì e si rannicchiò dentro il sedile; era la sua prima uscita notturna, in compagnia di quei tre tipi poco raccomandabili.

«Sì, va bene, Guido. Ma ora come la mettiamo se il motore non parte? Mica possiamo star qui a menarcelo!» intervenne l’uomo seduto accanto al ragazzo.

Guido lo fissò di rimbalzo, guardando dallo specchietto retrovisore interno il testone rasato illuminato dalla plafoniera centrale. «Lasciami il tempo di riflettere, Nero», rispose in tono calmo. Poi schioccò le dita davanti allo sguardo di quello seduto al suo fianco. «Cammineremo un po’, il casale che ho ispezionato l’altro giorno è poco più avanti. Attraversando i campi ci arriveremo in dieci minuti. Una macchina di buon pregio la troveremo di sicuro là dentro. Che ne dici, Alcide?»

Alcide, l’uomo seduto al suo fianco, annuì. «Direi che si può fare… ma prima proporrei di provare a farla ripartire.»

«Ottima idea!» esclamò Guido. «Rino!» chiamò poi, rivolgendosi al ragazzetto impaurito diventato ormai tutt’uno con il sedile posteriore.

«Sì cap…» fece questi mordendosi la lingua. Correggendosi prontamente: «Guido!»

«Dove diavolo l’hanno messa la leva per sbloccare il cofano», bofonchiò Guido con quel suo vocione cavernoso, ravanando con le mani sotto il cruscotto. «Eccola qua!» annunciò tirandola.

«Apri il cofano e vedi un po’ cosa c’è che non va», ordinò poi.

«Ma io non sono mica buono…», provò a dire Rino, cercando aiuto volgendo lo sguardo smarrito sul suo vicino di sedile.

Prontamente interrotto da Guido: «Tocca qualcosa, muovi un po’ i cavi, dai un paio di colpi al motore, poi torna su».

«Basterà?» domandò timidamente Rino.

«Quando avrai fatto, vedremo! Ora vedi di sbrigarti.»

Rino scese, alzò il cofano, guardò l’intrico di fili e tubi, si grattò la testa bionda e iniziò a toccare qua e là.

«Sei sicuro che funzioni?» domandò Alcide nel mentre.

«Boh!» fece Guido grattandosi il mento.

«Che risposta sarebbe?» domandò Nero.

«Tempo fa, per un breve periodo ho fatto il camionista…»

«Lo sappiamo che hai fatto il camionista… ma questo cosa c’entra?» lo interruppe Nero.

Guido sbuffò. Essere interrotto lo innervosiva, ma data la situazione già di per sé complicata, ci passò sopra. «Un giorno, sulla provinciale, vedo un uomo che agita le braccia in mezzo alla strada. Sul momento sono tentato di metterlo sotto. Poi vedo che sull’auto ferma in panne al lato della strada c’è una donna. “Sua moglie, una testimone”, penso. Così lascio perdere e mi fermo. L’uomo mi riempie di ringraziamenti, mi dice che il motore ha borbottato, poi si è spento e non ne ha più voluto sapere di mettersi in moto. Dice a me se posso dargli un’occhiata. Osservo la macchina, più vecchia della donna decrepita seduta dentro. Gli dico che non sono un meccanico e lui mi ribatte che gli autisti degli autotreni sono meglio dei meccanici. Inorgoglito, scendo. Gli dico di aprirmi il cofano. Una zaffata di benzina per poco non mi fa secco. “Ha proprio l’età del dattero ‘sto coso”, penso, notando che c’ha ancora il carburatore. Tocco un po’ qua e un po’ là, poi gli dico di provare a mettere in moto… Beh, non ci crederete, ma il motore, dopo aver tirato una botta tremenda, è ripartito. Non finivano più di spendersi in salamelecchi, il vegliardo e la sua mummia… Sono soddisfazioni… momenti che non si dimenticano, quelli», terminò gonfiando il petto.

«Se ha tirato una botta dal carburatore prima di mettersi in moto, significa che era ingolfata. Non hai compiuto nessun miracolo», commentò Alcide.

«Può darsi…» fece Guido. Si guardò le mani. «Ma a me piace credere che siano state queste mani a sbloccare la situazione.» Osservò il ragazzo che chiudeva il cofano. «Ora vedremo come funzionano le sue», concluse mentre Rino tornava a sedersi.

«Non funzionano!» sentenziò Alcide, mentre Guido insisteva con la chiave d’avviamento. «Anche perché questa c’ha l’iniezione elettronica, non può mica ingolfarsi. Lascia perdere, insistendo riuscirai soltanto a scaricare la batteria.»

Guido annuì. Ci pensò su, poi indicò il boschetto ai lati della strada. «Spingiamola laggiù e proseguiamo a piedi… tagliando per di lì.»

 

Come bravi soldatini in missione, s’incamminarono silenti, in fila indiana, immergendosi nella brughiera. Guido, giubbotto in pelle sbiadito - diciamo pure, consunto - pantaloni mimetici e anfibi ai piedi, da bravo comandante apriva la fila. Seguivano Alcide e il Nero vestiti pressappoco alla stessa maniera. E per ultimo, il non ancora diciottenne Rino con il suo giubbetto, alla moda ma piuttosto leggero, jeans neri e scarponcini scamosciati, non troppo pesanti; un abbigliamento poco adatto a una camminata notturna nella brughiera nel mese più freddo dell’anno. Una roba che a vederli ti saresti chiesto cosa facesse quel fighetto in compagnia di tre tipi loschi.

In effetti lui, Rino, non avrebbe dovuto essere lì; o per meglio dire: per sua madre era andato in discoteca con gli amici, quelli del quartiere bene dove risiedeva. Non sapeva, la povera donna, che il figlio da un po’ di tempo aveva preso a frequentare quei balordi di periferia che avevano quasi il doppio dei suoi anni.

Tutti e quattro portavano un passamontagna nero, che dato il freddo pungente di gennaio poteva avere un suo perché; se non fosse per lo zainetto che Alcide portava sulla spalla destra con dentro i ferri del mestiere: arnesi da scasso. E questo certificava che il freddo, per almeno tre di loro era l’ultimo dei problemi. Non per il giovane, inesperto e poco coperto Rino, al suo battessimo del fuoco, che tra freddo e paura batteva i denti come i tasti di una macchina da scrivere percossi dalle dita affusolate di un’esperta dattilografa.

