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Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni

"PUNTO E A CAPO" Racconto Erotico (VM18)

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-06-19 08:40:00


Sindrome del vampiro

 

Lo sbaglio, la pecca iniziale che generò il mio tsunami interiore, lo fece mio nonno che, lavorando tutta la vita come un mulo, lasciò a quello smidollato di mio padre una fortuna da gestire.

E lui, mio padre, che fece quando ereditò tutto quel ben di Dio? Naturalmente, essendo un incapace conclamato, vendette l’azienda di famiglia e rimpinguò il già notevole patrimonio finanziario che mio nonno era riuscito a racimolare.

Fu così che mio padre divenne lo scapolo più ambito della città; non credo per la sua avvenenza, anche se era un tipo piacente, ma sicuramente per il suo pingue conto corrente. Con ogni probabilità fu quello, e non i sui occhi lussuriosi, ad incantare mia madre, giovane e squattrinata studentessa.

Eppure io nutrivo una specie di venerazione per quell’uomo che mi trattava non da figlio ma da amico del cuore, e non solo per modo di dire.

 

Crebbi con il mito di un uomo che pensava solo a divertirsi e farmi divertire. Svegliarsi al tramonto, addormentarsi all’alba e godersi la vita, questo era il suo motto. D’altronde, avendo abbastanza denaro da poter vivere di rendita, pensò fosse buona e giusta cosa, lasciare ad altri la voglia di lavorare. Eravamo inseparabili, di giorno e, quando raggiunsi l’età della ragione, diciamo dai sedici diciassette anni in avanti, soprattutto di notte.

Fu lui a “sverginarmi”! Non avevo ancora diciotto anni quando pagò la mia prima prostituta, e quando tornammo a casa poco prima dell’alba, se ne vantò pure con quella povera donna di mia madre.

Già, mia madre… Troppo fragile la sua personalità per opporsi ad un uomo che, grazie al suo denaro, si credeva un semidio; così, per non impazzire, quella povera donna non trovò di meglio che chiedere il divorzio; al quale mio padre, ben felice di sbarazzarsi di chi considerava ormai alla stregua di un impiccio, naturalmente non si oppose, anzi, la sollecitò ad accelerare le pratiche garantendole, oltre a una congrua buonuscita, la possibilità di soggiornare nell’appartamento sotto il piano attico dove io e mio padre avremmo continuato a vivere.

Lei accettò la ricca buonuscita, ma rifiutò sdegnata di spostarsi in un altro appartamento sito sotto lo stesso tetto e se ne andò il più lontano possibile da noi due: dall’altra parte del mondo, dove trovò la felicità accanto ad un uomo che la rese tre volte madre.

 

Giorni trascorsi a letto aspettando che il sole calasse per iniziare a vivere la notte; passando da un night al talamo di qualche spogliarellista, o di qualche troia d’alto bordo. Poi, prima del sorger dell’alba, colazione in un caffè appena aperto raccontandoci com’era andata la notte.

Una vita folle, poco salutare nonostante il piacere che ci procurava.

Infatti, quando a mio padre venne il primo coccolone, dentro il letto di una prostituta d’alto bordo, il professore lo informò che il suo cuore malandato non avrebbe retto a lungo, se non avesse cambiato il suo disordinato stile di vita.

Mio padre scrollò le spalle e, dopo aver saldato la lauta parcella al luminare, lo informò che l’unica cosa che avrebbe accettato da lui non era la diagnosi della sua vita, ma una cura che potesse tamponare il guaio; ovvero le ricette dei medicinali da prendere per proseguirla come più gli aggradava.

«L’unica ricetta valida è una vita tranquilla e morigerata!» ribatté risentito il luminare.

«Beh, se questo è tutto quello che sa dire e fare… cambi mestiere! Addio professore!» lo apostrofò mio padre, lasciando lo studio davanti allo sguardo da prima basito e successivamente adirato del luminare, che gli lanciò dietro il suo anatema: «Continui come se nulla fosse successo, e tra sei mesi al massimo, nella migliore delle ipotesi si ritroverà dentro un letto a guardar la vita scorrerle accanto, senza nessuna possibilità di parteciparvi!»

