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La memoria di San Pietroburgo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-06-15 20:50:41


La memoria di San Pietroburgo

 

Avevano passato i lunghi mesi invernali a rifinire i dettagli del viaggio a San Pietroburgo, il professor Ugo Galimberti e i suoi amici.

Ugo Galimberti, docente di storia dell’arte, cinquantacinquenne celibe, era l’anima, il motore organizzativo dei viaggi che, annualmente, il circolo culturale programmava in una città d’arte europea.

L’eccitazione del piccolo gruppo, ventidue fra uomini e donne, che solitamente accompagnava l’imbarco all’aeroporto, quel mese di giugno fu sostituita dal timore che il precipitare degli eventi potesse rovinare i tanto sospirati dieci giorni nella città degli Zar.

 

«Guardate qui, i russi dopo l’Ucraina stanno ammassando truppe anche al confine lituano!», annunciò in tono grave il dottor Giulio Rinaldi, arrivando trafelato dell’edicola dell’aeroporto, mostrando la prima pagina del quotidiano al gruppetto in attesa d’imbarcarsi.

«Ascoltate!» esclamò Ugo Galimberti, ponendo fine al brusio attirando l’attenzione su di sé. «Non è la prima volta che la Russia ammassa truppe sul confine di uno stato vicino; è successo praticamente un paio di volte ogni lustro nell’ultimo ventennio. Secondo me, si tratta solo di una prova muscolare, messa in atto sperando d’ottenere qualche concessione per le minoranze russe in Lituania.»

«Ne sei certo?» domandò una donna visibilmente spaventata.

Il Galimberti scosse la testa. «Che non invadano la Lituania?» fece una pausa. «No!» concluse seccamente, spargendo sconcerto. Aggiungendo subito dopo, alzando il tono: «Ma analizzando la situazione sul confine ucraino, dove le trattative diplomatiche proseguono mentre i due eserciti si guardano in cagnesco da più di quattro mesi, sono sicuro che, se per ipotesi dovesse accadere, non avverrà nei prossimi dieci giorni; prima di arrivare allo scontro, entrerà in campo la diplomazia. Ci vorranno mesi per dirimere la diatriba, in modo pacifico oppure…»

Quando concluse, lasciando la frase in sospeso, il brusio riprese più forte.

«Abbiamo passato l’inverno a programmare il viaggio, versato le quote al tour operator; è troppo tardi per rinunciare!» rammentò loro, alterandosi, Ugo Galimberti.

L’altoparlante chiamò i passeggeri del volo per San Pietroburgo. «Ѐ ora di andare… Se qualcuno non se la sente, lo dica ora», aggiunse contrariato, guardando negli occhi uno dopo l’altro i suoi ammutoliti compagni di viaggio.

Non ottenendo risposta, sbuffò. «Fate un po’ come vi pare, l’aereo è già sulla pista!» concluse avviandosi al cancello d’imbarco, seguito a testa bassa da tutti gli altri.

 

Volò per poco meno di quattro ore l’aereo, prima atterrare all’aeroporto di San Pietroburgo. Qui, dopo aver espletato le formalità e ritirato i bagagli, il gruppetto di turisti salì sul pullman del tour operator che li attendeva per condurli all’hotel. Alle tre del pomeriggio, dopo aver sistemato i bagagli nelle camere, i turisti si riunirono nella hall.

 

«Manca qualcuno?» domandò Ugo Galimberti.

«Sto arrivando!» rispose una voce di donna proveniente dall’ascensore.

«E chi, se non Dorotea, poteva attardarsi per rinnovare il trucco!» l’apostrofò in tono ironico Ugo Galimberti, trascinando al riso la comitiva. Aggiungendo subito dopo: «Bene, ora che Dorotea si è degnata di farci dono della sua gradita presenza e attenzione, e visto la cena sarà servita fra quattro ore; che ne direste di farci una bella scarpinata lungo la prospettiva Nevskij?»

Molti con entusiasmo, alcuni adeguandosi mugugnando, seguirono il carismatico capocomitiva fuori dall’hotel, sito in una via traversa a poco più di duecento metri dalla prospettiva Nevskij.

