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Non lo so

"PUNTO E A CAPO" Racconto Storico / Avventura / Western / Spionaggio

di Rubrus

pubblicato il 2018-05-29 16:34:01


Il ragazzo fermò l’auto davanti alla cassetta della posta arrugginita, su cui era scritto il nome “Sturges”, che erano ancora le prime luci dell’alba.
Scese, lesse il nome una seconda volta, chiuse l’auto, poi si avviò verso la casa che sorgeva in mezzo al viale terroso tra i campi di grano.
Il vecchio era già sotto il portico con una tazza di caffè in mano e si preparava a uscire.
Il ragazzo gli chiese se era lui, Sturges, e se era vero che, come avevano detto in paese, cercava gente.
Sturges rispose con un “sì” a tutt’e due le domande e chiese al ragazzo come si chiamasse.
Il ragazzo disse che il suo nome era Jerry e che voleva tre dollari l’ora.
Trattarono, si misero d'accordo su due dollari, quattro per ogni ora oltre l’ottava, sempre che il ragazzo non battesse la fiacca, e suggellarono il patto con una stretta di mano. Sturges aggiunse che il pranzo lo offriva lui.
Sturges andò nella stalla, portò fuori una cavalla e disse a Jerry di salirci. Jerry ubbidì mentre il vecchio lo stava a guardare. Sturges approvò con un cenno e disse che c’era da riparare lo steccato sul lato ovest della proprietà, quello a metà della montagna, perché le piogge lo avevano danneggiato. Jerry rispose che andava bene.
Lavorarono tutta la mattina e, verso mezzogiorno, Sturges offrì a Jerry caffè, carne secca, fagioli e sigarette. Il ragazzo rifiutò le sigarette e mangiarono senza parlare. Per tutto il tempo Sturges osservò le cime di fronte, ancora innevate, come se le vedesse per la prima volta o non le avesse guardate abbastanza.
Jerry lavorava sodo e bene: ripresero nel pomeriggio e finirono prima del tramonto. Il sole batteva ancora sui pendii, ma la valle era già in ombra, col tetto rosso della casa che s’intravedeva appena in mezzo a tutto quel giallo. Sturges guardò l’ora e disse che avevano lavorato otto ore giuste e che quindi avrebbe dato a Jerry solo sedici dollari, ma che gli avrebbe offerto la cena, se andava bene. Jerry rispose di sì.
Scesero e Jerry portò i cavalli nella stalla senza che Sturges glie lo avesse ordinato, poi disse che avrebbe fatto la doccia usando l’acqua della cisterna, che era ancora calda perché il sole ci aveva battuto tutto il giorno, intanto che il vecchio preparava la cena.
Il vecchio andò in casa e cucinò una bistecca con patate, insalata e cipolle per contorno. Tirò fuori dal frigo  una torta al cioccolato, poi si sedette ad aspettare.
Jerry entrò poco dopo, con abiti puliti e i capelli ancora umidi. Trovò subito la cucina e disse a Sturges, anche se lui non glie lo aveva chiesto, che andava tutto bene. Se aveva notato che Sturges non si era cambiato non lo dette a vedere.
Il vecchio grugnì qualcosa e tutti e due si sedettero a mangiare. Nessuno disse la preghiera di ringraziamento e, ancora una volta, mangiarono in silenzio, bevendo caffè.
Di tanto in tanto Jerry guardava il televisore rotto in un angolo, che sembrava uno di quelli in bianco e nero e il cui schermo pareva essere stato sfondato con un calcio, e il calendario appeso alla parete. Era uno di quelli con le donnine e risaliva al 1977. Il mese era quello giusto e l’anno era stato aggiornato una volta ogni sette: 1984, 1991, 1998 e così via.
A cena finita, il vecchio fumò una sigaretta, senza offrirla a Jerry, poi tirò fuori le banconote, da un dollaro l’una, dal taschino della camicia, le contò e le diede al ragazzo. Questi le ricontò, si alzò, le mise in tasca, estrasse il revolver che aveva nascosto dietro la schiena, coprendolo con la maglietta, e ci mise dentro i bossoli, tirandoli fuori a uno a uno dall’altra tasca dei jeans.
«Mi chiedevo perché ci stessi mettendo tanto» fece Sturges.
