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Gli spiriti del mondo oscuro

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-05-02 08:51:36


Gli spiriti del mondo oscuro

 

L’aria bollente, immota e quasi irrespirabile della mattina, aveva convinto il corpulento sceriffo Sam Studebaker a restarsene in ufficio con l’aria condizionata sparata a palla, comodamente spaparanzato con gli stivali appoggiati sulla scrivania ad ascoltare musica country alla radio. E ci sarebbe rimasto tutto il giorno, lì a grattarsi la voluminosa panza, se quei due non lo avessero chiamato per informarlo di cosa avevano trovato nei pressi della grotta dei sonagli (così chiamata per il suono rabbrividente emesso da centinaia di serpenti quando qualcuno osava avventurarsi in profondità).

«Rompicoglioni!» sibilò calando i piedi dalla scrivania.

Afferrò il cappello da cow boy dalla piantana, lo calcò sul capo, traendo un lungo respiro immagazzinò un’ultima boccata di aria fresca e uscì in mezzo alla calura.

Ci voleva circa mezz’ora per raggiungere il punto in mezzo al deserto dove lo attendevano i fratelli Barenwood. Mentre procedeva sulla statale lo sceriffo notò che la lancetta del carburante tendeva a scendere verso lo zero. Allora decise di fare una sosta alla stazione di servizio del suo amico Roger Deprè.

 

Quando scese dalla macchina trovò il suo amico, con indosso soltanto i jeans, seduto su una vecchia sdraio, sistemata strategicamente accanto alla parete in ombra del bar della stazione di servizio. «Ciao Roger», lo salutò con voce stanca.

«Sceriffo», fece questi, ancor più stancamente, con voce grattata. «Come mai da queste parti?»

«Sono in riserva, fammi il pieno.»

«Johnny!», chiamò Roger. E quando il ragazzo si precipitò fuori dal bar, ordinò in tono perentorio: «Fai il pieno allo sceriffo!»

Mentre questi trafficava con la pompa, Roger tornò sull’argomento. «Di un po’, sceriffo, non mi vorrai far credere che sei dovuto venire nel deserto per fare il pieno? Cos’è, c’è uno sciopero generale delle stazioni di servizio in città?»

Lo sceriffo si tolse il cappello, trasse un fazzoletto di tasca e si asciugò il sudore dalla fronte. «E se ti dicessi che hanno finito le scorte?», ribatté in tono ironico, rimettendo il cappello.

Roger indicò un punto in lontananza. «Stai andando laggiù…» disse alzandosi, «ai piedi delle montagne», precisò mentre prendeva il blocco delle ricevute e una penna, allungando il braccio all’interno del locale attraverso la finestra aperta.

«A sì? E cosa ci andrei a fare, laggiù? A caccia di serpenti?»

«A caccia di cadaveri!» rispose seccamente. Indicò il cielo. «E’ da un bel po’ che vedo gli avvoltoi volare in circolo», aggiunse riportando i galloni segnati dal contatore della pompa sulla ricevuta. «E’ così?» domandò passandogli la penna.

Lo sceriffo scosse il capo. «Quando torno… te lo saprò dire», rispose firmando la ricevuta. «Stammi bene, Roger», lo salutò restituendogli la penna.

 

                                        ******************************************

 

«Eccolo», annunciò senza particolare entusiasmo Fred, indicando la nuvola di polvere in lontananza.

«E’ ancora lontano… C’è tempo per una fumata», replicò Nick, traendo di tasca tabacco e cartine. Andò a sedersi all’internò del pick-up e, dopo essersi rollato e acceso una sigaretta, rimase in attesa.

I fratelli Barenwood erano lì, sotto un sole allucinante nel bel mezzo del deserto di Sonora, da più di un’ora, in attesa che arrivasse lo sceriffo Sam Studebaker.

 

I due si stavano dirigendo verso il confine messicano per trattare uno dei loro affari poco puliti (la loro principale attività consisteva nel trasferire, nottetempo, qualche immigrato clandestino caricato sul cassone del loro pick-up in un luogo sicuro al di qua della frontiera; spesso e volentieri si trattava di giovani donne disposte a vendere, più o meno liberamente, il loro corpo: le organizzazioni criminali che gestivano il mercato della prostituzione, pagavano profumatamente il servizio taxi dei due fratelli), quando, nel bel mezzo della pista, avevano visto ciò che ora intendevano mostrare allo sceriffo.

 

«Allora, cosa c’è lì sotto?» sbuffò lo sceriffo scendendo dalla macchina.

«Boh…» fece Fred. «Veda un po’ lei di capirci qualcosa.» E mentre scostava il telo verde, pietoso sudario che i due avevano precedentemente buttato frettolosamente sul cadavere, aggiunse un particolare: «Il corpo giaceva prono con la faccia nella sabbia. E quando l’abbiamo girato per capire se respirava ancora… ecco a cosa ci siamo trovati davanti».

«Cristo!» proruppe lo sceriffo sbarrando gli occhi sul corpo diafano. «Sembra un bambino…» Ci pensò su spostando lo sguardo dal volto al pube e poi di nuovo al volto del cadavere e precisò, agghiacciato: «Una bambina… senza occhi!»

«E’ sicuro, sceriffo?» domandò Nick scendendo dal pick-up. Si avvicinò al cadavere e, indicandolo, proseguì in tono preoccupato: «A me pare una di quelle creature che gli indiani chiamano “spiriti del mondo oscuro”. Osservi la pelle: è più che bianca, è quasi trasparente, si vede l’intero reticolo venoso sottostante…»

«Leggende risalenti ai tempi dei colonizzatori spagnoli!» tagliò corto lo sceriffo interrompendolo. «Quello lì, è solo il cadavere di una bambina albina, venuta al mondo con un altro e ben più grave handicap.»

La tesi dello sceriffo non parve soddisfare Nick. «E come ci sarebbe arrivata nel deserto? A piedi in quelle condizioni? E da dove?» lo incalzò.

«Mi stupisce che né tu né tuo fratello ci siate ancora arrivati.» Indicò il deserto con un cenno del capo. «La notte scorsa un gruppo di immigrati clandestini deve aver attraversato la frontiera con il Messico. La madre di questa… disgraziata creatura, quando ha capito che era morta, deve averla abbandonata qui.»

«Uhm…» fece Nick, grattandosi la barba incolta. «Sicuramente, se la madre era un’immigrata clandestina, non poteva abbandonare il gruppo e restarsene qui da sola a seppellire la figlia», gli concesse. «Ma la guardi bene, sceriffo…» aggiunse accosciandosi. Premendo con forza indice e pollice nelle guance aprì la mandibola al cadavere. «Questa corona di denti seghettati, come li giustifica in bocca a una bambina?» Richiuse la mandibola spingendola in su da sotto il mento, poi alzò una mano al cadavere. «E delle unghie delle mani ad artiglio, come quelle dei piedi, cosa mi può dire?» Lasciò cadere la mano e si tirò su. «E poi ci sarebbe il fatto che il corpo, oltre che nudo, è completamente glabro… e quel naso lì, tozzo e largo come l’intera faccia…». Guardò lo sceriffo che si era messo a osservare tra il pietoso e il disgustato il volto privo di pigmento solcato da vene bluastre. «Ma basta guardare quelle palpebre venate per comprendere che qualcosa non quadra. Sono prive di una qualsivoglia fessura, non si possono spalancare; per il semplice motivo che non sono palpebre… E’ pelle, pelle della fronte che scende dentro le orbite e si congiunge a quella del viso.  Là dietro non ci sono occhi… c’è il nulla, sceriffo!»

«Non so come possano prodursi queste orrende deformità… Dio solo lo sa.  Ma di una cosa sono certo: questi sono i poveri resti di una bambina sfortunata… sfortunata in tutti i sensi», concluse lo sceriffo con voce increspata.

«Possiamo restare qui tutto il giorno a ragionarci sopra… Sia come sia, ora che ne vuol fare di questa… questa roba qui?» intervenne Fred con tono e modi ruvidi, piantando la punta dello stivale tra le costole del cadavere.

«Io… niente», rispose lo sceriffo alzando un sopracciglio. «L’avete trovata voi… vedete di farla sparire, alla svelta!» ordinò indurendo il tono.

«E cosa dovremmo fare, portarla in città e darle degna sepoltura, sceriffo?» domandò in tono sarcastico Fred.

Lo sceriffo indicò con lo sguardo la parete rocciosa. «Là, dentro la grotta dei sonagli ci sono pozzi, fenditure che scendono fin chissà dove, buttatela in uno di quelli.»

«Perché non se la carica in macchina… La porti all’ospedale, potrebbe essere un soggetto molto interessante da studiare», intervenne Nick.

Lo sceriffo sbuffò, si tolse il cappello e lo appoggiò sul cofano della macchina. «Con cosa ragioni, con il culo?» esordì a muso duro. «Ora ti spiego. Aprite bene le orecchie, tutti e due! Se la portassi in città, dovrei fare rapporto. Nel rapporto dovrei scrivere che un gruppo di migranti hanno attraversato il confine durante la notte… eccetera, eccetera…»

«Sì, e allora?» lo interruppe Fred.

Lo sceriffo sbuffò di nuovo, afferrò con rabbia il cappello dal cofano della machina e, mentre lo sistemava sopra il capo, rispose usando un tono, che tenendo conto dello stato d’animo del momento potremmo definire, pacato a denti stretti: «E allora dovrei comunicare al governatore che dei clandestini hanno attraversato il confine. E il governatore, che ha promesso ai propri elettori di combattere la piaga dell’immigrazione clandestina, naturalmente farebbe pattugliare questa fetta di confine dai soldati.»

«Sarebbe davvero un bel guaio», commentò Nick.

«Già, per voi due di sicuro… Dovreste dire addio ai vostri traffici. Io posso chiudere un occhio… anche due, se necessario. Ma i militari?» osservò sornione lo sceriffo.

«Vuole farci credere che lo farebbe per noi? Andiamo, sceriffo. Sono ben altri e più lucrosi affari quelli che le interessano. Con i militari sul confine, dovrebbe dire addio ai trafficanti di roba pesante; quelli ben lieti di coprirle gli occhi con mazzette di dollari fruscianti», ribatté Fred in tono sarcastico.

Lo sceriffo, dopo averlo ascoltato con un sorriso sardonico dipinto sul volto piegato di lato e le mani appoggiate sui fianchi, con la mano destra liberò il calcio della pistola dal fodero. Poi, mentre il sorriso mutava in un ghigno cattivo, estrasse l’arma e infilò la canna in una narice di Fred che, sgranando gli occhi e alzando le mani, gridò «Ehi! Che cazzo vuol fare! E’ impazzito, sceriffo!»

«Zitto! Bestia!» proruppe questi, mentre Nick osservava in disparte ammutolito.

«Non permetterti nemmeno di pensarle certe stronzate… Hai capito?!»

«S…ì… sì… sì, ho capito», farfugliò Fred.

«Stai attento… state attenti… Quelli hanno orecchie lunghe… molto lunghe. E modi molto sbrigativi per tapparvi la bocca. Lo dico per il vostro bene», li consigliò in tono bonario, rimettendo la pistola nel fodero. «Ora, vedete di sistemare quella carcassa di coyote», li esortò indicando il cadavere.

«Carcassa di coyote?», fece in tempo a dire Fred. Prontamente rimbeccato dal fratello più sveglio: «Sì, quella roba lì che avevamo preso per non so cosa.»

«Bravo Nick. Anch’io di primo acchito avevo preso quell’ammasso di carne maciullata per qualcosa di diverso», si complimentò lo sceriffo, sorridendo.

«Carne maciullata?» fece ancora Fred, grattandosi la testa.

«Finiscila, Fred!», sbottò Nick, dandogli una pacca sulla nuca. «Sistemiamo il coyote e andiamocene alla svelta, c’è del lavoro che ci aspetta, giù, al confine.»

Lo sceriffo sorrise scuotendo il capo. Aprì la portiera e, prima di salire, li salutò: «Buon lavoro, ragazzi.» Poi, accendendo il motore, aggiunse in tono grave e vagamente minaccioso: «Carcassa di coyote. Ci siamo capiti?»

Questa volta anche il più tonto dei due parve comprendere che quello e nient’altro dovevano raccontare in giro.

Lo sceriffo li osservò annuire. Soddisfatto inserì la marcia e partì alzando una nuvola di povere che investì in pieno i fratelli Barenwood.

«Cofh… cofh. Crepa! Brutto bastardo!» inveì tossendo Nick. «Coraggio, diamoci una mossa, Fred», lo spronò dopo che la polvere si fu posata sopra il cadavere.

 

Nick rimase a guardare la scia di polvere alzata dalla macchina dello sceriffo che si allontanava velocemente, sperando che si ribaltasse.

Nel frattempo, Fred lanciò un’occhiata poco convinta al sentiero. «Di’, Nick, come lo portiamo fin lassù, all’imbocco della grotta?» domandò poi.

Nick guardò il cadavere, si tolse il berretto da baseball e, grattandosi la testa, si mise a pensare.

«Sbrigati Nick! Qui si crepa dal caldo!» lo incitò sbuffando Fred, dopo una trentina di secondi.

«Ok… facciamo così… stendiamo il telo di fianco al cadavere», esordì Nick.

Dopo che lo ebbero steso, Nick, usando la punta degli stivali, fece rotolare il corpo sopra il telo. «Tu afferra i lembi da quel lato», ordinò poi. E quando l’altro ebbe fatto, afferrando i lembi dal lato opposto, esclamò: «Forza ora! alziamolo e andiamo!»

Usando il telo come una barella salirono il sentiero e in poco più di cinque minuti raggiunsero l’ingresso della grotta. «Merda!» proruppe Nick mollando i lembi del telo. «Ho lasciato la torcia in macchina… vai a prenderla.»

Fred annuì e scese di corsa il sentiero. Quando tornò passò la torcia elettrica a Nick, il quale la infilò nella tasca posteriore dei jeans. Poi, afferrando i lembi del telo, esclamò: «Portiamo dentro!»

Avanzarono fino a quando il buio pesto li consigliò di accendere la torcia. Allora Nick disse al fratello di attendere. Poi si mise a ispezionare la grotta alla ricerca di un pozzo naturale dove gettare il cadavere.

«Ehi, Nick, dove sono finiti i serpenti? Perché non si sentono i sonagli?» domandò in tono apprensivo Fred.

«E che ne so… staranno dormendo», rispose sbuffando l’altro.

«Eccone uno bello profondo, trascina il telo fin quaggiù», disse poi, segnalando il percorso con la torcia. E quando Fred gli fu dietro, accosciandosi puntò la torcia all’interno del pozzo.

In principio non sentì nemmeno dolore, ebbe il tempo di pensare che il rumore che udì all’altezza dell’avambraccio destro, fosse simile a quello di un trinciapollo che frantuma le ossa di un’ala piuttosto che di una coscia. Poi, vedendo la luce della torcia precipitare sul fondo del pozzo, intuì che se ne stavano andando anche la sua mano destra e buona parte dell’avambraccio. Allora iniziò a urlare: a dire il vero più per lo spavento che per il dolore. E urlando fece un balzo all’indietro, finendo addosso a suo fratello. «Nick! Nick! Cosa succede!» urlava questi. Senza più la torcia erano immersi nel buio assoluto.

«Il braccio! Qualcosa me lo ha staccato!» fece appena in tempo a urlare. Prima che qualcuno, più d’uno, saltasse addosso a lui e a suo fratello… Da lì in avanti le urla di terrore e dolore si mischiarono al rumore di trinciapolli in azione.

Un paio di minuti dopo, quando le urla strazianti cessarono, nel buio più assoluto rimase solo l’eco dei trinciapolli intenti a frantumare ossa. Mentre il suono di qualche raro sonaglio, avvertiva gli intrusi che loro, i serpenti, erano pronti a vendere cara la pelle… e le ossa!

 

                              ************************************************

 

I pochi minuti trascorsi sotto il sole implacabile del deserto a discutere con i due, avevano seccato la gola allo sceriffo. Così decise per una sosta alla stazione di servizio. Sapeva che lì, oltre a farsi una Pepsi Cola gelata, avrebbe dovuto soddisfare la curiosità del suo amico; ma la storiella l’aveva già belle imbastita.

 

«Allora, sceriffo, a chi facevano la posta gli avvoltoi?» domandò Roger allo sceriffo, quando questi uscì dal bar appoggiando la bottiglia gelata della pepsi alla guancia accaldata.

«Quelle teste vuote dei fratelli Barenwood, hanno scambiato la carcassa straziata di un coyote per quella di una bambina», rispose prontamente.

"Storiella ridicola", pensò Roger. Ma il caldo allucinante lo sconsigliò di stare a discutere su un fatto che in fondo non lo riguardava. Inoltre, proprio ora qualcosa stava attirando la sua attenzione in tutt'altra direzione.

Notando che il suo amico, seduto sulla vecchia sdraio, stava osservando una motocicletta ancora abbastanza distante dalla stazione di servizio, lo sceriffo tese l’orecchio. Il familiare e inconfondibile rombo proveniente dagli scarichi aperti del grosso bicilindrico, gli permise di annunciare: «Sta arrivando Toro motorizzato».

La vecchia Harley dalle cromature ormai andate si arrestò davanti alla pompa con il motore al minimo. «Johnny!» urlò l’indiano per superare il rombo sincopato del motore, volgendo lo sguardo all’ingresso del bar. E quando il ragazzo si palesò, aggiunse, abbassando leggermente il tono: «Fammi il pieno».

«Ehi! Toro motorizzato, vuoi farci la grazia di spegnere quel tagliaerba. Stai sfondando i timpani anche a Manitù», intervenne Roger, provando a mascherare dietro un velo d'ironia la palese irritazione.

L’indiano obbedì. Spense il motore, con un colpo di tacco estrasse il cavalletto, vi appoggiò la moto e scavalcando il serbatoio con la gamba destra scese di sella.

Con andatura dinoccolata l’indiano conosciuto come “Toro motorizzato”, per il fatto che al posto di un purosangue era solito cavalcare una Harley Davidson che aveva forse più dei suoi non pochi anni, si avvicinò a Roger. E li rimase immobile.

I due si scrutarono in silenzio: la pelle rugosa color rame, il naso aquilino, gli occhi neri e profondi, oltre ai lunghi capelli grigi legati dietro la nuca davano l’impressione di un volto scolpito nella roccia.

Finalmente, quando Johnny tolse l’erogatore dal serbatoio e comunicò la somma da pagare, l’indiano si mosse; infilò una mano nella tasca posteriore dei jeans, ne trasse il portafogli legato con una catenella a un passante della cinghia, contò i dollari. «Tieni», disse porgendoli a Roger. «Ci si vede», aggiunse dirigendosi alla motocicletta.

«Ehi!», fece a questo punto lo sceriffo.

L’indiano si girò e rimase in silenzio.

«Stai andando a caccia di serpenti a sonagli?»

L’indiano scosse il capo in segno di diniego.

«Non c’è più richiesta?» domandò ancora lo sceriffo.

Questa volta l’indiano non si limitò ad annuire. «La richiesta c’è sempre… sono i serpenti che scarseggiano.»

La grassa risata dello sceriffo precedette quella di Roger. «Scusa, Toro motorizzato, ma questa è davvero buona: la grotta dei sonagli, brulica di serpenti», disse poi lo sceriffo.

«Serpenti morti, tagliati in due, mangiati dagli spiriti del mondo oscuro!» ribatté l’indiano in tono grave.

«Non dire stronzate, Toro motorizzato,» saltò su Roger, «che mi spaventi Johnny.» Fissò Johnny che ascoltava a bocca aperta e concluse: «E tu vai dentro, che poi la notte la fai nel letto!»

Johnny abbassò la testa e mugugnando se andò dietro il banco del bar.

«Io non dico mai stronzate», lo informò a muso duro l’indiano.

«A no? Allora se li hai visti, descrivili… avanti!» lo esortò Roger.

«Non li ho visti…» rispose l’indiano, ma prima che Roger avesse tempo di sorridere, aggiunse: «Ma ho sentito i loro denti spezzare in due un serpente, ho visto teste, interiora, sangue e sonagli sparsi dentro la grotta.» Indicò le montagne in lontananza. «Laggiù non ci vado più… gli spiriti del mondo oscuro sono risaliti dalle viscere della terra, quello ora è il loro regno!»

Roger e lo sceriffo si guardarono attoniti.

“Ecco chi ha messo in testa ai Barenwood la storia degli spiriti”, pensò lo sceriffo. «Di un po’, ci stai prendendo per il culo, indiano!» lo apostrofò poi in tono sprezzante.

«Io dico il vero!» ribadì seccamente l’indiano.

«Se quello che dici è vero… perché finora non me ne hai mai parlato?» domandò Roger incuriosito.

«Perché prima dovevo capire. E allora mi sono recato dal vecchio sciamano: lui ha percorso i sentieri della montagna prima ancora che tutti noi nascessimo. Gli ho raccontato dei rumori, dei serpenti morti e fatti a pezzi nella grotta.»

«E lui? Cosa ti ha detto lui?» lo incalzò Roger.

«Lui afferma che si è aperta una spaccatura, un passaggio tra noi e il mondo oscuro», rispose mentre si sedeva sulla motocicletta.

«E quando si sarebbe aperta, questa fantomatica porta cigolante che mette in comunicazione due mondi?» chiese a questo punto lo sceriffo con un filo d’ironia, dopo aver posato la bottiglia vuota della Pepsi sul davanzale della finestra.

«Tre mesi fa, durante l’ultimo forte terremoto!» rispose accendendo il motore. Poi li salutò con il cenno della mano, quindi inserì la marcia e partì, assordandoli.

«Però! L’ha studiata bene lo sciamano… sa come fare per spillare qualche dollaro agli indiani creduloni», commentò Roger.

«Già», fece lo sceriffo dirigendosi alla macchina.

«Ehi, sceriffo!» chiamò Roger.

Lo sceriffo che aveva già aperto la portiera si voltò.

«Stasera non ti va di passare da queste parti?» domandò Roger.

«Perché, ci sono novità interessanti?»

«Ci potrebbero anche essere», rispose sornione. «I Barenwood mi hanno chiesto se mi interessava provare merce nuova destinata al mercato di Los Angeles… Si parla di ragazzine messicane, forse pure vergini.»

«Ecco cosa ci facevano oggi in mezzo al deserto quei due coglioni», sovvenne allo sceriffo.

«Saranno pure coglioni, ma la merce che trattano è di prima scelta», obiettò Roger. Aggiungendo: «Lo hai constatato tu stesso, rammenti?»

Lo sceriffo rise di gusto. «Sì, sì… lo ricordo benissimo…» s’imbrunì, «ma stasera proprio non posso: ho promesso a mia moglie di portarla fuori per una pizza.»

«Peccato!»

«Sarà per la prossima volta, va’!», chiosò in un sospiro lo sceriffo salendo in macchina.

 

                               *******************************************

 

Il mattino seguente, lo sceriffo se ne stava spaparanzato nel suo ufficio con i piedi sulla scrivania a godersi l’aria condizionata rimirando i copri-punta in metallo dei suoi nuovi stivali in pelle bovina.

In una cittadina dove non succedeva mai niente di eclatante, gestire la legge mostrandosi duro con i deboli e malleabile con i forti regalava delle belle soddisfazioni… Se vogliamo essere precisi, diciamo che chiudere tutti e due gli occhi fruttava dei bei verdoni, con i quali potevi comprarti un paio di stivali su misura da mille dollari, un Rolex da settemila e altri gingilli di un certo valore che lo stipendio da sceriffo non ti avrebbe mai consentito di possedere.

Era lì che gongolava muovendo le punte in acciaio degli stivali; stava quasi per appisolarsi, quando il vicesceriffo Oscar Holly fece irruzione a spron battuto nell’ufficio. «Sceriffo! Abbiamo un problema!» proruppe dopo aver spalancato la porta.

«Mah! Che diavolo…» fece appena in tempo a dire lo sceriffo togliendo i piedi dalla scrivania.

Prima che il suo vice, con una foga inusitata, esponesse la natura del problema. «I fratelli Barenwood sono spariti! Ha telefonato suo padre e ha detto che stanotte non sono rientrati!»

«Eeeh, che sarà mai», fece lo sceriffo, levando gli occhi al cielo. «Li ho incontrati ieri nel deserto, erano diretti al confine. Avranno passato la notte in Messico; si saranno ubriacati e poi avranno deciso di concludere la serata in gloria... dentro il letto lercio di una qualche puttana da poco prezzo», gli spiegò rimettendosi comodo. Indicò con gli occhi la punta degli stivali, tornati a far bella mostra di sé sulla scrivania. «Che ne dici? Ti piacciono?» domandò inorgoglito.

«Sì, ottimo acquisto, sceriffo», rispose liquidando in modo sbrigativo l’argomento frivolo per tornare in fretta a quello più serio. «Il padre dice che i cellulari dei due sono muti… è seriamente preoccupato.»

Lo sceriffo trasse un lungo respiro, esalandolo diede un’ultima occhiata ai suoi begli stivali, prima di toglierli dalla scrivania e afferrare la cornetta del telefono. Chiamò Roger e gli domandò se aveva visto i Barenwood. Rimise a posto la cornetta e finalmente si decise a staccare il poderoso deretano dalla comoda poltrona. 

«Andiamo, Oscar», disse prendendo il cappello.

«Dove, sceriffo?»

«A cercare quei due deficienti!» rispose leggermente scocciato.

«Da dove cominciamo, sceriffo?»

«Non da casa loro, visto che, a quanto pare non sono rientrati», rispose in tono ironico.

E mentre lasciava l’ufficio, seguito dal suo vice, precisò: «Inizieremo le ricerche da dove lì ho incontrati l’ultima volta… ti va bene, o hai da obiettare?»

«Quello che decide lei, mi va benissimo, sceriffo», chiosò il vicesceriffo alle sue spalle, alzando gli occhi al cielo.

 

«Il pick-up non si è mosso», disse lo sceriffo arrestando la macchina dietro il cassone.

Scese, seguito dal suo vice. Gettò un’occhiata all’interno del pick-up. «Le chiavi sono inserite nel quadro.» Volse lo sguardo all’intorno. «Dannazione! Dove si saranno cacciati quei due incapaci?» si domandò.

Guardò in su, all’ingresso della grotta, e maledisse quei due incapaci che probabilmente si erano fatti fregare dai serpenti a sonagli e ora giacevano là dentro morti stecchiti. Volse lo sguardo alla punta impolverata dei suoi nuovi stivali da mille dollari e maledisse di averli calzati quel giorno. Infine, dopo aver maledetto anche il fatto che niente stesse girando nel verso giusto, decise di andare a verificare se quel che pensava corrispondesse al vero. «Prendi le torce, svelto!», ordinò in tono imperativo.

Il vicesceriffo si attivò, trasse le torce dalle tasche laterali delle portiere, tornò sui suoi passi e ne porse una allo sceriffo. «Andiamo», disse questi incamminandosi.

«Coraggio, entriamo!» disse ancora quando furono giunti all’ingresso della grotta.

«Ma ci sono i serpenti, là dentro», gli fece presente un leggermente preoccupato vicesceriffo.

«Sì… e allora? Mica ti mordono se non li vai a stuzzicare!» ribatté ironicamente lo sceriffo avviandosi, seguito dal suo titubante vice.

Pochi minuti dopo, e qualche passo circospetto in più, il buio pesto li costrinse ad accendere le torce.

«Lo sente anche lei, sceriffo?», mormorò il vice.

«Sssth», fece lo sceriffo estraendo la pistola, prontamente imitato dal suo vice.

Tese l’orecchio e, sì, anche a lui parve di udire un rumore strano. “Cesoie”, pensò avanzando lentamente, seguito come un’ombra dal tremolante vice. Ora il rumore pareva provenire dalla sua destra… e non sembrava nemmeno troppo distante.

«Crach… crach», due colpi secchi, ossa che si spezzano ebbe a pensare lo sceriffo.

Puntò la torcia nella direzione del rumore di… rumore di cosa? “Di un trinciapollo”, sovvenne anche allo sceriffo.

Quando il fascio di luce illuminò il telo verde che i due fratelli avevano trascinato fin lì, lo sceriffo rimase un attimo stranito. «Mio Dio, sceriffo! Che roba è?!» proruppe il vicesceriffo.

La luce della torcia non disturbò la strana creatura priva di occhi che, accosciata, stava banchettando con i poveri resti della bambina che lo sceriffo aveva visto il giorno prima stesa sulla pista che conduceva al confine. Ma l’urlo agghiacciato del suo vice non ebbe difficoltà a raggiungere il grande padiglione auricolare e a stimolare il finissimo udito dell’essere dalla pelle chiarissima, quasi trasparente.

Alzò la testa, tra le fauci stringeva un braccio tranciato al piccolo cadavere. Alzandosi lo lasciò cadere: l’essere era alto più di due metri. Poi parve annusare l’aria con le ampie narici, quindi spalancò le fauci e, ritraendo le labbra, mostrò una dentatura da far invidia allo squalo bianco. Tutto questo avvenne in pochi attimi. Ora stava per balzare addosso agli intrusi che osservavano paralizzati la scena: la bocca spalancata e bavosa parve, a loro, ampia come l’intera caverna. Ma quando emise un sibilo stridente, lo sceriffo si riebbe, giusto in tempo per piazzargli tre pallottole in pieno petto e vederlo stramazzare ai suoi piedi.

«Che animale è?» domandò lo spaventatissimo vice, scalciando il cadavere per capire se desse ancora segni di vita.

«Non lo so…» rispose lo sceriffo puntando la torcia all’intorno per capire se ce ne fossero altri in giro. «Usciamo da qui… dobbiamo far venire qualcuno per portare via questa roba… In città ci sarà pure qualcuno che potrà capirci qualcosa», concluse ansimando, retrocedendo con la pistola spianata mentre con la torcia brandeggiava da destra a sinistra e viceversa.

 

Quando tornarono in forze per recuperare il corpo dell’essere mostruoso e i resti sbranati di quella che, a torto o a ragione, ritennero essere la figlia cannibalizzata, ispezionando la grotta in profondità si trovarono davanti un orrore ancora più grande.

Teste e sonagli di serpenti divorati nei mesi precedenti tappezzavano il piano di calpestio. Rari suoni di sonagli qua e là, certificarono la presenza ormai sparuta della colonia di serpenti per cui la grotta era famosa.

Poi, poco prima di un pozzo profondo un’eternità che si apriva in mezzo al camminamento, la scoperta più agghiacciante; due teste intatte, staccate a morsi all’altezza delle spalle, guardavano la volta della caverna con occhi sbarrati e la bocca deformata in un silente e immoto urlo di terrore e dolore; questo avveniva in un contesto di ossa spezzate, a cui era stato asportato a morsi ogni traccia di altra materia organica, che biancheggiavano sulla roccia arrossata dal sangue delle vittime.

Ci vollero più di due ore per completare il pietoso recupero delle ossa spezzate sparse all’intorno, appartenute, al pari delle teste, ai corpi smembrati dei fratelli Barenwood.

Alla fine della lunga e straziante opera di recupero, i furgoni con i poveri resti, umani e non, si diressero all’obitorio dell’ospedale.

 

                                   *******************************************

 

Difficile mantenere un segreto quando si è in più di uno a conoscerlo in una cittadina dove tutti si conoscono. Così, nonostante lo sceriffo avesse ordinato di tenere la bocca chiusa, la notizia correndo di bocca in bocca assunse dimensioni apocalittiche. Nel tardo pomeriggio circolava la voce che era iniziata un’invasione aliena. Qualcuno, che evidentemente viveva in un proprio mondo fantastico, si era addirittura spinto a dichiarare di aver visto con i suoi occhi l’astronave aliena nei pressi della grotta dei sonagli.

Le voci giunsero all’orecchio di un cronista del giornale locale, che naturalmente non si fece scrupolo di riportarle, credibili o meno, tali e quali in un lungo articolo. Il direttore del suddetto quotidiano, dopo aver letto il pezzo, nel tardo pomeriggio si premurò di chiedere conferma delle voci che circolavano incontrollate allo sceriffo; e quando questi gli chiese di non alimentare inutili allarmismi, il direttore replicò dicendo di aver già pronta la prima pagina del gazzettino che, a caratteri cubitali, così strillava: I fratelli Barenwood fatti a pezzi da esseri alieni provenienti dallo spazio!

A quel punto allo sceriffo, che si stava dirigendo all’ospedale per fare il punto con il primario, non rimase che mandarlo a quel paese.

 

Non poteva capitare in mani migliori, lo sceriffo. Il professor Chambise, primario dell’ospedale nonché chirurgo per scelta e speleologo per passione, aveva trascorso l’intero pomeriggio ad analizzare il corpo dell’alieno, ed ora era pronto trarre le sue conclusioni.

Così, senza tergiversare, arrivò subito al dunque; spiegò che la TAC eseguita sul cadavere dell’alieno aveva evidenziato la presenza di organi interni comparabili con quelli umani, e che l’assenza della vista era compensata dallo sviluppo abnorme degli altri sensi. «… Basta osservare le narici, almeno quattro volte più grandi delle nostre… o gli enormi padiglioni auricolari, per capire che l’olfatto e l’udito avevano supplito alla mancanza della vista», concluse indicando sopra una fotografia, con la punta di una matita, gli organi suddetti. Rifletté osservando le fotografie sparse sulla scrivania, scattate all’interno della caverna, soffermandosi su quelle che riproducevano le immagini delle teste dei due fratelli e dei serpenti. «Quello che non mi è del tutto chiaro, è perché non abbia divorato anche le teste delle vittime.»

«Forse il cervello gli risultava indigesto», commentò in tono ironico lo sceriffo.

«Beh… guardi che non ha mica detto una sciocchezza, sa?» ribatté il professore. «Potrebbe trattarsi di questo… oppure, si potrebbe ipotizzare che questi esseri credano che divorando le teste, la mente o l’anima della vittima s’impadronisca del loro corpo.»

«Esseri che cannibalizzano i propri figli, si farebbero di questi scrupoli?» domandò lo sceriffo.

«Non dimentichi che anche l’uomo moderno, dopo un naufragio piuttosto che un incidente aereo avvenuto in zone impervie, per sopravvivere si è visto costretto a nutrirsi dei cadaveri dei propri simili», rispose il professore.

«Questo è vero. Ricordo ancora il tragico caso dell’aereo uruguaiano caduto sulla cordigliera delle Ande», confermò lo sceriffo. Prese la fotografia dell’essere alieno, la osservò a lungo poi, posandola sulla scrivania, domandò al professore: «Secondo lei… si tratta di extraterrestri?»

«Creature venute dallo spazio?»

Lo sceriffo annuì preoccupato.

«Uhm», fece il professore stringendo il mento tra il pollice e l’indice. «Ho una mia teoria su questo.»

«E… quale sarebbe?»

«Iniziamo col dire, che aver scoperto il sospettato a banchettare nudo in una caverna non rappresenta la prova decisiva: cosa ne possiamo sapere noi degli usi e costumi di un'ipotetica civiltà aliena in grado di compiere viaggi interstellari?» cominciò col chiedersi in tono apparentemente ironico. «Nulla!» si rispose seccamente. Prima di concludere con un colpo di scena da attore consumato, calato nella parte del detective. Però questo particolare, untito ad altri indizi, ci spinge a indagare in tutt'altra direzione...  Secondo me… arrivano da molto più vicino… usando un neologismo, li potremmo definire: entroterrestri!»

«Entroterrestri?!» esclamò sconcertato lo sceriffo, aggrottando le spesse sopracciglia grigie.

«Nel senso che provengono da dentro la terra», precisò il professore.

Lo sceriffo ripensò a quello che aveva detto Toro motorizzato. «Che abbia ragione lo sciamano? E’ mai possibile che un’antica leggenda indiana, nasconda un fondo di verità?» si chiese riflettendo a voce alta.

«Niente di più facile!» saltò su il professore. «I miti nascono da una piccola verità, che trasmessa prima oralmente e poi tramite la scrittura, nel corso dei secoli cresce in modo abnorme sino a farsi leggenda.»

«Un’ottimo incipit per un articolo che tratti di miti e leggende», ribatté poco convinto lo sceriffo. Sbuffò. «Però, dovendo buttar giù il rapporto su un duplice omicidio, non mi posso certo lanciare in arditi voli, più o meno pindarici.»

«Ok, se vuole una pezza d’appoggio, una teoria non del tutto credibile ma la più aderente al caso in questione, io gliela posso fornire», annunciò il professore.

«L’ascolto!»

Il professore annuì soddisfatto e cominciò: «Nelle caverne dove non arriva la luce, sono stati trovati degli invertebrati trasparenti, privi del pigmento che protegge dalla luce solare… e di qualsivoglia forma di apparato visivo».

«Sbalorditivo!» esclamò lo sceriffo.

«Molto meno di quanto si è portati a credere…» ribatté prontamente il professore. «Se ci pensa bene, nel buio assoluto la vista non sarebbe nient’altro che un inutile orpello. Meglio rinunciare a un senso inutile in favore di altri più sviluppati se si deve trascorrere l’intera esistenza al buio, non trova?»

«Sì, ma qui stiamo parlando di animaletti lunghi pochi centimetri, non di uomini alti più di due metri», obiettò lo sceriffo.

«Nelle viscere della terra, sono state scoperte anche delle salamandre albine prive di occhi… e chissà quante altre specie potremmo scoprire con un’esplorazione sistematica della piccola parte di grotte, anfratti e cunicoli raggiungibili dall’uomo. Potremmo scoprire pesci trasparenti e senza occhi nelle acque limpide e pure di laghi sotterranei. E magari, perché no, degli uomini che millenni addietro avevano dato vita a una civiltà sotterranea.»

«Uhm… teoria un po’ troppo ardita», fece lo sceriffo arricciando le labbra.

Il professore prese una fotografia dell’essere alieno steso sul tavolo d’acciaio dell’obitorio, la posò sulla scrivania davanti allo sceriffo. «Osservi le unghie ad artiglio», esordì indicandole con la punta della matita. «Armi formidabili, ma anche uncini adatti ad arrampicarsi sulla roccia. Il corpo glabro e privo di pigmento, non potrebbe sopportare la luce solare…»

«Se le cose stanno così, perché mai sarebbero risaliti in superfice, per crepare sotto il sole del deserto? Le rammento che la bambina era all’esterno della grotta, stesa sul sentiero, morta stecchita!» lo interruppe, accalorandosi, lo sceriffo.

Il professore, che sembrava attendersi la domanda, replicò senza indugio. «La bambina deve essere sfuggita al controllo del padre, ed essendo priva della vista potrebbe essere uscita allo scoperto senza nemmeno accorgersene… Poi, sole e calore in pochi minuti devono aver prosciugato il corpo, evoluto per adattarsi alle temperature costanti che si incontrano scendendo nelle viscere della terra, e non certo per sopportare quelle bollenti di un deserto.

«Per quanto riguarda gli adulti, invece, credo che stiano risalendo per andare in cerca di cibo. La strage di serpenti all’interno della grotta, oltre a dimostrare che sono immuni al loro veleno, parrebbe portare a questa conclusione.»

«Se sono risaliti solamente per abbuffarsi. Potevano benissimo risparmiarsi la fatica e starsene là sotto a banchettare con quello che passava il convento… magari sbranandosi fra di loro», commentò in tono sarcastico lo sceriffo.

«Non credo che ammazzarsi l’un l’altro per procacciarsi il cibo sia il loro passatempo preferito», replicò a tono il professore. Sorrisero entrambi, poi il professore riprese in tono serio: «In mancanza d’altro, potrebbero sopperire al fabbisogno alimentare nutrendosi dei cadaveri dei loro simili, questo sì. Ma normalmente si arrangiano con quello che riescono a trovare là sotto… Per questo motivo, sono sempre più convinto che deve essere successo un fatto nuovo: uno sconvolgimento epocale che ha reso impossibile la loro sopravvivenza nelle viscere della terra… Probabilmente “come sta facendo l’uomo con il pianeta”», sottolineò calcando il tono, «hanno sfruttato in modo sin troppo intensivo le risorse del sottosuolo. E così, dovendo migrare per procacciarsi il cibo… chissà come, sono sbucati dentro la grotta dei sonagli».

«Secondo lo sciamano, il terremoto di tre mesi fa ha aperto una breccia», rammentò lo sceriffo.

«Potrebbe darsi… anzi, dev’essere andata proprio così», concluse il professore riunendo le fotografie dentro una cartella insieme alla sua relazione. «Tenga!» aggiunse poi porgendola al commissario.

«E l’autopsia?» domandò questi.

Il professore alzò le mani in segno di resa. «Senza un documento firmato dal governatore… e magari controfirmato anche dal presidente, non bucherei quel cadavere nemmeno con uno spillo! E’ una faccenda troppo grossa da gestire.»

«Un paio di cavernicoli non mi sembrano ‘sto gran problema», commentò in tono laconico lo sceriffo.

Al professore sembrò che lo sceriffo, abbracciando la sua teoria, stesse prendendo sottogamba l’intera faccenda. E allora trovò giusto metterlo in guardia. «Guardi che ho solamente esposto la tesi di un appassionato di speleologia. La mia rimane pur sempre un’ipotesi… affascinante quanto si vuole, ma non l’unica possibile.»

«Che fa, professore, prima tira il sasso e poi nasconde la mano?» domandò in tono ironico lo sceriffo, sorridendo.

Il professore non sorrise, e continuò usando un tono ancor più grave: «Fra le altre, anche se a mio avviso la più improbabile e troppo fantascientifica per essere vera, rimane sempre in piedi l’ipotesi di una forma di vita giunta sino a noi dallo spazio».

Osservò il suo interlocutore: ora gli sembrava sempre più disorientato e incerto sul da farsi. Allora, trasse un lungo sospiro scrollando il capo e, accigliandosi, continuò: «Forse non le è ben chiaro quale responsabilità mi assumerei… siamo di fronte a un ritrovamento che, se da un lato può cambiare la storia dell’evoluzione, dall’altro potrebbe riguardare la sicurezza nazionale! Mi dia retta: stenda il suo bravo rapporto, lo alleghi alla mia relazione e consegni tutto nelle mani del governatore in persona. Lasci che sia qualcun altro, molto più in alto, a prendersi carico delle enormi responsabilità che una tale scoperta produrrà!»

Lo sceriffo ci pensò un attimo, poi con un gesto deciso afferrò la cartelletta. «Farò così!», annunciò convintamente. Subito dopo, rivivendo la scena all’interno della grotta, ripensando allo scampato pericolo gli sovvenne di chiedere: «Professore… secondo lei, uno o più di questi esseri, potrebbe lasciare la grotta e raggiungere la città?»

«Uhm», fece il professore. «Dovrebbe percorrere trenta miglia di deserto. Di giorno… sicuramente no: con quella pelle di carta velina finirebbe arrostito dopo poche miglia. Di notte… nemmeno. Non scordiamoci che stiamo parlando di un individuo che non potendo servirsi della flebile luce lunare, sarebbe costretto, se non ad annaspare, perlomeno a camminare lentamente e con circospezione, per evitare di sbattere il muso contro qualche cactus o inciampare in qualche cespuglio… e quassù, per nostra fortuna la notte non è eterna.»

La risposta del professore lo rassicurò. I due si salutarono, poi, quando lo sceriffo lasciò l’ufficio, il professore volse lo sguardo alla finestra con fare pensoso, mentre un tramonto color porpora incendiava l’orizzonte oltre il deserto.

 

                             ***********************************************

 

Guidando lentamente, lo sceriffo ascoltava allibito il notiziario radiofonico parlare di alieni atterrati con la loro astronave nel deserto di Sonora. “Se anche non mi premurassi d’informare il governatore, domani all’alba il deserto probabilmente brulicherà di soldati impegnati a ripulire tutte le grotte, e di curiosi disposti a giocarsi la pelle pur di farsi un selfie con il mostro da condividere su Instagram… Devono svuotare il magazzino, e lo devono fare ora! Non c’è un minuto da perdere!”, rifletteva agitandosi. “Devo informare il tramite, ci penserà lui ad avvertirli”, concluse premendo a fondo l’acceleratore.

 

Quando raggiunse la stazione di servizio, la notte era ormai calata sul deserto.

Parcheggiò davanti al bar. Vide Roger all’interno intento a sistemare le sedie sui tavoli prima di chiudere. Scese ed entrò.

«Ehilà! Qual buon vento ti porta da queste parti?» esclamò Roger sorridendo. Notando lo sguardo preoccupato dell’amico, comprese che qualcosa era andato storto.

Allora, senza proferire verbo si diresse fuori dal locale, seguito dallo sceriffo. Si allontanarono dal distributore e iniziarono a camminare lungo la statale deserta, illuminata dalla luce fredda di una stupenda luna piena. «Ora puoi parlare liberamente», esordì Roger.

Lo sceriffo non si fece pregare e, dopo averlo relazionato sull’intera faccenda, gli spiegò cosa avrebbe dovuto fare in tono concitato: «Devi dire al capo che deve far sparire la roba, e che deve farlo ora. Digli che domani i militari passeranno al setaccio tutte le grotte. Convincilo ad agire immediatamente. Non c’è un minuto da perdere».

Roger rimase ad ascoltarlo mantenendo per tutto il tempo un atteggiamento imperturbabile, e quando ebbe concluso, trasse con calma olimpica un cellulare dalla tasca sinistra dei jeans, lo guardò. «E’ l’altro», disse in tono pacato, rimettendolo in tasca. Infilò la mano nella tasca destra e prese il cellulare criptato. Compose il numero e chiamò.

 

Il cellulare gli era stato fornito da un emissario del capo della banda di spacciatori che importava droga dal Messico, con la raccomandazione di usarlo solamente in caso di estrema necessità e solo per chiamare l’unico numero che aveva dovuto imparare a memoria; aveva inoltre aggiunto che dopo averlo usato una sola volta lo avrebbe dovuto farlo sparire, e che il giorno dopo avrebbero provveduto a fornirgliene uno nuovo. Ed era stato sempre lui, l’emissario, a istruirlo su come comunicare con lo sceriffo. «Nemmeno una vocale deve sfuggirti all’interno del locale o dentro la macchina, i federali potrebbero aver piazzato cimici dappertutto. Se dovete parlarvi, fatevi una passeggiata in mezzo al deserto», gli aveva spiegato.

 

La telefonata durò un minuto scarso. «Tra un paio d’ore avranno pulito il magazzino», annunciò Roger.

Lo sceriffo trasse un lungo sospiro. «Ora, che faranno?» domandò poi.

Roger si strinse nelle spalle. «Per ora, nulla! Attenderanno che le acque si calmino… e se non dovesse succedere a breve… troveranno un magazzino sicuro da qualche altra parte lungo il confine», rispose in tono pacato.

Improvvisamente, un guaito straziante lacerò il silenzio della notte. «Cosa diavolo è?!» proruppe lo sceriffo, agitandosi.

«Stai calmo… dev’essere un puma che ha affondato le fauci nel collo di un coyote solitario», rispose senza scomporsi Roger.
Mentre i guaiti andavano lentamente spegnendosi, Roger tese l’orecchio. «Provengono da laggiù», disse indicando con l’indice una porzione di deserto a metà strada tra la grotta dei sonagli e la città. «Torniamo indietro, devo finire di sistemare il locale», aggiunse girando sui tacchi.

Lo sceriffo attese qualche istante. E in quei pochi istanti un brivido gelido gli corse lungo la schiena, scoprendosi a pensare che se quello laggiù non fosse un puma, ma una belva di tutt'altra natura, avrebbe potuto raggiungere la città ben prima dell'alba. 
«E’ finita», mormorò traendo un sospiro di sollievo, udendo l’ultimo guaito, una specie di rantolo, seguito da un verso che la mente scossa volle interpretare come il ruggito vincente del puma. Poi, sollevato s’incamminò per raggiungere l’amico.

Dopo pochi passi, un sibilo stridente, seguito da un secondo e un terzo, fece rizzare i pochi capelli rimasti in testa a Roger. «E questo?» fece in tempo a chiedersi prima di udire le urla strazianti dello sceriffo.

Si voltò e rimase pietrificato: due figure spettrali si erano avventate sul suo amico, lo avevano sbattuto a terra ed ora lo stavano dilaniando. Roger fece in tempo a udire le ossa di uno degli arti frantumarsi, quando le fauci arrossate di sangue si chiusero come una cesoia attorno al braccio destro dell’uomo che avrebbe dovuto far rispettare la legge; e anche lui in quel frangente ebbe a pensare a un trinciapollo.

Dopo l’attimo di smarrimento realizzò che se voleva conservare integre le sue ossa doveva correre verso il locale il più in fretta possibile, chiudersi dentro e afferrare il fucile a pompa che teneva, carico, sotto il banco.

Ma ebbe soltanto il tempo di pensarlo, poiché quando si voltò gli rimase solo il tempo di urlare a squarciagola il suo orrore in faccia a una terza cerea figura senza occhi, che gli si era parata davanti con le fauci spalancate.

 

                                                                  FINE  

 

        

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Paolo Guastone il 2018-05-03 11:42:49
Ma che mi combini, Giancarlo? Scrivi racconti come fossi Stephen King? Scherzi a parte, questo è un inedito da incorniciare e con una cornice d'oro bella spessa! E non aggiungo altro perchè, adesso, vado a rileggerlo e riassaporarlo.....

Vecchio Mara il 2018-05-03 17:15:50
L'idea di questo racconto me l'ha ispirata la fauna che bazzica nelle caverne dove non arriva neanche un filo di luce. Avevo letto un articolo su degli invertebrati che vivono in luoghi eternamente bui, privi di occhi e pigmento, e da lì mi è scattato il click. Se ne è uscito qualcosa di buono, non può che farmi piacere. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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Rubrus il 2018-05-03 16:18:34
Senza certe affettazioni che ti sono tipiche (a parte il "sovvenne" usato un po' a sproposito) il racconto è scritto bene e in modo congruente rispetto al tema, cioè come ci si attende che possa essere scritto un racconto di ambientazione western. Con qualche strizzatina d'occhio a un film come (se ricordo bene il titolo) "The descent" è ritmato, secco, con personaggi di adeguato spessore. Attenzione a parole come "Johnny" (non Jonny perchè deriva da "Johannes" e quindi ci vuole l'acca) e "coyote" (non coiote). L'intreccio è ben condotto e le scene splatter ... splatter quanto basta. Piaciuto, ciao.

Vecchio Mara il 2018-05-03 17:25:53
I coyote e i Johnny li ho sistemati. Ti sono grato d'avermeli fatti notare. Il "sovvenne", nonostante cerchi di contenermi, ogni tanto mi scappa dentro. Vedrò di applicarmi per fargli fare la fine del "virare", quello l'ho sistemato definitivamente. Il film che citi, non l'ho visto. Sono andato a leggermi la trama e devo dire che c'è una certa somiglianza tra le creature delle tenebre, però quelle, a quanto ho letto, non hanno nessuna intenzione di lasciare le caverne, mentre queste... chissà dove sono giunte a quest'ora. In verità, come scritto nel rispondere al commento sopra, ad ispirarmi è stato un minuscolo invertebrato che vive nel buio perenne. Comunque, anche dal tuo commento mi par di capire che la trama nel suo insieme si regge abbastanza bene. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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Gerardo Spirito il 2018-05-03 22:57:30
È un bel racconto giancarlo, letto tutto d'un fiato. L'ambientazione è di quelle che piacciono a me, dura e secca come il deserto, un mondo fatto di caverne e cactus che giacciono e crescono e muoiono continuamente sotto il sole cocente. Come mai hai scelto questa ambientazione western per questa storia? È una scelta curiosa. Molto ben riuscita la figura dello sceriffo, malvagio come pochi, invischiato nella malavita e nella malafede mi viene da dire; prende tutto sempre poco sul serio, talmente egoista nei gesti e nelle parole che alla fine della storia sono quasi stato felice di... (non faccio spoiler ahah). Avrei sforbiciato qua e là qualche dialogo, intendo, li avrei resi un po' più agili eliminando qualche inciso, ma comunque va bene così. Positiva la scelta di non dare un'origine ben definita agli "spiriti", questo a mio parere accresce il senso di orrore e di curiosità di chi legge. Ci vedo un continuo, perchè la storia finisce ma non finisce allo stesso. Ottima prova ad ogni modo! Ti segnalo qualche refuso di distrazione da correggere, così migliori la qualità del racconto: "otre che nudo", "suo padre è ha detto", "emissario del capo capo della banda" A presto!

Vecchio Mara il 2018-05-04 10:07:02
I refusi li ho sistemati, ti ringrazio. Nel frattempo, mentre li sistemavo, ne ho approfittato per mettere a posto un piccolo particolare che pensavo di aver chiarito e invece non lo avevo scritto. Una telefonata intercorsa tra lo sceriffo e Roger per capire se i due fratelli erano passati da lui in serata. Una piccola aggiunta prima che lo sceriffo lasci l'ufficio che serve a far comprendere al lettore perché si sia diretto subito alla grotta senza prima passare dalla stazione di servizio a chiedere informazioni. Detto ciò, chiarito nei commenti sopra come mi è venuta l'idea. Per quanto riguarda l'ambientazione western dovevo scegliere un luogo caldissimo dove ci fossero grotte e serpenti velenosi. Un luogo poco accogliente dove il vero mostro potesse dettare la "sua" legge, o per meglio dire: farsi i suoi sporchi affari in compagnia dei suoi pari . E lo sceriffo di una cittadina ai confini con il Messico, dove puoi trovare grotte, deserto, caldo asfissiante, droga, clandestini, serpenti a sonagli, cactus, coyote, puma, avvoltoi, e chi più ne ha più ne metta, mi pareva il set perfetto per sviluppare il racconto. Questo è il mio secondo racconto ad ambientazione western (rammento che anche il primo, L'uomo che uccise Doc Holliday, ti era piaciuto. E penso di riproporlo settimana prossima), è un genere che pratico poco perché non conoscendo l'ambiente, gli usi e i costumi, temo sempre di risultare incongruente. In ogni caso, questi due... chiamiamoli "esperimenti", non sono andati poi così male. E questo, magari in futuro mi spingerà a provarci ancora. Ti ringrazio. Ciao Gerardo

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