Rientrarono dopo un paio d’ore, tutti stanchi, alcuni allegri con i primi pacchetti di souvenir tra le mani, molti ancora preoccupati per il precipitare degli eventi lungo il confine russo.

 

«Molti cinesi, qualche arabo… oltre a noi e quei tedeschi là in fondo, nessun’altra comitiva proveniente dall’Europa occidentale… Apro una parentesi: un tedesco mi ha detto che oggi è l’ultimo giorno del loro tour, subito dopo la cena di commiato se ne torneranno in Germania, chiusa la parentesi. Eppure questo è il periodo delle notti bianche, centrale per il turismo… No, non è normale tutto questo», fece notare conversando durante la cena, dopo aver buttato un occhio sugli altri tavoli, l’architetto Antonio Ballanti.

«Si vede che gli altri sono più furbi di noi», buttò lì, con studiata noncuranza, Giulio Rinaldi.

«O più stupidi!» chiosò prontamente Ugo Galimberti.

«Mah, non credo proprio. Ci sarà pure un motivo se, a parte noi e pochi altri occidentali, i negozi sulla prospettiva brulicavano di turisti di paesi amici dei russi...» cominciò a dire la signora Marisa Bianchi, iniziando quella che voleva essere un’analisi approfondita della situazione.

«Marisa!» proruppe Dorotea, interrompendola con voce stridula. «Ti prego, non cominciare con le tue analisi politiche! Siamo qui per ammirare le bellezze artistiche di San Pietroburgo, cerchiamo di circoscrivere il tema della conversazione; proviamo per un attimo a scordarci quello che succede a migliaia di chilometri da qua.»

«Brava Dorotea, così ci si comporta in vacanza!» commentò l’avvocato Armando Lucci, battendo le mani.

Gli altri annuirono, e da quel momento la conversazione si spostò sui monumenti e le opere d’arte della città.

Il cambio di registro, oltre all’ottima cena bagnata con del buon vino italiano, un Chianti classico, riportarono l’allegria.

Alle undici di sera, l’allegra comitiva chiuse la cena con un ultimo brindisi a base di vodka, poi ridendo e scherzando s’incamminarono verso l’ascensore; lì giunti si fermarono ad attendere Ugo Galimberti che si era recato alla reception. Il quale, subito dopo, mentre attendevano gli ascensori li relazionò. «Il portiere mi ha fatto sapere che domani mattina alle nove ci farà trovare i ticket per l’Ermitage. Detto questo, l’appuntamento è per le otto e trenta per la colazione… mi raccomando la puntualità!» concluse posando uno sguardo implorante su Dorotea.

«Sarò la prima a scendere, te lo prometto, bel ragazzo!» rispose lei in tono ironico, accarezzandolo.

 

«Chi è?» domandò con voce impastata Ugo Galimberti, svegliato da un insistente battito di nocche sulla porta della camera.

«Giulio… Giulio Rinaldi», rispose una voce dal tono contenuto dall’altra parte della porta.

Ugo Galimberti guardò l’ora. “Le sette! Che diavolo vorrà a quest’ora?” si domandò mentre indossava la giacca da camera.

Come aprì la porta, Giulio Rinaldi si precipitò dentro la camera. «Non riesco a chiamare casa… il telefono è muto… dev’essere successo qualcosa di molto grave», diceva in tono concitato, mostrando il cellulare che stringeva nella mano destra.

«Calmati, siediti e riprendi fiato», ribatté in tono pacato Ugo Galimberti, indicando la poltroncina accanto allo scrittoio.

«Bene… ora ascoltami…» aggiunse senza alterarsi quando Giulio Rinaldi si accomodò. «Ci sono due ore di differenza tra l’Italia e la Russia, chi vuoi che ti risponda alle cinque del mattino?»

«Mi prendi per uno stupido? Lo so bene che in Italia sono le cinque! Ma mio figlio vuole sentirmi ogni mattina prima di recarsi al lavoro… e il suo turno all’ospedale inizia alle sei!» spiegò alterandosi Giulio Rinaldi. Poi, sventolando il cellulare sotto il naso dell’amico, proseguì alzando ulteriormente il tono: «Non c’è linea! Hanno tagliato i collegamenti!»