«Volevo capire che razza d’uomo fossi».
«E lo hai capito?».
Jerry non disse niente.
«Il tipo d’uomo che spara a un eroe di guerra. Cuore di Porpora e Medaglia d’Onore del Congresso».
«Già» disse Jerry. Fece ruotare il tamburo e puntò l’arma verso il vecchio.
«Perché soltanto adesso?».
«Mio padre. Aveva nascosto le carte. Le ho trovate quando è morto. È così che l’ho scoperto».
«Che ho ammazzato tuo nonno».
«Che hai ammazzato mio nonno».
«Lo sai che la storia di “Full Metal Jacket” non è tutta inventata?».
«Di quello parlano le carte. Papà pensava di fare causa a Kubrick. L’avvocato prese un sacco di soldi e non combinò niente, ma dentro il fascicolo c’erano gli atti dell’inchiesta militare. È lì che ho trovato il tuo nome. Per sapere dove stai c’è voluto parecchio».
«Il nostro sergente istruttore si chiamava Harralson. Buffo che anche il suo nome cominci per acca. Mi ricordo per filo e per segno il primo incontro tra Harralson e tuo nonno». La voce di Sturges si alzò di due toni e si abbassò di un’ottava. Sembrava quella di un uomo molto più giovane. «“Non vedo nessuno qui!”fa Harralson “Ah no, aspetta, ci vuole la lente d’ingrandimento! Da dove sbuchi, tu, soldato, dalla favola di Biancaneve?” E tuo nonno “Signore! Soldato Vincent Corelli, di Brooklyn, signore!”. E Harralson “Balle, tu sei uno di quei nani da giardino! Quanto sei alto, soldato?!” “Signore, un metro e settanta, signore!”. “Un metro e settanta? E come sei entrato nel corpo dei Marines? Dallo scarico del cesso?”. “Signore, non lo so, signore!”. Era così che si doveva fare con Harralson». Sturges parlava come se non avesse davanti Jerry e la sua pistola. «“Sei anche italiano! Scommetto che ho sparato a tuo padre durante lo sbarco di Anzio. Sei qui per vendicarti? Perché è così che fate voi italiani! Allora, non vuoi dirmi perché sei qui, soldato Mafia?“ insiste Harralson. E tuo nonno: “Signore non lo so, signore!”. “Vuoi dire che non ti sei arruolato volontario? Magari per farmi la pelle mentre dormo?” “Signore, signornò, signore!” “Ah, non sei un volontario! Perché non ti sei offerto volontario? Non ti piacciono i marines, soldato Mafia?”. Insomma, è andata avanti così  per un po’. Per tutto il tempo dell’addestramento, per essere precisi».
«Avresti dovuto fare il ventriloquo».
«Non sono abbastanza loquace».
Se era una battuta, Jerry non fece cenno d’averla apprezzata.
«Il resto della storia l’hai già visto al cinema. Fu un ragazzo di New Orleans a sparare ad Harralson, un certo Thibaudeaux. L’unica differenza è che lo chiamavamo “Palla di grasso” e non “Palla di lardo”. Quel vostro avvocato doveva essere sul serio un incapace».
Jerry non disse niente.
«Tuo nonno Vinnie dormiva nella branda accanto alla mia. Una notte lo vedo tirar fuori un coltello a serramanico. Aveva l’impugnatura sagomata in modo da sembrare un pettine. Fa scattare la lama e inizia ad affilarla. Si sentiva il rumore: zzzt, zzzt. Si accorge che l’ho notato, si volta verso di me e fa: “Vuoi dirlo ad Harralson?” Io lo guardo negli occhi e mi giro dall’altra parte. Non ho mai saputo come avesse fatto entrare quel coltello in camerata, né dove lo tenesse nascosto. Ogni tanto me li sogno ancora, quegli occhi».
Jerry piegò un angolo della bocca in una specie di sogghigno. La canna della pistola rimase dov’era. Tremava appena. Era un vecchio modello, piuttosto pesante.
«Il caro nonno dev’essere una specie di idolo, vero? Be’, sono affari che non mi riguardano: ognuno si sceglie i modelli che preferisce. Deve solo starci attento». Sturges strinse gli occhi. Sembrava che stesse osservando Jerry per la prima volta.
«Gli somiglio? Ti stai chiedendo se somiglio a mio nonno abbastanza da spararti?».
«No. Solo un po’, forse».
«Come avevi capito perché sono qui? Perché l’hai intuito subito, no?».
