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La diversa percezione del tempo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-06-05 15:53:31


La diversa percezione del tempo

 

Giorni, mesi, anni… no, non è affatto vero che il tempo scorre sempre uguale; provate a fare mente locale: i ricordi del malo tempo son molto più numerosi e persistenti di quelli, sempre e comunque troppo brevi, del felice tempo.

Della mia lunga vita che attende d’esser brandita dalla fine del mio tempo, ho ricordi di anni infelici, lunghi come lustri; appena mitigati da un unico scampolo di anno felice, breve e fragile come lo può essere l’attimo d’un afflato d’amore nel mezzo di una tragedia che sconvolse il mondo.

 

Nascere in un paesello incastonato dentro una solitaria e stretta valle, da cui anelavo scappare, fu una fortuna durante quel tempo infame; le squadriglie che andavano a bombardare le città passavano alte sopra i tetti, sfiorando le cime dei monti, senza degnarsi di sprecare una sola bomba su un obbiettivo di nessun interesse strategico.

Questo, unito al fatto che il borgo fosse raggiungibile solo da uno stretto e scosceso valico, pomposamente battezzato “Passo Paradiso”, che s’inerpicava come una serpe lungo il fianco del monte prima di gettarsi a capofitto dentro la valle (valico, sentiero, o passo che dir si voglia, impraticabile da fine autunno sino a primavera inoltrata per le frane provocate dalle piogge torrenziali e le valanghe dovute alle copiose nevicate) contribuì a fare della mia aspra terra un piccolo eden piazzato nel mezzo di un’immane tragedia epocale.

 

8 settembre 1943

 

«Clara! La guerra è finita! Papà tornerà finalmente a casa!» gridò piangendo di gioia mia madre stringendomi al petto.

Non era vero, la guerra sarebbe continuata e mio padre non sarebbe mai più tornato: era caduto sul fronte russo. Ma questo, né mia madre né tantomeno io, quel giorno lo potevamo sapere.

 

Era stato il parroco a captare, dalla ricetrasmittente strategicamente posizionata sul campanile, la bella notizia e, dopo aver fatto suonare le campane a distesa, rendere partecipi i componenti della piccola comunità montana riunita dentro la chiesetta dell’avvenuto armistizio; dimenticandosi, forse volutamente per non  spegnere precocemente la contagiosa euforia, di riportarci il finale del messaggio captato. Vale dire, che stavamo solo cambiando socio e che la guerra sarebbe dunque continuata in un modo forse più giusto, ma sicuramente molto peggiore; obbligando, di fatto, italiani a combattere non solo contro i nostri ex alleati, ma anche ad ammazzare, o farsi ammazzare, dai nostri compatrioti che scelsero di restare a giocare la partita sino in fondo, seduti dalla parte sbagliata del tavolo.

 

In ogni povera casa del minuscolo borgo, quel giorno si palesò la speranza; perché in ogni casa c’era un figlio, un marito o un padre assente giustificato.

L’umanità dolente rimasta a pregare e sperare era così composta: un parroco dall’apparente età del dattero, dieci tra nonne madri e spose, due infanti, sette, tra i quali mio nonno paterno, troppo vecchi per esser arruolati come carne da cannone altri quattro non ancora maturi per esserlo. E infine io: Clara Rampelli, di anni sedici, sognatrice incallita nonostante tutto… oltre a nove capre, dieci pecore, dodici galline, tre galli e due muli.

 

Dopo una settimana di trepidante attesa, non avendo visto un sol uomo scendere dal sentiero, gli anziani compresero che la pace era ben lungi dall’approssimarsi; sensazione confermata durante l’omelia da don Oliviero, che ci relazionò sugli ultimi sviluppi da lui ascoltati poco prima alla radio.

 

15 Ottobre 1943

 

Le precoci e copiose piogge autunnali sconsigliarono anche ai più ardimentosi d’inerpicarsi lungo il passo, valicare il monte e scendere nella cittadina affacciata sul lago per accaparrarsi le ultime provviste in previsione del lungo isolamento invernale. «Quest’ inverno sarà più lungo e duro del solito. Il brutto tempo non c’ha permesso di completare le scorte, ci sarà da tirar ancor di più la cinghia», sentenziò mio nonno osservando, sconfortato, le nuvole basse che occultavano le abetaie.

«Clara!» esclamò volgendo lo sguardo sul castagneto sferzato da vento e pioggia.