«Ne sei certo? Prova a chiamare con il mio», replicò Ugo Galimberti, indicando il cellulare posato sullo scrittoio.

Giulio Rinaldi prese il cellulare, compose il numero e rimase in attesa per più di un minuto. «Niente, è muto», commentò alla fine, mostrando il cellulare all’amico.

«A ‘sto punto, inizio a preoccuparmi anch’io», disse Ugo Galimberti, stringendo il mento tra il pollice e l’indice della mano destra.

«E questo è niente!» proruppe uno spaventato Giulio Rinaldi. «Se vuoi continuare a preoccuparti, accendi il televisore; io l’ho fatto dopo aver chiamato mio figlio. I programmi delle reti italiane sono spariti. Solo programmi in lingua russa, con immagini per niente tranquillizzanti… Tu che lo mastichi un po’, prova a vedere se riesci a capirci qualcosa», concluse indicando l’apparecchio.

Ugo Galimberti prese il telecomando. «Porca puttana», mormorò guardando le immagini di truppe corazzate in movimento, mentre ascoltava la voce dello speaker.

«Che sta dicendo?» chiese con impazienza Giulio Rinaldi.

«Zitto! Fammi capire!» rispose ammutolendolo.

Per dieci minuti abbondanti i due rimasero in silenzio con gli occhi incollati allo schermo. «Dopo cinquant’anni di scaramucce… siamo alla resa dei conti. Stavolta sarà dura sfangarla», commentò in tono rassegnato Ugo Galimberti, spegnendo il televisore.

«Per noi, o per loro?» chiese ancora Giulio Rinaldi.

Ugo Galimberti scosse il capo. «Per l’umanità… per l’umanità, amico mio», rispose in tono grave. Rifletté un attimo e aggiunse: «Mi vesto e vado a informarmi dal portiere!»

«Vengo anch’io!» esclamò prontamente Giulio Rinaldi.

«No! Bisogna avvertire gli altri. Vai a svegliarli e falli scendere nella hall», disse Ugo Galimberti iniziando a vestirsi.

Giulio Rinaldi annuì e se ne andò velocemente a bussare alle camere degli altri.

 

Seduti sui divani della hall, i componenti della comitiva seguivano, con sguardo attonito, il discernere grave di Ugo Galimberti che, camminando in mezzo a loro, li stava rendendo partecipi di ciò che aveva appreso, prima dal notiziario in russo e poi dal portiere. «Da quel che ho capito ascoltando il notiziario, l’esercito ha attraversato il confine con l’Ucraina. Una grave violazione della sovranità nazionale, già accaduta altre volte e poi ricomposta per via diplomatica… ma stavolta la vedo dura. Sembra che la Nato stia muovendo le truppe verso il confine lituano. Inoltre, il presidente degli Stati Uniti ha usato parole di fuoco, quasi volesse cercare l’incidente per chiudere la faccenda una volta per tutte. Poco fa ho chiesto conto al portiere dell’isolamento telefonico; lui, usando tatto e gentilezza, si è scusato, dicendomi che non era al corrente del motivo della disfunzione e di non lasciare l’hotel perché starebbe per arrivare un fantomatico funzionario per spiegarci la situazione.»

«Secondo te, abbiamo dichiarato guerra alla Russia?» domandò il commercialista Giuseppe Adoni, stringendo a se l’impaurita moglie Teresita.

«Non so voi… io no di certo», rispose facendo dell’ironia Ugo Galimberti, strappando qualche timido sorriso senza riuscire a risollevare il morale dei più.

«Beh, ormai la frittata è fatta. Non ci resta che aspettare ‘sto funzionario per capire come stanno veramente le cose…» commentò rassegnata Dorotea. «Speriamo che sia perlomeno carino.”, concluse giuliva in un sospiro, strappando convinti sorrisi alla truppa.