«Non ho mai detto di aver bisogno di personale, in paese: vengono Lew, Hank e sua moglie Clelia, sanno loro quando. Certo che ho capito subito perché fossi qui. Volevo solo vedere che tipo d’uomo fossi».
«E l’hai capito?».
«Tuo nonno sapeva perché era finito nei Marines. Me lo disse lui. Eravamo in Vietnam. L’anno prima gli avevano dato il Cuore di Porpora. Secondo i miei calcoli, tuo padre era già in forno, per così dire. Tuo nonno Vinnie, però, tornò prima che scadesse la licenza: non riusciva a stare lontano dal fronte. Quel giorno ci facemmo due villaggi Vietcong e, per quello, tuo nonno si sarebbe guadagnato la Medaglia d’Onore del Congresso. Hai presente quando accusavano i reduci di essere degli assassini, di avere ammazzato donne e bambini? Nel caso di Vinnie Corelli era vero».
Il revolver smise di tremare.
«Quella sera tuo nonno mi fa: “Io so perché sono stato arruolato nei Marines”. “Perché, Vinnie?” gli chiedo – nessuno lo chiamava più “soldato Mafia”. “Mio fratello Victor. Vic. Fratello gemello. Uno scambio nelle liste di leva. Lui è venti centimetri più alto”. Io non so cosa dire e mi viene solo: “Perché non l’hai mai detto?” E lui: “Non credo che sia stato un errore. Credo che sia stata mia madre. Vic è sempre stato il cocco di mamma”».
Jerry mise il pollice sul cane. Un uccello notturno svolazzò vicino alla finestra.
«Ancora una volta non so cosa dire e biascico un “Mi dispiace”. Vinnie Corelli mi guarda e mi fa: “A me no”»
Sturges si passò una mano sul mento. La mano rugosa sfregò sui peli. Il vecchio aveva quel tipo di barba che si deve radere due volte al giorno. «Era caldo e umido. Non ho più sopportato l’umidità, dopo il Vietnam: è una delle ragioni per cui sono venuto qui. In quel momento, però, avevo i brividi. “Mi spiace solo di non aver fatto fuori Harralson. Non immaginavo che Palla di Grasso mi battesse sul tempo”. Sorride. Aveva quello sguardo, sai. Quegli occhi. “Qui posso ammazzare tutta la gente che voglio. Nessuno mette sotto processo una Medaglia d’Onore del Congresso”. Mi chiedo se ha ancora quel coltello a serramanico con l’impugnatura a forma di pettine e mi rispondo di sì».
«E così hai ammazzato mio nonno».
«E così ho ammazzato tuo nonno. Qualche giorno dopo, in azione. Pallottola vagante. Capita». Sturges si mise una mano nel taschino ed estrasse una sigaretta e un fiammifero. Cercò la scatola, non la trovò e accese il fiammifero contro l’unghia del pollice.
«Pensi di aver fatto la cosa giusta?».
Stugers alzò le spalle, come se volesse confermare di essere un tipo poco loquace, e di aver parlato anche troppo.
«Mio padre non accettò mai di essere orfano. Provò ad arruolarsi nei Marines, ma lo scartarono perché non superò i test psico-attitudinali. Questa roba l’ha consumato. Si sposò, ma divorziò. Quando provai io, ad arruolarmi, e mi presero, pensai che gli fosse passata. Che si sentisse “realizzato attraverso di me” come pare possano sentirsi i padri, ma mi sbagliavo, Si è ucciso tre mesi fa ».
«E adesso tu sei qui per uccidere me».
Jerry puntò l’arma contro la fronte di Sturges. L’uccello notturno di poco prima lanciò un grido. Il vecchio soffiò fuori il fumo. «Hai ucciso donne e bambini?».
Jerry fece un cenno di diniego.
«O almeno non te l’hanno detto. Sai, una volta pensavo che fosse questa, la differenza tra il giusto  e lo sbagliato, o almeno tiravo avanti così». Tirò una seconda boccata. «Adesso però credo di essere riuscito solo ad ammazzare tuo padre e fare di te un assassino, perciò... » soffiò fuori il fumo «... perciò penso che sia solo questione di prospettiva. Punti di vista definiti dalla posizione rispetto alla canna di una pistola». Spense la sigaretta nel piatto. L’aveva consumata quasi tutta. «Penso che la risposta giusta sia quella che ha dato tuo nonno ad Harralson». Il vecchio chiuse gli occhi.
«Non lo so» disse.
 
