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Agente segreto doppio zero

"PUNTO E A CAPO" Racconto Comico / Umoristico

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-07-28 21:41:24


Agente segreto doppio zero

 

«Ancora…Uffa!» fece Bambola Barbie, togliendo il Borsalino che Giuanin Bondo, entrando in ufficio, aveva lanciato centrando il suo poderoso decolté. «Lo vuoi capire una volta per tutte che il mio seno non è una cappelliera!» concluse sorridendo mentre lo sistemava (il cappello intendo) sulla colonna appendiabiti accanto all’ingresso.

«No, direi che non assomiglia a una cappelliera…» rispose Giuanin Bondo, vagando con lo sguardo dentro la maestosa scollatura, «ma a due splendide mongolfiere», terminò baciandola prima che la bocca aperta di lei riuscisse a pronunciar verbo.

«Miss Barbie!» la gracchiante esclamazione uscendo dall’obsoleto interfono posto sulla cattedra di una vecchia scuola elementare adattata ad uso scrivania, recuperata così come lo scarno arredamento dell’ufficio da un robivecchi per pochi euro, pose fine all’estemporaneo scambio di effusioni, molto profonde.

«Mi dica, Zero zero zero?» chiese lei sistemandosi la laccatissima permanente.

«La smetta di titillare le tonsille di Zero zero tette, e lo mandi subito da me!» rispose grugnendo dentro l’interfono.

«Come desidera, capo», fece lei, mentre con le mani risistemava nelle culle… (scusate sono stato ingannato dalle dimensioni fuori scala, intendevo scrivere: coppe) le due gemelle che, lestamente, Zero zero tette si era premurato, portandole allo scoperto, di coccolare.

«Tienile al calduccio… torno subito», sussurrò lui facendole l’occhiolino, prima di entrare nell’ufficio di Zero zero zero.

 

L’ufficio degli agenti segreti di ventura, al servizio di sua maestà la Pecunia, ovvero del miglior offerente, era sito in uno stabile così scalcinato, ma così scalcinato… che dato il pericolo di crollo imminente era stato abbandonato persino da topi, scarafaggi, cimici e similari frequentatori di così ameni luoghi. «Una location così, già bonificata di suo, sarebbe il sogno di tutte le agenzie di spionaggio», aveva detto, cinque anni prima, durante il trasloco dalla vecchia sede (una roulotte mezza bruciata abbandonata accanto a una discarica) Zero zero zero ai sette, perplessi, agenti segreti al suo comando.

 

Giuanin Bondo, l’ottavo e l’ultimo agente entrato in servizio, si sentiva frustrato. Attendeva ormai da più di tre anni che gli venisse assegnato un numero dopo il doppio zero. Depresso com’era, nemmeno le belle parole del capo bastavano a confortarlo. «Ho sentito l’avvocato, la vertenza sindacale è in via di risoluzione. Appena quel vecchio decrepito d’un Zero zero sette firmerà il licenziamento, ti prenderai il suo numero», gli diceva ogni volta per tenerlo calmo.

Ma Zero zero tette iniziava a dubitare che un giorno avrebbe ereditato il famoso numero sette.

«Sono diventato lo zimbello degli agenti segreti di mezzo mondo: “E dove hai nascosto le tette… e fammi vedere le tette”, e via discorrendo. Non ne posso più!» gli spiegava sconfortato l’ultima vota che si erano incontrati. «Mi dia un numero, l’otto… Mi va bene pure il tredici e persino il diciassette, basta che ci sia una cifra e non delle lettere dopo il doppio zero.»

Triplo zero aveva scosso il crapone pelato. «Non si può fare… devi pazientare», aveva risposto, tornando a ripetergli come un disco rotto che presto la situazione si sarebbe sbloccata e la vertenza risolta positivamente.

 

Perché Zero zero zero s’intestardisse, allora come ora, a non cifrare oltre il numero sette dopo il doppio zero, è presto detto: egli è carente cronico di memoria, pensate che, se qualcuno provasse a chiedergli quante dita hanno le sue mani, prima di rispondere si vedrebbe costretto a contarle una ad una davanti allo sguardo esterrefatto dell’interlocutore.

Doveva, e deve, scrivere tutto per non dimenticare nulla. Ma scrivere il nome degli agenti segreti non era sicuramente igienico per la salute dei poveri doppio zero. «Devo trovare il modo di criptarli… Sì, ma non troppo però, se no come faccio poi a decrittarli?» si era chiesto deambulando attorno alla roulotte bruciacchiata, inspirando i miasmi della discarica che, ubbriacandogli i neuroni, gli avevano fatto partorire la genialata. «La macchina enigma al confronto è un indovinello per bambini dell’asilo», aveva esultato traendo di tasca penna e agendina.

Il sistema semplice e, secondo l’autore, geniale, consisteva nello scrivere settimanalmente accanto ai giorni, né il doppio zero né il numero seguente, ma solo nome e utenza telefonica del bar dove rintracciare, nel giorno e l’ora stabilita di concerto con l’agente in questione, l’artigiano od altro professionista adatto alla bisogna dietro la cui identità si celava lo spione dell’agenzia segreta di ventura.

