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Il bamboccione

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2018-07-03 19:49:58


 

 

 

I

Quando hai a casa un bamboccione, non te ne lamenti più di tanto.

In fin dei conti un figlio è sempre un figlio; egli è te da piccolo, ha i tuoi stessi geni, spesso la tua stessa corporatura e anche, tranne che per pochi particolari, la tua stessa faccia.
Tu ti specchi in lui e non vuoi che faccia la tua fine, non vuoi che troppo presto riduca la sua vita alla routine che fai da sempre: casa ufficio.

Se continua ad abitare in casa tua, non devi spendere tutti i tuoi risparmi per prendergli un appartamento piccolo piccolo in una lontana periferia, ad un'ora di macchina e perderlo per sempre.

Tu gli darai ugualmente tutti i tuoi risparmi, in fin dei conti è tuo figlio, e sogni che lui se li spenderà in viaggi e soggiorni, anche abbastanza lunghi, all'estero, a imparare quell'inglese parlato che tu non hai mai saputo.
Poi gli anni passano e vengono fuori i problemi.
Il bamboccione cresce ed ha le sue esigenze.
Un giorno ti si presenta a casa con una bella ragazza e te la presenta come un’amica, ma poi si chiude in stanza e non esce più per tutto il pomeriggio e tutta la notte. Da dentro vengono certi rumori e certe grida di spasimo d'amore da far paura: tu ti senti veramente imbarazzato, ma sai che devi sopportare, che lui è cresciuto, che è meglio che l'amore lo faccia in casa che chissà dove, che in fin dei conti quella è un’esigenza normale per un ragazzo della sua età.
Ma poi, dopo due giorni, torna con un'altra amica e poi, un altro giorno ancora, con una ragazzina che sembra addirittura teenager.
Tu ti abitui a tutto, ma non riesci ad abituarti e a risolvere il problema dell'insonnia, quando lui rimane fuori tutta la notte e non riesci ad addormentarti finché non è rientrato.
Allora stai a vedere quei programmacci notturni alla televisione e poi, a letto, tendi continuamente l'orecchio al minimo rumore rassicurante.
Il fatto è che lui ogni giorno fa sempre più tardi e spesso fa l'alba. Tu ti addormenti sfinito verso le quattro del mattino e lui torna alle otto quando sei in pieno sonno e manco lo senti.
Certo qualche lavoretto lo fa. Ma quello che guadagna non gli basta a comprarsi la macchina che poi tu gli compri, un po' più grande di quella che gli servirebbe, perché ti ricordi di quando eri giovane e a mala pena riuscivi a entrare nella cinquecento e poi gli dai i soldi per il carburante senza battere ciglio quando te li chiede, perché ti ricordi di quante volte, da ragazzo, sei rimasto a secco per strada senza una lira in tasca.
Lui ti sembra felice e tu allora dimentichi tutto e ti sembra di essere, in fin dei conti, un buon padre e questo è tutto.
Poi un giorno, mentre ancora sei a letto e ti sei appena addormentato, ma è già mattino, senti suonare il campanello di casa e capisci che la cazzata l'ha fatta e il cuore va a mille per la paura.
- Lei è il Signor @**@? ―fa l'omone più grande racchiuso a malapena in un vestito grigio un po' sgualcito.
― Sì, sono io. ― Rispondi con la voce tremante.
― Il commissario deve parlarle, per questo la dobbiamo accompagnare al Commissariato. È urgente non perda tempo.―
Ora sei in macchina, per la prima volta nella vita fuori di casa senza esserti rasato, i due omoni stanno seduti davanti e non parlano, tu guardi tua moglie e la trovi disfatta, con le occhiaie fino agli angoli della bocca, i capelli arruffati, le rughe profonde e non la riconosci. Sembra sua madre alla fine dell'agonia che era durata una settimana.
Forse la macchina non avresti dovuto comprargliela.
Forse quella notte era andato in discoteca e poi all'uscita aveva avuto l'incidente. Forse qualche suo amico o qualche ragazza che era con lui è in ospedale e lui ti attende in commissariato e il Commissario vuole delle garanzie dai genitori per poterlo rilasciare agli arresti cautelativi domiciliari.