 

Una strada bianca, delimitata da un doppio filare di cipressi, si staccava dall’arteria principale e immergendosi nella campagna risalendo il declivio finiva contro un alto cancello in ferro.

I quattro, arrivando dai campi, risalirono il declivio e si fermarono dietro un cipresso a poca distanza dal cancello. Guido tirò su il passamontagna per vedere meglio, ma soprattutto per respirare a fondo dopo aver percorso il tratto in salita. Subitamente imitato dagli altri due, ansimanti compagni di merende, ma non da Rino che, data la giovane età e i polmoni in perfetta efficienza respirava come se fosse giunto fin lassù in carrozza.

«Due telecamere», osservò Guido indicandole, «sopra il muro di cinta. Una là, vicino al cancello pedonale, e l’altra appena sopra quello carraio. Tirate giù i passamontagna.»

Dopo che ebbero fatto, chiamò a sé Alcide. «Vedi di aprire il cancelletto pedonale», gli ordinò.

Alcide tolse lo zaino dalla spalla e lo posò a terra. Stava per estrarre i ferri del mestiere, ma Guido lo fermò afferrandogli un braccio. «Aspetta, sta venendo su una macchina», spiegò guardando i fari in lontananza. «Appiattitevi, appena aprirà il cancello carraio con il telecomando la seguiremo.»

Si appiattirono distendendosi a terra dietro il cipresso e attesero in silenzio. Mentre l’automobile si avvicinava, il lampeggiante giallo sopra al cancello avvertì che si stava aprendo. Appena l’auto fu all’interno, lampeggiando nuovamente segnalò l’imminente chiusura. «Ora. Svelti, svelti!» li esortò con voce strozzata Guido, balzando in piedi.

Come furono dentro videro l’automobile avanzare lentamente sul ghiaietto, lungo il sentiero illuminato da una serie di bassi faretti puntati verso il suolo.

Guido fece un cenno con la mano e gli altri lo seguirono dentro la vegetazione del giardino. Avanzando di soppiatto si avvicinarono all’ingresso, attesero che l’uomo, dopo aver parcheggiato sotto un portico, scendesse dall’automobile. E quando ebbe raggiunto l’ingresso e aperto la porta, Guido, balzando da dietro un cespuglio di Oleandro, puntandogli la pistola alla tempia - un Beretta con la matricola abrasa - gli intimò di non fiatare. Poi lo spinse dentro. «Chi c’è in casa?» mormorò mentre Alcide e Nero entravano armi in pugno, seguiti da Rino a mani nude.

«Mia moglie... dev’essere a letto… non spaventatela… vi darò quello che volete», rispose l’uomo, agitandosi.

«Andiamo da lei!» ordinò Guido, puntandogli la pistola alla schiena.

«Marco? Chi c’è con te?» si udì dall’alto della scala.

«Nessuno, tesoro. Vai pure a letto, ora salgo», la rassicurò con un tono invero poco convincente.

«Amici, signora, scenda pure», intervenne Guido spingendo avanti il marito.

«Oddio! I ladri! Aiuto!» urlò stridula vedendo dietro il marito un uomo armato, seguito da altri tre, due dei quali armati, tutti con i volti coperti da passamontagna: Rino prima di poter impugnare un’arma doveva dimostrare agli altri componenti della banda di possedere il sangue freddo necessario.

«Smettila di gracchiare, vecchia cornacchia! Se non vuoi che ti piazzi un proiettile in mezzo agli occhi!» proruppe Guido col vocione grattato da fumatore incallito, puntandogli addosso la Beretta.

Con le gambe che le tremavano, aggrappandosi alla ringhiera iniziò a scendere lentamente i gradini, biascicando: «No… vi prego… lasciateci stare… non fateci del male…»

«Oddio, mi sento mancare», concluse arrestandosi, aggrappandosi con entrambe le mani alla ringhiera in ferro.

«Alcide, vai a darle una mano», comandò, sbuffando, Guido, rivolgendosi al complice alle sue spalle.

Alcide infilò nella tasca del giubbotto la sua Beretta. «Prego, signora,» fece in tono gentile, porgendogli il braccio dopo che l’ebbe raggiunta a metà scala, «si aggrappi, l’aiuto a scendere.»

La donna guardò stranita quel bandito col volto coperto dal passamontagna comportarsi da gentiluomo. Poi biascicando uno stentato: «Gra… grazie», afferrò l’avambraccio di Alcide e riprese a ascendere le scale.

«Molto bene, ora che siamo tutti qui riuniti, che ne dite di accomodarci in salotto, eh?» propose Guido, quando la donna pose finalmente piede sul pavimento dell’ingresso. «Vedi di farci strada adesso che ti sei ripresa.»

La donna, sempre aggrappata come una cozza al braccio di Alcide, si avviò; seguita dal marito con la canna della Beretta di Guido che premeva contro il rene destro.

Quando si furono accomodati, Guido notò che mancava qualcuno. «Ehi! Ragazzino, che fai lì sulla porta? Vieni avanti!» gli intimò con quel vocione che incuteva rispetto.

Il più giovane della banda, che fino ad allora aveva osservato la scena in disparte, si fece avanti.

«Siediti qui, Rino… qui accanto a me», ordinò Guido battendo la mano sul divano. «Sei fortunato, stasera sarà il tuo esame di laurea», annunciò quando si fu accomodato. Poi si mise ad osservare i due coniugi, seduti sul divano di fronte a quello dove si era accomodato lui, stretti uno accanto all’altro. «Facciamo un patto», propose all’improvviso, notando che la donna guardava in tralice la Beretta che impugnava con il terrore dipinto in volto. «Se promettete di non provare a scappare, mettiamo via le armi.»

I due annuirono. Allora Guido, mettendo in tasca la Beretta, fece cenno a Nero di fare altrettanto: Alcide dopo che l’aveva messa in tasca per aiutare la donna a scendere le scale non l’aveva più estratta.

 

«Nero!» chiamò.

«Dimmi, Guido!»

Fai un giro panoramico della casa, cantina compresa, voglio un inventario della roba che può interessarci entro dieci minuti. Sbrigati!»

Nero si attivò all’istante.

«Aspetta!» esclamò Guido, fermandolo prima che uscisse dal salotto. «Portati dietro Rino. Quattro occhi scrutano meglio di due.»

Nero annuì.