Al che, mio padre si tocco le parti basse e, ridendo di gusto, si chiuse la porta dello studio alle spalle ripromettendosi di non tornarci mai più.

 

Nel compunto sguardo del professore mi parve di percepire una punta di sodisfatta perfidia, mentre osservava mio padre disteso immobile dentro un letto della sua bella clinica, con gli occhi spalancati che parevano guardare in un ignoto altrove.

“Sono passati poco più di quattro mesi dall’anatema del luminare, ed ora lui è qui, al suo capezzale a ghignare sodisfatto”, pensai scrutando il corpo immoto di mio padre, che l’ictus devastante aveva ridotto a un vegetale.

Mio padre non si riprese dal colpo apoplettico, così, dopo due mesi, lo riportai a casa. Ora toccava a me prenderlo per mano e condurlo verso un degno fine vita, se si può definire degno o solamente vita, vegetare dentro un letto senza, forse, nemmeno vedere la luce o udire le voci.

Assunsi due infermiere e due badanti. E conoscendo i suoi gusti le cercai giovani e piacenti. “Chissà mai che non possano fare il miracolo di risvegliarlo”, pensai ironicamente, ma neanche troppo a dire il vero.

Nessun miracolo si verificò, mio padre era e rimase una statua di carne emaciata da accudire costantemente, disteso dentro un letto attrezzato per la bisogna.

 

Improvvisamente mi trovai davanti a un bivio: proseguire sul percorso tracciato da mio padre, oppure svoltare decisamente e dare un senso compiuto alla mia esistenza?

Scelta complicata, difficile cambiare, a trent’anni, lo stile di vita praticato da sempre; ma guardando come si era ridotto mio padre a soli sessant’anni, realizzai che prima di ridurmi a una larva, valesse la pena perlomeno di provarci.

 

Alessandra era bellissima, carattere docile ma non fragile; con lei avrei provato a dare un senso alle mie vuote giornate e, naturalmente, anche alle mie tribolate notti.

Avrebbe potuto funzionare… ma non funzionò; c’era qualcosa nella mia testa che girava al contrario, e il cambiamento repentino e radicale dello stile di vita, contribuì a mandare a massa il cervello.

Per ovviare allo sdoppiamento delle immagini che mi procurava la luce solare, ero costretto a portare occhiali scuri, ma essendo il problema psichico e non oculistico non risolsero granché.

Inoltre, il disturbo del sonno dalla notte si propagò al giorno, oramai riuscivo a riposare, a singhiozzo, un’ora in totale tra giorno e notte.

Sull’orlo della disperazione, affidai la mia vita e il mio futuro nelle mani di un neurologo di fama; ma dopo mesi di analisi e inutile cure compresi, auto analizzandomi, che non ce l’avrei mai fatta a guarire; per il semplice fatto che la mia non era affatto una malattia ma un modo d’essere.

Noi siamo ciò che abbiamo appreso! E quello che mio padre mi inculcò sin da piccolo, sarebbe stato il marchio indelebile che avrebbe accompagnato ogni mio gesto; io ero e sono, come lo è stato lui, un animale notturno, l’evoluzione o l’involuzione del genere umano.

Così lasciai Alessandra al suo destino e tornai a vivere la notte. Ma il delicato meccanismo mentale, sollecitato oltremodo non reagì di conseguenza; il disturbo del sonno non retrocesse, anzi, peggiorò.

 

Trascorsi un lungo e insonne anno, cercando di rimettere in ordine, da solo, il meccanismo che governa il nostro pensare e, conseguentemente, l’agire. La lunga introspezione alla fine generò una teoria così folle, che solo un pazzo poteva provare a sperimentare.

 

In quell’anno foderai la camera di pannelli fonoassorbenti, in modo che i rumori del giorno non potessero entrare; montai lugubri e pesanti tendaggi neri alle finestre per non far penetrare nemmeno un filo di luce, nel vano tentativo di riuscire a dormire il giorno per ritrovarmi pimpante la notte.

Un tarlo in quel periodo s’insinuò tra i pensieri. “Forse il sangue di mia madre e mio padre, hanno generato un essere superiore… ancora inconsapevole del suo grande potere”, pensai il giorno che feci mettere nella stanza vuota una bara di mogano. «Ѐ per mio padre, gli resta poco… quando verrà il momento non voglio farmi trovare impreparato», mi giustificai coi facchini che osservavano perplessi la bara appena posata nel centro della lugubre e vuota camera.