Il Commissario ti riceve seduto dietro la scrivania, con lo sguardo basso sulle solite scartoffie e la faccia seria.
Tu ti siedi e aspetti.
― Lei è il signor @**@ ? ―
Tu annuisci e non hai neanche la forza di dire un flebile sì.
Lui si alza, si gira di schiena e dalla finestra guarda lontano:
―Mi rincresce di doverle comunicare che questa notte suo figlio ha avuto un incidente... ―
Che abbia avuto un incidente tu lo sai già, per questo sei al commissariato. Forse potrebbe aggiungere qualcos’altro.
― Adesso dove è? Come sta? – chiede la vecchia in agonia al tuo fianco.
―Molto grave, molto grave, ― continua il commissario. Poi attende ancora l’eternità di qualche secondo ― è morto.―
Si gira verso di te, ha il viso più disteso, contento di essere riuscito a pronunciare quelle parole. Vorresti piangere ma non hai la forza di farlo, e neanche la vecchia lo fa, se ne sta muta a fissarre chissà che cosa che ha davanti.
― Accompagnateci all’obitorio voglio vederlo, – dici quando ritrovi un po’ di forza. – magari vi siete sbagliati e non è lui.―
Il commissario ha di nuovo lo sguardo basso sulle scartoffie ed esita. Poi:
― Al momento non è possibile. La scientifica non ha ancora finito i rilievi, la raccolta delle impronte e del materiale biologico. Vede, il problema è che non c’è stato nessun incidente… ― altra pausa, come per trovare parole e coraggio, poi: ― Il problema è che suo figlio è stato ucciso!―
Ecco, che ti gira tutto attorno, forse per un attimo ti senti anche sollevato: la cazzata non l’ha fatta lui, ma qualcun altro. Poi tutto diventa buio e pensi a tutta la violenza subita e a tutto il dolore sofferto dal tuo povero ragazzo e veramente pensi che forse sarebbe stato meglio che ci fossi stato tu al suo posto, almeno ora tutto sarebbe finito.
― Portateci all’obitorio, voglio vederlo. – Dice la faccia agonica che ti siede accanto.
―Magari vi siete sbagliati ed il morto non è nostro figlio. – Provi ancora a sperare.
― Per il momento non è possibile. ― dice ancora il commissario – La salma la potrete visitare nei prossimi giorni. Ma io vi ho fatto chiamare perché intendo prendere l’assassino di vostro figlio. Perciò ho bisogno della vostra collaborazione. Vi prego, fate uno sforzo, anche se in questo momento vi sembra assurdo, e ditemi se avete notato qualcosa di strano in vostro figlio nei giorni scorsi.―
Tu cadi dalle nuvole e guardi la morta al tuo fianco che oltre che cadaverica ha un’aria sorpresa e spaesata.
Il commissario insiste:
― Vostro figlio non si drogava, vero? ―
― Assolutamente no! – rispondi in coro con il cadavere di tua moglie.
― E per caso aveva un tumore maligno o era stato recentemente ricoverato in qualche ospedale? ―
Quella del tumore maligno sembra addirittura una battuta da barzelletta e ti strappa appena un sorriso tanto sembra cervellotica.
Ma il commissario spiega. 
Dice che tuo figlio lo hanno trovato dentro la macchina in un posto di solito frequentato da coppiette e da prostitute, con le mani dietro la schiena incatenate da manette da poliziotto e così anche i piedi, con i pantaloni e le mutande tirate giù fino ai piedi ed una ferita profonda, fatta con una lama di coltello, all’inguine che gli ha reciso di netto l’arteria femorale.
Poi dice ancora che l’arteria femorale è un’arteria grossa e superficiale, facile da raggiungere. Se recisa di netto, il sangue schizza via a getto spinto dal battito cardiaco e in un minuto o due è tutto fuori ed è finita.
Lavoro da professionista.
Lavoro da punizione per qualche sgarro di traffico di stupefacenti o di giro di malavita.
Oppure suicidio perpetrato con l’aiuto di qualche amico.
Rito satanico, chissà.
Comunque eseguito da un esperto di anatomia, senza paura di sporcarsi di sangue, senza un minimo di esitazione, con gelida freddezza, tanto da porre un piccolo asciugamano sulla ferita in modo che il sangue non schizzasse lontano.

