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La spada del samurai

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-06-02 15:59:30


La spada del samurai (Le indagini del capitano Boschi)

 

Avevo preso un giorno di permesso perché dovevo passare in banca a firmare dei documenti relativi alla richiesta di un mutuo (stanco di dover saldare mensilmente l'esosa pigione di un monolocale dove vivevo da solo, in previsione di futuri sviluppi di una faccenda sentimentale, avevo deciso di acquistare un più comodo bilocale). Così, quella mattina, indossati gli abiti civili mi recai da privato cittadino nell’ufficio del direttore.

Uscendo dalla banca, dopo aver espletato le pratiche prima del previsto, notai sul frontespizio del negozio di fronte la scritta “Arte orientale”.

“Forse lì dentro troverò qualche oggetto a buon prezzo da regalare a Gargiulo per il suo compleanno. Manca meno di un mese, mi devo sbrigare, altrimenti finisce come l’anno scorso che sommerso da mille impegni non avevo trovato nemmeno un minuto di tempo per scegliere il regalo”, pensavo mentre attraversavo lestamente la strada.

L’appuntato Gargiulo, mio fido collaboratore, è un patito d’arte orientale; in modo particolare di quella giapponese.

 

«Chissà cosa ci troverà di trascendentale, il buon Gargiulo, nell’arte giapponese?» mi domandai, osservando minuscoli e costosi oggetti d’avorio, chiusi dentro una teca di vetro, nel negozio d’arte orientale.

«La sacralità usata nel crearli», rispose con un tono di voce sussurrato, oserei dire religioso, il commesso, avvicinandosi. «Posso esserle d’aiuto nella scelta?» aggiunse gentilmente.

«La ringrazio, per ora sto solo guardando un po’ in giro», risposi.

Il commesso sorrise. «Per qualsiasi cosa, chieda pure. Mi trova dietro al banco», sussurrò lui, indicandolo, prima di scivolare via silente.

Il suono del campanello attrasse il mio sguardo e quello del commesso. Il quale, premendo un pulsante accanto al registratore di cassa, aprì la porta e fece entrare due uomini distinti: età presunta, intorno alla cinquantina.

«Professor Tonti, ingegner Aran!» esclamò il commesso facendosi incontro ai due.

«Il dottore non c’è?» chiese il primo dei due a cui strinse la mano.

«Il dottor Taglienti è su, sta completando un giro di telefonate. Vi aspetta nel suo appartamento fra dieci minuti. Finisco qui, poi vi accompagno», rispose il commesso stringendo la mano al secondo.

I due rimasero in attesa mettendosi ad osservare con curiosità gli oggetti esposti. Fino a quando il commesso uscì da dietro il banco, esclamando: «Andiamo, vi faccio strada!»

 

Attraversò il negozio, seguito dagli altri due, e arrestandosi alle mie spalle aprì la porta blindata, dietro la quale si intravvedeva la prima parte di una ripida e stretta scala. «Salite da qui, la porta sul pianerottolo dovrebbe essere aperta», disse, indicando i gradini, prima di tornare dietro al banco.

Dopo aver ascoltato con curiosità e osservato di sottecchi la scena, cercando di capire chi fossero e cosa volessero i due individui (deformazione professionale presumo), tornai a guardare gli oggetti esposti.

 

«Chiami un’ambulanza, presto!» l’urlo concitato, amplificato dalla cassa di risonanza creata dall’imbuto della scala, tracimò dentro il negozio.

Io e il commesso, istintivamente volgemmo con lo sguardo in direzione della porta blindata, rimasta aperta.

«Un furto! L’hanno ammazzato!» urlò l’ingegner Aran, precipitandosi dentro il negozio.

«O mio Dio! Claudio! Claudio!» proruppe a sua volta il commesso, uscendo da dietro il banco.

«Fermi! Sono un capitano dei carabinieri, salgo io!» esclamai parandomi davanti alla porta prima che i due avessero il tempo di risalire la scala, mostrando loro il tesserino di riconoscimento che, quand’ero fuori servizio, portavo nel taschino interno della giacca.

«Mi faccia passare, lo devo vedere! Claudio! Claudio!» urlava singhiozzando il commesso cercando di scostarmi.

«Si calmi!» esclamai scuotendolo. «Ora chiami un’ambulanza», aggiunsi quando si fu ricomposto.

«Non lo faccia salire!» ordinai all’architetto.

«Ѐ troppo agitato, sarà difficile trattenerlo. Prenda la chiave e si chiuda la porta alle spalle», mi consigliò lui, indicando la chiave inserita nella toppa.

«Ottima idea!» convenni estraendola. E dopo averla inserita dal lato opposto, chiusi la porta alle mie spalle e salii velocemente le scale.

 

«Sono il capitano Boschi… è morto?» domandai avvicinandomi al professor Tonti che, inginocchiato accanto al corpo del dottor Taglienti, gli stava auscultando il polso destro.

