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L'uomo che uccise Doc Holliday

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-05-15 08:42:00


L’uomo che uccise Doc Holliday

 

Poco tempo dopo essere stato assunto dal giornale locale di Glenwood Spring, quando il direttore m’incaricò di recarmi all’ospizio ad intervistare un arzillo vecchietto prossimo a doppiare il secolo di vita, accolsi la notizia con poco entusiasmo.

«Speravi in qualcosa da prima pagina e titoli cubitali, eh?» fece il direttore con un sorriso beffardo dipinto in volto, leggendo la delusione sul mio sguardo.

«Beh… insomma», riuscii a dire senza provare a celare il malcontento.

«Eppure sono convinto che se ci saprai fare, intervistando, se non l’unico, uno dei pochi centenari dello stato, ci potresti ricavare un buon articolo», replicò il direttore. Poi, non vedendomi troppo convinto, provò a spronarmi toccando corde più alettanti: «Un buon articolo, potrebbe far salire di molto la tua considerazione dentro il giornale».

«La ringrazio, cercherò di tirar fuori qualcosa di buono…» dissi poco convinto. Aggiungendo con una punta di sarcasmo: «Anche se, con l’allungarsi della vita media, gli articoli sui centenari non tirano più come una volta».

Non fu la fragorosa risata con la quale accolse la battuta, ma quello che disse subito dopo ad entusiasmarmi: «In ogni caso, questo qua, è un centenario con una buona storia da raccontare… se ti dicessi che nel 1887, a 17 anni, lavorava come fattorino al Glenwood hotel di Glenwood Spring, renderebbe il tutto molto più attraente?»

La data, la città, l’hotel… no, non potevo sbagliarmi. «Da ragazzo ha incontrato Doc Holliday!» esclamai entusiasta.

«Già!» fece il direttore tamburellando con i polpastrelli sulla scrivania. «Le condizioni minime per ricavare da qualche aneddoto curioso una buona storia da dare in pasto ai lettori, ci sono tutte. Ora sta a te, tirare fuori qualcosa di appetibile… ci riuscirai?» mi chiese facendo forza con le mani sul piano per alzarsi: era il segnale che il mio tempo stava scadendo.

«Ci riuscirò!» risposi lapidario.

Il direttore annuì, uscì da dietro la scrivania e, accompagnandomi alla porta, chiosò ironicamente: «Doc Holliday è leggenda, vedi di non rovinarla col tuo articolo, eh?»

 

La leggendaria figura del dentista, pistolero e giocatore d’azzardo, la sua dolorosa, breve e arrabbiata esistenza, mi aveva affascinato sin da bambino; non vedevo l’ora di ascoltare dalla viva voce di chi lo aveva conosciuto, aneddoti sugli ultimi drammatici mesi trascorsi da Doc, insieme alla sua compagna Kate Fisher, a Glenwood Springs.

 

Appena lasciato l’ufficio del direttore mi precipitai al telefono per contattare l’ospizio e fissare un appuntamento con il loro centenario ospite.

L’appuntamento mi fu accordato per il 15 ottobre 1970, alle dieci, tre giorni prima dello scoccare del secolo di vita per l’ultimo testimone di un’epopea leggendaria.

 

Dopo che ci fummo presentati, il direttore dell’ospizio mi accompagnò nella camera del signor Brent York.

«Disturbo, signor York?» chiese il direttore.

«Dica pure, direttore?» rispose con voce rauca l’anziano seduto su una poltrona accanto alla finestra, continuando a guardare le colline.

«Il giornalista che le aveva chiesto di vederla, è qui», annunciò il direttore, indicandomi.

Brent York volse lentamente lo sguardo: il volto scavato e pallido contrastava con la giacca da camera bordò che indossava.