Triplo zero scriveva accanto ad ogni giorno della settimana il nome di fantasia, la professione e l’ora in cui chiamare l’agente in questione. Il lunedì, primo giorno della settimana, era abbinato all’agente Zero zero uno, e così via sino a giungere, la domenica, al numero sette dopo il doppio zero.

Accanto al nome di fantasia e alla professione inventata scriveva il numero dell’utenza fissa del bar dove rintracciarlo e, di seguito, il motivo per il quale lo doveva chiamare.

Per esemplificare; se provassimo ad immaginare di sbirciare dentro la sua agendina, accanto al giorno, lunedì, avremmo letto, dopo nome e professione: contattare idraulico alle ore undici per manutenzione caldaia. Le undici precise era l’ora in cui, dopo aver composto il numero di telefono corrispondente, avrebbe chiesto al barista se poteva gentilmente passargli l’artigiano in questione: alias, Zero zero uno.

Gli agenti al suo servizio che, stanchi di dover attendere la chiamata al bar, a volte per giorni se non settimane in attesa di un incarico, avevano provato a chiedergli di fornire loro schede criptate per i propri cellulari, avevano ricevuto un netto diniego. «Non sono per niente sicure!» affermava lapidario, cassando la richiesta. Ma la verità vera, era che non aveva i fondi necessari per comprarle al mercato nero.

«C’è un piccolo problema,» aveva esordito triplo zero, rivolgendosi a un raggiante doppio zero seduto davanti a lui pronto per apporre la firma sul contratto d’assunzione, «Zero zero sette ha impugnato il licenziamento per raggiunti limiti d’età.» Sbuffando e poi picchiando un pugno sulla scrivania, aveva quindi proseguito sbottando: «Cazzo! Ma dico io, solo un sindacalista fuori di melone si può impegnare per difendere il posto di un novantenne, affetto da enfisema polmonare, che non vuol mollare un lavoro estremamente usurante e pregno di pericoli come quello dell’agente segreto!»

«E questo, cosa comporterebbe?» aveva provato a chiedere timidamente doppio zero, mordicchiando nervosamente il cappuccio di plastica blu della biro.

«Che non posso assegnarti il numero», aveva risposto triplo zero. Poi, corrugando la fronte, aveva proseguito: «Devo assegnarti una sigla… Ma per non dimenticarmela deve essere qualcosa su cui mi cade l’occhio appena metto piede in ufficio».

«Capo, esco un attimo. Vado a farmi un caffè al bar giù all’angolo», era la voce allegra di Barbie quella che gracchiava attraverso l’interfono.

«Tette! Tette! Sì tette!» aveva annunciato, illuminandosi d’immenso, triplo zero, facendo schioccare il pollice e il medio della mano destra.

«Che centrano le mie tette? Mica le ho detto che vo a prendermi cappuccino con brioche, o caffè macchiato latte!» aveva reagito facendo la sostenuta Barbie.

«Scusa, non dicevo a te. Vai pure, ciao», l’aveva liquidata sbrigativamente triplo zero. Prima di tornare sul pezzo. «La tua sigla, provvisoria, sarà: Zero, zero, tette», diceva mentre la scriveva sul contratto. «Firma qui!» aveva concluso indicando il punto preciso.

E il povero Giuanin Bondo aveva firmato, ignaro delle conseguenze, esilaranti per altri ma tragiche per la sua autostima, che quell’acronimo gli avrebbe procurato nell’ambiente spionistico.

«Quando la vidi entrare, bionda cotonata e filiforme, pensai alla bambola Barbie. Fu così che, vista la mia conclamata difficoltà nel rammentare i nomi propri… e non solo quelli per la verità; gli affibbiai il nickname che mi viene automatico d’esclamare ogniqualvolta la penso oppure la vedo… Aggiungo che, rispetto al modello originale, la nostra Bambola Barbie è di parecchio lievitata… e non intendo solo in altezza, eh?» aveva fatto in tempo a spiegare prima che doppio zero, serrando la lingua tra i denti terminasse di apporre la sua firma, rigorosamente con lettere in stampatello più ritorte di una biscia e pure a caratteri cubitali.

BONDO… GIUANIN BONDO, faticando non poco con mano tremolante aveva alla fine scritto, prima di restituirgli il contratto.

Aveva sorriso appena triplo zero, leggendo la firma.

“Questo si è sciroppato, chissà quante volte, l’intera serie di James Bond”, aveva pensato poi, ridacchiando di sottecchi, abbassandosi per riporre il contratto nell’ultimo cassetto della ex cattedra. Prima di congedare il suo nuovo agente spiegandogli: «Da adesso ritieniti in servizio permanente. E visto che non mi è possibile assegnarti un recapito telefonico, essendo il tavolino del bar ancora occupato da quell’ingrato di Zero zero sette… fai così: spacciandoti per il moroso di Bambola Barbie, ogni due o tre giorni passa in ufficio a salutarla, così che io, alla bisogna, ti possa contattare».

«Allora? Com’è andata?» gli aveva chiesto lei, vedendolo uscire sorridente dall’ufficio di triplo zero.