«Sì nonno!» feci io correndo da lui.

Passandomi un braccio dietro le spalle indicò i castagni. «Se domani spiove, vado a raccogliere le castagne e a far della legna; se prometti di non farmi dannare, ti porto con me», annunciò usando il tipico tono, burbero ma bonario, del patriarca che pretende l’obbedienza e il rispetto dovuto a chi, grazie all’esperienza accumulata nel tempo, sa come e dove posare il passo sui sentieri occultati da foglie fradicie.

«Lo prometto, farò quello che mi dirai», risposi prima di andarmi a sedere, felice, accanto al camino.

 

16 Ottobre 1943

 

«Prima di mezzogiorno non pioverà!» mi rassicurò mio nonno osservando il sole giocare a nascondino con nuvole nere al galoppo. «Allora, sei pronta?» mi chiese poi, afferrando con una mano le briglie del mulo, bardato con il basto per trasportare la legna e le ceste per caricare le castagne.

«Andiamo», risposi timorosa, aggrappandomi alla mano callosa che mi porse per infondermi un po’ di coraggio.

Alle nove di mattina, illuminati da un sole intermittente, io, mio nonno e il mulo c’incamminammo lungo il sentiero del castagneto.

 

«Olà, Rambaldo, anche tu per castagne stamattina, eh!» esclamò il cinquantenne, claudicante, Samuele, mentre con il bastone smuoveva le foglie morte cadute sopra ai frutti.

«Castagne e legna, approfitto della tregua», rispose mio nonno, caricando sopra il basto dei grossi rami caduti a terra per il forte vento della notte.

«Eh, se avessi un mulo lo farei pure io… Ma, purtroppo, mi devo accontentare di riempire questo», replicò l’altro con una punta d’invidia, indicando lo zaino che portava sulle spalle.

«Se ti va, la legna la raccogliamo assieme, la carichiamo sul basto; poi, quando torniamo in paese, la si divide in parti uguali», disse allora il mio generoso nonno.

«Ti ringrazio immensamente. Avrei voluto chiedertelo, ma non trovavo il coraggio di farlo… sei un amico, Rambaldo», rispose Samuele, sinceramente commosso.

«Se non ci si aiuta tra noi…» fece mio nonno, smuovendo le foglie con il piede, senza concludere la frase.

In poco meno di mezz’ora, lavorando alacremente in due, riuscirono a riempire il basto di rami di castagno raccolti da terra. Allora mio nonno, dopo aver staccato le ceste, disse a Samuele di andare a scaricare il mulo in paese, mentre noi, nell’attesa che tornasse per un secondo carico, avremmo iniziato a raccogliere le castagne.

 

«Nonno! Nonno!» urlai spaventata trattenendo la voce, indicando un cumulo di foglie che pareva respirare.

«Non avere paura, è il vento che le smuove», mi spiegò usando un tono rassicurante. Poi, vedendomi riparare dietro di lui, prese il bastone. «Toh! Guarda», aggiunse sorridendo.

Il sorriso gli si spense subitamente sulle labbra, quando da sotto le foglie vide comparire il lembo di un pastrano militare. «Stai indietro Clara!», m’intimò allontanandomi da sé.

«Un tedesco! Che ci fa quassù?» si chiese dopo averlo scoperto del tutto, riconoscendo la divisa della Wermacht.

«Ѐ… morto?» gli chiesi tremando come una foglia.

Mio nonno, abbassandosi, si avvicinò al volto emaciato del militare. «No, respira, a fatica, ma respira», rispose.

«Ѐ congelato, non possiamo lasciarlo morire così», aggiunse toccandogli le guance. Si alzò e guardando lungo il sentiero vide Samuele risalirlo con il mulo. «Vieni qui con il mulo! Presto, fai presto!» gli urlò rafforzando il concetto agitando le mani.

Samuele allungò il passo; impiegò tre, forse quattro minuti, per giungere sino a noi trascinando il mulo. «Ѐ un tedesco!» esclamò ansimando, osservandolo con sguardo angosciato. «Come c’è arrivato fin qui?»

«Non lo so, deve essersi perso in mezzo ai boschi», rispose mio nonno mentre rifletteva sul da farsi. «Si è coperto con le foglie per combattere il gelo della notte, ma non gli è servito a molto. Se non trova un letto caldo al più presto, questo tira le cuoia… Carichiamolo sul mulo, lo portiamo in paese», giunse a concludere.