«Se non ci fosse Dorotea, la dovremmo inventare!» esclamò ridendo di gusto l’avvocato Stefano Araldi. Poi si alzò e, indicando la sala apparecchiata per la prima colazione, aggiunse: «Non sta scritto da nessuna parte che si debba attendere la sentenza a stomaco vuoto!» E s’incamminò altero, con passo da principe del foro in direzione della sala, seguito a breve da tutti gli altri.

 

Terminata la colazione, si accomodarono sui morbidi divani della hall. E lì, per lo più in silenzio, immersi in cupi pensieri attesero l’arrivo del funzionario che avrebbe deciso il loro destino.

 

«Eccolo. Dev’essere quello», annunciò a bassa voce Giulio Rinaldi, indicando con il capo l’uomo alto che, indossando una severa grisaglia, faceva il suo ingresso nell’hotel seguito da due soldati e un ufficiale.

«S’è portato pure il plotone d’esecuzione», commentò in tono ironico Dorotea, spaventando le altre donne del gruppo.

«Dorotea, ti sembra il caso!» la rimbrottò fulminandola con lo sguardo Giuseppe Adoni, stringendo le mani tremanti di Teresita.

«Era solo una battuta… scusa», ribatté contrita Dorotea. Poi, sospirando con sguardo trasognante, chiosò con macabra ironia: «Sarà comunque eccitante, offrire il collo al ceppo di un così fascinoso boia».

Giuseppe Adoni non replicò, limitandosi ad esprimere la propria contrarietà serrando le labbra mentre scuoteva il capo.

 

Il portiere indicò al funzionario i divani dove si trovava la comitiva. Lui annuì e, seguito dai tre militari, s’incamminò.

«Buongiorno! Se permettete, mi presento: professor Ivan Dukaswili, sono qui per rendere piacevole la vostra permanenza a san Pietroburgo… Se avete qualche domanda, chiedete pure», esordì esprimendosi in un buon italiano.

Dorotea, perdendosi nei suoi occhi di ghiaccio sospirò; ma prima che avesse il tempo di farsi conoscere, Ugo Galimberti alzandosi chiese al professore usando un tono deciso: «Dobbiamo considerarci prigionieri politici?»

Ivan accennò un sorriso. «Assolutamente, no! Ritenetevi graditi ospiti della città di San Pietroburgo», rispose con altrettanta decisione.

«Possiamo ritenerci liberi di andare dove ci pare?»

«Non solo; l’amministrazione, a proprie spese, ha deciso di affidarvi una guida che vi farà conoscere le bellezze artistiche della città.»

«Presumo sia lei, la guida che dovrebbe “illuminarci”. Sbaglio?”, gli chiese allora, non risparmiandosi una punta d’ironia, Ugo Galimberti.

«Sono io!» confermò lapidario. Prima di rovesciare la domanda: «Presumo che lei sia il capo comitiva… Sbaglio?»

Ugo Galimberti guardando i suoi compagni di viaggio ottenne il loro assenso. «Così pare!» rispose allora.

«Posso sapere il suo nome?»

«Professor, Ugo Galimberti!» esclamò stringendogli la mano. Aggiungendo: «Qual è il motivo della presenza dei tre militari?»

«Il capitano è qui per ritirare i vostri passaporti», rispose, facendo gelare il sangue nelle vene degli italiani.

«Ah… non siamo più graditi ospiti?»

«I passaporti non vi servono. Ve li restituiremo quando lascerete San Pietroburgo.»

«Quando lasceremo San Pietroburgo?» lo incalzò Ugo Galimberti.

«Siete arrivati da un giorno, e già state pensando di partire? Ne riparleremo quando avrete visto tutto ciò che c’è da vedere.»

La risposta evasiva fece saltare la mosca al naso al professor Galimberti. «Una ben strana ospitalità, la vostra… un’ospitalità coatta, la definirei… Possiamo andare dove vogliamo, ma non lasciare la città… e nemmeno rassicurare i nostri cari con una telefonata.»

Ivan sorrise. «Sarà felice di sapere, che Il capitano ha fatto riattivare i telefoni nelle vostre camere», guardò l’orologio. «Da adesso, avete un’ora per salire in camera e chiamare chi volete. Noi vi aspetteremo qui… ricordatevi i passaporti.»