Due occhi chiarissimi e liquidi, da dietro le spesse lenti, mi penetrarono. «Venga avanti», disse, aggiungendo un cenno della mano scheletrica dalla pelle chiarissima, quasi trasparente, solcata dal blu delle vene in rilievo e segnata, così come l’epidermide del volto e del cranio calvo, da numerose macchie scure (Lentigo senili).

«Si accomodi», disse ancora quando mi fui avvicinato, indicando la poltrona di fronte a lui.

Dopo che mi fui accomodato ci presentammo.

«Bene, vi lascio soli», esclamò allora il direttore. Poi, indicando con l’indice l’orologio che portava al polso, ricordò ad entrambi i termini dell’accordo: «Tornerò fra un’ora! Buona conversazione», concluse salutandoci.

 

Dopo aver preso la penna dal taschino e aperto il notes, iniziai con le solite amene domande per scaldare l’ambiente ed entrare in empatia col soggetto da intervistare: cosa si prova ad arrivare al secolo di vita e via discorrendo.

Brent York, a dispetto dell’età, oltre ad essere dotato di una memoria di ferro si rivelò fin da subito molto più arguto di certi boriosi giovinotti. «Guardi che un’ora vola via molto in fretta. Mettiamo le cose in chiaro…» esordì puntandomi contro l’indice ossuto e tremolante. «Del mio secolo di vita, non è che a lei freghi poi molto. Sbaglio?» mi chiese con voce gutturale, cogliendomi impreparato.

Notando il mio imbarazzo, ci pensò lui ad incardinare la conversazione, iniziando col chiedermi: «Lei, quanti anni ha?»

«Venticinque, il prossimo marzo», risposi prontamente.

«Un uomo di venticinque anni, praticamente ancora un ragazzo, che interesse può avere per un fatto accaduto più di ottant’anni fa… Voglio dire, cos’è stato per lei, Doc Holliday?» mi chiese ancora, aggrottando le folte sopracciglia grigie.

Domanda alla quale non mi sottrassi: «Il leggendario protagonista di un’epopea che mi affascinò sin da piccolo. Ho sempre ammirato il suo coraggio, la sua abilità con la pistola… Un uomo, forse scomodo e controverso, ma non vigliacco, questo è poco ma sicuro».

Brent York parve accennare un amaro sorriso. «Un eroe… un pistolero senza macchia né paura…» fece aprendo il pollice e puntandomi contro l’indice, come fosse la canna di una pistola. Scosse il capo, serrò il pugno e proseguì disincantato: «Già! lo pensavo anch’io, da ragazzo… fino a quando, purtroppo o per fortuna, non ebbi l’onore di conoscerlo».

«Doc Holliday, deluse le sue aspettative?» gli chiesi allora.

Brent York, serrando le sottili labbra ci penso su. «Se guardassi solo la superfice, potrei dire di sì… Ma scavando in profondità… no! Doc si rivelò un uomo coraggioso, che non si tirò indietro, pronto a mettersi a nudo davanti a un ragazzino pur di salvare il suo futuro e indirizzarlo sulla giusta via… Fu un breve e intenso momento… considero Doc, un maestro di vita.»

«Addirittura!» esclamai allibito, non riuscendo a comprendere come un pistolero e giocatore d’azzardo potesse influenzare favorevolmente il percorso di vita di un ragazzino.

«Lo trova aberrante?» mi chiese alzando un sopracciglio.

«No, non mi fraintenda. E’ che non riesco a entrare nella logica di uno scambio di valori positivi tra un pistolero e un ragazzino» risposi impacciato.

«Il pistolero, è quello che di lui ci ha tramandato la leggenda. Ma Doc fu molto di più, era un uomo colto e profondo, lontanissimo dallo stereotipo del mandriano zotico e attaccabrighe presente, se non come protagonista sicuramente come figurante, in ogni film western che si rispetti… Forse è venuto il momento di svelare l’uomo che si cela dietro il mito», replicò in tono commosso.

«Ed io sono qui, disposto ad ascoltarla per far conoscere al mondo, l’uomo Doc Holliday», ribattei prontamente, prendendo la palla al balzo.