II

Quando la mummia e il vecchietto quasi centenario lasciarono il suo ufficio, il commissario ebbe un po’ di vergogna.
Certamente aveva sbagliato quando aveva sperato che quelli potessero in qualche modo aiutarlo con qualche indizio, e aveva sbagliato di nuovo quando aveva indugiato nella descrizione dei particolari dell’omicidio.
Che cosa potevano sapere due persone così?
Nulla.
Della vita del figlio loro non sapevano proprio nulla, anche se vivevano assieme, nella stessa casa.
Quelle due persone quasi morte alla fine gli avevano fatto  solo pena.

Sulla eventuale malattia avrebbe saputo tutto in breve tempo telefonando al CUP cittadino e loro in un attimo gli avrebbero potuto dire se mai il ragazzo avesse prenotato una visita specialistica.
Più difficile sarebbe stato il riscontro dei tabulati del telefonino, anche se da quelli sicuramente avrebbe potuto ricostruire tutti i contatti, tutte le amicizie del ragazzo, perché, non dimentichiamolo mai, sono quasi sempre i conoscenti ad ucciderti.

 

III

 

 

Ora è passato quasi un mese da quella mattina.

La notizia di quell’omicidio era sfuggita ai giornali: non era sembrata una morte interessante, era morto un ragazzo, non una studentessa inglese in una casa di Perugia dopo aver fatto l’amore.
Il commissario sapeva ormai tutto quello che era avvenuto quella sera in quella macchina.
Sapeva che l’assassino era una donna, di lei conosceva il DNA lasciato con la saliva sul glande del ragazzo, di lei conosceva le impronte digitali sparse dovunque, eppure non riusciva a immaginare il movente di un omicidio così ben preparato.
Una prostituta serial killer?
Era una ipotesi veramente cervellotica.
Avevano fatto tutto quello che potevano fare.
Interrogato tutti gli amici, tutte le ragazze che aveva frequentato, avevano controllato tutti i telefonini che lui aveva chiamato nell’ultimo mese, avevano rintracciato tutti quelli che quella notte lì, sul posto del delitto, avevano fatto l’amore in macchina, ma niente. Niente, proprio niente.
Una persona si apparta in macchina con una donna, si fa legare le mani e i piedi, si fa tirare giù pantaloni e mutande, e lei, mentre lo bacia sui genitali, tira fuori un coltello e, zac, gli recide con un colpo netto la femorale, gli copre la ferita con un asciugamano e tutta sporca di sangue esce dalla macchina e se ne va felice a casa.
Certe volte fare il commissario è veramente desolante. Ma non bisogna mai perdere la fiducia. Prima o poi, e certe volte tanto poi, la verità viene fuori, nella sua semplicità addirittura disarmante.
Ora stava per incontrare di nuovo i due vecchietti e avrebbe dovuto comunicare loro il suo fallimento: quell’assassinio sarebbe rimasto impunito, e mai si sarebbe saputo neanche il movente di tale atrocità.
Aveva, per riconsegnarla, tra le mani la busta di plastica trasparente degli oggetti personali della vittima: un portafoglio con pochi euro e i documenti, le chiavi di casa e l’immancabile telefonino.
Tirò fuori dalla busta proprio il telefonino. Non era un telefonino che faceva solo telefonare, era un telefonino di quelli che fanno adesso, pieno di altre funzioni, spesso inutili, che solo i ragazzi sanno far funzionare.
Si vide scrutato e indagato dall’occhio magico, freddo ed elettronico di Hall, il computer parlante di Odissea nello spazio, o, se vogliamo, dall’occhio del grande fratello.
Era un telefonino dotato di telecamera.
Sono i telefonini lo strumento più utile alla polizia. Sono le telefonate spiate e registrate che inchiodano i disonesti alle loro responsabilità sia se si tratti di delinquenti di basso livello, sia si tratti di politici al massimo livello.