Corsero tutti nelle proprie camere… Tutti meno Ugo Galimberti che tornò ad accomodarsi sul divano.

«E lei, non ha nessuno a cui telefonare?» domandò stupito Ivan.

«No, non ho parenti da rassicurare… E il passaporto lo porto sempre con me», rispose traendolo dalla tasca della giacca.

Ivan, ringraziandolo, prese il passaporto e lo consegnò al capitano invitandolo, in russo, a lasciarlo solo con l’ospite. «Posso offrirle qualcosa?» gli chiese quando furono soli, indicando il bar.

«Un caffè, grazie.»

«Prego!» esclamò Ivan scostando la sedia per l’ospite, quando raggiunsero i tavoli del bar. Poi, rivolgendosi in russo al barman, ordinò una vodka e un caffè.

 

«A tutti i turisti presenti in città avete offerto la vostra, non richiesta, ospitalità?» chiese con un filo di sarcasmo Ugo Galimberti, prima di mettersi a sorseggiare il caffè.

«No, solamente a quelli provenienti dai paesi della Nato», rispose senza scomporsi Ivan.

«Lo supponevo… Praticamente ci state usando come scudi umani per proteggere la città da eventuali bombardamenti, nel caso la situazione dovesse volgere al peggio… Sbaglio?»

«Le cose non stanno esattamente così.»

«M’incuriosisce… come starebbero esattamente, le cose?» insistette Ugo Galimberti.

«Glielo spiegherò partendo dalla fine… Innanzitutto deve sapere che se “le cose”, come dice lei, dovrebbero volgere al peggio; anche nella peggiore delle ipotesi: un bombardamento nucleare! Voi sareste tra i pochi che potrebbero sfangarla.»

«La ringrazio, non può nemmeno lontanamente immaginare quanto mi sollevi sapere che, già domani, potrei sopravvivere a un esplosione nucleare», ribatté con amaro sarcasmo Ugo Galimberti.

«Comunque, non credo che si arriverà alla soluzione estrema», lo rassicurò Ivan. «Vede, non siete stati trattenuti per fare da scudi umani, ma come testimoni di un eventuale bombardamento sugli edifici storici di una città inerme, patrimonio dell’umanità; sperando che la vostra vigile presenza sconsigli dal compiere un simile scempio.»

Batté il tacco sul pavimento. «Nei sotterranei dell’Hotel che vi ospita, come in quelli di altre strutture similari, è stato ricavato un rifugio antiatomico. In caso di allarme ne potrete usufruire.»

«E i residenti?»

«Per noi ci sono altri rifugi disseminati per la città... Purtroppo, non sufficienti a salvare l’intera popolazione», rispose in tono sconfortato Ivan

«Di che cifre stiamo parlando?»

Ivan trasse un lungo respiro ed esalandolo rispose: «Poco più del dieci per cento della cittadinanza riuscirebbe a salvarsi!»

«Dio mio! Ѐ agghiacciante, dopo tutti questi anni dover temere ancora l’incubo nucleare.»

«Lo è!» confermò Ivan.

«Non sarebbe stato meglio lasciarci liberi e sfruttare i rifugi degli alberghi per mettere in salvo il maggior numero di civili?»

«Lo sarebbe stato… ma, purtroppo, i nostri strateghi hanno deciso in altro modo», rispose uno sconsolato Ivan.

«Un piano degno della corazzata Potemkin!», scappò detto in tono sarcastico a Ugo Galimberti.

«Come?»

«Non ci faccia caso; i sui strateghi mi ha fatto tornare alla mente l’immortale battuta di un comico genovese, morto da più di trent’anni.»

«Non comprendo.»

«Ora le spiego…» disse Ugo Galimberti, iniziando a narrare l’atto di fantoziano coraggio al cineforum.

Ivan rise di gusto. «Sì, convengo: la corazzata Potemkin, è un paragone calzante.»

«Secondo me, calzerebbe bene anche indosso al vostro piccolo zar», ribatté con sarcasmo Ugo Galimberti.