«Vai pure», disse Guido rivolgendosi a Rino, che senza fiatare si alzò dal divano e seguì Nero.  

 

«Bene! Ora, vediamo di capirci» fece Guido battendo le mani sulle cosce. «Le chiavi del tuo bel fuoristrada, per favore», aggiunse allungando la mano con il palmo rivolto in alto.

«Le ho lasciate in macchina, sopra il parasole», rispose Marco.

Un “toc toc toc” ovattato attirò l’attenzione dei presenti. “Deve esserti arrivato un messaggio”, lo informò Guido, indicando la giacca di Marco.

«Lo leggerò più tardi», fece lui.

«Se non lo apri, quello dall’altra parte potrebbe sospettare che ci sia qualcosa che non va. Meglio che lo fai ora», insistette Guido indurendo il tono.

Marco sospirò, trasse lo Smartphone dalla tasca interna della giacca e aprì il messaggio.

«Posso?» fece Guido strappandoglielo di mano. Lesse il messaggio. «Come si chiama tua moglie?» domandò poi.

«Diana.»

«Come temevo…ah ah ah» disse, ridendo sotto il passamontagna.

«Cosa temeva? Di chi è il messaggio?» domandò allora la moglie.

«Forse è meglio che tu non lo sappia», rispose. Volse gli occhi in direzione del marito. «Sei d’accordo, Marco?»

Marco tentennò. Diana ne approfittò. «Non la tiri per le lunghe! Mi dica di chi è il messaggio!»

«Di una certa signora, o signorina Arianna… Dice, anzi, scrive: ciao caro, sei arrivato? Buona notte, caro.» Guardò Diana. «Cosa devo rispondere?»

«Che è una puttana!» proruppe balzando dal divano, cominciando a colpire con dei pugni la testa calva del marito. «Mi avevi giurato che era tutto finito! Che oggi pomeriggio dovevi recarti in città perché avevi un appuntamento col direttore della banca, per rinvestire delle obbligazioni in scadenza! Porco!» urlava stridula mentre lo menava.

«Ora basta! Ti pare il momento di fare scenate questo?! Torna a sederti!» urlò più forte Marco alzandosi a sua volta, afferrandola per i polsi.

Diana, singhiozzando, tornò a sedersi stringendo il volto fra le mani. Marco rimase a guardarla dall’alto in basso con fare compassionevole scuotendo il capo, mentre Guido e Alcide assistevano divertiti.

«E bravo il nostro vecchietto, che tradisce la nonna gelosa con la nipotina porca e poi si fa pure scoprire», lo apostrofò con sarcasmo Guido, posando lo Smartphone sul tavolino del salotto. «Ora, da bravo, fammi vedere il polso… quello con l’orologio», aggiunse: quando Marco aveva afferrato i polsi della moglie aveva notato luccicare un cinturino d’oro.

Marco allungò il braccio sinistro e con la mano destra tirò indietro la manica della giacca.

Guido fischiò. «Un Rolex d’oro massiccio, da almeno trentamila euro. Complimenti…» fece una pausa. «Levalo e passamelo!» aggiunse in tono perentorio.

Marco esitò. Poi, vedendo che Guido infilava la mano nella tasca del giubbotto dove aveva riposto la Beretta, obbedì.

«Grazie, amico» fece Guido infilandolo nell’altra tasca. «Ora torna a sederti accanto alla tua dolce metà!»

Marco si accomodò distaccandosi leggermente da Diana che, da parte sua, puntandolo con occhi fiammeggianti aveva una gran voglia di spellarlo vivo affondandogli le unghie nella faccia.

«Ma guarda che carini, a sessant’anni o giù di lì, litigano e mettono il muso come pischelli innamorati», li apostrofò in tono sarcastico Guido. «Fate schifo!»

I due non mossero un muscolo. Allora Guido incrociò le braccia sul petto e si mise a osservarli in silenzio. “Vediamo quanto tempo resiste la vecchia prima di cavargli occhi”, pensò nel mentre.

Alcide, pur non comprendendo il senso di quel lungo silenzio, si adeguò.

Silenzio che cessò un paio di minuti dopo, quando Nero fece il suo ingresso in salotto stringendo nella mano destra la federa di un cuscino, usata come un sacco per buttarci dentro la refurtiva raccattata durante l’ispezione.

 

«Oro?» domandò Guido, percependo dal tintinnio che si trattava di qualcosa di metallico.

«E argento», rispose Nero rovesciando la federa sul tavolino del salotto.

Gli occhi di Guido s’illuminarono, vedendo emergere dal clangore delle posate e un candelabro d’argento mischiate a monili d’oro. «Wow» fece immergendo la mano nelle posate. «Dove hai trovato tutto ‘sto ben di dio?»

«L’argenteria, in sala da pranzo. I gioielli nella camera della signora, insieme a questa», rispose prendendo dal mucchio un portafotografie in argento massiccio.

«Guarda qui come andavano d’accordo i piccioncini», commentò Guido osservando la foto dei due abbracciati in giardino. «A quando risale?» domandò poi mostrando la fotografia ai due.

«A l’anno scorso», rispose in tono laconico Marco.

«Dovresti vedere il mobilio, tutta roba d’antiquariato», intervenne Nero. «Sono entrato in una camera che sapeva di stantio, chiusa da chissà quanti anni. Ho aperto le ante di un armadio… era zeppo di vestiti da uomo che puzzavano di muffa, molto eleganti, ma di un’altra epoca.»

«Saranno stati del bisnonno di uno di ‘sti due», osservò Guido.

«Probabilmente di quello. Indossa un vestito uguale a quelli nell’armadio», precisò Nero indicando un ritratto di un uomo azzimato, sulla quarantina, appeso alla parete di fronte.

Guido alzò lo sguardo dal bottino. «Sai che non avevo fatto caso al quadro.»

«C’è ne sono altri, molto simili, sparsi per casa. Me lo ha fatto notare Rino», lo informò Nero.

«A proposito, dov’è finito il ragazzino?» sovvenne a Guido.

«E’ in gamba quello» fece Nero. «Dopo aver aperto la porta della cantina, ci siamo accorti che era priva dell’impianto d’illuminazione. Allora ho gli ho detto di lasciar perdere, che tanto quello che dovevamo cercare l’avevamo trovato. Ma lui si è ricordato di aver visto una pila rovistando nei cassetti della cucina. Allora mi ha detto di andare pure avanti che sarebbe sceso a dare un’occhiata e poi mi avrebbe raggiunto.»