«Prenda appunti, è una storia lunga», disse il vecchio Brent sorridendo, indicando il notes che tenevo nella mano sinistra.

Annuendo accavallai le gambe, posai il notes sul ginocchio sinistro e, con la penna nella mano destra, rimasi in attesa.

Brent tossì, si schiarì la voce, sorseggiò un po’ d’acqua dal bicchiere preso dal tavolino sistemato tra le due poltrone e partì da lontano, da molto lontano: «Nel mese di dicembre dell’ottantasette, mia madre, guardarobiera all’hotel Glenwood, riuscì a farmi assumere come fattorino. Non era certamente quella la massima aspirazione… né mia né tantomeno di mia madre, che per me sognava un impiego da bancario. Mio padre, taglialegna, era morto l’anno prima schiacciato da un grosso tronco, e il salario da guardarobiera di mia madre non bastava a mantenere quattro figli, tre dei quali ancora troppo piccoli per lavorare. Così, per far quadrare i conti del bilancio familiare, mi dovetti sacrificare, abbandonando la scuola».

Si tacque un attimo, rifletté, sorrise e proseguì: «Oddio, se devo essere sincero fino in fondo, non fu ‘sto gran sacrificio, erano ben altri i sogni di un ragazzo dell’epoca… Almeno, per me erano ben altri e più avventurosi…» Fece una pausa, mi fissò nello sguardo e aggiunse, leggermente infastidito: «Noto scarso interesse… ma la comprendo, non è venuto fin qui per ascoltare la storia di una famiglia come tante altre».

«Le assicuro che si sta sbagliando…» provai a giustificarmi. Prontamente interrotto e rimbrottato da Brent: «Ho troppi anni per sbagliarmi! Non mi tratti come il ragazzo che non sono più!»

Non sapendo come replicare, mi limitai a dire in tono sommesso, abbassando lo sguardo: «Prosegua pure, la prego».

Il vecchio lanciò un’occhiata fuori dalla finestra. «Lui arrivò da noi a maggio: rammento una giornata uggiosa, come questa», disse con la voce che il ricordo rese ancora più roca. «Un vecchio di ottant’anni… ingrigito, dal volto emaciato e il passo incerto. Questa è l’immagine che mi sovviene rammentando il suo soggiorno da noi. A soli trentasette anni, la tubercolosi aveva fatto scempio del suo fisico. Eppure il suo nome incuteva ancora rispetto.

«Nei primi due mesi il nostro rapporto non andò oltre a un generico saluto quando c’incrociavamo nella hall piuttosto che nei corridoi dell’hotel. A fine luglio Kate, la sua donna, venne da me nella hall. Disse che doveva uscire per delle commissioni e che Doc non sarebbe sceso perché stava poco bene; poi mi chiese di portare in camera il quotidiano e un bicchiere di whisky.»

«Solo un bicchiere, non l’intera bottiglia?» gli chiesi, esseno a conoscenza del fatto che Doc era d’uso ubriacarsi per attenuare il dolore fisico che gli procurava la malattia.

«No, solo un bicchiere…» rispose, indicando la misura aprendo l’indice e il pollice. «Ben sapendo che poi sarebbe stato ingestibile, Kate era inflessibile in questo. Bussai alla porta della camera. “Vieni avanti, è aperta”, percepii tra un colpo di tosse e l’altro.

«Entrai, lui era piegato in due, su una poltrona accanto al letto. Tossiva ed espelleva catarro striato di sangue dentro un fazzoletto che teneva fra le mani: non certo un bel vedere. Attesi che si calmasse, poi, quando si tirò su appoggiando la schiena alla poltrona, mi avvicinai. Lui guardò il vassoio che tenevo in mano, sopra al quale avevo messo il bicchiere con il giornale. “Posalo lì”, mi disse indicando il tavolino tra il letto e la poltrona. Mentre posavo il vassoio, mi venne spontaneo sgranare gli occhi sulla Colt e il coltello sistemati sul tavolino. Doc se ne accorse. “Cosa c’è, ragazzo, non hai mai visto una pistola?” mi chiese mentre prendeva il bicchiere.