Ivan s’irrigidì. «Non penso!» esclamò indurendo il tono. Si guardò attorno con fare circospetto, allungo il collo e, avvicinando la bocca all’orecchio dell’ospite, sussurrò: «Per Pavel Pavlovic, ci vorrebbe l’incrociatore Aurora… non so se mi sono spiegato?» concluse sorridendo.

«Si è spiegato benissimo… benissimo», confermò Ugo Galimberti. Poi, incupendosi, cambiò decisamente tono e argomento: «Consapevoli del fatto che tutto questo potrebbe essere cancellato per sempre da un giorno all’altro… mi chiedo con quale spirito osserveremo i monumenti e le opere d’arte della città».

«Con lo spirito dell’esploratore», ribatté prontamente Ivan.

«Lo spirito dell’esploratore?»

«Sì, osserverete le bellezze che si apriranno al vostro sguardo con lo spirito dell’esploratore che scopre nuove meraviglie, per conservarne il ricordo da narrare a chi non potrà mai più goderne», spiegò, accalorandosi, Ivan.

«Presumo che quello che mi sta dicendo, esuli dal piano dei vostri strateghi… Sbaglio?»

«No, non si sbaglia… Diciamo che l’ho implementato, rendendolo più appetibile, di mia sponte.»

«Ok, allora assaggiamolo… vada avanti», lo esortò, sempre più preso dall’argomento, il professor Galimberti.

Era quello che Ivan si aspettava di sentirsi dire. Dopo aver ordinato un’altra vodka, ingurgitandola tutta d’un fiato, iniziò a sciorinare la sua idea per rendere oltremodo piacevole, oltreché utile, la permanenza della comitiva a San Pietroburgo. «Il piano originale prevede che in cambio dell’ospitalità, voi sopportiate la presenza, saltuaria, di telecamere che riprendano la stupefatta gioia dei vostri sguardi mentre ammirate l’incomparabile scenografia di San Pietroburgo. Le immagini saranno poi distribuite ai notiziari nazionali; in modo che tutti si possano rendere conto dell’ospitalità che la Russia riserva agli amici, nel vostro caso, italiani.»

«Dovremmo recitare la parte degli ospiti felici, questo ci state chiedendo?»

«Più o meno. Ma quella che lei chiama sprezzantemente “recita”, se ci pensa bene tornerà utile anche a voi.»

«Mi perdoni, ma proprio non riesco a coglierne l’utilità!»

«Beh, è molto semplice; guardando i notiziari, le vostre famiglie si sentiranno sollevate vedendovi serenamente impegnati a fare del turismo intelligente.»

«Questa… chiamiamola, comunicazione visiva, cancellerà la possibilità di telefonare a casa?»

«Assolutamente, no!» rispose Ivan.

La risposta lapidaria insinuò un dubbio nella mente di Ugo Galimberti. “Tutto troppo semplice”, pensò. Prima di chiedergli: «Mi sorge un dubbio, non è che per caso qualcuno sta ascoltando le telefonate dei miei amici?»

La grassa risata di Ivan, già da sola valeva la risposta. «Scusi, ma non ho potuto trattenermi», disse subito dopo osservando lo sguardo attonito di Ugo Galimberti. «Ma lei davvero pensa che la tecnologia per navigare in internet, chiamare dal cellulare o dall’utenza fissa, sia realmente libera? E guardi che non sto parlando solo della Russia, ma anche del resto del mondo… Eppure è maggiorenne e vaccinato da un bel pezzo, lasci che siano i bambini a credere alle favole, suvvia!»

Ugo Galimberti s’ammutolì incupendosi: non era uno stupido e lo sapeva benissimo come andavano le cose; ma, chissà mai perché, aveva sperato che il trattamento ospitale riguardasse anche le utenze telefoniche.

«Ora che ho soddisfatto tutte le sue curiosità, che ne direbbe di tornare all’argomento ben più interessante per lei e i suoi amici?» domandò Ivan rompendo l’imbarazzante silenzio.

Ugo Galimberti annuì. Allora Ivan iniziò col chiedergli: «Fahrenheit 451, non le dice niente?»

«Niente. Di che si tratta?»