«Gli hanno fracassato il cranio. Il corpo è ancora caldo, deve essere successo da non più di mezz’ora», rispose annuendo, indicando il rivolo di sangue che partendo dalla tempia sinistra si univa alla macchia rossa sul tappeto. «Devono averlo colpito con quello», aggiunse indicando un pesante mortaio di bronzo poco distante dal corpo.

«Fermo! Non lo tocchi!» gli intimai, giusto in tempo per fargli ritrarre la mano che stava afferrando il presunto corpo contundente usato per il delitto. «Ora la devo pregare di lasciare la scena del crimine. Mi aspetti fuori, sul ballatoio», conclusi indicando la porta.

Attesi che il professore fosse uscito, prima di prendere il cellulare e chiamare la scientifica. Dopodiché informai il PM dell’accaduto, il quale acconsentì ad affidarmi celermente il caso; in modo che potessi iniziare fin da subito ad ascoltare i testimoni presenti sulla scena del crimine.

 

Senza toccare alcunché chiusi la porta dell’appartamento. «Ho allertato i RIS, scendiamo», dissi, rivolgendomi al professore ch’era rimasto in attesa sul ballatoio.

«Ѐ sicuro che sia morto da non più di mezz’ora?» domandai al professore mentre scendevamo le scale.

«Sicurissimo! Sono un chirurgo; potrei sbagliarmi di un quarto d’ora, non di più», rispose convinto, voltandosi verso di me.

 

«Allora?» chiese con voce tremante il commesso facendosi incontro.

Il professore scuotendo il capo spense ogni residua speranza. Il commesso, stringendo il volto tra le mani, piangendo e invocando il nome della vittima si lasciò cadere sopra a una cassapanca.

«Lasciamolo sfogare», mormorò il professore, invitandomi ad allontanarci.

Io, il professore e l’ingegnere ci spostammo al lato opposto, lasciandolo solo con il suo dolore.

«Posso chiedervi il motivo del vostro incontro con la vittima?» domandai, rivolgendomi ad entrambi.

«Il dottor Taglienti doveva mostrarci un pezzo d’arte giapponese, molto raro», rispose l’architetto.

«Uhm… Un pezzo di gran valore, presumo», commentai, riflettendo a voce alta.

«D’inestimabile valore, per chi apprezza l’arte del sol levante», confermò il professore.

«Una maschera rituale del tredicesimo secolo», precisò l’architetto.

«D’oro?» chiesi.

«Guardi che il valore, non sempre è intrinseco alla materia. Anzi, nell’arte è spesso estrinseco; esso è rappresentato dall’ingegno dell’artigiano, dell’artista che creò il pezzo», mi redarguì il professore, rendendomi edotto su qualcosa che, data la mia ignoranza in materia, mi sorprese non poco. «Stiamo parlando di una semplice maschera di legno», concluse sornione.

Dopo aver toppato clamorosamente, pensai che non fosse il caso di proseguire a disquisire d’arte giapponese.

“Ed ora, cos’altro posso chiedere a ‘sti due? Il commesso sta ancora singhiozzando”, mentre pensavo al da farsi, la sirena dell’ambulanza, appena giunta fuori dal negozio, mi tolse d’impaccio.

«Avete fatto un viaggio a vuoto. Il cadavere è di sopra, ma non potete salire, dobbiamo aspettare la scientifica», annunciai ai barellieri.

«Beh, se non possiamo esservi di nessun aiuto, noi potremmo anche andare», fece uno dei barellieri, mentre l’altro annuiva.

«Aspettate qui!» ordinai, temendo che il commesso in preda a un pianto convulso abbisognasse ben presto della loro assistenza.

I barellieri annuirono, poi chiesero all’ingegnere e al professore informazioni sull’accaduto.

«C’è un'indagine d’omicidio in corso. V’invito caldamente a non parlare del caso con il personale medico!» feci io gonfiando il petto. Prendendomi così una ben misera rivincita sui due eruditi testimoni, grandi esperti d’arte giapponese ma non di come ci si deve comportare in presenza dell’autorità costituita… Cioè… io!

Dopo dieci minuti di assordante silenzio, interrotto dai singhiozzi intermittenti del commesso, i RIS fecero il loro ingresso.

Dopo averli condotti sulla scena del crimine li lasciai soli.

“Ѐ arrivata l’ambulanza, i RIS che hanno la caserma dall’altra parte della città… e Gargiulo, che era nella prefettura a pochi isolati da qui, dove diavolo sarà finito?” mi chiedevo scendendo la scala.

«Buon giorno, capitano, ho fatto prima che potevo!» la voce rassicurante di Gargiulo mi arrivò addosso come una ventata d’aria fresca appena rimisi piede nel negozio.