 
Questo racconto è, in un certo senso, un omaggio alle atmosfere western del nostro Gerardo Spirito, che mi ronzavano nelle orecchie da un po'. Qualche settimana fa ho letto della morte di Roland Lee Ermey, l'attore / consulente che interpretava il sergente Hartmann di "Full Metal Jacket" (a proposito: non ho la minima idea se il film sia stato ispirato o tratto da una storia vera) e, diciamo così, mi sono trovato con il fucile da una parte e il proiettile dall'altra: non mi restava che mettere il colpo in canna.
 
   

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L'AUTORE Rubrus

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Vecchio Mara il 2018-05-29 17:55:29
Una storia di vittime (non solo in ambito militare), e reduci della sporca guerra in Vietnam; e poi di una vendetta trascinata per generazioni. Molto bello, piaciuto molto.... mi stavo già chiedendo se il film fosse veramente ispirato a una storia vera... poi, il P.S. ha chiarito tutto. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-05-30 09:16:28
Secondo me è probabile che la storia di "Full Metal Jacket" sia solo un po' romanzata. Kubrick era molto pignolo e lo stesso Emery, l'attore che interpretava Hartmann, era un verso sergente, all'inizio assunto come consulente e poi passato ad attore - e non recitò solo con Kubrick. Facile che ci possano essere stati crolli psicologici, non solo nell'esercito americano, come quelli descritti nel film. Mi sono quindi chiesto "E se Palla di Lardo non avesse ucciso Hartmann e fosse andato in Vietnam?".

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Gerardo Spirito il 2018-05-30 02:47:51

Wow Rob ti ringrazio per il piccolo omaggio! Avevo intenzione uno di questi giorni di incominciare a postare piano piano i miei western, i racconti che mancano all\\'appello diciamo... insomma, sto pomeriggio mi hai fatto voglia e ho revisionato uno di questi, il primo (anche se l\\'ultimo in ordine temporale) della trilogia che scrissi. Ma riguardo alla tua storia, in effetti sin dalle prime battute ho avuto l\\'impressione che la storia fosse ambientata alla fine 19esimo secolo anziché oggigiorno (tranne che per l\\'auto guidata da Jerry, che per un secondo mi è parsa fuori luogo), lo si percepisce velatamente dalla stalla, dai cavalli, dall\\'atmosfera desertica e calma e rarefatta che oramai non ci appartiene più - e che tanto, a quei tempi, apparteneva ai territori centrali del nord america. Dialoghi duri e secchi e senza fronzoli come piacciono a me - essenziali, come anche le descrizioni - e una storia di vendetta più che di regolamento di conti che a dirti la verità avevo cominciato presto a intuire, anche se non ero certo come la sviluppassi, ovviamente (una storia molto alla elmore leonard, mi ha vagamente ricordato un suo racconto dal titolo \\"il baro\\" non so se lo hai mai letto).