«Ѐ un vecchio romanzo fantascientifico… Le spiego la trama in breve: in una società dove esiste il reato di lettura, i pompieri sono chiamati a bruciare i libri, e i cittadini sono costretti a usare la televisione, controllata dal governo, per istruirsi e informarsi. Lasciamo perdere il resto della trama e arriviamo al punto che più ci interessa: un gruppo di uomini, insieme ad altri sparsi nella nazione, sono diventati la memoria letteraria dell’umanità, avendo imparato a memoria numerosi testi letterari andati perduti. Quando mi fu offerto il compito di guida per gli ospiti italiani, stavo giusto terminando la lettura del romanzo; e sfogliando il piano cervellotico delle nostre grandi menti, ne compresi l’inutilità. Allora, rammentandomi del romanzo, ebbi l’illuminazione; il modo per rendere utile all’umanità, un piano sciocco e inutile… mi segue?»

«La seguo, prosegua!»

 “Lei e i suoi compagni di viaggio… sarete la memoria artistica di San Pietroburgo! Vi accompagnerò, lasciandovi il tempo necessario per approfondire la conoscenza, dentro i palazzi e le chiese di San Pietroburgo, mostrandovi ambienti e opere d’arte mai viste da nessun’altro turista. Passeremo intere giornate a scoprire le bellezze, nascoste e non, del palazzo di Caterina e della sua camera d’ambra… e ancora; i palazzi, le fontane e i giardini Peterhof, l’Ermitage e la sua immensa collezione di opere d’arte, la cattedrale e la fortezza dei Santi Pietro e Paolo, la chiesa del Salvatore, la cattedrale di San Nicola, la cattedrale di Sant’Isacco… la reggia di Pavlosk, il palazzo di Alessandro a Pushkin… e molto altro ancora», dopo aver sciorinato i luoghi e le opere d’arte, immerso in una specie di estasi, si tacque attendendo la reazione del suo interlocutore.

Che non tardò ad arrivare. «Tutto molto bello. Una trama poetica, oserei dire; ma poi, tenendo conto che non siamo personaggi di un romanzo fantascientifico, come finirà?»

«Per voi, bene in ogni caso, presumo!»

«Beh, non direi proprio. Trovarsi tra i pochi superstiti di un’esplosione nucleare con la testa piena d’immagini esaltanti di un tempo cancellato per sempre dalla stupidità dell’uomo, sarebbe una tragedia, forse più grande per i pochi superstiti che per le moltitudini cancellate dal soffio del drago», ribatté Ugo Galimberti, sconvolto dall’apocalittica prospettiva.

«Ancora non le è ben chiaro quale grande dono sia portare la memoria di San Pietroburgo tra i superstiti, far comprendere loro quello che hanno perduto per sempre, per far sì che la memoria correndo di bocca in bocca, di generazione in generazione, ponga le basi di una socialità diversa da quella che decretò l’apocalisse atomica!» s’infervorò Ivan, entrando nella parte del motivatore.

«Ma perché ha scelto noi e non un altro gruppo?»

«Perché siete italiani, e siete qui, ora!» fu la disarmante risposta di Ivan.

«Non mi pare proprio una risposta adeguata al tema.»

«Lei dice? Gli architetti italiani hanno disegnato i più bei palazzi di San Pietroburgo, il roccocò italiano è lo stupendo biglietto da visita della nostra città. Chi altro, se non un italiano può capire, assorbire, ricordare e poi trasmettere… la memoria artistica di San Pietroburgo», insistette Ivan.

Ugo Galimberti rifletté a lungo. «Io sarei anche disposto a provare. In fondo l’impegno per osservare e assorbire l’enorme mole di storia che ci circonda, mi aiuterà a tener lontani cupi pensieri… ma gli altri?»

«Ho insegnato psicologia all’università, e mi reputo in grado di giudicare la personalità di primo acchito. Se l’hanno eletto capo comitiva, ci sarà pure un motivo? Lei ha carisma, non si sottovaluti. Sono sicuro che, prima di questa sera, sarà riuscito a convincere, se non tutti, la gran parte di loro a seguire il mio progetto.»

«Che ne sarà di chi non si adeguerà?»

«Nulla. Saranno liberi di girare per San Pietroburgo, ma perderanno l’occasione, unica, d’arricchirsi culturalmente.»