«Beh, magari trova il tesoro del faraone e ci fa tutti contenti», commentò in tono ironico Guido.

«Non credo proprio. Il tesoro nascosto dentro casa… avevamo già scoperto dove potrebbe trovarsi.»

Guido drizzò le orecchie. «Tesoro? Spiegati meglio!»

«Di là, nello studio, c’è una cassaforte antica grande come un armadio… Ma non credo contenga vestiti ammuffiti.»

«Uhm» fece Guido. «Ottimo lavoro, Nero.» Poi si rivolse a Marco in tono gentile: «La combinazione, per favore.»

«Non la conosco!» lo gelò questi in tono deciso.

Guido trasse di tasca la Beretta. «La combinazione, per favore», ripeté senza variare il tono, puntandogli l’arma in mezzo alla fronte.

«Ti giuro che non la conosco… ti prego» rispose agitandosi.

Guido non si scompose. Con un movimento repentino del braccio puntò l’arma in mezzo alla fronte di Diana, che di riflesso chiuse gli occhi e trattenne il fiato. Ripeté la stessa frase, con lo stesso tono anche a lei.

«Non la conosco» rispose esalando il respiro. «State sprecando tempo, nessuno di noi la conosce.»

«Di un po’, Casanova, è vero quello che sta dicendo la tua consorte?»

«Sì, è così. Nella tasca della giacca ho cinquemila euro in contanti…»

«La tua puttana ti ha dato il resto?» lo interruppe Diana.

«Smettila!» proruppe. Poi, abbassando il tono, tornò a rivolgersi a Guido. «Posso prenderli?»

Guido fece cenno di sì. Allora Marco trasse di tasca una mazzetta di denaro, lo gettò sul tavolino e proseguì: «Tra oro, argento e contanti ci saranno almeno cinquantamila euro, senza calcolare il Rolex che ti sei messo in tasca che mi è costato un occhio della testa. Raccogliete tutto, le chiavi della macchina sai dove sono...»

«Ora mi dai anche del tu? Siamo diventati amici?» lo interruppe Guido. «Se siamo amici, dimostramelo… dammi la combinazione.»

«Lo vuoi capire che non la conosciamo la combinazione di quella maledetta cassaforte?!» sbottò, esasperato da quel tono fintamente pacato.

«Vuoi che spari in fronte a uno dei due? Scegli tu… hai due possibilità: o mi dici quello che voglio sapere… oppure mi dici a chi vuoi che spari in fronte per primo», insistette Guido senza variare il tono.

Marco trasse un lungo sospiro. «Puoi sparare a chi vuoi, ma non otterrai niente. Non la conosciamo la combinazione della cassaforte.»

«Va bene, voglio crederti.» Tirò il grilletto e gli calcò la canna contro la fronte. «Dimmi a chi devo rivolgermi per la combinazione… o entro cinque secondi spargo il tuo smemorato cervello sui muri del salotto.» poi iniziò la conta.

«Al padrone!», esclamò Marco, quando l’agghiacciante conta era giunta al numero quattro.

«Al padrone?» fece uno sconcertato Guido, scostando la canna della pistola dalla fronte di Marco. «Ma tu, ma voi, chi siete? Cosa rappresentate?»

«Serviamo il padrone da più di trent’anni», rispose Diana, sconcertandolo ulteriormente.

«Vuoi farmi credere che mi sto dannando l’anima, per far parlare due semplici domestici?»

«E’ così!» confermò Marco. «Che ci crediate o no… questo siamo!»

Guido rifletté volgendo lo sguardo incredulo dall’uno all’altro. «Dunque, tu saresti la moglie, cornuta, di un domestico», esordì alla fine, indicandola con la canna della Beretta. «E tu il domestico che la tradisce… con una puttana d’alto bordo, presumo», aggiunse spostando la canna in direzione dell’uomo. «Un domestico che guida un fuoristrada da centomila euro, con indosso un Rolex da trenta o quarantamila euro e in tasca altri cinquemila in contanti… non mi convince. No, proprio non mi convince.»

«Fattene una ragione, è così!» insistette Marco.

«A sì? E allora dimmi, quando rientra, il tuo padrone? Che aspetto ha, il tuo padrone? Che lavoro fa, il tuo padrone?» lo incalzò in tono sprezzante.

Marco indicò il quadro alle sue spalle. «Eccolo lì, il mio padrone!»

«Il bisnonno del ritratto?!» fece strabuzzando gli occhi. «Mi stai prendendo per il culo?!»

«E’ lui, posso giurartelo su tutto quello in cui credi, anche sulla coda di Belzebù», rispose in tono franco e sicuro.

E questo, se non a convincerlo, finì per fargli dubitare che ci fosse un fondo di verità in quel che andava affermando Marco. «Come si chiama… quello?»

«Barone Dimitri Yascienco.»

«Un barone russo… E dov’è, ora?» 

«Questo non te lo so dire. Ma se fossi in te, taglierei la corda prima che rientri.»

Guido replicò con una grassa risata. «Sai che paura… son qui che tremo come una foglia.» Fece una pausa, poi riprese in tono aggressivo. «Ora basta, le tue balle mi hanno stufato…»

«Non ti sta raccontando nessuna balla!»

Si voltarono tutti nella direzione dove proveniva la voce: era quella di Rino che stava entrando.

«Cosa?» fece Guido.

Rino raggiunse la parete, indicò il ritratto. «E’ un vampiro! E’ lui il suo padrone!»

La rivelazione fu accolta dalle risate sguaiate di Guido, Alcide e Nero. Rino non si scompose, attese che smettessero di ridere, poi riprese in tono concitato. «E’ così. Giù in cantina c’è una cripta! Dentro la cripta c’è una bara…»

«E dentro la bara ci starà il nonnetto, l’avranno messo in cantina per risparmiare i soldi del funerale, ‘sti spilorci!» lo interruppe Alcide. E giù un’altra grassa risata insieme agli altri due, mentre Marco e Diana assistevano ammutoliti.

Questa volta non attese che smettessero di ridere. «La bara è aperta!» proruppe con quanto fiato aveva in gola.

«E si vede che ogni tanto van giù a parlarci, al nonnetto», replicò Nero, alimentando ulteriori risate di scherno.

«Aperta e vuota!» urlò più forte.