Avevano collegato il telefonino ad un grande schermo televisivo e avevano guardato il filmino in esso contenuto.
La luce era scarsa, e il film molto granuloso. Avevano visto la scena del delitto. Il ragazzo che, fuori campo, si faceva bloccare i polsi e le caviglie dalle manette, che si posizionava in modo che nell’inquadratura fosse in primo piano il suo basso ventre, due mani femminili che gli sbottonavano e gli tiravano giù i pantaloni e le mutande, i capelli ricci e tinti di rosso di lei che si dava da fare sul sesso di lui.
Poi il grido, il dimenarsi in cerca di uno scampo, la scena che si colora di rosso, l’affievolirsi dei sussulti, una voce che dice: ―Bene. ― e due mani femminili che spengono la telecamera.
Tutto quello che già sapeva era documentato in quel filmino.
Al profilo genetico dell’assassina e alle sue impronte digitali avevano potuto aggiungere dei capelli ricci e rossi, sicuramente dovuti a una parrucca, l’angolo di un occhio, il profilo del naso, le piccole mani affusolate e la sua voce che diceva:―Bene.―
L’assassina voleva prendersi gioco di lui, e forse c’era riuscita benissimo. Ma la cosa che più lo irritava era che gli sfuggivano completamente le motivazioni di tutto questo. Quel ragazzo era un bamboccione quasi trentenne che viveva ancora con i genitori, perché avrebbe dovuto essere ucciso? E perché filmare la scena e lasciarla nel telefonino invece di cancellarla?
Di questo stava parlando con un amico al bar, seduto ad un tavolo davanti ad un buon bicchiere di vino. L’amico sorrideva divertito:
―Tu non puoi fare il commissario, tu non ti guardi attorno, non conosci il mondo, specialmente quello dei giovani! ―
Il commissario lo guardò con aria interrogativa, e allora l’altro incominciò a spiegare. Disse che ormai la realtà viaggia nella grande rete di internet da computer a computer. Con i telefonini accesi ma nascosti nelle tasche del vestito i ragazzi dimostrano l’inefficienza della scuola, la sua sporcizia e quella di luoghi pubblici italiani siano essi ospedali o metropolitane. Ma su internet non c’è solo questo, su internet viaggia anche la pornografia, spesso fatta in casa in maniera amatoriale, gratuita e alla portata di chiunque abbia a disposizione un computer e una linea telefonica, anche minorenne.

 

IV

Il commissario si trovava ora davanti al computer a casa sua, all'inizio della notte. Aveva digitato l'indirizzo suggeritogli dall'amico e gli era comparsa una pagina dal fondo nero con una scritta in inglese:
―Attenzione ―c'era scritto al centro della pagina con caratteri grandi e di color rosa e poi, più piccolo: ― Questo sito contiene esplicito materiale per adulti! ― Poi continuava nelle righe sottostanti richiedendo una dichiarazione di essere maggiorenne per poter accedere al sito stesso. Strana moralità del Web.Una dichiarazione di essere maggiorenne potrebbe salvare il proprietario del sito da beghe legali, ma mette al riparo i minorenni dalla visione di scene che potrebbero essere per loro altamente diseducative?
Comunque il commissario era maggiorenne ed entrava nel sito per motivi professionali. Entrò. Nel sito, su uno sfondo nero c'erano decine di piccoli riquadri con in alto il titolo, nella maggioranza in inglese, ma anche in altre lingue come lo spagnolo, l'italiano e il ceco.
Con la freccia del mouse andò sul primo in alto a sinistra ed entrò. Vi risparmio quello che vide. Il commissario ormai intuiva il movente di quell'assassinio brutale e sperava di trovare in quel sito il viso della probabile omicida. Nel sito c'erano per la maggior parte pezzi di film pornografici di tutto il mondo. Gli attori super dotati sessualmente, le attrici depilate. Ma poi c'erano anche gli amatoriali. Quelli girati con la telecamera fissa ai piedi del letto che ritrae i due esibizionisti mentre fanno l'amore. Nascosti dall'anonimato, gli esibizionisti danno sfogo alla voglia di mostrare la propria bravura o la propria bellezza, anche quando i loro corpi non sono bellissimi. Ma poi c'era dell'altro. C'erano dei filmati dal titolo come: La mia ex amante al lavoro e simili. Come se l'esibizionista fosse solo lui, e che quello che faceva non fosse un atto d'amore e di piacere, ma semplicemente la dimostrazione della conquista, della sottomissione della donna, e in sostanza fosse la rappresentazione di un disprezzo. Il commissario cominciava a capire. Il bamboccione, forse, attirava le prede con la sua aria di ragazzo perbene ed eternamente immaturo, le ritraeva nell’intimità e poi pubblicava il filmino sul sito porno. Forse qualcosa era andato storto, forse qualcuna si era accorta di qualche manovra di troppo, forse non aveva gradito molto il trattamento, forse si era voluta vendicare.
Rimase tutta la notte a cercare. Poi alla fine trovò.
C'era un filmino intitolato: Io e il mio Dick. E in quel filmino c'era proprio lui, il bamboccione, ripreso mentre faceva il bagno, tutto nudo e, soddisfatto, giocava e mostrava il suo membro. Ormai tutto era chiaro. Il movente di un assassinio che per tanto tempo era sembrato inspiegabile, era invece banale.
Peccato che non riuscì, per quanto cercasse, a individuare nessun volto certo di donna che potesse in qualche modo condurlo all'omicida. Quel delitto sarebbe rimasto irrisolto, ma forse andava bene così, forse quel ragazzo non era davvero un bamboccione come all'inizio credeva.