Non funzionò! Nemmeno chiudendomi dentro la bara riuscivo a riposare. «Evidentemente la metamorfosi da uomo a vampiro non è completa… manca poco, un piccolo passo… ma in quale direzione farlo?» mi chiedevo steso nella bara con gli occhi spalancati nel buio totale.

«Il sangue!» esclamai aprendo il coperchio, sicuro d’aver trovato l’elisir dell’immortalità.

 

«Alba?» esordii, dopo aver composto il numero dal cellulare criptato, acquistato al mercato nero. E dopo aver ricevuto conferma dell’identità, le chiesi se praticasse sesso orale.

«E tutta la notte?» le chiesi ancora dopo aver avuto conferma che ogni mio desiderio sarebbe stato esaudito, alla modica tariffa di euro cento all’ora.

Trovato l’accordo mi disse che avrebbe potuto ricevermi alle ventitré, essendo precedentemente impegnata a soddisfare un altro cliente.

«Ok, va benissimo, sarò da te alle ventitré e trenta», conclusi salutandola, posticipando di mezz’ora per non incappare nel cliente in uscita.

 

«Prima d’iniziare, vorrei rinfrescarmi», le dissi dopo essermi spogliato, mostrandomi nudo con la valigetta nera stretta nella mano destra.

«Vai pure… Guarda che la valigetta la puoi posare, pratico il mestiere più antico del mondo, e non è quello di ladra» fece lei risentita.

«Ti ho già detto che contiene dei documenti riservati, se non ti spiace, preferisco tenerla con me» replicai ombroso. Al che lei alzò le spalle. «Fai un po’ come ti pare», disse togliendosi il reggiseno, l’ultimo indumento che le era rimasto indosso, prima di distendersi sul letto.

«Alba! Puoi venire in bagno?» esclamai eccitato.

«Cosa ti serve?» mi chiese alzandosi dal letto.

«Vuoi farlo lì!» esclamò stupita sgranando gli occhi.

Aprendo la porta del bagno mi aveva visto nudo in splendida erezione, appoggiato con le natiche e le mani al bordo del lavabo.

La mia risposta si limitò ad un’espressione fortemente lussuriosa, e tanto bastò.

Inginocchiandosi davanti a me, usando labbra e lingua iniziò ad operare sul membro; mentre io, staccando una mano dal lavabo, l’affondavo nei sui capelli.

L’attesa del momento topico in cui agire, mi procurò il miglior orgasmo della mia vita; fu quello il segnale: mentre le riempivo la bocca, con l’altra mano, la destra, afferrai il pugnale da seppuku, che avevo preso dalla valigetta occultandolo dentro il lavabo.

Tirandola per i capelli le rovesciai la testa all’indietro; non le lasciai nemmeno il tempo di capire cosa le stesse accadendo, subitamente con un colpo deciso le recisi la carotide; provò a urlare mentre il sangue schizzava copioso dalla ferita mortale, ma serrandole la bocca con la mano la spinsi a terra; attesi un minuto, forse meno, e quando perse i sensi, immersi la bocca nella ferita e iniziai a succhiare il suo caldo sangue.

Mezz’ora dopo ero disteso esausto sul pavimento arrossato dal sangue, accanto al cadavere di Alba: la mia prima vittima vampirizzata!

Lì disteso rivissi la scena più volte, trovandola sempre più eccitante. Alla fine, dopo aver lavato il pugnale lo riposi nella valigetta, feci la doccia e, dopo essermi rivestito, schiusi la porta d’ingresso, controllai che non ci fosse nessuno per le scale e lasciai l’appartamento; mancava oramai poco al sorgere dell’alba, dovevo sbrigarmi se volevo accomodarmi dentro la bara prima di essere colto per strada dal sorger del sole.

 

Eccitato, spaventato ma non pentito per l’orrendo crimine appena commesso, mi sdraiai nella bara. “Ora, vediamo se funziona”, ebbi solo il tempo di pensare dopo aver chiuso sopra di me il coperchio, prima di cadere in un lungo sonno catalettico, dal quale mi risvegliai quando il sole aveva ormai esaurito il suo diurno tragitto.