«Per Dio! Quella non era una pistola… era la Colt di Doc Holliday! Quella che aveva sparato all’O.K. Corral! Preso dall’entusiasmo glielo dissi, poi aggiunsi che, appena ne avessi avuto la possibilità, ne avrei comprata una e avrei seguito le sue orme… Doc ascoltava, agghiacciato, i vaneggiamenti di un ragazzo di fronte al suo mito. Alla fine, ingollò d’un fiato il bicchiere di whisky, tirò due o tre poderosi colpi di tosse, poi, toccandosi la fronte con l’indice, mi rimproverò, dicendo: “Tu devi avere la segatura al posto del cervello! Ma cosa ti sei messo in testa? Di diventare un eroe, andando in giro a sfidare la fortuna sparando a destra e a manca? No, ragazzo mio, così non ci arriverai di certo a diventare un uomo. Non mi va proprio di lasciare questo mondo con te sulla coscienza… dobbiamo parlare, parlare seriamente. Domani, alla fine del turno, aspettami giù, nella hall!” Il tono perentorio non ammetteva repliche, così non mi rimase che accordarmi sull’orario, salutarlo ed andarmene con la coda tra le gambe.»

 

A quel punto, il vecchio cadde in un lungo silenzio. Allora provai a stimolarlo, chiedendogli: «Ma poi, gli riuscì di farle cambiare idea?»

Al che, battendo con le nocche della mano destra contro la fronte, rispose: «I giovani hanno la testa dura, difficile che cambino idea senza prima scottarsi».

E proseguì dicendomi che l’indomani, seduti nella hall, Doc aveva provato a spiegargli che i pistoleri non furono quegli eroi senza macchia e paura del suo immaginario. Poi sorrise, battendosi nuovamente il cranio, e ribadì: «Ma come già detto in precedenza, i giovani anno la testa dura! “Come può dire questo. E’ universalmente noto che il giudice sentenziò che lei e i fratelli Earp eravate dalla parte della legge all’O.K. Corral. E anche in seguito, quando chiudeste i conti con la banda dei cowboys!” gli rammentai infervorandomi.

«Doc sbuffò. “Fu solo fortuna, cosa credi, ragazzo, non basta essere veloci ad estrarre; e una buona mira serve a poco, se non si ha fortuna”, replicò, prima di spiegarmi che all’O.K. Corral, in poco più di trenta secondi furono sparati una gragnuola di colpi e che fu solo quella, la fortuna, a decretare l’esito del duello. “…Fu la buona sorte a far si che io e due fratelli Earp rimanessimo feriti leggermente, mentre tre di loro finirono tra quattro assi”, insistette. Ma non vedendomi del tutto convinto, proseguì mettendo in dubbio persino l’integrità morale, sua e degli Earp: «No, di santi non ce n’erano, né dall’una né dall’altra parte, eravamo tutti avventurieri, uomini rabbiosi, pronti a tirar fuori la Colt al primo sguardo che non ci quadrava”, concluse sconfortato Doc, buttando giù il terzo bicchiere di Whisky, servito pocanzi da un cameriere.

«Poi mi disse che aveva provato a smetterla con il gioco d’azzardo e tutto il resto, e che era pure riuscito a farsi assumere in uno studio dentistico. Ma che i pazienti, di fronte alla prospettiva di spalancare la bocca davanti a un dentista che tossiva in continuazione senza riuscire a trattenersi, alzavano ben più di un sopracciglio. Comunque Doc non nutriva nessun risentimento nei loro confronti. “Come si fa a dar loro torto. Se fosse capitato a me di trovarmi davanti un dentista che mi tossiva in bocca, gli avrei sparato direttamente in gola”, confessò con amara ironia.»