Le risate cessarono. «Questo cosa significa?» domandò rivolgendosi a Marco.

«Che state facendo troppe domande» si udì pronunciare da una voce calda e profonda.

Si volsero tutti. L’uomo del quadro, Dimitri, era lì, vestito com’era ritratto in quello e in molti altri quadri sparsi negli ambienti, impettito in mezzo alla porta. Alto più di due metri. La riga in mezzo alla testa divideva i capelli lunghi, neri e lisci che, coprendo le orecchie arrivavano a sfiorare le spalle. Gli occhi grandi e profondi con l’iride cremisi che aveva invaso la sclera, il pallore mortale del volto e le labbra esangui fecero esclamare a Guido: «Ma quello è morto!»

«Non abbastanza per te, lurido ladro che hai osato profanare la mia casa!» lo apostrofò Dimitri facendo un passo avanti, puntandogli addosso quegli occhi inquietanti, terrificanti.

Guido non gli permise di andare oltre. «Fermo lì, se non vuoi che ti buchi il tuo bel vestito della cresima», gli intimò concedendosi lo sfizio di usare un tono leggermente sarcastico, puntandogli addosso la Beretta.

«Uh» fece Dimitri, alzando le mani dalla pelle quasi trasparente. «Ora vengo da te, sbruffone!» aggiunse calmo, piegando lentamente le dita ad artiglio in modo da mostrargli le unghie lunghe e affilate: da predatore.

Guido, senza attendere oltre sparò tre colpi in rapida successione.

I quattro osservarono stupefatti Dimitri tenere gli occhi fissi davanti a sé, mentre i proiettili si fermavano a un alito dal suo corpo e poi cadevano sul pavimento, uno dopo l’altro.

«Wow! Forte!» fece Rino, sgranando gli occhi sbalordito. «Come Neo in Matrix… non posso crederci… non posso crederci.»

«Credici, è tutto vero», lo rassicurò Dimitri con voce suadente volgendosi verso di lui.

«Sei l’eletto?» sovvenne a Rino, rammentandosi di Matrix.

«Tu non sembri temere l’ignoto… non hai paura di me?»

«Temo gli uomini grandi, grossi e molto stupidi», rispose Rino lanciando un’occhiata colpevolizzante in direzione di Guido, «non i vampiri!»

«Hai una bella voce… devi essere molto giovane… levati la maschera, così che possa vederti», proseguì Dimitri.

«Ehi! Bellimbusto!», esclamò Guido attirando la sua attenzione. Puntò l’arma alla tempia di Diana, che rimase incredibilmente calma. «Ora noi ce ne andiamo. La tua amica, o domestica, o quello che è, ce la portiamo con noi. Se provi a fermarci, la faccio secca!»

«Tu, essere insignificante, osi minacciare me?» domandò in tono incredulo Dimitri. «Lasciala andare, se vuoi continuare a vivere, almeno un altro po’.»

«Non ci penso proprio! La vecchia è la mia assicurazione sulla vita. Spostati e lasciaci passare!» ribatté Guido spingendo avanti Diana, ancora incredibilmente calma nonostante la situazione stesse precipitando velocemente nel dramma. «Alcide, Nero, Rino, coraggio, andiamo!»

Alcide e Nero si affiancarono a Guido con le pistole in mano. Rino invece non si mosse.

«Bravo, hai capito da che parte stare», si complimentò Dimitri. Poi volse lo sguardo sugli altri tre che avanzavano con le armi spianate spingendo avanti Diana, mentre Marco osservava la scena dal divano esprimendo una tranquillità disarmante.

Dimitri si concentrò chiudendo gli occhi. E tanto bastò perché le armi, scivolando di mano ai tre, attratte da una misteriosa calamita finissero contro il soffitto. Guido, Alcide e Nero alzando lo sguardo osservarono increduli le loro pistole incollate al soffitto.

«Ora lasciatela andare», ordinò in tono pacato Dimitri, riaprendo gli occhi.

«Tienitela!» grugnì Guido spingendola avanti. Diana corse a ripararsi dietro Dimitri. «Uccidili, Dimitri», sibilò passandogli accanto.

Dimitri si limitò ad annuire. «Togliti la maschera, voglio vederti morire guardandoti in faccia», ordinò con il solito tono, rivolgendosi a Guido.

Guido si tolse il passamontagna. «Ecco, guardami pure in faccia… prima che ti uccida!» lo sfidò digrignando i denti, lanciandosi contro di lui a testa bassa.

Dimitri non si mosse, allungando una mano affondò le unghie nel petto di Guido e lo tirò a sé. «Stai morendo… amico… di’ ciao, alla vita», pronunciò lentamente, affondando la mano nel torace. Dei “crack!” secchi e ravvicinati anticiparono di un attimo le urla strazianti di Guido: era il suono sinistro delle costole che si frantumavano per la pressione esercitata dalla mano che s’incuneava tra di esse. Urla che cessarono pochi istanti dopo, quando Dimitri, dicendo: «E’ finita, amico, ora riposa in pace, se ci riesci», gli strappò il cuore dal petto.

Il corpo squarciato cadde ai sui piedi come un sacco vuoto, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati in un fermo immagine spaventosamente incredulo.

Dimitri portò il cuore in alto, rovesciò indietro la testa, spalancò la bocca e, strizzandolo come una spugna lasciò che il vermiglio nettare gli cadesse sulla lingua e poi più giù, in fondo alla gola. Alla fine raccattò anche le ultime gocce passando e ripassando la lingua sulle labbra e gettò il cuore svuotato sulla faccia perennemente agghiacciata di Guido.

Alcide e Nero osservarono sgomenti la scena.

Rino guardò con un certo interesse, ma con occhi diversi: come se stesse guardando un film horror comodamente seduto in platea. «E io che credevo che i vampiri usassero i denti per far fuori la preda», gli scappò detto alla fine in tono sbalordito.

Gli parve un sorriso quello dipinto sul volto di Dimitri mentre si volgeva verso di lui, per questo non si spaventò. «Quello accade solo nei film» spiegò il vampiro. «I denti sono delicati, vanno usati con parsimonia e solo con le persone con cui si vuole condividere il dono della non morte. Essi non donano la morte, ma l’eternità della notte… la non morte!»

Ciò detto rivolse le sue attenzioni agli altri due.