«Se la butta sul culturale, non posso esimermi, proverò a convincerli, ma non garantisco la riuscita», disse con poca convinzione Ugo Galimberti.

«Ce la farà, ne sono sicuro… potrebbe iniziare convincendo la sua amica», lo rassicurò Ivan, indicando Dorotea appena scesa nella hall, mentre vagava in mezzo ai divani con il passaporto in mano.

Ugo Galimberti si voltò e, sorridendo, replicò: «Chi, Dorotea? Con lei sarà una passeggiata di salute, si è già convinta di suo, da quando l’ha vista entrare nell’hotel».

I due si alzarono sorridendo, e si recarono dove li attendeva una smarrita Dorotea.

 

Ivan aveva visto giusto, prima di sera Ugo Galimberti era riuscito a convincere anche i più riottosi, perlomeno a provarci. Così, il mattino seguente salirono tutti sul pullman, dove Ivan li attendeva per accompagnarli al palazzo di Caterina; prima cartolina da osservare attentamente e da imprimere in modo indelebile nella memoria, chiudendola nel cassetto dei ricordi; con la segreta speranza di non doverlo mai aprire, per donare la memoria di San Pietroburgo ai superstiti dell’apocalisse!

 

                                                                     FINE

      

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La rivolta degli insetti Narrativa

Mosè e le tavole della legge Narrativa

Il cattivo maestro Narrativa

Predatori di anime Narrativa

Tre corse in tram Narrativa

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La tredicesima orbita (viaggio al termine del paradiso) Narrativa

Poeta di strada Narrativa

Vorrei andarmene guardandoti surfare Narrativa

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Sotto la diga Narrativa

Il casale misterioso Narrativa

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Il boschetto di robinie Narrativa

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L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

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Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

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Tutto o niente Narrativa

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La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

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Ira Narrativa

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L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

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Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

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Crocevia per l'inferno Narrativa

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Trincee Narrativa

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Guida autonoma Narrativa

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oedipus il 2018-06-16 19:43:07
Io non potrei essere uno di quel gruppo: da anni frequento un corso di visite guidate a Roma, e puntualmente ,appena finita la visita scordo tutto! Quello che ho imparato è che Roma non c'è solo il Colosseo e San Pietro. E' una città con tesori d'arte infiniti! ciao

Vecchio Mara il 2018-06-16 21:54:12
c'è da perdersi e da perdere la memoria tra i tesori d'arte della città eterna. Troppi ce ne sono riuniti in un unico luogo, come si fa a rammentarli tutti. Per fortuna al giorno d'oggi esistono le memorie artificiali dentro cui scaricare i nostri ricordi e ritrovarli intonsi ogniqualvolta sentiamo il bisogno di rivedere un luogo o entrare in un dolce momento degno d'esser rivissuto, anche solo virtualmente. Ti ringrazio.
Ciao

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Rubrus il 2018-06-20 19:13:42
Il racconto è più spigliato, dinamico e serrato di altri e funziona. Sulla consecutio ti segnalo questo: i convenuti seguivano il discernere? (discernere? analisi della situazione, il verbo secondo me è usato un po' a sproposito) del prof che li "rese"; ecco, quel "rese" non va bene perchè indica un'azione fatta e finita senza più conseguenze sul presente - che è il presente della narrazione, quindi un passato remoto; a mio parere invece, visto che l'azione di rendere è colta nel suo svolgersi, ci vuole o l'imperfetto "che li rendeva" o, meglio ancora "stava rendendo". Racconto piaciuto, ciao.

Vecchio Mara il 2018-06-20 20:51:35
Ho corretto usando: "li stava rendendo". Effettivamente "li rese" era un errore da matita rossa, ti ringrazio d'avermelo fatto notare. Mi fa piacere che abbia trovato il racconto scorrevole, ero incerto se riproporlo o meno, pur essendomi ispirato a un romanzo che tratta di un futuro distopico (preciso che io ho visto il film, non ho letto il libro) temevo che come genere fantascientifico potesse risultare un po' debole e far torcere il naso a più di un lettore appassionato del genere. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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