«Benissimo!» aveva iniziato a rispondere entusiasta. Poi, lasciando cadere lo sguardo dove più gli aggradava, così aveva concluso: «Da oggi sono un agente segreto al servizio… di due maestà!»

Al che, Bambola Barbie, non del tutto insensibile al fascino che portava seco la professione di agente segreto, aveva reagito sminuendo le sue arrapanti protuberanze pettorali: «Adulatore… son solo due normalissime tette».

 

«E’ una missione delicata», esordì triplo zero, dopo che Zero zero tette si era accomodato sullo sgabello di legno davanti alla scrivania. «Dopo la mezzanotte devi appostarti all’esterno del condominio Gardenia. I condomini sono sul piede di guerra, non ne possono più di pagare penali all’impresa che ritira i rifiuti solidi urbani… Pare che, nottetempo, qualche ignoto inquilino di uno dei numerosi condominii siti nei dintorni, butti il sacco dell’immondizia indifferenziata sopra il mucchio della raccolta dell’umido.»

«Ok capo, aprirò tutti i sacchi e scoverò quello tarocco», esclamò impettito doppio zero tette, scatenando la dura reprimenda del suo superiore.

«Ma allora sei scemo del tutto!» sacramentava questi stringendo il crapone tra le mani. «Ma chi me l’ha mandato… ma chi me l’ha mandato!»

Doppio zero tette osservò ammutolito triplo zero estrarre dal cassetto una obsoleta fotocamera Polaroid a sviluppo istantaneo. «Devi fotografare il soggetto in flagranza di reato», lo istruì consegnandogli la fotocamera. Aggiungendo in tono preoccupato: «La sai usare, vero?»

«Come no!» rispose sicuro doppio zero tette. Spiegandogli che: «Ne aveva una uguale mio nonno».

«Molto bene. Allora cerca di far centro al primo scatto, massimo al secondo; sono rimaste dentro tre sole pellicole a sviluppo istantaneo e, quel che è peggio, solo due lampade per il flash», si raccomandò triplo zero.

«Se mi autorizza, e finanzia, potrei passare da un fotografo a prendere lampade e pellicola», provò a chiedere doppio zero tette, rigirando tra le mani l’aggeggio.

«E’ arrivato Babbo Natale!» fece triplo zero alzando gli occhi al cielo. Poi, davanti allo sguardo vacuo di doppio zero tette, gli spiegò come stavano, più o meno realmente le cose: «A parte la perenne carenza di fondi, i pezzi di ricambio delle macchine in dotazione ai servizi segreti mica si trovano dal pizzicagnolo in fondo alla via… Dovresti fare richiesta scritta alla CIA. Ma quelli mica son così scemi da fornire materiale a un’azienda loro concorrente sul mercato degli spioni».

Detto ciò, liquidò doppio zero tette raccomandandosi di trattare il prezioso oggetto con i guanti.

 

«Allora?» gli chiese Bambola Barbie.

«Mi ha assegnato una missione molto complicata… Roba che puzza di marcio lontano un miglio», rispose abbassando il tono e guardandosi attorno con circospezione, dandosi arie da gran spione. «Guarda qui, sono stato fornito persino di un apparecchio in dotazione solamente ai servizi segreti statunitensi», aggiunse mostrando l’obsoleta Polaroid che stringeva delicatamente tra le mani. Poi guardò l’orologio pubblicitario della Campari appeso sopra la porta d’ingresso, recuperato, tra i rifiuti all’esterno del bar dove aveva il recapito, da Zero zero tre. «Ho ancora qualche ora prima di gettarmi anima e corpo dentro una missione dalla quale potrei anche non emergere pulito… o non riemergere affatto... Che ne dici, Bambolina, di farci una pizza o un kebab, tutti e quattro assieme, prima di salutarci?» concluse mettendo su un tono grave, mentre roteava con lo sguardo dal viso alle tette di Bambola Barbie che, annuendo commossa, acconsentì accarezzandosi le gemellone.

 

                                                    FINE   

  

 

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90Peppe90 il 2018-07-29 12:43:23
Un racconto grazioso e più che godibile; centra appieno gli obiettivi da te inseriti nella descrizione, che poi sarebbero anche quelli del suo genere d'appartenenza. Scorre via bene, tra una battuta e l'altra, con personaggi - specie il protagonista e il suo capo - ben riusciti. A questo punto, però, speravo di sapere cos'avrebbe combinato 00tette nella sua rischiosissima missione, ahah! Ciao, Giancarlo, e buona domenica!

Vecchio Mara il 2018-07-29 14:53:52
Temo che del nostro glorioso agente doppio zero tette, si siano perse le tracce. Probabilmente si era entrato in un cassonetto della raccolta indifferenziata per nascondersi alla vista del birbone che occultava i propri rifiuti in mezzo a quelli di un altro condominio. Ma prima che questi giungesse sul luogo del delitto, deve essere passato il camion dell'immondizia a svuotare i cassonetti, e il povero 00tette, ora giace nella discarica, sepolto sotto tonnellate di spazzatura indifferenziata. Amen! Ti ringrazio. Buona domenica Peppe.

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