«Ti prego, lasciaci andare… non volevamo» balbettò Alcide arretrando. «L’ho anche aiutata a scendere le scale…» aggiunse indicando Diana che lo guardava soddisfatta. «Diglielo che ti ho aiutato…» Un balzo degno di un lupo pose fine a quell’inutile implorazione. In un amen gli fu addosso e, prima che potesse reagire, gli aveva già strappato il cuore dal petto e aveva iniziato il macabro banchetto.

«No… io, io no… ti scongiuro», lo implorò il tremebondo Nero, quando Dimitri si volse verso di lui. Iniziò a piangere «Toh, guarda, mi tolgo la maschera… farò quello che vuoi… lasciami vivere, ti scongiuro…» diceva singhiozzando.

«Sei morto, amico mio», mormorò Dimitri passandogli la mano dietro il collo. Lo tirò a sé e, con l’altra mano aperta ad artiglio, accarezzandogli il petto con le unghie raggiunse il punto dove le vibrazioni trasmesse dal cuore che batteva all’impazzata raggiunsero lo zenit. Nero chiuse gli occhi e attese ammutolito che lo scempio si compisse. «Addio… amico», mormorò affondando le unghie all’altezza dello sterno. Il suono sinistro delle costole che si spezzavano, un breve urlo di dolore e poi solo silenzio, mentre Dimitri completava il rito suggendo il sangue dall’orripilante calice strappato poc’anzi dal petto di Nero.

Alla fine, soddisfatto ma non del tutto sazio, si guardò le vesti schizzate, macchiate di sangue, poi la mano destra lorda del denso, vermiglio nettare sottratto alle sue vittime, e fece qualcosa di ancor più incredibile: infilò l’indice tra le labbra e, suggendo, attasse a sé ogni singola goccia di sangue che gli era rimasta addosso. Come se fossero state incanalate per magia in una corrente misteriosa le macchie di sangue iniziarono a risalire la stoffa dell’abito, e unendosi in un rigagnolo sulla manica destra raggiunsero la mano, l’indice e, come un fiume carsico, scomparvero nell’orrido profondo che si apriva oltre le labbra del vampiro. Dimitri, ora sì sazio, osservò soddisfatto la mano e le vesti intonse: nemmeno l’impercettibile ombra di una macchia gli era rimasta addosso.  

Odore di morte, di sangue sparso sui cadaveri squarciati stesi sul pavimento, sui muscoli cardiaci strappati dalle loro sedi naturali e lasciati in bella vista, come grottesche maschere, a coprire i volti contorti in mute grida di terrore. Una scena sconvolgente, raccapricciante, che non sconvolse Marco e Diana, e questo Dimitri l’aveva messo in conto. Ma c’era qualcosa di strano, d’imprevisto, che finì con l’attrarre la sua attenzione.

Era rimasto ancora Rino, che in disparte aveva assistito, affascinato, alla mattanza.

«Perché tu non mi temi?» domandò Dimitri avvicinandosi.

«A dire il vero, me la sto facendo sotto», rispose Rino con un tono più sull’ironico che l’impaurito.

«Levati la maschera, vuoi?» gli chiese in tono gentile Dimitri.

«Sì» rispose laconico sfilandosi il passamontagna.

«Oh», fece Dimitri spostandogli dalla fronte la zazzera bionda. «Sei giovane… giovane e bellissimo. Non meriti di essere preda della morte.»

Rino notò che, mentre pronunciava quelle parole, l’iride stava riassorbendo il color cremisi che aveva invaso la sclera; al termine della muta, e della frase, questa non era più rosso vivo, ma bianco, bianco candido! Lui, osservando affascinato il camaleontico mutamento, lo colse come il segno di un cambiamento d’umore, di un atteggiamento benevolo nei suoi confronti. «Allora lasciami andare», disse prendendo la palla al balzo.

«Non posso, sei troppo bello per invecchiare e poi morire. Se resterai con me, sarai per sempre giovane, e potrai godere delle mie ricchezze.»

«Da vivo?»

«Da non morto», rispose Dimitri accarezzandolo con voluttà.

Rino, che era un esperto in materia di film e racconti sui vampiri, comprese che si trattava di una mezza fregatura. «Uhm, Vivere la notte e morire ogni giorno, non è poi ‘sto granché.»

Dimitri indicò Diana e Marco. «Chiedi a loro, che da più di trent’anni mi vedono sempre uguale, forte e immortale; mentre guardandosi l’un l’altra immalinconiti, si vedono invecchiare, osservano la passione sfiorire, consapevoli che anche la morte, potrebbe palesarsi al prossimo passo.»

«Beh, messa così, se la non morte è una mezza fregatura… la vita lo è intera», commentò Rino.

«Se accetterai la mia proposta, ti farò conoscere notti d’amore, che da sole varranno come una vita intera. T’insegnerò a volare sopra città, montagne, oceani e deserti illuminati dalla luna. Ti mostrerò luoghi e genti di una stupefacente beltà… E allora comprenderai che una sola delle nostre notti, sarà immensamente più soddisfacente, premiante, esaltante… di una lunga, inutile vita consumata nell’attesa della morte», insistette Dimitri in tono enfatico, accarezzando quel viso da giovinetto che gli ricordava il suo grande amore; morto da più di un secolo perché lui, Dimitri, si era rifiutato di offrire l’anima dell’amato al demonio.

«Potresti tenermi con te da vivo», provò a rilanciare Rino, pregustando notti in compagnia del vampiro e giorni di baldoria grazie alle sue immense ricchezze.

«No, sarebbe troppo doloroso, amarti vedendoti invecchiare, consapevole che un giorno dovrai morire e io non ti potrò seguire», rispose intristendosi. «Non commetterò più un simile errore. Ti sto offrendo tutto me stesso, per l’eternità. Io saprò farti felice, ma il nostro dovrà essere un rapporto alla pari, senza compromessi.»   

«Mi farà male? Sarà come morire? Di morte violenta, intendo», domandò Rino indicando i cadaveri sul pavimento.

«Sarà dolce come amare… Quello che fa male è vivere… e morire. Io non ti sto offrendo né l’una né l’altra… Ti sto offrendo il mio amore immortale, per l’eternità», rispose prendendolo per mano.

Rino era indeciso. “Cosa può riservare la vita a uno come me? Un lavoro, una moglie, buona da cornificare o per essere cornificato, nella migliore delle ipotesi. O anni di galera. Oppure una morte violenta… Ah, che gran casino, è la vita! Ma l’eternità, vissuta sempre a metà, sarà poi meglio?”, rifletteva mentre Dimitri lo trascinava lentamente verso la scala della cantina.