Il vecchio Brent fece una pausa, prese il bicchiere dal tavolino, si bagnò le fauci e proseguì: «Soltanto nei confronti di chi lui definiva: “L’invincibile baro della mia ultima partita”, lo udii esternare un livoroso rancore».

«La morte!» mi sovvenne d’esclamare.

«Già!» fece il vecchio Brent, battendo il palmo della mano sul morbido bracciolo della poltrona. «La nera signora si divertiva a farsi beffe delle diagnosi dei luminari che, anni prima, gli avevano concesso pochi mesi di vita. “Mi gira al largo, la maledetta! Gode come una vacca in calore massimizzando il mio tormento!” ringhiò tossendo. Poi, una volta ripresosi, si alzò e, dandomi appuntamento per il giorno seguente, concluse dicendomi: “Non è vita, questa. Rifletti su quanto ci siamo detti, e cercala altrove la tua strada!” E si allontanò tossendo, camminando ingobbito strascicando i piedi.»  

Brent si mosse di quel tanto per riattivare la circolazione delle parti gravanti sulla seduta della poltrona. «Tornammo sull’argomento molte altre volte, senza riuscire a cavare un ragno dal buco… Più lui si spendeva per convincermi del contrario, più io m’incaponivo a non capire che s’era preso a cuore il mio futuro… il buon Doc», concluse in un sospiro.

 

«A quanto pare, il mito fu più forte della ragione, nemmeno le parole del protagonista riuscirono a piegare le sue incrollabili certezze», tirai le somme, troppo prematuramente, richiudendo il notes.

«Sicuramente non sarebbe mai riuscito a convincermi… se poco prima di lasciare questo mondo, non avesse messo in scena un vero colpo di teatro», replicò sornione, riattizzando la mia curiosità.

«Colpo di teatro?» feci riaprendo il notes, stimolandolo a proseguire.

 

Il vecchio Brent osservò soddisfatto la punta della penna appoggiata sul notes. «Da quasi due mesi Doc non lasciava il suo letto. Mi era giunta voce che nell’ultima settimana aveva iniziato a delirare, sintomo evidente ch’era prossimo alla fine. Così, quando Kate scese nella Hall e mi disse che Doc voleva vedermi, da solo; la cosa mi stupì non poco.»

Guardando lontano Brent parve rivivere l’atto finale. «Doc era lì, un fantasma affondato nella poltrona che sudava, tossiva e respirava a fatica. Con un cenno della mano m’invitò ad avvicinarmi. “Allora, ragazzo, osservami bene… poi dimmi che effetto ti fa assistere alla misera fine di un misero pistolero”, mi chiese con un filo di voce, sorridendo amaramente.

«Se sperava di convincermi impietosendomi, si sbagliava di grosso. “L’effetto, se non uguale, sicuramente migliore della traumatica fine di mio padre, che passò la sua breve vita a tagliare alberi per finire sepolto sotto l’ultimo che stava abbattendo… Almeno il pistolero, dopo aver spedito all’inferno un buon numero di avversari, morirà nel suo letto”, risposi con fare da duro. Doc mi fissò, allibito, nello sguardo. Afferrò la pistola posata sul tavolino per la canna e me la porse… dicendo: “Freddo e impietoso, come lo deve essere un vero pistolero… Tienila, è tua, te la sei meritata!”

«Osservai, sgranando gli occhi, il tamburo e il cane dell’arma. Tentennai un attimo prima d’impugnare, incredulo, la Colt di Doc. Fu in quel preciso istante, mentre la mia mano accarezzava il calcio, che lui, tirando la canna contro il proprio petto, lanciò un urlo soffocato: “Avanti, pistolero! Dimostrami di saper uccidere un uomo! Avanti, spara! Spara! Che aspetti, spara vigliacco! Spara e passerai alla storia come l’uomo che uccise Doc Holliday! Spara se vuoi entrare a far parte della leggenda!”

«L’effetto straniante del repentino cambiamento nel modo di porsi nei miei confronti, lo sguardo dolorosamente cattivo, il tono faticosamente rabbioso, finì con l’irritarmi. Serrai la mascella, stringendo forte l’impugnatura spostai l’indice sul grilletto. E mentre Doc urlava e tossiva digrignando i denti, esortandomi a farla finita… nonostante la rabbia montante trovai il tempo di riflettere. “Ma che diavolo sto facendo”, pensai lasciando la presa e ritraendomi.

«Allora Doc, che teneva ancor ben stretta la canna contro il petto, appoggiò la Colt sul bracciolo della poltrona, dicendo: “Vedi quanto sono vigliacco? Vorrei farla finita, ma non trovando il coraggio, mi sono messo a inveire contro un ragazzino perché lo facesse al posto mio. No, tu oggi hai dimostrato il tuo valore riuscendo a trattenere la rabbia dentro di te… Ora sono sicuro, non potrai mai essere un uomo da niente… non sarai mai un pistolero!”

«Quelle parole, che volevano essere di conforto, finirono per farmi esplodere. “Sei un bastardo, Doc! Non trovando il coraggio di farla finita, mi avresti coinvolto in un omicidio! Ma io non sono come te!” gli urlai dietro rabbioso.

«Doc, incurante delle mie invettive, sorridendo e tossendo impugnò con calma la pistola e me la puntò contro. Io lo osservavo agghiacciato, senza riuscire a proferire verbo. “Addio, pistolero”, disse in tono pacato, tirando in su il cane; mentre io, ad occhi chiusi, attendevo pietrificato il colpo fatale. Il “click” del cane contro il tamburo vuoto mi risvegliò dall’incubo. Aprii gli occhi e vidi Doc sorridermi, dicendo: “E’ scarica, non sono vigliacco fino al punto di rovinare la vita di un ragazzino”.

«Solo allora compresi che Doc aveva ragione: l’epopea dei pistoleri era finita, ed io avrei dovuto volgere altrove lo sguardo. Stavo per ringraziarlo, quando lui mi liquidò in modo aspro: “Ora vattene, non abbiamo più niente da spartire! Addio ragazzo!” Provai, con le lacrime agli occhi, a ribattere, ma non me lo permise. «Vattene via! Non voglio più vedere la tua faccia! Lasciami morire in pace!” urlava, tossiva e piangeva.

«In silenzio mi diressi verso la porta, la aprii e, prima di uscire, sussurrai: “Ciao Doc, sei un amico, non ti dimenticherò!” Tre giorni dopo, Doc Holliday passò a miglior vita», così concluse il quasi centenario Brent York, commuovendosi, la rievocazione del breve ma intenso e fondamentale rapporto con Doc Holliday.

 

Ricordare il passaggio dirimente nella formazione della personalità di un ragazzo, lo aveva scosso nel profondo, e questo mi spinse a cambiare argomento, usando il tempo restante per approfondire il suo lungo percorso di vita; che si rivelò soddisfacente, sia dal lato professionale che sentimentale. Lavorando all’interno dell’hotel conobbe la futura moglie che gli regalò tre splendidi figli, due maschi e una femmina; inoltre, partecipando assiduamente a corsi di aggiornamento alberghiero, riuscì a salire uno dopo l’altro i gradini che lo portarono, nell’arco di un trentennio, ad assumere la direzione del Glenwood hotel.

 

«Ragazzo mio, se pubblicassi il tuo articolo, tu sì che passeresti alla storia come l’uomo che uccise la leggenda di Doc Holliday», sentenziò il direttore dopo averlo letto. Poi, notando il mio sguardo abbattuto, ci tenne a precisare: «Non fraintendermi: l’articolo è scritto benissimo, ma l’argomento è scottante; rischiamo gli strali di gran parte della cittadinanza. Le leggende del west, a queste latitudini, è roba da prendere con le pinze… senza contare che qualche nipotino di Doc Holliday, potrebbe averne a male e mettere la faccenda in mano qualche legale in cerca di notorietà».

«Ma quello che sta scritto lì, è tutto vero, sono pronto a confermarlo sotto giuramento», ribattei accorato, indicando i fogli dattiloscritti sopra la scrivania.

«Sì, e chi chiamerai a testimone? La conversazione con un vecchio centenario che non ti sei nemmeno preoccupato di registrare? Gli avessi perlomeno fatto firmare questi dannati fogli!» sbottò il direttore puntandoci sopra l’indice. Recuperò un tono pacato e concluse: «Senza considerare che dovresti iniziare a pregare perché un centenario non tiri le cuoia, da adesso e fino alla data di un’eventuale chiamata a testimoniare in tuo favore».

«Non pensavo fosse d’uso far firmare gli articoli commemorativi al festeggiato», provai a giustificarmi poco convintamente.

«Infatti, non lo è. Ma tu sei andato oltre, questo si potrebbe configurare come giornalismo d’inchiesta», obiettò il direttore.

«Ok, la prossima volta ci starò attento», replicai annuendo deluso. Poi, infastidito dal fare saccente del direttore, ci tenni a puntualizzare: «In ogni caso, l’articolo mette in risalto l’umanità di Doc. Eleva l’uomo al disopra del pistolero e del giocatore d’azzardo… Insomma, voglio dire: in fin dei conti gli rende un buon servizio. Non vedo motivo per cui eventuali parenti, stretti o larghi, dovrebbero offendersi».

Il direttore colse il mio stato d’animo. «Stai pensando che mi mancano le palle, e che se fossi al mio posto lo avresti pubblicato in prima pagina, eh?”, mi chiese imbrunendosi. Poi, senza lasciarmi il tempo di rispondere, prese i fogli, e porgendomeli concluse in tono acido: «Questi conservali in un cassetto. E se avrai la fortuna di arrivare a dirigere un giornale, usali per l’articolo di fondo con il quale ti presenterai ai tuoi nuovi lettori… Sperando che possa soddisfare, se non loro, perlomeno l’editore!»     

                                                                                                                           

                                          ****************************************

        

Il vecchio Brent York, poco prima di compiere il suo centesimo anno, s’era tolto un peso passando la mano; lasciando a me l’onere e l’onore, scoprendo le carte, di uccidere il mito e, di riflesso, salvare l’uomo disvelando paure, piccolezze, grandezze tutto l’armamentario che, nel bene e nel male, accompagna il cammino terreno di ogni esistenza.

E così, eccomi qua, oggi, 30 giugno 2002, intento a scrivere il mio primo articolo di fondo nelle vesti di nuovo direttore del giornale, recuperando i brani salienti della mia prima intervista, mai pubblicata e tenuta gelosamente custodita dentro un cassetto della scrivania, per rendere l’onore dovuto al centenario che mi fece dono delle sue più intime confidenze.

 

                                                                      FINE

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Paolo Guastone il 2018-05-16 13:02:05
E io che mi ero fatto un'altra idea. Nossignore! Qui c'è di più. Hai descritto il rapporto tra il pistolero ed il ragazzo in modo ineccepibile, mettendo a nudo il lato umano di entrambi, che, purtroppo, stride se accostato alla vita selvaggia del vecchio West. Ma non importa, io me lo tengo stretto ugualmente....

Vecchio Mara il 2018-05-16 21:07:37
ho immaginato che un protagonista di un' epopea ormai agli sgoccioli, come lo era a quel punto la sua breve e violenta vita, colto da un briciolo di umanità, decidesse di concludere con un atto degno di menzione, la sua non certo retta esistenza, umiliandosi di fronte a un giovane che lo aveva eletto a proprio modello, pur di impedirgli di prendere una strada sbagliata. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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