L\\' \\"attacco\\" del dialogo, se così si puó chiamare, quando Jerry svela le sue carte, è molto efficace: «Mi chiedevo perché ci stessi mettendo tanto» fece Sturges.

«Volevo capire che razza d’uomo fossi».

«E lo hai capito?».

Jerry non disse niente.

Insomma, come puoi ben intuire, il racconto mi è piaciuto molto.

Rubrus il 2018-05-30 09:22:37
Ciao. Credo proprio di sì, anche se è passato del tempo. La difficoltà di questo racconto è stata il "dialogo nel dialogo" e spero che la soluzione adottata, cioè il corsivo, oltre che le virgolette (Se non le metti, in un testo così, non si capisce niente, con buona pace di Saramago e McCarthy eheheh) lo renda comprensibile. In realtà, anche da noi, sebbene su scala geograficamente ridotta, si trovano luoghi dove i campi si devono coltivare ancora usando animali e falci a mano, per esempio, ma il mio intento era effettivamente isolare la zona dal flusso del tempo (vedasi calendario e tv rotta).

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Paolo Guastone il 2018-05-30 10:03:54
Sul Vietnam si è scritto di tutto e il contrario di tutto. Qui abbiamo un'interpretazione, in chiave Rubrus, vale a dire che non si resta a bocca asciutta, dove si mescolano fantasia e realtà e dove lo scrittore propone ipotesi tutt'altro che campate in aria. Definirlo "western" mi pare eccessivo, anche se l'ambientazione "di frontiera" c'è tutta e non stride con la più moderna automobile, però è un bellissimo racconto che merita di essere letto e riletto.

Rubrus il 2018-05-30 11:51:18
Per la serie "realtà e fantasia", la mia storia è inventata, ma la faccenda del coltello a serramanico nascosto in branda, no. L'ho solo camuffata un pochino.

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Antonino R. Giuffrè il 2018-05-30 10:29:12
Il racconto è sapientemente strutturato in due parti: la prima, più breve, si svolge secondo un ritmo veloce e sincopato realizzato grazie a un uso chirurgico degli aggettivi e a una massiccia presenza di verbi di movimento e verba rogandi (forse, avrei evitato quella sequenza di interrogative indirette con un breve dialogo iniziale tra i due protagonisti); la seconda, invece, si regge sulla tensione di un duello atipico tra una ragazzo che trema stringendo una pistola e un vecchio che non teme niente nonostante, come unica arma, gli sia rimasta soltanto la parola, attraverso cui rivive il suo tragico passato. Il finale, poi, che lascia il lettore nell’incertezza, è di quelli che piacciono a te. Piaciuto, ciao.

Rubrus il 2018-05-30 11:57:49

C\'è una regola alla quale mi attengo quasi sempre e cioè: tra discorso indiretto e diretto preferisci il diretto. Stavolta ho fatto un po\' un\'eccezione perchè - a parte la difficoltà del doppio discorso diretto poco dopo - volevo dare, attraverso l\'indiretto, una sensazione di silenzio e di distanza. Vero è che bastano poche righe di indiretto per appesantire il testo, specie se ci sono verbi simili come i \"verba rogandi\" che hai notato. Chissà, magari tutto si può alleggerire togliendo anche solo la frase \"Sturges chiese a Jerry se aveva gusti particolari e il ragazzo disse che mangiava di tutto\" anche se poi devo trovare un sinonimo di \"preparare la cena\" (\"cucinò\" va bene per la bistecca, ma non per l\'insalata - di solito). Ci penso. Ciao!



 



PS: ho apportato un paio di modifiche accogliendo i tuoi suggerimenti.



 


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