«Alla buonora… alla buonora, Gargiulo», sbuffai infastidito.

«Non è colpa mia, capitano. C’è in atto uno sciopero dei mezzi pubblici, la città è semiparalizzata dal traffico automobilistico», si scusò lui, incolpando come suo solito l’imponderabile.

«Va bene, Gargiulo. Ora vai là in fondo; c’è una scrivania e delle sedie, fai accomodare l’ingegnere e il professore, prendi le loro testimonianze e le generalità, poi lasciali andare», gli ordinai prima di salutare i due e dedicare le mie attenzioni al commesso.

 

«Sta meglio?» gli chiesi avvicinandomi.

«Insomma…» fece lui, bianco come un cencio, mentre la voce gli si spegneva in gola.

Attesi in silenzio che si ricomponesse. Lentamente riacquistò colore e voce. «Lo conoscevo da vent’anni… Se penso che non lo potrò più rivedere, mi sembra d’impazzire.»

«Sono vent’anni che lavora per lui?»

«Vent’anni di lavoro comune…» rispose annuendo. Trasse un lungo sospiro e aggiunse: «E quindici di vita insieme… giorno… e notte!» Fece una pausa per testare la mia reazione. «Già, ci amavamo», concluse poi, sorridendo amaro, osservando il mio sguardo inespressivo.

«Non l’avrei mai immaginato», mi scappò detto.

«Vero. Chi avrebbe mai potuto immaginare che un ventenne, si potesse innamorare di un, seppur ricco, cinquantenne e condividere con lui vent’anni stupendi?» ribatté in tono sarcastico. «O forse, il suo sconcerto è dovuto al fatto che apparteniamo allo stesso sesso? Non mi dica che è questo il motivo. Non mi deluda, la prego.»

«Non faccia lo spiritoso con me!» sbottai. «Che vuole che me ne freghi delle sue o delle altrui preferenze sessuali! Sono qui per risolvere un caso d’omicidio, il resto è solo contorno d’analizzare e scartare se non funzionale al caso! Ha capito?»

«Ha ragione, mi scusi», sussurrò contrito, abbassando il capo.

«Bene! E ora mi dica: ha qualche sospetto?»

«No, nessun sospetto. Che io sappia, Claudio non aveva nessun nemico… ma a quanto pare, uno ce lo doveva avere», rispose, ma si capiva dal tono che faticava non poco a trattenere quello che aveva dentro.

«Ѐ sicuro di non avere nient’altro d’aggiungere?» gli chiesi scavando nei suoi occhi.

«No!» esclamò deciso, scostando lo sguardo.

«L’avverto che scaverò nel passato della vittima… e anche nel suo. E se scoprirò che mi ha mentito o tenuto nascosto qualche fatto utile per l’indagine, la farò incriminare per falsa testimonianza o intralcio alla giustizia», insistetti usando il tono dell’investigatore tutto d’un pezzo dei telefilm polizieschi, quello che alla fine scopre sempre l’assassino.

«Da tre mesi, non dormivamo più insieme», disse con un filo di voce. Sospirò e, volgendo lo sguardo al pavimento, quasi avesse a vergognarsene, buttò fuori il rospo. «Claudio aveva un amante.»

«Conosce il suo nome?»

«Lulù… è il suo nome d’arte. Tiene una rubrica di posta rosa sul giornale locale… non so altro di lui», rispose tirando su col naso.

«Controllerò il suo alibi. Per ora, penso che possa bastare», conclusi congedandolo con una pacca sulla spalla.

 

«Noi abbiamo finito. Possiamo mettere i sigilli all’appartamento, capitano?» mi chiese un agente dei RIS.

«Vorrei prima ispezionarlo assieme al commesso, è possibile?»

«Fate pure. Lascio un agente di sopra, nel caso vi servisse qualche chiarimento. Intanto noi diamo un’occhiata all’ufficio, sa dirmi dov’è?» rispose l’agente.

Non sapendo dove fosse ubicato, lo chiesi al commesso, il quale indicò una porta dietro al bancone. Poi invitai gli operatori delle pompe funebri, chiamati in precedenza dopo aver lasciato liberi gli infermieri e l’ambulanza vista l’inutilità della loro presenza, a salire per rimuovere il cadavere.

Quando discesero, assieme al medico legale, il commesso si precipitò sulla cassa metallica e, abbracciandola, iniziò a baciarla piangendo, invocando il nome dell’amato.

«Mi segua», dissi, rivolgendomi al commesso appiccicato con lo sguardo alla vetrina, intento a seguire con le lacrime agli occhi il carro funebre che si allontanava.

Poi feci un cenno a Gargiulo, che prontamente si accodò salendo la scala.

 

«Qual è il suo nome?» domandai al commesso prima di varcare la porta d’ingresso, rammentando che nella concitazione non glielo avevo ancora chiesto.

«Guglielmo… Mi chiamo, Guglielmo.»

«Bene, Guglielmo… Ora entreremo, è sicuro di farcela?» gli chiesi afferrando la maniglia.

Guglielmo annuì nervosamente.

 

«Si sente male?» domandai vedendolo arretrare fin contro la parete con le mani sulla bocca, sgranando gli occhi davanti al tappeto insanguinato e al nastro bianco che delimitava l’area dentro la quale era stato rinvenuto il corpo.

«No… no, non si preoccupi», disse lui, tremando come una foglia.

«L’assassino deve essere uscito da questa porta, era aperta», mi spiegò l’agente dei RIS, indicandola.

«Dove conduce?» gli chiesi.

«A una scala che sbocca in un vicolo sul retro del negozio», rispose avvicinandosi alla finestra. «Ѐ una via chiusa dove non passa mai nessuno. Deve aver avuto la macchina lì sotto, ha caricato la refurtiva ed è sparito.»

«Quale refurtiva?» domandai stupito, visto che ancora nessuno me ne aveva parlato.

«Ah, non glielo hanno detto? C’è una piccola camera blindata, l’abbiamo trovata aperta… e naturalmente vuota», rispose indicando la porta di ferro in fondo al corridoio.

Seguii l’agente all’interno della camera, gli scaffali di ferro appoggiati alle pareti erano desolatamente vuoti.

Mi voltai, vidi Guglielmo fermo davanti alla porta e gli chiesi: «Cosa c’era sugli scaffali?»

«Oggetti d’arte orientale», rispose avanzando. «Deve aver impiegato non meno di un quarto d’ora per prenderli tutti», concluse accarezzando gli scaffali vuoti.

«Come ha fatto ad entrare?» domandai rivolgendomi all’agente.

«Con la chiave, è ancora nella toppa», rispose indicandola.

«Oh, mio Dio!» fece Guglielmo attirando la nostra attenzione. «Deve avergliela strappata lottando con lui, la teneva appesa ad una catena d’oro… attorno al collo», concluse toccandosi la gola.

«Non ce n’è una copia in giro?»

«Sì, ce l’ho io!» rispose estraendola dalla tasca.

«Deve averlo ucciso per strappargli la chiave», ipotizzò l’agente dei RIS.

«Può essere… può essere», dissi fra me, mentre cercavo di rimettere assieme i pochi elementi in mio possesso fino a quel momento. «Se l’ora della morte indicata dal professore corrispondesse a quella dell’esame autoptico, tenendo conto che per svuotare la camera blindata l’assassino dovrebbe aver impiegato circa dieci minuti… significherebbe che l’assassino, dopo averlo colpito a morte, aveva portato a compimento la razzia mentre io e Guglielmo eravamo di sotto. Deve essere dotato di un gran sangue freddo, il nostro uomo», giunsi a concludere.

«C’era del denaro in casa?» chiesi poi a Guglielmo.

«Sì, dentro la credenza» rispose, avviandosi poi di gran carriera verso il soggiorno.

«No, il denaro non l’ha toccato!» esclamò mostrandomi il mazzo di banconote estratto da un cassetto.

«Un ladro interessato solo a oggetti di valore», osservai.

«Un ladro un po’ stolto!» esclamò improvvisamente Gargiulo, sgranando gli occhi davanti a una spada da samurai che troneggiava, accanto al suo fodero, su un espositore appoggiato sopra il piano della credenza.

Notando i nostri sguardi sconcertati, indicandola ci informò che: «Quella Katana, l’ho vista su una rivista specializzata: vale almeno cinquantamila euro!»

«Gargiulo, è un appassionato d’arte giapponese», spiegai all’allibito Guglielmo.

«Beh, mi spiace deluderla; ma quella è solo la copia di quella che lei ha visto sulla rivista», ribatté accennando un sorriso. «Claudio diede più di cinquemila euro all’artigiano perché ne facesse una copia fedele all’originale.»

«Cosa se ne fa, un collezionista d’arte orientale, di una spada tarocca?» domandò poco convinto Gargiulo, arrivando con lo sguardo ad un palmo dall’oggetto del desiderio.

«Non se ne fa nulla. A lui non interessavano le spade; era un regalo per me», rispose Guglielmo.

Un collezionista d’arte che regala oggetti tarocchi, era un fatto per lo meno curioso. Così, esortai Guglielmo a spiegarsi meglio.

«Anch’io, come l’agente, sono un appassionato di tutto ciò che riguarda la casta dei samurai. Dopo aver visto la spada sulla rivista, avevo contattato il proprietario per informarmi sul prezzo. Ma lui mi aveva gelato dicendomi che non era in vendita. C’ero rimasto molto male, Claudio lo aveva capito e aveva provato lui a trattare l’acquisto, ottenendo lo stesso risultato. Allora aveva chiesto ad un abile artigiano se era in grado di realizzare una copia perfetta… Così, tre anni fa, il giorno del mio compleanno me l’aveva regalata, dicendomi: “Per ora ti devi accontentare della copia. Ma ti prometto che appena sarà in vendita, la sostituirò con l’originale”. E per farmi apprezzare ancor più il gesto, aveva concluso usando un tono, un trasporto che mai potrò dimenticare: “Quel che veramente importa, è che di originale ci sia sempre il nostro amore”». Trasse un lungo sospiro, e commuovendosi concluse: «Evidentemente, allora era interessato a una sola coppia… la nostra».

«E così, se ne andò lasciandogli la copia che aveva fatto fare per lei. Era un regalo, avrebbe potuto portarla con sé. Dopotutto, vale pur sempre cinquemila euro», tirò le somme il venale Gargiulo.

«Ma io non me ne sono mica andato. Vivo sempre qui. Era Claudio che la sera se ne andava a dormire da Lulù», ribatté Guglielmo.

«E al mattino, quando lei scendeva ad aprire il negozio, lui tornava a casa», chiosai.

«Ѐ così!» confermò Guglielmo.

«Quella spada, è un po’ troppo simile all’originale», insistette Gargiulo, continuando a scrutarla con occhio clinico.

«Ѐ una copia, glielo garantisco», confermò, sospirando, Guglielmo.

«Signor capitano! Copiare le opere d’arte è reato, la dovremo sequestrare!», saltò su Gargiulo tra il serio e il faceto.

Guglielmo non afferrò la mezza battuta, sbuffando prese la spada. «Questo lo so anch’io. La spada non è proprio uguale all’originale; gli ideogrammi, sul ferro all’interno dell’impugnatura, non sono stati copiati.» Poi, convinto di trovarsi di fronte a un agente che millantava conoscenze apprese su qualche fumetto “Ninja” o roba del genere, esclamò in tono irritato: «Tenga! Estragga il ferro dal manico!», porgendo la spada a Gargiulo.

«Non lo so fare», disse lui facendo un passo indietro.

Guglielmo sorrise beffardo. Tolse il cono di legno che passando attraverso il manico univa l’impugnatura alla lama; poi impugnandola con la destra l’alzò verticalmente davanti a sé; quindi strinse il pugno sinistro e, infine, battendolo sul polso destro liberò la lama. «Ecco, legga!» disse dopo aver sfilato il manico, mostrando il ferro a Gargiulo senza guardare l’incisione.

«Non so leggere gli ideogrammi», gli fece presente Gargiulo, dopo una rapida occhiata al ferro.

«Cosa?!» proruppe stupefatto Guglielmo. «Ma qui doveva esserci inciso il mio nome», proseguì indicando le punzonature sul ferro.

«Questa non è la mia spada… Non capisco… Vede questo sigillo? Ѐ il marchio dell’artigiano giapponese del millesettecento che forgiava le spade dei samurai», mi spiegò mostrandomi il sigillo.

«Questa è la spada originale, non c’è altra spiegazione», dissi io.

«Ma come è finita qui?» si chiese sconcertato, cercando una risposta.

«Lo scopriremo. Conosce il recapito del proprietario?» domandai.

«Sì, lo chiederò a lui», rispose Guglielmo.

«Lei non gli chiederà un bel niente!» sbottai, spaventandolo. «Questa è un'indagine per omicidio, il proprietario potrebbe essere coinvolto. Si limiti a fornirci l’indirizzo, ci penseremo noi!»

Guglielmo annuì, cercò l’indirizzo e lo passò a Gargiulo.

«Per ora abbiamo finito. Stasera deve andarsene a dormire da qualche altra parte, qui verranno apposti i sigilli» lo informai uscendo dall’appartamento.

«Dormirò giù, nel retrobottega… Il negozio non lo dovete sigillare, presumo», replicò Guglielmo.

«No, quello no», lo rassicurai, prima di andarmene.

 

Era passata una settimana dal delitto, avevo già ascoltato il proprietario della spada e Lulù. Ora, Chiuso nel mio ufficio, leggevo il rapporto della scientifica; mentre l’appuntato Gargiulo, seduto davanti a me, attendeva silente che mi esprimessi.

«L’ora del delitto, combacia con quella teorizzata dal professor Tonti quando aveva scoperto il cadavere» esordii appoggiando il rapporto sulla scrivania.

«Questo ci porta a concludere, che l’assassino stava razziando la camera blindata mentre lei era di sotto» aggiunse Gargiulo. E tirando le somme, giunse a concludere: «E di riflesso, che il commesso ha un alibi di ferro e lo dobbiamo depennare dalla lista dei sospettati».

«Pare proprio di sì», confermai sospirando. «Il fatto è che l’alibi di ferro ce l’ha anche l’altro sospettato, Lulù. Quel giorno, all’ora del delitto stava lavorando al giornale, ci sono decine di testimoni pronti a confermarlo.»

«Brancoliamo nel buio», sentenziò Gargiulo.

«Già, se non salta fuori la refurtiva...» dissi, riflettendo a voce alta.

«Ѐ merce particolare, difficile da piazzare. Dovrà prima attendere che il clamore attorno al caso si spenga, e dopo cercare l’acquirente… Non sarà per niente facile, non sono poi molti i collezionisti interessati all’arte giapponese. Impiegherà un sacco di tempo per vendere più di cento pezzi», commentò Gargiulo, dando una scorsa alla lista fornitaci da Guglielmo.

«E nel frattempo, dove l’avrà nascosto la refurtiva?» mi chiesi e chiesi, stimolando in tal modo la curiosità di Gargiulo, nella speranza che avesse qualcuna delle sue brillanti idee. «Ѐ come cercare un ago nel pagliaio», conclusi non ottenendo risposta.

«O una bolletta della luce quando ti arriva un sollecito di pagamento; che tu, dopo averla pagata, hai buttato in mezzo ad altre cento», chiosò con rabbia Gargiulo, traendo dalla tasca la raccomandata ritirata in posta poco prima di recarsi in ufficio.

«Non te la prendere, Gargiulo, son cose che si risolvono facilmente», lo confortai guardando distrattamente la raccomandata che mi sventolava davanti, mentre sfogliavo i tabulati telefonici della vittima.

«Mica tanto facilmente… Dovrò perdere mezza giornata a scartabellare fra le ricevute per trovare quella giusta», ribatté sconfortato, rimettendo in tasca la raccomandata.

«Gargiulo! Sei un genio!» proruppi balzando in piedi, stringendo nella mano destra i tabulati.

«Come? Non capisco, capitano… potrebbe essere più chiaro?»

«Andiamo, Gargiulo, ora so dove cercare la refurtiva. Ti spiego strada facendo», risposi uscendo dall’ufficio.

 

«Il negozio è chiuso, ma lui deve essere dentro. Suona il campanello», ordinai a Gargiulo, mentre sbirciavo all’interno.

«Buon giorno, capitano. Voleva vedermi?» esclamò sorpreso Guglielmo, aprendo la porta.

«Ho pensato che le facesse piacere sapere quello che abbiamo scoperto», risposi.

«Come no, entriamo», fece scostandosi dalla porta.

«Sto completando l’inventario, ci sono un miliardo di cose da catalogare qua dentro», aggiunse attraversando il negozio per arrivare all’ufficio.

«Accomodatevi!» esclamò indicando le sedie davanti alla scrivania. «Mi dica, sono tutto orecchi», concluse, quando io e Gargiulo ci fummo accomodati.

«L’ex proprietario della spada, mi ha confermato di averla venduta al dottor Taglienti un mese fa», esordii, arrivando subito al punto.

«Strano… Quello che non mi torna, è perché Claudio, sapendo che si trattava di un oggetto di gran valore, non l’abbia chiusa nella camera blindata», si domandò dubbioso, accarezzandosi il mento.

«Perché non voleva che lei lo scoprisse!» lo informai.

«E perché mai?!» esclamò contrariato. «Claudio non mi ha mai nascosto nulla.»

«Doveva essere una sorpresa.»

«Una sorpresa? Non capisco», fece, guardandomi stranito.

«Voleva mostrargliela il giorno del suo compleanno… Doveva essere il regalo con cui chiedere perdono per averla tradita.»

«Mi sta dicendo, che Claudio voleva tornare da me?» mi chiese illuminandosi, portandosi le mani sul petto.

«Pare di sì… E c’è dell’altro…» risposi senza terminare la frase.

Guglielmo s’imbrunì. «Sto morendo… La prego, non mi tenga sulle spine.»

«Per convincere il proprietario a vendergli la spada, aveva acquistato da lui anche una villa sulla costa ligure, offrendogli in cambio oltre al denaro anche il negozio.»

«Mi sembra impossibile! Il negozio era la sua creatura, non l’avrebbe mai venduto, amava troppo il suo lavoro.»

«Si vede che amava molto più lei. Aveva deciso di dedicarle i suoi ultimi anni.»

«Se le cose stanno così, forse sta sbagliando soggetto. Secondo me, la villa e la spada erano per Lulù» sbottò Guglielmo, in un moto di acida gelosia.

«No, non mi sbaglio; era da due mesi che non frequentava più Lulù. Le sue serate le passava in solitudine in una camera d’albergo… Ho controllato, è tutto vero.»

Un’esplosione di sentimenti contrastanti sconvolse la mente di Guglielmo. «Allora mi amava ancora», sussurrò, cadendo subito dopo in una lunga riflessione. Dalla quale ne uscì con un’espressione sconvolta. «Lulù! Ѐ stato lui! L’ha ammazzato perché gli aveva confessato che aveva amato sempre e solo me! Dovete arrestarlo! Ѐ lui il colpevole!» urlava isterico.

«Si calmi!» esclamai usando il tono del comando, ottenendo l’effetto voluto.

Guglielmo si tacque all’istante, attesi qualche secondo, quindi assestai il colpo. «Ho controllato l’alibi di Lulù, non può essere lui l’assassino, a quell’ora si trovava al giornale.»

“Ma allora… se non è stato lui… chi può essere stato?» mi chiese balbettando e sudando copiosamente.

«Finiamola con questo gioco!» risposi a muso duro. «Ѐ stato lei, roso dalla gelosia, ad ammazzare il suo compagno!»

«Ma cosa s’inventa!» replicò risentito balzando in piedi. «Non avrei mai fatto del male a Claudio… E poi, si sta scordando che quando stavano ripulendo la camera blindata, io ero qui con lei!»

«Devo ammettere che il falso furto, è stato un vero colpo di genio», buttai lì. Concludendo con un perentorio: «Torni a sedersi!»

«Dunque, lei è convinto che non ci sia stato nessun furto… Secondo lei sarei stato io a organizzare tutto», replicò agitandosi, come se fosse tornato a sedersi su un cuscino di spine.

«Ne sono certo!» lo gelai ribattendo lapidario.

«A sì? E invece io sono sicuro che sta prendendo una colossale cantonata! Secondo me farebbe meglio a darsi da fare per trovare la refurtiva, prima che l’assassino se ne disfi, se vuol risolvere il caso», ribatté con un tono di sfida, dettato più dalla paura che dall’arroganza.

«Lo sto facendo», buttai lì con noncuranza.

«Cosa sta facendo? Cercare la refurtiva o tentare di farmi cadere in contraddizione?» mi chiese in tono ironico, cercando di nascondere il palese disagio.

«La smetta di giocare con le parole!» sbottai uscendo dai gangheri. «La refurtiva non è mai uscita da qui!»

«Ma che diavolo sta dicendo? Lei… lei è pazzo! Ecco!» replicò a tono Guglielmo.

«Sono pronto a scommettere che gli oggetti spariti dalla camera blindata, sono nascosti fra le altre migliaia esposti nel negozio», ribattei in tono pacato, convinto di tenerlo in pugno.

«Questa poi… è pura fantascienza… Non so che altro dire per… per convincerla della mia innocenza», balbettò Guglielmo sprofondando, svuotato, dentro la poltrona.

Ѐ il momento giusto di colpirlo duro, pensai ritenendolo ormai privo dell’energia necessaria per difendersi. «Ha iniziato a elaborare la sua vendetta poco tempo dopo che il dottor Taglienti aveva ferito i suoi sentimenti trasferendosi da Lulù. E quando fu certo di aver trovato il modo per fargliela pagare senza essere coinvolto, non le rimase che attendere il momento propizio. Sapeva già da una settimana che quella mattina il professor Tonti e l’architetto Aran sarebbero venuti al negozio per trattare l’acquisto di una maschera rituale. La sera prima aveva svuotato la camera blindata e nascosto gli oggetti in mezzo agli altri esposti in vetrina, sicuro che nessuno avrebbe mai pensato di andare a cercare lì. Poi, al mattino aveva atteso che il signor Taglienti rientrasse, lo aveva colpito alla testa, aveva strappato la catenella con attaccata la chiave, l’aveva inserita nella porta della camera blindata ed era sceso ad aprire il negozio. Consapevole che l’ora del delitto sarebbe stata compatibile con la sua presenza sulla scena del crimine; aveva organizzato la finta rapina, confidando che il professor Tonti e l’architetto avrebbero testimoniato che mentre svuotavano la camera blindata, lei si trovava con loro dentro il negozio. Ѐ per questo che accampando la scusa del giro di telefonate aveva atteso dieci minuti prima di accompagnarli di sopra. Un piano quasi perfetto, ma l’imponderabile è sempre in agguato», conclusi fissandolo nello sguardo.

«Già, l’imponderabile… Sarebbe bastato che Claudio, invece che attendere il mio compleanno per dimostrarmi il suo amore, donandomi la spada originale, fosse corso da me a mani vuote, dicendomi che mi amava. E saremmo stati di nuovo felici», commentò con voce rotta Guglielmo.

«Oppure, che io non fossi stato presente quella mattina e non l’avessi sentita parlare del giro di telefonate. Così, forse l’avrebbe fatta franca, era a questo che mi riferivo. Forse, anzi, sicuramente non sa che durante un’indagine di omicidio, la normale routine prevede il controllo delle utenze intestate alla vittima. Ѐ stato un gioco da ragazzi, controllando i tabulati delle utenze del dottor Taglienti, scoprire che quella mattina non aveva fatto nessun giro di telefonate», precisai.

«La sua presenza la considero liberatoria, per questo non posso che esserle grato. Non avrei resistito a lungo con questo peso opprimente sulla coscienza. Quello che non mi perdonerò e non perdonerò a Claudio, è lo stupido orgoglio che ha impedito ogni chiarimento prima della tragedia», concluse piangendo.

«L’orgoglio, al contrario della passione, mal s’accoppia con l’amore», chiosò Gargiulo, sorprendendomi.

«E bravo Gargiulo! Oltre che esperto d’arte giapponese… ora ti scopro pure poeta sentimentale», lo apostrofai in tono ironico, strappando un accenno di sorriso pure all’inconsolabile Guglielmo.

 

                                                           FINE

 

  

 

 

     

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Antonino R. Giuffrè il 2018-06-03 10:54:17
Mi ha ricordato l’ultimo racconto di Massimo Bianco. Anche in quel caso, un uomo commetteva un terribile omicidio pensando erroneamente di essere stato tradito dal partner. Mi sembra un po’ surreale, però, che Guglielmo dica al capitano di essergli grato, dopo tutti gli stratagemmi adoperati per non farsi beccare. Piaciuto. Secondo me, insieme al racconto del maresciallo assassino, è il migliore. Lo stesso capitano, grazie agli scambi dialettici con Gargiulo, appare meglio caratterizzato, più umano. L’ambientazione, invece, continua a essere scarna. Dove si svolge la storia? Quando? Pioveva, c’era il sole? Ricordati che, quando scrivi un racconto, devi rispondere a queste 6 domande fondamentali: WHO — CHI WHERE — DOVE WHEN —– QUANDO WHAT —– CHE COSA WHY — PERCHE’ HOW — COME PS. Refusi: “un indagine” (ripetuto 2 volte). Ciao Giancarlo.

Vecchio Mara il 2018-06-03 13:06:40
Per quanto riguarda Guglielmo, devi tener conto che non siamo di fronte un killer professionista, ma a una persona fragile che la gelosia ha spinto a compiere un atto insensato. E la paura di essere prima o poi scoperto, unita al rimorso d'aver ucciso l'uomo che amava, sicuramente non lo faceva dormire la notte. Così, ha finito per prendere come una liberazione dai propri tormenti, la conclusione dell'indagine che lo inchiodava alle sue responsabilità. I sei punti me li sono segnati sul quaderno degli appunti, dove scrivo gli errori e le incongruenze che mi vengono segnalate, e che prima di mettermi a scrivere un nuovo racconto vado a ripassare, sperando di non commetterne, o commetterne meno in futuro. I due refusi li ho sistemati. Non mi resta che ringraziarti per l'ennesima volta, per l'attenzione che dedichi alla lettura dei miei racconti. Ciao Antonino.

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Paolo Guastone il 2018-06-05 11:22:51
Anche in questo caso, ottima trama e testo che tiente incollato il lettore al video per capire cosa diavolo si è inventato stavolta l'assassino. E il particolare della spada "tarocca" è davvero la cigliegina sulla torta. Non mi torna, però, una cosa: la vittima è un cinquantenne, e va bene, l'amante è il commesso ventenne che ....ha lavorato con la vittima venti anni e ne ha trascorsi quindici di vita comune....c'è qualcosa che non quadra.....

Vecchio Mara il 2018-06-05 15:09:14
Rispondo qui anche al commento sul racconto precedente (Tra moglie marito), per errore ho cliccato su cancella, me ne scuso, in ogni caso prima l'ho letto, Stavolta mi sono fatto fregare dall'orario dei treni, dici che i freccia rossa non partono di notte? Se è così non so proprio come rimediare, l'alibi era basato sulla velocità... potrei propendere per il volo aereo, ma sarebbe troppo complicato... dovrò andarmi a leggere gli orari dei treni per vedere come porre rimedio. E ora veniamo a questo, qui non ci ravviso nessuna incongruenza, in quanto il commesso dice al commissario : "Vero, chi avrebbe mai potuto immaginare che un ventenne si potesse innamorare di un pur ricco cinquantenne e condividere con lui vent'anni stupendi?" Praticamente gli sta dicendo che quando l'aveva conosciuto lui aveva vent'anni, che si era innamorato fin da subito del suo datore di lavoro, e che d'allora sono trascorsi altri venti anni, di cui quindici condivisi anche fuori dal lavoro; ergo: ora il commesso ha quarant'anni e la vittima settanta. Ora, non so se ho scritto da qualche altra parte l'età della vittima, ho fatto scorrere il testo ma mi pare di no, controllerò meglio. In ogni caso la vittima, al momento della morte, dovrebbe avere circa settant'anni. Ti ringrazio e mi scuso ancora per aver erroneamente cancellato un tuo apprezzato commento. Ciao Paolo

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