«Mah! Ѐ un soldato nemico!» sbottò Samuele ritraendosi.

«Io non vedo nessun soldato, né amico né nemico, ma solo un ragazzo di vent’anni che sta morendo… Dammi una mano, sbrigati!» lo spronò mio nonno, usando un tono che non ammetteva repliche.

Dopo averlo assicurato sopra il basto, scendemmo lentamente il sentiero. «E ora, chi si prenderà la responsabilità di tenerselo dentro casa?» gli chiese perplesso Samuele quando fummo in paese.

«Il prete, e chi se no?» rispose mio nonno.

Don Oliviero, da buon cristiano, nonché “servo del Signore”, non deluse le aspettative di mio nonno e lo accolse in canonica senza batter ciglio.

 

                                                    **************************

 

Rudolf Higher, così si chiamava il soldato che, approfittando del fatto che la sua compagnia fosse distaccata nei pressi del lago, una settimana prima aveva disertato cercando di raggiungere la vicina Svizzera attraverso i monti e ch’era finito col perdersi nei boschi; dove aveva vagato in un clima da tregenda per giorni senza riuscire a trovare l’uscita dal labirinto vegetale in cui si era cacciato.

Pioggia, vento e freddo, oltre ai pochi viveri che aveva portato con sé, avevano reso la sua fuga un calvario insormontabile; così, quell’ultima notte, fradicio di pioggia fin dentro le ossa, esausto e senza più forze per proseguire, battendo i denti per il gelo aveva pensato bene di coprirsi con delle foglie e di attendere lì l’ormai prossima fine; aveva spiegato don Oliviero davanti all’intera piccola comunità montana, riunita dentro la chiesa. Aggiungendo che, il ragazzo capiva e parlava l’italiano avendo, prima dello scoppio del conflitto, frequentato la facoltà di architettura presso l’università degli studi di Firenze.

 

Fu a quel punto che Savino, un vecchio pastore, saltò su dicendo: «Sì, va beh! Sarà anche un giovane istruito, conoscerà pure l’italiano e non so quale altra lingua… ma è pur sempre un soldato tedesco!»

Don Oliviero lo fulminò con uno sguardo, che potrei definire cattivo se non mi riferissi a un sant’uomo a tutto tondo. «E allora?! Se si fosse trattato di una pecora l’avresti accolta nel tuo ovile… Un uomo, vale dunque meno di un animale? Chiedo a tutti voi! Rudolf è un ragazzo di appena ventuno anni, che ha rischiato la vita… Per disertare, penserete voi… No, per non dover più uccidere o essere ucciso, per sfuggire a una logica aberrante, all’inferno in terra scatenato, badate bene, non da Dio! Ma dalla stoltezza umana!» disse usando il tono grave e profondo del buon predicatore.

«Amen!» fece Savino abbassando il capo. Poi, rialzandolo si rivolse alla comunità: «Il problema resta comunque in piedi; disertore o meno, che ne facciamo del tedesco?»

«Sentiamo, che ne vorresti fare… ammazzarlo, per caso?» gli chiese a muso duro don Oliviero, avvicinandosi.

«No… io non so… lo sto chiedendo a tutti quanti», bofonchiò Savino, indicando la comunità ammutolita seduta sulle panche.

«Siedi!» ordinò don Oliviero aggrottando le spesse sopracciglia grigie, indicando la panca con l’indice. Al che, Savino si accomodò senza proferire verbo.

«Qualcuno di voi, ha qualche altra brillante idea?» domandò allora con sarcasmo il parroco alzando il tono.

«Aspettiamo che si rimetta, poi indichiamogli un sentiero sicuro tra i monti…» iniziò a dire Rosetta, prontamente ammutolita dallo sguardo pregno di disapprovazione di don Oliviero; che subito dopo, salì i tre gradini dell’altare in modo che tutti lo potessero vedere ed ascoltare. «Ricordatevi che ognuno di voi ha un figlio, un marito, un parente stretto che da qualche parte di questa martoriata Europa cerca di sopravvivere alla guerra… Non vi viene da pensare che pure qualcuno di loro potrebbe aver gettato le armi e poi cercato e trovato rifugio in qualche villaggio tedesco, francese o di qualche altra nazione?» chiese a tutti quanti.

Ammutoliti, stretti uno all’altro tra le panche, ciascuno immaginò il proprio caro accudito da una famiglia tedesca, francese o di una qualsiasi altra nazione sconvolta dall’ordalia guerresca.

«Decidere serenamente, per noi è difficile… molto difficile», esordì Angelina con voce roca, vedova sessantenne con due figli al fronte o chissà dove, ma sicuramente non dove lei desiderasse fossero.

«Eppure è così semplice… Basta seguire l’insegnamento di nostro Signore», replicò illuminandosi il parroco, indicando il crocefisso sopra l’altare.

«Ci vuole molta, troppa fede. Fame e rabbia, sono cattive consigliere che troppo spesso soffocano la pietas», ribatté Angelina commuovendosi. Poi, volgendo lo sguardo sugli altri, aggiunse: «Credo d’interpretare il pensiero di tutti, chiedendo al servo del signore di decidere per noi… Don Oliviero, ci affidiamo a lei, dica cosa sarebbe giusto fare… e le prometto che ognuno di noi farà il proprio cristiano dovere».

Don Oliviero ascoltò annuendo il brusio d’approvazione, prima di assegnare compiti precisi ad ogni nucleo familiare. Alla mia famiglia sarebbe spettato di cucinare e poi portare in canonica il pasto caldo del mezzodì; ad altre quello di servire la colazione oppure la cena; ad altre ancora di procurare la legna necessaria a scaldare la camera dove il ragazzo alloggiava, oppure di trovargli degli indumenti civili da indossare durante il soggiorno in paese che, per forza di cose, si sarebbe protratto, perlomeno sino all’avvento della primavera.

 

                                                 ****************************

 

«Non posso muovermi, devo finire di cucinare. Toh! Portala in canonica», mi ordinò mia madre, consegnandomi il fagotto dentro il quale aveva sistemato la pentola con la polenta.

Naturalmente io accettai con entusiasmo; era trascorsa un’intera settimana da quando il soldato disertore aveva sconvolto le sempre troppo uguali giornate del borgo, finalmente potevo soddisfare la curiosità di vedere il ragazzo alto, biondo e gentile decantato da mia madre ogniqualvolta tornava dalla canonica.

 

Ammutolita dall’emozione, rischiai di far cadere il fagotto con la polenta quando Rudolf si palesò sulla porta della canonica: bussando ero certa che ad aprirmi sarebbe venuto don Oliviero.

«Attenta!» fece lui sorridendo, mettendo le mani sotto il fagotto. «Ciao, come ti chiami?» mi chiese subito dopo, mentre io, arrossendo, stringevo il fagotto al petto.

«Clara», risposi con un filo di voce.

«Io Rudolf, entra», disse allora scostandosi di lato.

Abbassai il capo ed entrai. «Ecco fatto», dissi in un sospiro, posando il fagotto sul tavolo senza alzare lo sguardo.

«Ti va di farmi compagnia?» mi chiese mentre disfaceva il fagotto.

Annuii senza parlare.

«Cosa c’è, ti faccio paura?» domandò allora, imbrunendosi.

Come poteva farmi paura, quella specie di arcangelo biondo con gli occhi d’un azzurro indescrivibile, che amai sin dal primo sguardo.

Trovando sconveniente mostrare il mio pur nobile sentimento, anche se non si dovrebbe fare mi limitai a rispondere a una domanda con un’altra domanda: «Don Oliviero non c’è?»

“Ѐ in chiesa, dovrebbe tornare a momenti», rispose. Poi, indicando la sedia difronte a lui aggiunse, con quel suo italiano contaminato che mi mandava in brodo di giuggiole: «Parliamo un po’, cinque minuti, siedi, ti prego».

Cercando di trattenere il sorriso, nel timore di mostrarmi arrendevole, mi sedetti tenendo comunque sempre lo sguardo basso.

Alzando appena gli occhi, notai che Rudolf mi fissava insistentemente aspettando che mi aprissi. “Cosa dico adesso”, pensavo imbarazzatissima, senza trovare il coraggio d’emettere alcun suono.

Rudolf comprese e provò a mettermi a mio agio, dicendo: «Chiedimi pure tutto quello che vuoi».

Così, gli chiesi la prima cosa che mi venne in mente: «Com’è Firenze?»

Rudolf sorrise. «Stupenda…» rispose con trasporto socchiudendo gli occhi. Sospirò e proseguì commuovendosi: «Sono stato a Parigi, Vienna, Praga, Varsavia… ma Firenze mi è rimasta nel cuore».

«Ne hai visto di mondo tu… Io invece, qui son nata e da qua non mi son mai mossa», commentai rammaricandomi della mia condizione.

«Ѐ stata la guerra a prendermi per mano e a portarmi a spasso per l’Europa. Le meraviglie che ho visto, son nulla; scompaiono difronte alla visioni di morte e macerie sopra le quali ho marciato… Non invidiare il mio percorso, non ne vale proprio la pena. Sono io, invece, che invidio il tuo tranquillo vivere tra questi monti, in questa solitaria valle dove la guerra è solo un rimbombo lontano, quasi impercettibile», ribatté struggendosi.

Avrei voluto dirgli che no, non era un rimbombo lontano, ma un dramma ben presente in ogni famiglia anche quassù, la guerra. Ma l’arrivo di don Oliviero pose fine alla conversazione.

«Ciao Clara, quando vorrai parlare mi troverai qui», disse salutandomi Rudolf.

Non sapendo cosa rispondere, guardai don Oliviero che, appoggiandomi una mano sulla testa, mi rassicurò: «Vieni pure quando vuoi, siete giovani, ne avete di cose da condividere».

«La ringrazio, don Oliviero!» esclamai illuminandomi. «Ciao Rudolf, a domani», lo salutai allegra, prima di correre ridendo da sola come una pazza verso casa.

 

                                                  ******************************

 

Ogni giorno attendevo impaziente, accanto al focolare, che mia madre mi consegnasse il fagotto con il pranzo da portare in canonica, per rivedere e risentire almeno un “Ciao”, dalla voce che mi aveva rapito l’anima.

«Resta a pranzo con noi, ti va?» quando don Oliviero me lo propose, avrei voluto urlare un “sì”, che risuonasse per l’intera valle… Avrei voluto, ma mi limitai a rispondere con un timido: «Se non disturbo».

«Ma quale disturbo, sarà un piacere», fece don Oliviero scostando la sedia. «Accomodati, dai. Tu e Rudolf siete giovani ne avrete d’argomenti da spartire.»

«Ne son certo!» intervenne Rudolf togliendomi dall’imbarazzo.

E da quel giorno pranzammo sempre assieme; io, Rudolf e don Oliviero che restava ad ascoltarci, intervenendo ogniqualvolta ci fosse da immettere sulla giusta via l’argomento di conversazione.

Quando si parlava d’arte, di poesia e di architettura, argomenti in cui Rudolf era ferratissimo, lo stavo ad ascoltare rapita, senza quasi mai interloquire; così come faceva lui ascoltando con interesse dalla mia bocca lo svolgersi della vita del borgo.

Il nostro quasi monologo, quando don Oliviero, per testare la nostra visione degli accadimenti che ci avevano fatti incontrare in quel tragico contesto, ci chiedeva cosa ci avesse tolto, oltre all’innocenza, la guerra e cosa ci aspettassimo per il dopo; mutava in dialogo serrato, a volte anche poco pacato, dovuto a una non sempre coincidente visione sul futuro.

Ci si scornava come ragazzini su minuzie, particolari di ben poco conto che denotavano la sua giovanile esuberanza e la mia immatura voglia di non cedere di un millimetro all’arroganza del più forte.

A volte, il confronto si faceva così acceso che don Oliviero si vedeva costretto a far da moderatore assestando, come si suole dire, un colpo al cerchio e un altro alla botte per riportare il sereno attorno al tavolo e far sì che alla fine del pranzo ci salutassimo abbracciandoci, dandoci appuntamento per trascorrere un’altra breve ora insieme.

 

Il fisico giovane e forte permise a Rudolf di riprendersi dal principio di polmonite, beccato vagando debilitato tra i boschi, in un mese appena. Così, per sdebitarsi, si diede da fare per aiutare le famiglie del borgo: andando a far legna per gli anziani ai quali il gelo dell’inverno sconsigliava d’avventurarsi sui declivi scivolosi del sottobosco, piuttosto che spalando la neve davanti alle loro case, o ancora aggiustando sedie e altre suppellettili a chiunque glielo chiedesse.

E la gente del borgo ricompensò il suo prodigarsi trattandolo come un amico a cui poter chiedere, ma anche offrire, aiuto nel momento del bisogno.

 

Ora ch’era in grado di uscire e muoversi liberamente potevamo stare insieme ben più che la sola ora del pranzo in canonica. Lo accompagnavo nei boschi quando andava a far legna, mi divertivo a tirargli palle di neve mentre lui la spalava, lo osservavo divertita mentre sacramentava aggiustando una porta o una finestra… ed era già sera.

Giorni vissuti intensamente accanto al bel Rudolf, in attesa di un bacio che tardava ad arrivare. Eppure ero certa che anche lui provasse lo stesso mio sentimento; lo urlava il suo modo di porsi, lo certificava la passione che traspariva dal suo sguardo.

E intanto io mi struggevo cercando di comprendere se fosse una forma di rispetto nei miei confronti, ritenendomi troppo giovane per diventare donna; oppure la consapevolezza del fatto che le nostre strade si sarebbero comunque divise, a spingerlo a non illudermi oltre il lecito, coinvolgendomi in un rapporto carnale.

Ci pensò la nuova primavera a confermare le mie certezze, e a cancellare in un attimo lo struggimento dovuto alle sue difficoltà nell’approcciarsi al mio illibato amore.

 

Stesa supina sul prato mi lasciavo coccolare dal sole mentre, ad occhi chiusi, immaginavo d’esser scaldata da ben altro calore.

 «Buon compleanno, Clara», sussurrò Rudolf, sorprendendomi, posando un delicato bacio sulle mie labbra: ci eravamo dati appuntamento il giorno prima e lui mi raggiunse accostandosi, silente, con passo felpato.

«Ti amo, Rudolf», ebbi finalmente il coraggio di dire.

Era il primo giorno di una nuova primavera di guerra, non l’ultima, purtroppo; ma fu la mia prima da donna.

Dolore e piacere rammento del mio primo atto d’amare; e poi, pianto a dirotto consolata da Rudolf. Se devo esser sincera fino in fondo, ricordo che no, non fu un granché la mia prima volta; ma tanto bastò ad accendere la fiamma della passione.

Giorni d’immensa felicità ci attendevano… una felicità fragile che si sarebbe sciolta velocemente assieme al manto bianco che, più su delle abetaie, ancora copriva il pendio dei monti.

 

Correvano di pari passo tempo e felicità. Consapevole in cuor mio che non avrebbe raggiunto l’estate, decisi di non farlo pesare all’amato, ma di goderne a piene mani fintanto ci fosse concesso di condividerla.

 

Dopo l’atto ci eravamo distesi supini su un declivio prativo, riscaldato dal tiepido sole del primo meriggio; e lì, notando lo sguardo imbrunito perdersi tra le cime, gli chiesi: «A cosa stai pensando?»

«Alla neve», rispose in un sospiro. Poi, indicandolo proseguì: «Tra pochi giorni il passo sarà sgombro».

«Sì, e allora?»

«Non fingere di non capire, lo sai cosa voglio dire.»

“Non puoi andartene ora che sono stata tua! Non è giusto! Non è giusto!» proruppi singhiozzando prendendo a pugni l’erba del prato.

«Cerca di capire, Clara,» fece lui stringendomi a sé, «da quella strada potrebbe arrivare chiunque; soldati tedeschi o miliziani fascisti… in ogni caso, per me sarebbe comunque la fine.»

«Don Oliviero sarebbe disposto a nasconderti», provai a dire.

Rudolf sorrise. «Glielo hai chiesto?» domandò alzandomi il mento per fissarmi negli occhi.

«No», mormorai abbassandoli.

«Don Oliviero è un sant’uomo, ma non può permettersi di mettere in pericolo tutti voi per coprire un disertore», proseguì scostando lo sguardo sui monti a nord. «La Svizzera è a un giorno, forse due di cammino...»

«Portami con te!» esclamai interrompendolo.

«Clara… Clara…» fece lui sospirando. «Non posso mettere in pericolo la donna che amo.»

Essere apostrofata come “donna che amo”, mi fece correre un brivido lungo la schiena. «Se come affermi, sono la tua donna, mi devi portare con te», insistetti in tono implorante.

«No!» fu la lapidaria risposta che mi ammutolì.

Offesa nel profondo mi alzai e, piangendo, iniziai a scendere il declivio

«Vieni qui! E stammi a sentire!» mi sgridò afferrandomi per un braccio.

«No! Non ti voglio ascoltare», ribattei piangendo, cercando di divincolarmi dalla sua forte presa.

«E invece ascolterai quello che ho da dirti!» mi urlò in faccia, spaventandomi. «Scusami… scusami Clara. Cerca di capirmi, sono momenti difficili anche per me», aggiunse baciandomi; e tanto bastò a ricomporre la piccola frattura.

«Quando la guerra finirà, tornerò da te», promise commuovendosi, stringendomi forte al suo possente petto.

«E io, sarò qui ad aspettarti», replicai.

«Ti porterò lontano… Firenze… Roma… Parigi. Ti mostrerò quello che finora ti ho fatto solo immaginare con le mie parole, e nessun’altra guerra potrà più dividerci, te lo prometto», mi diceva con il tono franco e sincero che solo chi ama può comprendere.

«Ti aspetterò ogni giorno, per il resto dei miei giorni se sarà necessario… Te lo prometto», ribattei serrando le braccia attorno al suo torace.

«Non sarà necessario. Tornerò molto prima d’allora, stanne certa!» chiosò mentre ci avviammo abbracciati in direzione del paese.

 

                                                 ****************************

 

Tornarono in paese, con la pace, i superstiti della mattanza; ma Rudolf non tornò.

Forse il suo corpo giaceva in mezzo ai monti, o forse ci mise poco a scordare la ragazza accompagnata per l’attimo bastante a farla sentire donna… o forse stava riorganizzando la sua vita, prima di tornare a farmi sognare.

 

Negli anni a seguire il paese andò lentamente svuotandosi, molte famiglie se ne andarono lontano in cerca di un lavoro e un salario che garantisse loro un futuro certo e una vita meno dura.

Non io! Io rimasi pervicacemente appesa ad una promessa, aleatoria come lo possono essere frasi sparse al vento in tempo di guerra, attendendo fremente che ogni nuova primavera, sciogliendo la neve liberasse il passo: così da permettere al cavaliere senza macchia di calare in paese e spezzare le catene che tenevano la principessa ancorata come un macigno alle quattro case del borgo ormai in disarmo.

Ed ora eccomi qua, sempre più sola e disincantata, ultima anima di un borgo abbandonato forse anche da Dio, ad attendere non più il bel Rudolf, ma la nera signora che mi liberi da questa esausta vita, pregna di un breve attimo d’amore e di una lunga estenuante attesa.

 

E rammentando scrivo per lasciare un segno tangibile della diversa percezione del tempo… del mio felice tempo che avrei desiderato scorrer placido, e invece precipitò come torrente impetuoso dentro una sola breve primavera.

 

Ora sono stanca, non mi resta che chiudere il quaderno e riporlo dentro il cassetto dove resterà, se qualche viandante curioso non lo scoverà, ad ammuffire sgretolandosi con le case e i ricordi del borgo che fu un Eden in mezzo all’inferno; prima di giacere dimentico assediato dalla sterpaglia.

 

                                                               FINE

 

 

 

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Rubrus il 2018-06-07 10:03:54
Ti lascio un commento strano: il titolo non è del tutto congruente rispetto a quello che a me è parso l'argomento principale del racconto. Mi spiego: il racconto mi pare essenzialmente essere una storia dei tempi andati, insomma, una storia che parla di memoria, di un episodio di tanti anni prima (importante quanto si vuole), più che una storia che parla della diversa percezione del tempo che si ha nelle diverse occasioni della vita e nelle diverse età dell'uomo o della donna. Insomma, quella riflessione sulla circostanza che, da ragazzi, il tempo sembra non passare mai, per un certo periodo della vita lo scorrere degli eventi e la nostra percezione degli stessi paiono viaggiare di pare passo e, da vecchi, dicono, il tempo accelera. Altrettanto si dica circa quel fenomeno per cui - in una frase sola- si trova scritto su certe meridiane "afflictis lentae, celeres gaudentibus horae". Insomma, in certi posti, come dal dentista, il tempo non passa mai. Altra cosetta: la "spalla" del racconto. Ci badiamo poco, ma se vogliamo scriverla, teniamo presente che è una sorta di biglietto di visita del racconto e, chissà, può darsi che uno decida di leggere il racconto proprio basandosi sul biglietto. Ebbene: la frase "la mia lunga vita che attende di essere brandita dalla fine del mio tempo" sembra uscita da "Totò, Peppino e la malafemmina": hai presente la scenda della lettera? Allora: "brandire" significa Impugnare saldamente e agitare con forza un'arma o un altro oggetto contundente. Quindi, la fine del tempo impugna la vita stessa (?) come se fosse un martello, una mazza ferrata o chissà cos'altro (??). Per fare cosa, boh. Quest'anno, insomma, c'è stato una grande moria delle vacche, come voi ben sapete. Punto. Due Punti. Massì, fai tre che abbondiamo... abbondantis ad bundatium. (e infatti anche l'aggettivo "mio" abbonda; hai visto mai che qualcuno possa pensare che la fine del tempo della mia vita agiti la fine della vita di un altro come se fosse un putipù). La mia ironia, ovviamente, non vuol essere scherno: serve a rimarcare l'effetto grottesco prodotto dall'uso di parole auliche usate in quando parole auliche. Se vuoi scrivere "alla fine della vita si ripensa al passato" scrivi: "alla fine della vita si ripensa al passato, punto (uno solo). Per fortuna, il racconto è molto meglio della spalla, ciao!.

Vecchio Mara il 2018-06-07 10:37:48
l'idea era quella di narrare una storia d'amore tra due giovani divisi dalla guerra. Per quanto riguarda "brandire" intendevo, in modo forse troppo aulico per un racconto, proprio quello: la vita afferrata, o brandita, dalla fine del tempo e trascinata chissà dove, forse in un luogo felice, più probabilmente nel nulla assoluto... o forse no, deciderà il tempo futuro, ora che ha brandito la vita come un'arma come e se usarla. Il fatto è che immedesimandomi nel personaggio femminile, quando avevo scritto il racconto ho pensato di dare un'impronta poetica al suo modo di esprimersi. La ragazza esprime tutta l'amarezza, il disincanto di una vita che volge al termine, con negli occhi l'incanto della mai dimenticata sua unica stagione d'amore, dopo aver trascorso il resto della vita legata alla promessa di un impossibile ritorno. Voleva essere una struggente, romantica storia d'amore portata sino all'estremo limite della vita... e mi uscita così. Ti ringrazio, ciao Rubrus

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Antonino R. Giuffrè il 2018-06-07 11:28:05
A parte lo struggente incipit foscoliano (e forse anche l'explicit), il racconto si lascia leggere con piacere. Ciao Giancarlo.

Vecchio Mara il 2018-06-07 20:52:21
una spruzzata di struggimento all'inizio e un altro po' alla fine, esaltano il gusto della pietanza drammaticamorosa. A parte la battuta. Incipit foscoliano mi piace assai, se poi aggiungi che il racconto si lascia leggere con piacere, non posso che esserne super soddisfatto. Ti ringrazio. Ciao Antonino.

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Bule il 2018-06-09 18:42:17
Ciao Giancarlo. Un dipinto molto bello che ha catturato il mio lato romantico; dal sapore agrodolce ma non per questo meno incantato, Forse è vero, come ha detto Roberto, che il titolo fa pensare a qualcosa di diverso, ma a dirti la verità arrivando in fondo al racconto me l’ero completamente scordato. Forse è più facile vivere con la speranza, che ammettere a sé stessi di non averne più nessuna. PS io progetto, prima o dopo, di cancellarmi dalla società e andare in ritiro in un posto così. Anche se non è così isolato (è però l’ultimo della valle) mi fa pensare al paesino in Cadore dove vivevano i miei nonni e dove passavo 4 mesi all’anno. Un saluto

Vecchio Mara il 2018-06-09 21:19:37
a me la quiete dei monti m'ispira storie d'amore, a volte struggenti (ci passo l'intero mese di luglio sui monti pallidi, in quel di Ortisei). In questo caso ho immaginato un paesino incastonato in una valle isolata per la gran parte dell'anno, dove l'amore trionfa sulla guerra... almeno fintanto che la neve blocca il passo che lo collega al resto del mondo impazzito. Aggiungo che il racconto l'ho immaginato dopo aver visto in televisione un vecchio film che avevo apprezzato molti anni prima al cinema (all'epoca avevo molti anni e altrettanti acciacchi meno, e lo vidi assieme a colei che sarebbe diventata mia moglie), il titolo è: L'ultima valle. Ti ringrazio. Ciao Bule.
P.S. Il Cadore è stupendo, ti auguro di realizzare il tuo sogno.

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