«Gettate quelle carcasse immonde dove sapete… poi ripulite tutto per bene!» ordinò Dimitri passando davanti a Marco e Diana.

«Lavoro straordinario, stanotte», sbuffò Marco.

Dimitri si fermò. «Ti lamenti? Ritieni lo stipendio che ti passo, insufficiente? Ti rammento che vi ho raccattati per strada quando vi erano rimasti soltanto gli occhi per piangere, e che in cambio della vostra promessa di fedeltà vi ho fatto ricchi. Che il vostro, chiamiamolo appannaggio, non è poi così distante da quello di un membro della famiglia reale… Sarò più chiaro, in modo che possiate ben capire: un amministratore delegato percepisce meno di voi che siete semplici domestici! Ma è molto più semplice e fa molto meno rumore sostituire un domestico, facendolo sparire!» lo redarguì, o forse è più giusto dire: lo minacciò fissandolo negli occhi.

Marco notò che il rosso vivo dell’iride stava tracimando velocemente nel bianco della sclera. Consapevole che era il segnale inequivocabile dell’ira montante, non attese che l’inquietante color cremisi saturasse il candore delle sclere. «Era solo una battuta. Perdonami, Dimitri. Non accadrà più, mai più, te lo giuro!», mormorò in tutta fretta, abbassando il capo.

«Le battute riservale ai tuoi pari… I giuramenti di uno spergiuro, pure! Ora mettetevi al lavoro!» concluse in tono aspro, riprendendo il cammino trascinandosi dietro Rino.  

 

«Le storie horror, specialmente quelle coi vampiri, mi hanno sempre affascinato… E ora che mi si prospetta la possibilità di entrarci dentro da protagonista, che faccio, mi tiro indietro? Non esiste al mondo! Vaffanculo tutto, vita, morte e l’ambaradan che ci gira attorno!» tirò le somme Rino mentre entravano nella cripta.

«Hai fatto la scelta giusta… non te ne pentirai», lo rassicurò Dimitri con voce suadente e sclere candide.

 

                                                       FINE

 

 

   

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Vecchio Mara

Utente registrato dal 2017-11-01

Pedalo per allenare il corpo, scrivo per esprimere pensieri e leggo per ristorare la mente

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

L'amore ai tempi del fascismo V.M. 18 anni Narrativa

La canzone dei vecchi amanti Narrativa

La stanza delle bambole Narrativa

Addio Lugano bella Narrativa

La canzone di Marinella Narrativa

Il pescatore Narrativa

Doveva andare tutto bene Narrativa

Leggenda di Natale V. M. 18 Narrativa

Macellazione kosher Narrativa

La breve estate della spensierata giovinezza Narrativa

La guerra di Piero Narrativa

Il maresciallo Crodo Narrativa

A letto con il führer Narrativa

Le lettere segrete Narrativa

La festa della mamma Narrativa

Rapina a mano armata Narrativa

Ipnositerapia Narrativa

Sequel Narrativa

Il fumo fa male Narrativa

Correvo Narrativa

Paolo e Francesca Narrativa

Gli esploratori della Galassia Narrativa

L'uomo dalle forbici d'oro Narrativa

Cervelli in fuga Narrativa

Il boia e l'impiccato Narrativa

L'ultimo negozio Ikea Narrativa

Il figlio del falegname Peppino Narrativa

Il re della valle Narrativa

Una vita tranquilla Narrativa

La ricerca dell'ispirazione perduta Narrativa

Immortali Narrativa

L'amico ricco Narrativa

La farina del diavolo Narrativa

Giudici o giustizieri? Narrativa

Il mediatore (volo low cost) Narrativa

Lui, lei e l'altro Narrativa

Il divo Narrativa

Lo scrivano dell'archivio Narrativa

Lussuria Narrativa

Superbia Narrativa

Gola Narrativa

Avarizia Narrativa

Accidia Narrativa

Ritorno ad Avalon Narrativa

La città di sabbia Narrativa

Cechin Narrativa

Bughi Bughi (boogie woogie) Narrativa

Don Nicola e il partigiano Narrativa

Don Ruggero torna dalla grande guerra Narrativa

Effetto butterfly Narrativa

Confessioni di un prete gay Narrativa

Lugano addio (dolce morte) Narrativa

Via dalla felicità Narrativa

Una ragione per cui vale la pena vivere Narrativa

I magnifici sette racconti Narrativa

Natale: volgarità vere o presunte e altre amenità Narrativa

Il guardiacaccia Narrativa

La bellezza del gesto Narrativa

Dialogando, presumibilmente, con Dio Narrativa

La moglie del partigiano Narrativa

Bat box Narrativa

I ragazzi del Caffè Centrale Narrativa

Quarto reich Narrativa

Il vampiro del Gatto verde Narrativa

Prostituta d'alto bordo Narrativa

Il signore degli abissi Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Lo spettro della trincea Narrativa

La grande mente Narrativa

La porta dell'Ade Narrativa

Alexander... un grande! (Una storia vera) Narrativa

La maschera di Halloween Narrativa

Il rifugio degli artisti Narrativa

La cena delle beffe Narrativa

K2 Narrativa

La solitudine del palazzo razionalista Narrativa

Signora solitudine Narrativa

I tre fiammiferi di Lilith Narrativa

Sono sempre i migliori a lasciarci Narrativa

El Camino de Santiago Narrativa

La rivolta degli insetti Narrativa

Mosè e le tavole della legge Narrativa

Il cattivo maestro Narrativa

Predatori di anime Narrativa

Tre corse in tram Narrativa

Il miracolo di Halloween Narrativa

Las Vegas gigolò Narrativa

La tredicesima orbita (viaggio al termine del paradiso) Narrativa

Poeta di strada Narrativa

Vorrei andarmene guardandoti surfare Narrativa

Alveari metropolitani Narrativa

Sotto la diga Narrativa

Il casale misterioso Narrativa

Prima che sorga l'alba Narrativa

Il boschetto di robinie Narrativa

Agente segreto doppio zero Narrativa

Il bambino di Hiroshima Poesia

L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

L'uomo che uccise Doc Holliday Narrativa

Lettera a un'amica Narrativa

Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

Il portagioie cinese Narrativa

Tutto o niente Narrativa

Semidei dell'Olimpo Narrativa

La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Paolo Guastone il 2018-08-28 11:02:49
Mi è piaciuto molto. Anche perchè ricalca le atmosfere a me care che, ogni tanto, metto su carta. Rapinatori sgangherati, una casa in mezzo ai campi e, per finire.....almeno uno si è "salvato". Nel mio racconto, invece, ho fatto fuori tutti....Bellissimo poi il colpo di scena finale e il finale stesso. Tuttavia io non avrei scelto un nome russo ma, piuttosto, "nostrano" e qui mi fermo per non spoilerare.