 

Solo allora, riposato e pimpante come non mi capitava… praticamente da sempre, iniziai ad analizzare i terribili fatti della notte precedente e il riverbero che ebbero sul mio essere interiore.

La prima cosa che feci, fu di leggere i notiziari online, per capire se il delitto fosse stato scoperto e se l’assassino avesse lasciato qualche traccia che potesse condurre gli inquirenti a sospettare di me.

«Molto bene!» esclamai soddisfatto, leggendo che brancolavano nel buio.

Poi passai ad analizzare il mutamento psicofisico che l’atto vampiresco aveva prodotto su di me. “Mi sento incredibilmente forte, invincibile, la metamorfosi è giunta al suo compimento. Forse la scienza ufficiale derubricherebbe il tutto a malattia mentale, la cosiddetta: sindrome del vampiro! Ma io so che non è così”, pensavo sorridendo. Poi, incupendomi, spostai la riflessione sul pericolo corso, decidendo di fatto che non sarebbe più dovuto accadere. «Quel che doveva essere fatto, è stato fatto. Ora vivrò serenamente le mie notti e, altrettanto serenamente, trascorrerò i miei giorni riposando dentro la bara, come si addice a un vampiro doc!» chiosai con una punta d’ironia, accompagnata da una lugubre risata.

 

Per un paio di mesi tutto sembrò procedere a meraviglia, poi l’insonnia tornò a funestare le mie giornate, procurandomi devastanti emicranie e una debolezza generalizzata. «Sangue! Sangue! Sangue!» urlavo sbattendo la testa dentro la bara.

Dopo giorni e notti insonni, realizzai che sarei dovuto tornare a succhiare l’animo sanguigno di un essere vivente; così, per non prendere rischi eccessivi, ripiegai sul sangue animale. Acquistai dei conigli vivi, li sgozzai e ne succhiai con veemente ingordigia il vermiglio nettare.

Ma il sangue di coniglio non bastò, non servì a chetare la sete del vampiro che governava il mio io a suo piacimento. «Il sangue deve essere umano, e il rito deve essere compiuto integralmente», ripeteva insistentemente la sua voce, martellandomi il cervello.

Alla fine crollai e, come un drogato in crisi d’astinenza, andai alla ricerca dell’elisir del demonio. «Una volta ancora, poi, vada come vada, basta!» mi dissi, consapevole del pericolo che stavo correndo.

La mia seconda, chiamiamola prestazione da vampiro, fu la fotocopia della prima, con l’unica variante della location: la camera da letto invece del bagno.

Mentre la vittima predestinata era in bagno, nascosi il pugnale sotto il cuscino, poi, nel momento cruciale, lo presi e tirandola per i capelli portai a compimento il secondo orribile scempio.    

 

Nei giorni seguenti appresi che la polizia scientifica era riuscita a isolare il DNA dell’assassino, ricavandolo dallo sperma presente nel cavo orale della prostituta; così, confrontandolo con quello del primo omicidio, compresero di trovarsi davanti a un serial killer.

Uno schizofrenico dalle incontrollabili pulsioni erotico-omicide, che avrebbe sicuramente colpito di nuovo; sentenziarono illustri psichiatri.

A quel punto, continuare sarebbe stato come nascondersi dietro una parete di vetro. «Devo riuscire a controllarmi, troppo pericoloso proseguire su questa strada», dissi, leggendo l’ennesimo articolo che cercava di spiegare il motivo sociale che spingeva il killer a sgozzare le prostitute dopo averci fatto del sesso orale.

 

Per più di sei mesi, a prezzo d’immani fatiche mentali, riuscì a contenere dentro me il mostro, il vampiro assetato di sesso e sangue. “Ѐ venuto il momento di estirparti una volta per tutte dal mio io interiore”, pensai al duecentesimo giorno di faticosa astinenza, ripromettendomi di disfarmi della bara e tornare a una vita normale, cadenzata dal giusto equilibrio biologico che abbinasse il giorno con il risveglio, e la notte con il riposo.

