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Primo mare

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Rubrus

pubblicato il 2018-04-24 12:55:30


Era stato il primo mare, quello dell’infanzia, quello da cui s’innalzava il soffio vaporoso di Moby Dick, e dove veleggiava Long John Silver cantando “quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto”.
Ce lo portava suo padre, anche d’inverno.
Passeggiavano finché non arrivavano al molo, poi suo padre raccoglieva un po’ di acqua nel cavo della mano e gliela faceva inalare perché, diceva, cicatrizzava le ferite ed avrebbe fermato le sue frequenti epistassi di bambino malaticcio.
Era il primo mare, e l’uomo ci era tornato anche adesso, benché la sua ferita non fosse di quelle che si cicatrizzano e, comunque, non con l’acqua salata.
Si era seduto su una bitta di ormeggio ed osservava un vecchio che, con un pennello e dei secchi di latta, si affaccendava attorno a un moscone malridotto, di quelli usati per soccorrere i bagnanti.
Lo aveva osservato a lungo, e, all’inizio, aveva pensato che lo stesse ridipingendo, ma, ben  presto, si era ricreduto. I movimenti del vecchio erano troppo accorti, troppo curati, con un che di attento, quasi stesse accarezzando il legno screpolato.
Si era avvicinato, la sabbia ghiaiosa che scricchiolava sotto le scarpe, le mani in tasca e un debole maestrale che gli scompigliava i capelli radi.
Il vecchio aveva fatto finta di niente.
Stava disegnando un occhio sul pattino destro. Sul sinistro, un altro occhio dai colori vivaci – rosso, nero, verde, azzurro, giallo – luccicava fresco di pittura.  
«Sono come quelli che dipingevano i Fenici» disse il vecchio senza preavviso.
L’uomo si fermò e i piedi affondarono nella rena. «Grandi navigatori, quelli» disse dopo un po’.
«Già» convenne il vecchio continuando il suo lavoro. «Niente motori, GPS, niente bussole, niente sestante, fari, boe, mappe nautiche. Niente di niente. Da allora non è cambiato molto, in realtà».
Si alzò lentamente, come un albero dopo una tempesta. All’uomo parve di sentire lo scricchiolio delle ossa.
«Ero sull’Achille Lauro» disse a mo’ di spiegazione.
«Quella del sequestro?»
Il vecchio annuì. «Sicuro, il sequestro. 1985. Se lo ricordano tutti, il sequestro».
«Ci hanno fatto anche un film» disse l’uomo. «Un’attrice che ci recitava venne assassinata».
«È preparato, vedo. Sa anche che la nave non si chiamava Achille Lauro, in origine?» chiese.
«Avevo sentito dire qualcosa».
«Ardjonea, questo avrebbe dovuto essere il suo nome» proseguì il vecchio «La costruirono in Olanda, nel ’37, poi i tedeschi invasero il paese e poté essere varata solo nel ’46, con un altro nome: Willem Ruys. Qualcuno dice che dipende tutto da questo. Non avrebbero dovuto cambiarle nome. La nave se l’era presa a male». Sorrise. «Dicerie, sì» disse come rispondendo a una domanda che l’uomo non aveva posto. «Tant’è è vero che, nel ’66, quando Achille Lauro la comprò, le cambiò nome un’altra volta. Io m’imbarcai nel ’70».
Il vecchio estrasse uno straccio dalla tasca dei pantaloni e prese a pulirsi.
«Nel ’71 speronammo un peschereccio nel porto di Napoli. Un poveraccio, un certo Vincenzo Chiarini, morì. Sono tragedie che capitavano nei porti. E capitano ancora».
«Suppongo di sì».
«Nel ’72 eravamo alla fonda nel porto di Genova quando scoppiò un incendio. La nave era stata rimessa a nuovo, gl’impianti erano stati ammodernati, ma insomma… anche queste sono cose che capitano».
L’uomo non disse nulla.
«In ogni caso, una nave non si ferma per questo, soprattutto se è una nave da crociera. Ripulimmo, sistemammo tutto un’altra volta e partimmo. Per tre anni non successe niente. Nel ’75, nei Dardanelli, speronammo lo Yussef Baba, una piccola nave libanese. Quella volta ci lasciarono la pelle quattro disgraziati».
«Una bella sfortuna» disse l’uomo.
«Proprio quello che cominciarono a dire in parecchi. Ma i Dardanelli sono uno stretto trafficato, quei poveracci navigavano a vista…».
Una folata più forte delle altre sollevò qualche granello di sabbia e il vecchio batté più volte le palpebre, come per scacciarlo, mentre un brillio liquido gli appariva e scompariva negli occhi.
«Non sbarcò?» chiese l’uomo.
«No» disse il vecchio. «Lo sa che cosa fanno le persone quando accade qualcosa che non si sanno spiegare? Fanno finta di niente. Dicono che, sì, è strano, ma non così tanto e che comunque una spiegazione c’è, solo che non si riesce a vederla. Sì amico, si fa finta di niente. Io feci così. Avevo famiglia».
«E poi?»
«Ero ancora sulla nave, nell’81, alle Canarie, quando scoppiò un altro incendio e le posso assicurare che, stavolta, c’eravamo stati attenti…be’, scoppiò lo stesso. L’anno dopo Achille Lauro morì e i creditori fecero sequestrare la nave. Molti ne approfittarono per cambiare imbarco».
«E lei?».
Il vecchio tacque. L’uomo osservò il sole che si abbassava verso l’orizzonte. Sospeso sopra l’orlo del mare, sembrava molto piccolo, come se un’onda più alta delle altre potesse inghiottirlo per sempre.
«Ha presente quel racconto di Poe? Una discesa nel Maelstrom?».
L’uomo sussultò, non come chi si desta, ma come chi passa da un sogno a un altro.
«Era un po’ la stessa cosa» proseguì il vecchio dopo aver atteso invano la risposta. «Avevo i miei anni e trovare un altro imbarco non era così facile, e poi avevo una figlia da mandare all’università e poi e poi… Poi volevo guardare il fondo del Maelstrom».
L’uomo annuì. «So com’è» disse.
«C’ero durante il sequestro e sa come la penso? Penso che quelli fossero degli esaltati, che si fossero imbarcati in quell’avventura senza ben sapere dove attraccare; penso che fossero certi che quell’americano, quel Klinghofer, fosse nato dalla parte sbagliata del confine… ma penso che non avessero intenzione di ammazzare davvero qualcuno, all’inizio. Ma quella era l’Achille Lauro».
Il vecchio tacque e anche l’uomo. Quando parlò la sua voce era spezzata e incerta come un relitto sulle onde. «Il film è del 1990, vero?».
«Sì. A voler essere precisi, il fattaccio non era accaduto sulla nave: quell’attrice, Rebecca Schaeffer, fu ammazzata al suo ritorno in America. Non c’era bisogno di tirare in ballo maledizioni (a meno che non si dovesse scrivere un pezzo per un giornale, ovviamente). Io però ne avevo abbastanza. Ero per mare da più di vent’anni e decisi di sbarcare».
Raccolse il pennello e il secchio e fece per avviarsi, ma poi rimase lì, sulla sabbia, come abbarbicato.
«Lo fece?» chiese l’uomo.
Il vecchio annuì, mentre i raggi del sole, cadendo di sbieco, gli strappavano luccichii dalla  barba candida e scintillavano sulle creste di schiuma delle onde. «Nell’estate del ‘94. Ci pensavo da mesi, ma non riuscivo a decidermi. Forse non credevo a maledizioni e storie del genere – almeno era quello che andavo dicendo a chi me lo chiedesse – forse volevo vedere come sarebbe andata a finire. Forse era qualcos’altro ancora, chissà».
L’uomo distolse lo sguardo e fissò il moscone. Un occhio dipinto era rivolto verso di lui e, nella luce radente, pareva guardarlo. L’altro era girato verso il mare.
«Ha mai fatto qualcosa in tutta fretta, con la sensazione di dover finire prima che manchi il coraggio, anche se non sembra esserci nessuna ragione specifica per essere coraggiosi?». 
L’uomo si passò una mano sul petto come se ci fosse davvero una cicatrice, là in mezzo. «Sì» rispose alla fine.
«Così feci io. Mi dimisi da un giorno con l’altro senza preavviso. Ci rimisi un bel po’ di quattrini». Girò la testa sottovento e sputò. «Il 30 novembre 1994, mentre l’Achille Lauro era al largo della Somalia, a bordo scoppiò un nuovo incendio. Ci furono tre morti e una decina di feriti. Cercarono per tre giorni di salvare la nave, poi lasciarono perdere e la lasciarono affondare». Sorrise ancora. «Era l’anniversario del viaggio inaugurale». Senza aggiungere altro si mosse, dirigendosi ciondolando verso il rimessaggio, i secchielli in una mano, lo straccio e il pennello nell’altra.
L’uomo rimase fermo a guardare il moscone. «“Immobile come una nave dipinta su un oceano dipinto” recitò a mezza voce, poi, accennando agli occhi dipinti, urlò: «Pensa che serviranno?».
La risposta gli arrivò sfilacciata, come una vela sbattuta da un vento teso.
«Non lo so. Ma non so nemmeno il contrario».
L’uomo udì il cigolio della rimessa che veniva chiusa, poi più nulla.
Rimase sulla spiaggia a lungo, con le mani in tasca, i piedi affondati nella sabbia, i capelli radi mossi dagli sbuffi di vento.
Ascoltava il rumore del mare. Era lo stesso che ricordava da ragazzo e sarebbe stato lo stesso quando fosse stato vecchio anche lui.
Quando il disco del sole fu affondato del tutto si diresse verso il bagnasciuga, inginocchiandosi nella sabbia umida.
Allungò le mani a coppa e raccolse un po’ d’acqua portandosela al naso.
Inspirò più volte, a lungo. 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-04-24 19:14:52

Che io rammenti, non usi spesso la forma circolare nei racconti, ma certo qua è maneggiata \"maledettamente\" - è proprio il caso di dire, letta la storia - bene. Bello quel gesto d\'inalazione del sale del mare e della terra e della vita: mi ha ricordato un capolavoro della letteratura romatica - la ballata del vecchio marinaio - che in te ovviamente diventa una gemma di narrativa classica. In quel gesto la rinazina diventa memorina e narrando l\'anziano trasmette al giovane il sale/senso della vita che è qualcosa che bisogna soffrire per amare e partecipare. Mi chiedo se anche il tuo vecchione sia stato ammonito dall\'eremita della foresta a scontare i suoi sbagli pagando pegno con la narrazione di storie. Insomma, sempre un bel leggere, il Rubrus. Abbi gioia

Rubrus il 2018-05-06 14:25:34
Ciao. Be', diciamo così: non ho pensato consapevolmente a un moto circolare, penso che sia venuto fuori da sè. Probabilmente è un moto circolare che fornisce la spinta per andare in avanti: Non ho la minima idea di quale sia la "ferita" dell'ascoltatore: penso che ognuno abbia le proprie e per questo l'ho lasciata nel vago. Peraltro, ritengo che, per citare un altro classico, chi guarda avanti deve anche saper guardare indietro.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Gerardo Spirito il 2018-04-25 00:18:05

Un racconto che sa di esperienza e di tempi andati, l\'ho apprezzato molto – all\'inizio mi pareva di averlo già letto, ma invece no. Uso dei dialoghi eccezionale, impreziosito da passaggi sublimi come questo che ho digitalmente sottolineato “Lo sa che cosa fanno le persone quando accade qualcosa che non si sanno spiegare? Fanno finta di niente. Dicono che sì, è strano, ma non così tanto e che comunque una spiegazione c\'è, solo che non si riesce a vederla.” Non conoscevo la storia dell\'Achille Lauro, e questo è un altro motivo per apprezzare il racconto; le storie ti devono sempre lasciare qualcosa, che sia una sensazione o una conoscenza, bè, questo brano lo fa.

 

ps. Stai lavorando a qualche inedito? 

Rubrus il 2018-05-06 14:27:33
Ciao. Sì... due, ma sono lunghi (uno è finito ed è in attesa di revisione, l'altro agli inizi) e quindi si vedrà. Mi fa piacere che tu abbia notato quel pezzo; in realtà credo che altro non sia che una banale osservazione, sintetizzata, di un comportamento cui tutti noi abbiamo assistito e, probabilmente, anche posto in essere.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Eli Arrow il 2018-04-27 16:17:39

A differenza della 'Rime...' di Coleridge, il vecchio marinaio non è l'oggetto della maledizione ma il testimone diretto di quella dell'Achille Lauro e indiretto di quella che si suppone abbia vissuto l'altro personaggio, almeno questa è l'idea che mi sono fatta.

Non ricordavo di avere letto questo racconto, mi è molto piaciuto. In particolare, nei tuoi racconti mi piace il continuo gioco di rimandi fra gli eventi esterni narrati e quelli interni dei personaggi che vengono lasciati all'immaginazione del lettore, guidata però abilmente dalle suggestioni che crea la tua scrittura.

buon we :)

Rubrus il 2018-05-06 14:29:59
Sì, è sostanzialmente un gioco di rimandi; confesso un piccolo trucco: alle volte - ma senza esagerare - basta non spiegare troppo i correlativi oggettivi. Ci penserà il lettore a riempirli di contenuti che, essendo i suoi, cioè del lettore, saranno per lui significativi al massimo.

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Paolo Guastone il 2018-05-02 10:05:42
Contrapposizioni....il mare che cura e a tutto rimedia, anche se certe ferite rimangono ostiche, gli insegnamenti di un vecchio che ancora sanno stupire, una nave che cambia nome ma che porta in sè il germe del male....il tutto condito con il consueto stile narrativo che è già un pregio di suo. Ed anche le citazioni storiche, che non conoscevo, sono l'ennesima perla incastonata in un magnifico gioiello.

Rubrus il 2018-05-06 14:31:28
Alle volte mi piace attingere al vastissimo patrimonio di vicende potenzialmente portatrici di storie e senso che stanno al di fuori della rete. Questo aneddoto, quello sull'Achille Lauro, cioè, viene da un libro di leggende marinare.

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