V

Quando finalmente conosci la verità, quella verità che mai avresti potuto neanche immaginare, rimani come inebetito, incredulo, e tutta la tua vita ti sembra improvvisamente inutile. Tuo figlio, il tuo unico figlio, quello per il quale hai vissuto e per il quale hai lavorato, quello che avrebbe dovuto fare tutto quello che tu non sei riuscito a fare, compreso il divertimento, non era un bamboccione innocuo, era un maniaco pericoloso e da maniaco aveva finito i suoi giorni.
Con un macigno così grande sul cuore, ti siedi sul divano e guardi nel vuoto. Pensi a ogni singolo istante della tua vita passata con lui alla ricerca di un segno, anche minimo, che tu hai trascurato e che invece avrebbe potuto portarti alla conoscenza della sua nevrosi e pensi che se tu l’avessi conosciuta quella nevrosi, allora ti saresti dato da fare, lo avresti portato dal miglior psicoanalista in analisi e lui avrebbe potuto guarire e non finire com’era finito.
Poi per un attimo guardi il cadavere putrefatto di tua moglie e noti che il suo viso non è più atonico e privo di qualsiasi movimento di vita, come era stato dal primo giorno, e ti accorgi che piange.
Piange. Non lo aveva fatto mai per tutto il tempo delle indagini, e non lo aveva fatto neanche al funerale.
Piange, e singhiozza:
― Perché piangi? Sono passati tanti giorni dalla sua morte, perché piangi solo ora? ― Chiedi.
Lei ti viene vicino cerca di trattenersi dal piangere, di parlare, ma i singhiozzi glielo impediscono e allora tu le carezzi i capelli ed aspetti. Passa una buona mezz’ora, poi finalmente riesce a parlare e ti racconta.

Ti racconta di quando era giovanissima e tu neanche la conoscevi.
Di quando uscì la prima volta sola con un uomo, di come si erano appartati in macchina e di come lei si aspettasse un lunghissimo bacio appassionato e romantico e che invece lui si era tirato giù i pantaloni e le aveva avvicinato il sesso alla bocca. Lei aveva cercato di divincolarsi, ma lui si era masturbato e le aveva bagnato tutta la camicetta e il seno.
Dice che quell’esperienza non aveva più potuto dimenticarla, e che anche quando stava con lui, uomo magnifico, buono e dolcissimo, sentiva dentro di sé quel liquido schifoso e aveva come una sensazione di sporcizia, tanto che appena finito di fare l’amore, doveva correre a farsi la doccia, doveva purificarsi, riprendersi la propria dignità di essere vivente.
Ora c’è una lunga pausa.
È l’imbrunire, le ombre entrano in casa tua e non hai voglia di accendere la luce. Oggi è il giorno della verità, e la verità per tutta la vita non l’hai conosciuta. Come hai fatto a vivere senza vedere? Senza sapere? Senza chiederti mai se le persone a te più care fossero effettivamente felici?
Lei ora poggia la testa sulle tue spalle, sembra più distesa, forse addirittura un tantino sollevata, felice di essersi tolta un peso dall'anima che la torturava ormai da troppo tempo.
Poi continua.
Dice che la nascita del figlio le cambiò la vita, che le dette tanta di quella felicità da ripagarla di tutti gli anni pieni di dovere coniugale e liquido schifoso.
Lui era maschio, non sarebbe stato un contenitore di sperma, piuttosto il contrario, attivo attore protagonista.
Gli aveva fatto il bagno fino all'età della pubertà, lo aveva accarezzato a lungo e le sembrava che quelle carezze lo rendessero ogni giorno più bello, più forte, e gli donassero un sorriso scanzonato, irresistibile, da sciupa-femmine.
E poi ogni volta che portava a casa una nuova ragazza, le sembrava un trionfo. Come se quella conquista fosse la sua. La sua sessualità repressa rifioriva e si risvegliava. Lui forse aveva capito tutto. Ogni volta che aveva una nuova ragazza gliela portava in casa per fargliela conoscere e poi se la stringeva vicino, la baciava in sua presenza, sì, aveva capito tutto e ubbidiva come un bravo figliolo. E la faceva godere. Lei attraverso lui era un maschio, uno che poteva senza rimorsi umiliare tutte le donne che voleva.
Di tutto quello che senti tu non sai nulla. È un’altra vita quella che ti è passata vicino e non l’hai vissuta. Tu sei stato immerso nel tuo lavoro, spesso in ufficio o in viaggio, e quando sei stato a casa hai inseguito i tuoi pensieri, letto i tuoi libri, guardato le tue partite.
È vero, ti sei allevato un bamboccione, tu lo sapevi e non ti importava più di tanto e invece non sapevi nulla.
Non sapevi che il bamboccione eri tu.

 

 

 

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L'AUTORE oedipus

Utente registrato dal 2018-03-27

enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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Paolo Guastone il 2018-07-04 12:15:45
Nemmeno io saprei dire se, veramente, è un poliziesco. Di sicuro è un bel racconto. Un viaggio allucinante dentro la mente del protagonista, che credeva di sapere ma non sapeva un bel niente. Le parole ci prendono per mano, ci cullano nella bambagia e e ci portano fino alla fine, fino a quel finale inaspettato che mai avremmo voluto leggere. Un racconto che scorre via liscio e puro e che, purtroppo, parla anche di noi. Complimenti!

oedipus il 2018-07-04 21:21:21
Sto invecchiando, ti avevo risposto ma evidentemente non l'ho poi inviata la risposta.
Certo è un racconto che a me piace, forse uno dei più belli che ho scritto, ma non immaginavo tanti complimenti come i tuoi.
Grazie!

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90Peppe90 il 2018-07-26 17:08:50
Un racconto che ho trovato interessante, risulta molto coinvolgente, pure nell'alternarsi tra il "viaggio interiore" nella mente del padre e le parti investigative (invero accennate, appena tratteggiate, e forse per questo non può definirsi "poliziesco" a pieno titolo; ma, in fondo, che importa? Funziona ugualmente!) e che ha una buona parte finale con un'altrettanto buona chiusa. A mio parere, un tantino troppo drammatica la maniera con cui viene trattato l'argomento "porno su Internet" (collegato, di conseguenza, al classico "Internet non è un posto sicuro per i nostri figli!"), ma in definitiva si sposa bene con il tipo di storia narrata, le vicende presentate e con il punto di vista e la personalità del maresciallo. Comunque sia, e come penso di aver già fatto capire, m'è piaciuto! Ciao!

oedipus il 2018-07-27 07:45:55
Felice che sia piaciuto a uno dei scrittori più dotati del sito!
Ciao!

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