 

Ieri sera, una crisi più violenta delle precedenti, scardinò ogni mia difesa, pur conscio del pericolo che stavo correndo, andai a cercare una prostituta di strada. «Troppo traffico, caricarne una in questo contesto, equivarrebbe a consegnarmi nelle mani della polizia!» proruppi con rabbia stringendo il volante, osservando il via vai continuo di macchine lungo il viale presidiato da prostitute dell’est.

 

Ma la bestia scatenata pretendeva la sua preda. Allora vagai come un disperato lungo le strade della periferia alla ricerca di una donna qualsiasi, giovane o vecchia, bella o brutta, tutto avrei accettato pur di dissetare il vampiro.

Incrociai altri gruppi di prostitute e altre macchine che sfilavano loro accanto. «Niente da fare, troppo rischioso con tutta questa gente in cerca di sesso, meglio tornarsene a casa prima di commettere qualche sciocchezza», arrivai a concludere, provando a contenere una volta di più la voglia di sesso e sangue.

 

Entrando in casa incrociai Irina, la badante di mio padre. «Suo padre si è sporcato, ho dovuto lavarlo, ora mi faccio una doccia e vado a letto… Buona notte, Naborre» mi informò passandomi accanto.

«Buona notte, Irina», replicai, osservando le sue forme trasparire dalla vestaglia.

Forse, se non l’avessi incontrata in corridoio le cose sarebbero andate in modo diverso, ma il destino decise che così doveva andare.

 

Dopo essermi spogliato, presi il pugnale; mentre mi avvicinavo al bagno, dalla porta lasciata aperta sentivo scrosciare l’acqua della doccia; entrai e chiusi la porta a chiave; poi, nudo davanti alla doccia, nascondendo il pugnale dietro la schiena, rimasi a guardare l’acqua scorrere sulla pelle eburnea di Irina.

«Naborre! Che ti sei messo in testa?!» urlò rendendosi conto della mia presenza. Poi uscì dalla doccia e mentre afferrava l’accappatoio aggiunse, risentita: «Faccio la badante, non la puttana!»

«Beh! Se vuoi continuare a vivere, ti conviene cambiare atteggiamento!» latrò la bestia che è in me mostrandole il pugnale. Poi, mentre lei piangendo m’implorava di lasciarla andare, le urlai: «Mettiti in ginocchio!»

Tremando come una foglia Irina si inginocchiò.

«Ora fammi godere se vuoi continuare a vivere», aggiunsi stringendole con una mano i capelli e spingendo la sua bocca contro il mio pene eretto, mentre con l’altra tenevo la lama appoggiata al suo collo.

Non saprei dire se in quel momento, Irina comprese di trovarsi davanti all’imprendibile killer delle prostitute di cui ancora narravano i giornali; ma dal suo comportamento e dal piano che mise in atto subitamente, opterei per il sì.

 

Certo che, pur non essendo una professionista, come lo seppe lavorare lei, nessuna mai!

Quel lavorio di labbra e lingua, atteso ormai da troppo tempo, finì per allentare l’attenzione da quello che era il fine ultimo, lo scopo vero del rito.

Ormai prossimo all’orgasmo, commisi l’errore di allentare la presa sui capelli e di lasciar scivolare la mano che teneva il pugnale appoggiato alla sua gola lungo il corpo.

Quello era il momento atteso sin dall’inizio da Irina. Fu questione di un attimo; urlando di dolore lasciai cadere il pugnale e, affondando le mani nei capelli provai a strapparmela di dosso.

Allora Irina mollò la presa, spalancando la bocca insanguinata e, mentre io osservavo dolorante e stranito il glande macilento quasi staccato dal resto del pene, provò a scappare; ma la porta del bagno che avevo chiuso a chiave, arrestò la sua fuga.

«Apriti! Apritemi! Aiuto!» urlava agghiacciata in preda al panico, continuando a tirare la maniglia senza girare la chiave.

«Puttana!» urlai rabbioso afferrando il pugnale da terra, precipitandomi su di lei nonostante il dolore lancinante.

La presi alle spalle e affondandogli il pugnale nel collo le recisi la carotide.

Cadde a terra rantolando con gli occhi azzurri sbarrati che parevano chiedermi perché proprio lei. Vedendo il sangue sgorgare copioso mi scordai della mia ferita e, scivolando su di lei, provai a portare a compimento il rito.