Vecchio Mara il 2018-08-28 21:03:29
Chissà come mi è uscito quel nome. Va beh, la verità è che, dato il soggetto, un nome nostrano mi pareva poco adatto, e allora ho scelto 'sto nome esotico, che mi pareva più consono a un tipo alto due metri dai lunghi capelli neri. Quel che conta è che il racconto ti sia piaciuto. Ti ringrazio. Ciao Paolo

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-08-28 15:20:03

=== ATTENZIONE: QUESTO COMMENTO CONTIENE SPOILER ===

Si sente l'influenza dell'altro racconto, quello che ha preceduto la pubblicazione di questo e, sebbene il precedente mi sia piaciuto di più, ho gradito anche questo. A un certo punto della storia, mi sono chiesto: "Ma dove vuole portarmi, Giancarlo?", e poi è sbucato fuori il quadro... e qualcosa ha cominciato a scricchiolare, come il vecchio e gemente assito di una casa nei film dell'orrore. 

Scoprire che le vittime dei protagonisti sono dei "semplici" domestici è già un primo colpo di scena, straniante, spiazzante. E l'assito continua a scricchiolare... fino alla deflagrante rivelazione. Ho quasi esultato quando è spuntato fuori il vampiro - ultimamente è un argomento che mi interessa moltissimo - e la mia passione per la lettura ha esultato nel "vederlo" all'opera (personalmente, nella fase della barbarie, preferisco vampiri più taciturni ma questa è la mia personale visione delle creature, ovviamente, e qui si sta parlando della tua personale visione) con tanto di spettacolare metodo di assorbimento del sangue, direttamente dal cuore strappato dal petto della vittima, brutale e cruento, efficacissimo! (Mentre mi ha convinto meno il sangue assorbito tramite quella specie di risucchio magico). Altro fiore all'occhiello, secondo me, la caratterizzazione degli occhi del vampiro, con quell'efficace descrizione del rosso sanguigno che viaggia tra la sclera e l'iride. Insomma, dal momento della sua comparsa, secondo me, il racconto sale di livello. Fino a un finale calzante che, per altro, mi ha ricordato un mio vecchio racconto su Neteditor, U lupunaru.

Sia da lettore che da scribacchino, sono state poche le volte in cui mi sono addentrato in faccende vampiriche (Le notti di Salem è stato il mio primo romanzo in materia e l'ho adorato, è uno dei miei preferiti in assoluto tra quelli del Re). Queste volte sono aumentate negli ultimi anni (ricorderai, forse, L'amore è una cosa meravigliosa) e, in queste settimane, mi sono rifornito (e sto continuando a farlo) di altre storie vampiriche, sia romanzi (come Il battello del delirio, di cui ho letto un gran bene) che fumetti (una grottesca trilogia batmaniana e American Vampire che vede anche la firma di Stephen King) e devo dire che certi aspetti del tuo vampiro - e cioè quelle che ti ho segnalato sopra - mi hanno colpito moltissimo, al livello delle varie opere citate.

Nei mesi precedenti, poi, ho ultimato la stesura di un romanzo incentrato sui vampiri - Deep Six - relativamente al quale attendo notizie dalle case editrici; dallo scorso novembre, invece, sul mio profilo di PIAF è salvato un racconto vampirico, dal titolo Mortis Domus, che conto di pubblicare per questo autunno.

Insomma, caduto a fagiuolo!

Sottolineo, semmai ce ne fosse bisogno: piaciuto.

Ciao, Giancarlo!

Vecchio Mara il 2018-08-28 21:12:46
L'influenza è ben presente, e non poteva essere altrimenti, visto che ho raccolto lo sfrido del racconto precedente per comporne un altro. Poi, siccome i due precedenti racconti che ho postate erano dei noir, ho pensato bene di fare un innesto, come si fa con le piante da frutto, per creare un frutto nuovo, un ibrido. E il risultato mi par di capire sia stato più che ottimo. Il mio personaggio, come il tuo de: l'amore è una cosa meravigliosa, è un cattivo dall'animo (ma ce l'hanno,, o come ce l'hanno l'anima i soggetti in questione? Questo sarebbe un ottimo spunto per un prossimo racconto) sentimentale. Attendo con ansia di leggere il tuo ultimo lavoro, il titolo mi pare molto alettante, e se tanto mi da tanto... Ti ringrazio. Ciao Peppe.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-09-03 13:31:38
Ciao. Penso che l'aspetto più efficace del racconto sia proprio il dirottare l'attenzione del lettore verso altri bersagli prima che entri in scena il "vero" protagonista, in relazione al quale - effettivamente - il rischio di "già visto" è elevatissimo. Il nome a mio parere va benone - anche perchè vista la descrizione l'ho associato un po' a Rasputin - e la lingua, anche nella parte pulp va perfettamente. Insomma, i personaggi parlano come devono parlare, non come parla l'autore che, per per sè, ha altri spazi, ben sfruttati. Piaciuto, ciao..

Vecchio Mara il 2018-09-03 16:02:45
Il merito di aver dirottato l'attenzione su altri bersagli, come ho detto nella presentazione, sta nel fatto di aver utilizzato la parte scartata del racconto noir postato prima di questo, e poi, per non stufare il lettore dato che avevo già pubblicato due nuovi noir a distanza di pochi giorni, di virare repentinamente su un altro genere. Poi per cercare di diversificare il personaggio dal "già visto" o per meglio dire "già morso", ho provato a cambiare il consueto e abusato sistema d'alimentazione, con uno un po' più raccapricciante, aggiungendo come ciliegina, oltre all'effetto aspirasangue per rimettere in ordine il vestiario, il gioco di colori degli occhi (si potrebbe dire: un effetto semaforo che esprime lo stato d'animo del protagonista). Ti ringrazio. Ciao Rubrus

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO