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I borghi sul dirupo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-05-31 10:04:38


Percorrendo i vicoli tortuosi di un borgo ligure per consegnare la posta, Stefano De Marchis meditava un crimine spaventoso.

Il Comune sorgeva tra i monti delle Alpi Marittime, non lungi dal confine con la Francia, ed era suddiviso nelle frazioni di Realdo, la più antica, e Realfio, la più popolata. Le due località erano poste, a mille metri di quota, in cima a una parete rocciosa, la cui forma a ferro di cavallo derivava da smottamenti avvenuti in epoca preistorica e, benché fossero collegate da una stradina lunga circa un chilometro, in linea d'aria distavano tra loro neanche trecento metri.

La caratteristica più saliente di Realdo e di Realfio era quella di affacciarsi, l'una di fronte all'altra, sull'orlo di un profondo precipizio. Sporgersi dalle finestre della prima fila di case impressionava, perché dritto sotto di sé la montagna scendeva in verticale per decine se non centinaia di metri, come se sul fondo si aprissero le porte stesse dell'inferno.

Mentre camminava sul lastrico sconnesso, che pareva lì fin dal medioevo, l'impiegato provava la spiacevole sensazione di essere spiato. D'altronde si sentiva sempre a disagio quando circolava per quei caruggi. De Marchis, settanta chili di peso per centosessantotto centimetri di statura, il cui volto ovale dall'espressione sempre seria era ornato da occhialetti tondi con la montatura di metallo, odiava sia il borgo sia l'attività che vi svolgeva, perché ai suoi occhi testimoniavano il suo fallimento.

Laureatosi in geologia, aveva lavorato sette anni nel più rinomato studio tecnico del capoluogo provinciale, dove all’epoca risiedeva. Però a Imperia si sentiva l'ultima ruota del carro, costretto a svolgere insignificanti compiti di routine per un magro stipendio, senza né la stima dei superiori né effettive prospettive di carriera e neanche la possibilità economica o le conoscenze per aprire uno studio in proprio.

Aveva perciò partecipato a concorsi e, vintone uno proprio alle poste della terra natale, lasciata diciotto anni prima con la famiglia, aveva mandato al diavolo i titolari dello studio di geologia e si era ristabilito nella casa avita. Ora, a quasi sedici anni di distanza, conosceva a menadito l'intera popolazione, composta peraltro da poche centinaia di residenti.

Giunto a un'estremità di Realfio, il postino sbucò in uno spiazzo sterrato, sul lato opposto del quale si ergeva un'elegante villa seicentesca a tre piani. De Marchis non ebbe bisogno di infilare la corrispondenza nella buca delle lettere, perché all'ingresso stazionava un energumeno alto e massiccio con l'aria da guardaspalle. Senza profferire parola questi allungò la mano per ritirare la posta. De Marchis gliela consegnò e si affrettò ad allontanarsi.

La magione apparteneva a Giuseppe Lucchese, potente boss della 'ndrangheta, la cui cosca spadroneggiava giù in riviera, ad Arma di Taggia e dintorni. Ciò almeno era quanto sosteneva la vox populi locale, perché ufficialmente il presunto mafioso era soltanto un imprenditore e comunque a Realfio non svolgeva alcuna attività. Vi risiedeva abitualmente perché, così raccontava, il luogo gli ricordava gli amati monti della Sila, di cui era originaria la sua famiglia.

Peraltro De Marchis non nutriva dubbi circa la veridicità delle dicerie. Recatosi per la prima volta alla villa sei anni prima, quando Lucchese vi aveva appena traslocato, aveva, infatti, ricevuto inequivocabili minacce, solo perché la busta che stava consegnando era deteriorata. Lo ricordava come se fosse accaduto il giorno precedente:

“Voi siete il postino di questa amena località?”

Così gli aveva chiesto, con pesante accento calabrese, un nanetto barbuto sui trentacinque anni, fissandolo in maniera tutt'altro che rassicurante.

“Sì, buongiorno. Lei è il signor Lucchese? Ci sarebbe una raccomandata da firmare.”

“Eh, missive, raccomandate, cartoline, telegrammi, circolano tanti documenti delicati per le vostre mani. E alle volte voi postini avete la cattiva abitudine di sbirciare la corrispondenza o magari siete poco scrupolosi e capita che danneggiate o smarrite qualche cosa…”

“Lei è ingiusto signor Lucchese, le garantisco che la nostra è una categoria seria.”

“Lo spero per te, signor postino, perché se ancora dovesse accadere qualcosa del genere con la posta diretta a questo indirizzo, Giuseppe Lucchese… a proposito, io sono il suo assistente e segretario Marco Tripodi, molto piacere. Giuseppe Lucchese, dicevo, s'incazzerebbe parecchio ed è molto meglio per chiunque non essere il soggetto delle sue incazzature. Sono incazzature che fanno male alla salute di chi le causa, le sue, ci siamo capiti?”

Da allora, quando doveva consegnare posta a Villa Lucchese, il portalettere aveva paura. E odiava sia il padrone di casa sia il sedicente assistente e segretario.

D'altronde a Realfio non poteva soffrire parecchia gente, a partire da Elpidio Biagiotti, contitolare dello studio geologico in cui aveva lavorato, colpevole di averlo spinto ad abbandonare l'attività. Rivolse i suoi pensieri a lui: risiedeva in paese da quando, un lustro prima, era andato in pensione e lo trattava amichevolmente, ma all'epoca era altezzoso e ne disconosceva le qualità. Non che l'avesse mai dimostrato in maniera lampante, a volte si fingeva anzi compiaciuto, Stefano però se n'era accorto ugualmente. Perfino adesso, dietro la facciata benevola scorgeva la realtà: agli occhi di Biagiotti l'ex impiegato restava un buono a nulla.

Per completare il giro, al funzionario restavano da consegnare alcune missive nella via diretta al cimitero. Al termine era in anticipo sull'orario, perciò prima di spostarsi a Realdo effettuò una rapida visita alla tomba dei genitori. Numerose lapidi, compreso quella materna, erano imbrattate da scritte e disegni osceni! Cercò di ripulire, imprecando e maledicendo il mondo intero, ma dopo mezz'ora di sfregamenti le oscenità si leggevano ancora con chiarezza. Per rimediare sarebbero occorsi tempo e attrezzature adeguate, comprese allontanandosi di pessimo umore.

Giunto infine all'ufficio postale, vi entrò per riempire la borsa con la posta diretta a Realdo. Si trattava di un pacco assai più sottile, perché Realdo era spopolata.

“La finisci di sbevazzare al bar durante l'orario di lavoro, fottuto lavativo? Sei in ritardo sulla tempistica.” L'apostrofò un tizio quasi calvo dal volto scavato.

De Marchis s'imporporò in viso ma non lo degnò di una risposta. Giustificarsi sarebbe stato fiato sprecato: Silvano Secco, direttore dell'ufficio postale, era suo nemico giurato e non faceva che criticarlo senza motivo. Solo una volta il superiore l'aveva sorpreso durante l'orario di lavoro mentre si faceva un goccetto al bar del paese, ma da allora glielo rinfacciava di continuo, manco fosse un ubriacone.

“Tu mi hai fatto le scarpe, brutto stronzo, impedendomi di salire di grado fino a dirigere una filiale,” – borbottò rabbioso quando non fu più a portata di voce, mentre girava sul fianco dell'edificio per recuperare la moto lì posteggiata – “è colpa tua se sono ancora semplice portalettere e in tal ruolo resterò fino a fine carriera. Ma la pagherai cara pure tu, vedrai. Oh se la pagherai”.

Si soffermò quindi nello slargo tra l'ufficio postale e la casa accanto, le cui facciate posteriori si affacciavano direttamente sull'orlo dello strapiombo che fungeva da confine del villaggio. Da là volse lo sguardo verso l'altra frazione, che si stagliava, come incantata, sull'estremo opposto del precipizio, dinanzi ai monti innevati. Contemplò il castagneto che cingeva i borghi da una parte e si soffermò a osservare le colline boscose degradanti in lontananza. Il paesaggio di Realdo-Realfio era davvero straordinario e almeno di quello non si stancava mai. Sarebbe stato un peccato vederlo mutare.

Era ancora immerso in meditazione quando si sentì salutare con un rauco:

“Salute ragazzo, come va?”

“Male va, come vuole che vada, in ‘sto cavolo di paese.” rispose voltandosi in fretta.

Si piccava di lamentarsi sempre per non attirare la malasorte, facendo inoltre attenzione a non dare mai le spalle a nessuno, che non si sa mai. D’altronde scontento lo era sul serio, quindi stavolta non aveva bisogno di mentire.

“Oggi si mette al brutto, sta per piovere”. Aggiunse l’anziano compaesano, esprimendosi nel dialetto locale.

“Già, il cielo non promette nulla di buono.”

“E stanotte nevicherà forte. Domani sarà dura consegnare la posta, ragazzo, avrai bisogno degli stivali alti e di molta pazienza.”

Quindi il vecchio lo guardò con espressione da Stefano giudicata malevola: godeva al pensiero del postino che arrancava faticosamente in mezzo alla neve e al fango.

“Non si preoccupi Pietrin, per me è niente”. Rispose spavaldo.

E la smettesse una buona volta di chiamarmi ragazzo, sto per compiere cinquant'anni, cazzo. Aggiunse silenziosamente.

“A proposito, porta i miei saluti alla tua cara, vispa signora, mi raccomando”. Concluse il vecchio.

Stefano De Marchis si allontanò incupendosi ulteriormente per l'ironia del commento. Tempo addietro aveva avuto contrasti col figlio del vecchio Pietrin per una questione di diritti di parcheggio e sapeva che l’intera famiglia non lo poteva soffrire e malignava con gioia della sua vergogna. Aveva sperato che almeno il patriarca fosse superiore a simili piccinerie, ma evidentemente non era così.

Già, la sua vergogna. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di mantenere il segreto, invece tutti in quel miserabile buco parevano esserne a conoscenza. Era diventato lo zimbello dei paesani. E la responsabilità ricadeva per intero su Federico Rozio, il suo migliore amico. L'unico amico, anzi, da quando con l'altra coppia di frequentazioni stabili era finita male. Aveva, infatti, scelto di rompere col primo per motivi – balneari – che a distanza di tanti anni riconosceva come risibili, con la conseguenza di perdere poi di vista anche il secondo.

Stefano e Federico si conoscevano fin dall'asilo, ancora bimbetti eppure già affezionati, e avevano continuato a frequentarsi anche dopo il suo trasferimento a Imperia. Ora aveva scoperto che l'ormai ex fraterno amico lo cornificava.

D'altronde le sue esperienze con l'altro sesso erano sempre state sfortunate. Ricordava bene l'amara conclusione del rapporto precedente:

“Allora, Daniela, ti vuoi sposare?” le aveva chiesto un giorno, dopo anni di fidanzamento e due di convivenza.

“Sì, ma non con te”. Era stata l'inattesa, bruciante risposta.

Poi, quando ormai non ci sperava più, aveva conosciuto Rosalba, l'attuale moglie. L'aveva amata con tutte le forze e si era creduto felicemente ricambiato. Mai avrebbe immaginato che un giorno lei l'avrebbe tradito, per giunta proprio col suo migliore amico, meditò mentre si dirigeva in scooter verso Realdo. Cominciavano intanto a cadere le prime gocce d’acqua.

I mariti, si sa, sono sempre gli ultimi a sapere. Infatti, prima di scoprire la verità aveva sentito a lungo su di sé gli sguardi dei paesani senza immaginarne il motivo. Un mattino aveva però invertito il percorso delle consegne, cominciando da Realdo per concludere a Realfio. Era perciò giunto nel caruggio in cui abitava il caro, carissimo Federico – unica persona al mondo verso cui nutriva piena fiducia e scapolone impenitente – assai dopo l'orario abituale e proprio mentre vi svoltava aveva intravisto Rosalba entrare nel di lui appartamento. Sorpreso, aveva raggiunto le finestrelle di pianterreno dell'abitazione per spiarne i movimenti e, benché da dietro le tende tirate non si vedesse un granché, non aveva avuto dubbi su quanto stesse accadendo.

Pur guardandosi dal rivelare la propria scoperta, fin da quel tristo giorno aveva meditato vendetta: prima o dopo si sarebbe crudelmente rivalso su entrambi i fedifraghi, sugli altri suoi nemici personali e su tutti gli ostili compaesani che ce l'avevano con lui: odiava l'intera popolazione di Realfio.

I preparativi fondamentali erano organizzati da tempo, aveva tuttavia tergiversato, colto da incertezze e timori, vagliando varie alternative, come ad esempio chiedere il divorzio per poi abbandonare per sempre il paese. Ma ottenere trasferimento non sarebbe stato facile e alla sua età non poteva permettersi di rassegnare le dimissioni. D'altronde l'eventuale partenza non l'avrebbe salvato dal disprezzo dei villici, perché sarebbe stata considerata una fuga.

No, decise, inutile indugiare ancora, il momento è propizio e tanto vale approfittarne.

La visita al cimitero e il precedente incontro l'avevano talmente turbato da fargli passare ogni residua titubanza. In quella notte d'inizio dicembre, gelida e piovosa, i realfini sarebbero stati tappati in casa, alla sua mercé. Neppure uno gli sarebbe sfuggito e anche se egli stesso non fosse sopravvissuto ne sarebbe comunque valsa la pena.

Presa dunque la decisione, una volta tornato a casa recuperò il necessario e lo caricò in macchina. Dopo cena uscì con una scusa e percorse un tratto in auto per poi avviarsi a piedi lungo lo scosceso sentiero che conduceva al fondo valle, camminando adagio sotto la pioggia che aumentava d’intensità, aiutandosi con una potente torcia elettrica.

Non nutriva dubbi sul da farsi. Era stato un valente geologo e conosceva ogni conformazione rocciosa della sua terra. Dopo la laurea aveva inoltre avuto la favorevole opportunità d'effettuare il servizio militare nel genio, acquisendo una adeguata conoscenza sugli esplosivi. La distruzione sarebbe stata totale!

Giunto non visto alla base della montagna, sistemò nei punti strategici il potente detonante di cui era entrato in possesso tempo addietro. All'epoca era stata una sorpresa scoprire quanto su internet fosse facile procurarsi i prodotti necessari da assemblare, se, come nel suo caso, si sapeva cosa cercare.

Avrebbe ottenuto il miglior risultato possibile senza praticamente lasciar tracce. Perfino nutrendo sospetti, a suo parere difficilmente qualcuno avrebbe potuto capire la verità. Si sentiva tuttavia ragionevolmente certo che l'evento sarebbe stato ritenuto un disastro naturale, causato dagli intensi rovesci delle ultime settimane uniti alle gelate notturne. Infatti, il mese precedente si era già verificato uno smottamento, che aveva indotto gli allarmati residenti a interpellare Regione e Protezione civile. Autorità rimaste inattive dopo le iniziali verifiche e perciò deputate a essere ritenute corresponsabili.

Una volta finito, decise di attendere, a costo di buscarsi una bronchite, affinché più gente possibile fosse chiusa in casa e possibilmente già a letto. Intanto il piovasco diveniva nevischio per poi trasformarsi in una vera e propria intensa nevicata, destinata ad ovattare ogni suono.

Quando infine agì, ebbe giusto il tempo di ripararsi in un incavo naturale precedentemente individuato nella parete di fronte e di fare i debiti scongiuri, quindi le cariche deflagrarono in un sordo boato che, se fosse stato udito dal villaggio vicino, col senno di poi sarebbe stato di certo attribuito al crollo stesso.

Per qualche momento nulla parve accadere, poi l'intera metà sinistra della montagna cominciò a franare, trascinandosi fragorosamente dietro tutti gli edifici di Realfio insieme alla gente che li occupava, in una vertiginosa, apocalittica, caduta di duecento metri.

 

Ora sul dirupo si sarebbe affacciato un solo borgo e di Realfio si sarebbe perso perfino il ricordo.

***

 

Sul luogo della tragedia erano giunti giornalisti da varie nazioni. La frana aveva ucciso in un sol colpo ben duecentosessantacinque persone e catturava l'attenzione del mondo intero.

In quel momento l'inviato di uno tra i principali tg italiani cercava di suscitare la partecipazione emotiva dei telespettatori, concentrando l'attenzione sugli unici tre superstiti della tragedia, il postino, che al momento del disastro tornava faticosamente in auto da Imperia dopo essersi recato al cinema, e due ragazzi di diciotto e diciannove anni, che in quella stessa ora discorrevano con amici in una birreria pub di Sanremo. In realtà oltre a loro era scampata anche una coppia in vacanza ai Caraibi, ma i media non ne erano a conoscenza, anche perché della maggioranza degli altri dovevano ancora essere recuperate le spoglie.

Ecco dunque le telecamere seguire il povero portalettere sul luogo del disastro. In mezzo a cotanta distruzione, di resti delle umane cose ne affioravano pochi, ma poi, oh qual momento giornalisticamente fortunato, in mezzo alle macerie l'uomo individuò un oggetto impacchettato. Lo raccolse, lo scartò, l'osservò per qualche istante con aria perplessa e infine scoppiò in un pianto disperato.

“Sarà forse appartenuto all'adorata consorte?” si domandò con tono ponderatamente commosso il noto telecronista…

 

Ad Arma di Taggia il piccolo Marco Tripodi seguiva costernato il tg, grattandosi pensierosamente la barba. Il suo datore di lavoro, Giuseppe Lucchese, si trovava a Realfio la notte della catastrofe e doveva essere morto insieme agli altri paesani. Perciò lui era ufficialmente disoccupato.

“E tu guarda se l'unico superstite doveva essere quel mentecatto del postino.” Sbottò irritato.

Era convinto che fosse stato quell'uomo a convincere l'intero abitato che lui e Lucchese fossero mafiosi. Ipotesi peraltro facilmente creduta dai paesani anche per il cognome dell'imprenditore, omonimo rispetto a una nota famiglia ritenuta al comando di una 'ndrina calabrese. Era davvero incredibile, meditava in quel momento, come in pieno ventunesimo secolo la semplice origine meridionale potesse condizionare a tal punto l'esistenza.

Il primo incontro col De Marchis gli era indelebilmente scolpito nella memoria. Da una finestra del secondo piano di Villa Lucchese l'aveva visto sbucare nello spiazzo antistante e inciampare in una radice affiorante dal terreno, rovesciando la sacca della posta in una pozzanghera. Quindi l'aveva osservato mentre si affannava a raccoglierla, prendeva in mano ogni singola carta fuoriuscita e cercava affannosamente di ripulirla, inzaccherando invece ancor di più.

Era allora sceso ad accogliere l'imbranato all'ingresso. Questi gli aveva consegnato una lettera indirizzata a Lucchese. Sulla busta Tripodi aveva visto uno strappo. Doveva averlo causato mentre tentava di ripulirla.

Al che non si era saputo trattenere dall'apostrofare il responsabile con una via di mezzo tra una critica e uno sfottò:

“Lei è il postino di questa amena località? Eh, missive, raccomandate, cartoline, telegrammi, circolano tanti documenti delicati per le sue mani. Stiamo freschi se li tratta sempre in tal modo, è suo dovere essere più scrupoloso. Quando il signor Lucchese vedrà la busta così conciata si arrabbierà.”

Ammetteva che avrebbe potuto risparmiarsi la sparata, figlia di un periodo stressante, tuttavia mai si sarebbe aspettato che a qualche settimana di distanza avrebbe udito trasformare quella frase innocua in una vera e propria minaccia di stampo mafioso, per giunta involgarita rispetto all'originale.

 

Intanto, in un appartamento condominiale di San Bartolomeo al Mare, cittadina rivierasca imperiese non lungi dal confine col savonese, due coniugi seguivano il medesimo servizio, a un tempo trafelati per il dramma e irritati per il cinismo dell'inviato.

“Poveraccio. Perché non lo lasciano in pace?” si sfogò infine la moglie.

“L'audience davanti a tutto, cosa vuoi farci.”

“Che meschineria.”

Il marito lì per lì non rispose. Poi, “a rovinarlo è stata la sua personalità!” esclamò all'improvviso.

“Come dici, scusa?”

“No, niente, pensavo ad alta voce. Ricordo bene quell'uomo, Stefano De Marchis. Un tempo lavorava con me nello studio di geologia. Un valido professionista. Avrebbe potuto svolgere una buona carriera, per lo meno entro le limitate possibilità del nostro ambito.”

“Davvero? Perché allora stava lassù a consegnare la posta?”

“Eh, ce l'aveva col mondo intero, la gente non pensava che a danneggiarlo, a sentir lui. Era stato Elpidio ad assumerlo e a metterlo sotto la propria ala protettrice, eppure quel matto vedeva del malanimo in ogni sua azione. E se è per questo anche in ogni azione mia. Alla fine ha litigato e se n'è andato sbattendo la porta.”

“Ma davvero te e il dottor Biagiotti non avevate niente contro di lui?”

“Figurati, Elpidio negli ultimi tempi meditava addirittura di proporgli di entrare nella società.”

“Allora perché se ne è andato? Non gli aveva fatto capire le sue intenzioni?”

“Si invece, ma non gli ha creduto e ha pensato di essere preso in giro. Stefano De Marchis è malato di mente, secondo me, un paranoico con manie di persecuzione, però il suo disturbo non dev'essere mai stato diagnosticato.”

 

***

 

Da due giorni Stefano De Marchis era chiuso nella stanza d'albergo in cui la protezione civile l'ospitava provvisoriamente, coi nervi a pezzi. Non ne usciva neppure per farsi rassettare il letto. I camerieri gli portavano direttamente i pasti in camera, peraltro rimandati indietro quasi intonsi.

Si era creduto fortunato, dopo il colpo. Nessun superstite, mentre lui non aveva subìto neppure un graffio. In quel riparo naturale era al sicuro e, contrariamente ai suoi timori, l'ingresso non era rimasto ostruito. Una volta diradatosi il polverone, si era destreggiato in mezzo ai massi per poi, scarpinando nella neve alta già vari centimetri, raggiungere il luogo in cui aveva nascosto l'auto. Aveva quindi guidato con prudenza fin dove la strada terminava nella nuova voragine. Dal momento dello scoppio era trascorsa oltre un'ora e mezza e i pompieri, chiamati dagli abitanti di Realdo, erano giù giunti e cercavano di calarsi con le corde, illuminando il fondo a giorno con potenti riflettori.

Il mattino dopo si era prestato di buon grado alle attenzioni dei mass media, timoroso soltanto di non apparire abbastanza sconvolto. Si era aggirato nel luogo del disastro con l'aria doverosamente affranta finché aveva trovato il fatidico pacco. Aveva tolto l'allegra carta colorata già semi strappata e, alla vista del metallo mezzo schiacciato e dei meccanismi interni, irrimediabilmente distrutti malgrado la presenza di uno strato protettivo di polistirolo, non aveva più dovuto fingere dolore, perché aveva capito tutto. D'altronde, a togliere ogni dubbio c'era anche un bigliettino d'auguri.

Federico Rozio era un noto antiquario e gestiva un'avviata bottega a Montecarlo. L'oggetto spiaccicato dentro al pacco era una parigina, di cui Stefano era appassionato. Ne possedeva tre e avrebbe desiderato ampliare la collezione con una quarta, ma quegli antichi e preziosi orologi costavano troppo per le sue possibilità e a malincuore aveva finito per rinviare l'acquisto sine die.

Sua moglie tuttavia ne conosceva i gusti ed era una donna assai previdente. I regali natalizi, per giunta concomitanti col suo compleanno, che cadeva il 26 dicembre, li acquistava sempre con mesi di anticipo, per poi nasconderli fino al momento d'infilarli sotto l'albero. Questo doveva averlo riposto in soffitta, ecco perché era sbucato in superficie.

Non lo stava tradendo, il giorno ottobrino in cui l'aveva scoperta in casa dell'amico. Stava invece ritirando la parigina, comprata di sicuro con enormi sacrifici. Quale miglior prova d'amore, dunque? Dal negozio, gentilmente Federico gliel'aveva portata in paese di persona. Ne era certo, perché il pacco – riconosceva sia la forma sia l'inconfondibile disegno della carta colorata – stava proprio sul tavolo appoggiato alla finestra da cui aveva sbirciato, quel maledetto giorno.

Almeno riguardo a loro aveva clamorosamente sbagliato. E dunque nessun paesano spettegolava alle sue spalle! Quanti altri errori aveva commesso?

Sconvolto dal rimorso, s'affacciò con le lacrime agli occhi al balcone della camera, al quinto piano dell'hotel. Voleva espiare. Rivolto lo sguardo alla strada sottostante, prese a recitare, disperato, una preghiera per la sua anima e, prima ancora di terminarla, si gettò giù, morendo sul colpo.

 

21/9/13, rielaborazione terminata il 28/5/18, fine. Massimo Bianco.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Paolo Guastone il 2018-05-31 12:42:40
Quante cose si nascondono dentro gli stretti carruggi dei vecchi borghi liguri in bilico sui monti dell'entroterra! (ed io stesso ne ho scritto giusto qualche giorno fa....). Sinceramente una cosa così non me l'aspettavo: hai saputo condurre la trama fino alla fine nascondendo al lettore il vero dramma che si cela nelle tue parole. Trovo la prosa diversa da i tuoi soliti racconti, probabilmente perché, come hai scritto, questo è un racconto di qualche anno fa. Comunque, si lascia leggere con piacere fino alla fine, fino al dramma finale, preceduto dall'orrenda vendetta escogitata dal malcapitato protagonista. Piaciuto molto.

Massimo Bianco il 2018-05-31 14:24:57
Non so se la mia prosa in questo racconto sia diversa, tra l'altro quasi tutto quello che io ho proposto finora qui ha qualche annetto sulle spalle. In effetti l'entroterra Ligure è pieno di borghi medioevali che si prestano bene per storie macabre e Realdo è solo uno dei tanti (Realfio invece non esiste, è un parto della mia fantasia). Sono molto lieto che il mio racconto ti sia piaciuto. Grazie per la visita.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Antonino R. Giuffrè il 2018-05-31 14:43:40
Non ricordavo questo titolo, ma il racconto sì, sia pur vagamente. C’è poco da dire. Fila liscio dall’inizio alla fine, e per quanto riguarda la trama e per quanto riguarda lo stile, che non mi pare troppo distante da quello attuale. Il suicidio del protagonista, a cui non va certo la mia pietà, è congruente al suo madornale errore. Piaciuto. Ciao.

Massimo Bianco il 2018-05-31 14:57:44
Ciao Antonino, sono particolarmente lieto che questo mio racconto ti sia piaciuto per un motivo specifico. In effetti speravo molto che lo leggessi ed esprimessi il tuo parere, positivo o negativo che fosse, eh, eh, eh, perchè all'epoca in cui lo avevo proposto me lo avevi pesantemente stroncato e poi, qualche settimana dopo, mi avevi chiesto scusa, dicendomi che temevi fosse colpa tua se aveva ricevuto pochi commenti e che ero stato un vero signore nel risponderti perchè chiunque altro al mio posto ti avrebbe mandato a quel paese (a Realfio?). In effetti non mi trovavo d'accordo su molte tue obiezioni (purtoppo ho perso il tuo commento orignale) ma non su tutte e di un paio che ricordavo, e secondo me utili, ho tenuto conto, rielaborando lo scritto, ad esempio quando spiego che il materiale necessario per la sua impresa Stefano se lo è procurato via internet. Molte cose di quella versione sono rimaste identiche, molte altre però le ho aggiustate, inoltre tutta la parte che riguarda Villa Lucchese l'ho inventata di sana pianta (e scritta) la scorsa settimana. E al di là del fatto che il merito sia delle manipolazioni da me effettuate o di una tua mutazione nei gusti o di tutte e due le cose insieme, sono ovviamente più che lieto di averti stavolta convinto Ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Vecchio Mara il 2018-05-31 21:33:18
La tremenda vendetta del postino.... questo me lo ricordavo come uno dei tuoi che più mi erano piaciuti su Net, e l'ho riletto volentieri, anche perché non rammentando più il colpo di scena finale, è stato come se lo leggessi per la prima volta. Piaciuto come la prima volta, anzi, di più! Ciao Massimo

Massimo Bianco il 2018-05-31 23:55:22
Grazie Giancarlo, per la visita e per l'apprezzamento. All'epoca era stato assai poco commentato, ma io in questo racconto ci credevo ugualmente, tuttavia prima di riproporlo ho deciso di rivederlo e penso che così com'è ora sia ancora migliore. Ciao.

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-06-07 20:20:22
Ciao, Massimo: l'ho riletto una seconda volta con estremo piacere e lo trovo un risultato altissimo, come Mal'aria di Baldini: l'ambientazione, la fotografia (quasi una certa musica fatta di vuoto e di vento...), le dinamiche tra risentimento, vanità umana e spirito malato di vendetta e tutta quell'atmosfera di provincia italiana, così unica, malata, cinica, disperata e umanissima. Una storia che meriterebbe di diventare un telefilm radiotelevisivo, perlomeno e mi ha ricordato altre coso di Pupi Avati e Lucio Fulci, emeriti. Certo che con storie come questa la qualità di PIAF vola altissimo e pazienza che forse in pianura ci sono pochi a scorgerle, l'importante è farle spiccare il volo. Bravissimo, davvero un gran bel lavoro, abbi gioia

Massimo Bianco il 2018-06-10 10:53:57
Ti ringrazio dell'apprezzamento Mauro. Ho letto Mal'aria, un bel romanzo, col quale non merito raffronti, trovo comunque" spirito malato di vendetta" una bella definizione. Un buon titolo alternativo a "I borghi sul dirupo" avrebbe potuto essere "La verità", perchè è questo in fondo il tema portante. In tutta la prima parte, circa tre quarti, del racconto viene mostrato perchè Stefano De Marchis fa quello che fa, la "verità" su quel paese, che lo fa apparire un vergognoso concentrato di meschinerie che effettivamente esistono, sono tipiche di tanti paesini, sono, appunto, "la verità". Nel finale si scopre però che quella non era "la verità assoluta" ma solo "la sua verità" e che "la vera verità" era tutt'altra e la spiega bene il suo ex collega geologo. Del resto tutte le nostre esistenze non sono forse fatte di "mille diverse verità"? P.S.: la foto di copertina è un mio scatto ed è Realdo (Realfio ovviamente non è mai esistita). Ciao.

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90Peppe90 il 2018-07-28 08:04:59

Ciao, Max, finalmente ritorno anche da te; stamane, ho sfruttato la mancanza di sono per "spararmi" due tuoi racconti di fila, a partire dalle 5:45... ma li commento adesso perché prima, da telefono, risultava scomodo. O meglio lo commento, questo qui; perché l'altro - 2054 - Nuova meravigliosa città - non saprei... non che sia brutto né posso dire che non mi sia piaciuto leggerlo o che mi abbia annoiato. Semplicemente, non so, non mi ha trasmesso granché né mi ha coinvolto particolarmente, nonostante le tematiche trattate. Per cui, avendo ben poco da dire, ho preferito lasciare queste due righe qui.

Passando a I borghi sul dirupo... a un certo punto, mi son messo le mani ai capelli: "Ma quanto sfigato è questo qui, poverino?!" e poi, effettivamente, la parte finale dà una risposta a quella domanda incredula e alla parte precedente, costituita da una serie di situazioni tra il tragico e il comico, oserei dire (fino, almeno, all'evento per eccellenza di questa storia che, di comico, ha ben poco... anzi, proprio nulla). Per altro - al di là dell'apparire sfortunato - si avverte un po' per l'intera narrazione questa tendenza del protagonista, poi appunto confermata appieno nella fase conclusiva, a sentirsi bersaglio e vittima, la sua natura basata su piagnistei e disturbi paranoici. Tant'è che le due parti non risultano stridenti tra loro ma, invece, decisamente armonizzate e coerenti.

Suggestiva l'ambientazione - come spesso avviene nei tuoi scritti -, tanto che anche senza immagini (il cui inserimento, comunque, ritengo azzeccato e apprezzo molto) sembra quasi di poterla vedere, grazie al modo in cui la descrivi e dal quale trasudano tutta la tua conoscenza e passione per i luoghi a te cari e vicini.

Lo stile poi, be', non ha certo bisogno di presentazioni. Nei tuoi racconti trovo sempre parole che non vedo usare a nessun altro (ne imparo davvero tante, tra l'altro), né qui né altrove, e che contribuiscono a rendere il tuo stile unico e riconoscibile. 

Be', che dire ancora? Racconto piaciuto, letto con gran piacere.

Ciao!

Massimo Bianco il 2018-09-09 11:32:20
Ti ringrazio per l'apprezzamento anche se con ritardo apocalittico perchè in questo periodo dell'anno non ho voglia di entrare non dico in Piaf ma addirittura nei media in generale (pensa che record: per 20 giorni consecutivi non ho né acceso la tv né visitato internet né ascoltato la radio e il cellulare o smartphone che sia manco lo possiedo, ah). S. De Marchis: troppo sfigato perchè non vi fosse una fregatura, vero? Quanto al mio vocabolario, qualcuno ogni tanto brontola per l'uso di qualche espressione non usualissima, ma non può sapere che le mie non sono quasi mai ricercatezze, io all'incirca parlo proprio così, da sempre. Oh, mi piace l'idea di avere uno stile unico e riconoscibile (ma se non me lo dite voi che ce l'ho da me non me ne rendo conto) Ciao.

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