Ma un dolore pulsante e insopportabile mi costrinse a staccarmi dalla preda.

Urlando di dolore, guardai la carne macilenta tra le mie gambe sanguinare copiosamente, il dolore arrivò fino al cervello, spingendomi ad agire in modo folle; afferrai il pene sanguinolento e macilento con la mano sinistra, poi, con la destra presi i pugnale da terra e con un taglio deciso mi evirai e gettai il membro dentro il water. Ero certo che tirando lo sciacquone, il dolore che si portava appresso lo seguisse, ma non fu così.

 

«Morirò dissanguato!» esclamai spaventato, osservando il moncone grondare copiosamente.

«Dentro la bara!» mi sovvenne dopo una breve riflessione.

E mentre mi avviavo, sanguinando, realizzavo di essere un vampiro, dunque: immortale nonostante il dolore.

 

Ed ora eccomi qui, steso dentro il mio rifugio diurno, bagnato dal mio sangue che continua a sgorgare, in attesa di risorgere con la prossima luna… o di morire dissanguato se mi sono sbagliato.      

 

                                                    Fine

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Paolo Guastone il 2018-06-19 12:19:36
Molto bello. Soprattutto molto bello è l'escamotage che hai usato per passare dal giovane rampollo debosciato (come il padre), al sanguinario vampiro. Ma....siamo sicuri che sia andata veramente così? Se lo chiede anche il protagonista e, francamente, non vorrei essere nei suoi panni. Piaciuto molto (...anche se c'è un'Alessandra in meno ed un'Adriana in più.....).

Vecchio Mara il 2018-06-19 13:22:11
Con i nomi continuo a fare confusione, per fortuna che ci sei tu che riesci a segnalarmeli, Ho tolto l'Adriana di troppo . Per capire come sia andata realmente, al protagonista non rimane che attendere la notte, se si risveglierà, guardandosi tra le gambe comprenderà di essere precipitato nell'eterna infelicità. Ti ringrazio. Ciao Paolo

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Gerardo Spirito il 2018-06-20 03:41:25

Bella storia non c\'è che dire, e te lo dice uno che evita come la peste le storie di vampiri (anche se questa lo è fino a un certo punto senza fare spoiler). I tratti psicotici del protagonista mi hanno ricordato la figura di Pat Bateman di \"american psycho\" di bret easton ellis; anche quel carattere in fin dei conti era ossessionato dal sangue (in modo diverso rispetto al tuo) e dal sesso, e la scena finale con Irina mi ha ricordato una scena famosa di quel libro. Sono d\'accordo con paolo, hai tratteggiato molto bene la \"trasformazione\" del protagonista, a partire dagli anni di fuoco con il padre. Infatti sembra quasi inevitabile che sia diventato quello che è diventato visto quanto vissuto col suo vecchio. È un racconto ma potrebbe facilmente diventare un romanzo, anche solo con gli elementi che metti qui in gioco, perchè c\'è molta carne sul fuoco e te la sei cavata molto bene. Una nota personale; a mio parere stride la parola "pingue" che all\'inizio utilizzi due volte (seppur in due righe abbastanza distanti fra loro) visto che comunque si tratta di un termine abbastanza ricercato per non dire desueto. Mi è saltato \"troppo\" all\'occhio. Un saluto!

Vecchio Mara il 2018-06-20 13:17:16
essendo stato scritto praticamente tutto sui vampiri, ho provato a distaccarmi dal superabusato cliché del vampiro dai lunghi canini. Avevo sentito parlare della cosi detta sindrome del vampiro. e usandola come traccia ci ho costruito sopra una storia poco horror e molto noir, credo. Farne un romanzo potrebbe essere se non facile certamente possibile, ma non per me. Sicuramente lo sarebbe per te, dato che molti dei tuoi racconti che ho letto sono dei veri e propri miniromanzi, io non riuscirei mai a descrivere i luoghi, le situazioni e i caratteri dei personaggi come fai tu. Mi pare d'aver letto un commento sotto uno dei tuoi racconti, in cui, uno che se ne intende di narrativa, Massimo Bianco, diceva di ritenerti uno dei pochi, se non l'unico del sito, in grado di pubblicare un romanzo completo; e su questo, pur non essendo io un esperto, mi sento di dargli ragione. Per quanto riguarda il "pingue", ogni qualvolta devo descrivere una persona obesa, mi viene naturale scrivere "pingue" invece che "grassa". Che ti devo dire: sarà l'età non più verde che spinge la mente a tirar fuori termini desueti. Ti ringrazio. Ciao Gerardo.

Gerardo Spirito il 2018-06-20 13:27:56
Eheh ti ringrazio giancarlo, vedremo sul romanzo da pubblicare, ne sto scrivendo uno da due anni e non riesco mai a trovare il tempo di finirlo nonostante manchi davvero poco. Comunque sul pingue mi sono spiegato male, la parola va bene, solo che nel testo stride a mio parere il fatto che la utilizzi due volte in due righe "ravvicinate", tutto qui. È una ripetizione che per un termine così "poco comune" risalta all'occhio eheh. Un saluto

Vecchio Mara il 2018-06-20 14:48:09
ok. ora ho capito, il testo l'avevo scritto tempo fa e non avevo ben compreso a cosa si riferisse il "pingue" ripetuto: pensavo a una persona grassa. Effettivamente, anche se non fosse stata una ripetizione non mi suonava bene, parlo della seconda frase. Così ho corretto in questo modo: "Lei accettò la ricca buonuscita...", così suona meglio. Ti ringrazio d'avermelo segnalato nuovamente, così mi hai permesso di correggere la frase. Ciao Gerardo.

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Airolg il 2018-10-02 22:17:39
Come tu stesso hai commentato, in questi ultimi anni c'è stato quasi un abuso della figura del vampiro. Qui hai trovato un modo nuovo ed originale per riprendere il tema da un punto di vista diverso e portare avanti un personaggio che, nella sua follia, risulta piuttosto convincente.

Vecchio Mara il 2018-10-03 10:47:55
diciamo che questa è una storia di agghiacciante follia umana. D'altronde, come ho detto, scrivere qualcosa di nuovo sui vampiri, dopo che è stato detto di tutto e di più è compito assai arduo. Io ci ho provato con una vicenda che potrebbe benissimo essere accaduta nel mondo reale. Poi ho anche scritto altri due racconti con dei veri vampiri, ma anche qui, per staccarmi dallo stereotipo del vampiro che addenta il collo delle vittime, ho provato a cambiare il loro modo di nutrirsi del sangue della vittima. Insomma, voglio dire, io ce l'ho messa tutta per scrivere qualcosa di nuovo e diverso sui vampiri. Detto ciò, ti ringrazio d'aver commentato questo mio racconto. Ciao.

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Eli Arrow il 2018-10-06 09:03:37

Un bel racconto che mi ha fatto fare un tuffo in una mente distorta, malata, che pare estraniata da se stessa per quel suo modo distaccato di narrare gli eventi quasi stessero succedendo a qualcun altro, come fosse una sorta di documentario di sè. Osservatore e protagonista, un punto di vista non sempre facile da sostenere, ma qui ci sei riuscito bene.

Ho apprezzato anche la cura che hai dedicato a questo testo, che non mi pare uno di quelli che scivi e poi pubblichi senza curarti molto della revisione e quindi l'ho letto con piacere doppio.

L'unica cosa che ti segnalo è l'uso di 'chiosare' che so che è un termine che ti piace molto (l'ho trovato quasi sempre nei tuoi racconti) , ma non è corretto in questo contesto.

Ciao buon fine settimana :)

Vecchio Mara il 2018-10-06 09:46:46
Più che horror, si potrebbe definire un racconto psicologico, un viaggio nei meandri della follia. Per quanto riguarda la cura del testo, era un vecchio racconto che ho rivisto cercando di migliorare in special modo la punteggiatura. E' vero, "Chiosare", come pure "virare" sono due termini che uso spesso. Per quanto riguarda "virare", da quando Rubrus mi ha fatto notare che una persona non è una barca a vela, e che è sarebbe meglio usare "voltare" oppure "girare", non l'ho più usato. E ora che me lo hai segnalato, proverò a diradare l'uso, a volte scorretto, di "chiosare", Tengo sempre in considerazione gli errori che mi vengono segnalati, aiutano a migliorarmi, per questo non posso che ringraziarti per questo tuo commento. Ciao Eli.

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