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Vecchio Mara

Il portagioie cinese

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Horror / Mistery / Pulp

pubblicato il 2018-04-16 18:45:05

Il portagioie cinese

 

Cosa possa spingere un uomo di mezza età a ribaltare la propria tranquilla esistenza andandosene a vivere lontano dall’amato borgo natio, lasciando dietro di sé un gratificante lavoro, abitudini e amicizie consolidate, non è facile da spiegare. E non lo farò neanche per rammentarlo a me stesso, perché ho i miei buoni motivi… e se anche non lo fossero, non lo farò ugualmente! Non sono ricordi che aiutano a conciliare il sonno. Ed io, questa notte, non posso permettermi di rotolarmi nel letto senza costrutto fino all’alba.

Sono disteso dentro il letto da più di mezz’ora… volgo lo sguardo al comodino alla mia sinistra: il portagioie cinese è lì, a un palmo dal mio sguardo con il secondo cassetto aperto. C’ho messo sei mesi per decidermi. E probabilmente avrei rinviato di altri sei mesi, se stamane Ernestina non mi avesse telefonato per comunicarmi la ferale notizia: Rinaldo se n’è andato per sempre. E’ stato il dolore per la perdita di un amico a convincermi.

Ed ora eccomi qua, pronto per il mio primo viaggio dentro l’ignoto, con la segreta speranza di trovare Rinaldo, o quello che è diventato, dietro quella porta.

Non nego di essere teso, molto teso… ma ora che ho aperto il secondo cassetto, devo assolutamente riuscire ad addormentarmi se voglio scoprirne il contenuto.

Proverò a conciliare il sonno chiudendo gli occhi e rammentando i fatti.

 

                                 ********************************************

 

Questa storia che ha dell’incredibile ebbe inizio nel grazioso borgo collinare, con vista mare, in cui mi ero trasferito per riflettere in solitudine.

L’appartamento non era grandissimo, tutt’altro: un piccolo bilocale al secondo piano di un immobile diviso in quattro unità abitative. Negli appartamenti al pianterreno risiedevano due coppie di vecchi contadini del posto, gente ruvida dai modi spicci ma alla mano. Mentre il mio vicino di pianerottolo era un anziano capitano di marina, con il quale, condividendo la passione per gli scacchi, legai fin da subito. Oltre agli scacchi imparammo a condividere anche le rispettive solitudini; passavamo ore in silenzio davanti alla scacchiera sulla terrazza del suo appartamento, respirando la brezza fragrante che giungeva dal mare sorseggiando, tra una mossa e l’altra, del fresco e frizzante vinello ambrato generosamente offerto dal mio silente ospite.

Rinaldo, così si chiamava il settantenne segaligno ex capitano che al comando di un cargo aveva solcato i mari dell’intero globo terracqueo, era comunque un tipo strano. Ogni tanto, premurandosi di avvertire sia me che la moglie di uno dei contadini del primo piano che gli faceva da donna di servizio, spariva per un paio di giorni.

E fin qui niente di strano. Quello che mi dava da pensare era che non lo vedevo mai lasciare l’appartamento; e non intendo con una borsa da viaggio, ma proprio fisicamente.

Sentivo che abbassava le tapparelle, poi silenzio per un paio di giorni; infine, il rumore degli avvolgibili che si arrotolavano annunciava il suo ritorno. Mai una volta che abbia udito sprangare la porta d’ingresso, se non con tutte almeno con una delle cinque mandate della serratura, dallo scrocco abbastanza secco da poter essere percepito distintamente all’interno del mio bilocale, né dopo aver abbassato le tapparelle né prima di averle riavvolte. Un bel mistero.

Dalle poche informazioni che, tra lunghi silenzi e una mossa sulla scacchiera, ci eravamo scambiati sul pregresso delle nostre vite, ma soprattutto dalle fotografie e dai quadri appesi alle pareti, avevo compreso che il porto di Shanghai gli era rimasto nel cuore.

 

Più o meno sette mesi fa, di buon mattino e dopo essermi svegliato, sbarbato e vestito, mentre faccio colazione sento suonare il campanello.

“Chi può essere”, mi chiesi avviandomi all’ingresso. Aprii la porta e mi trovai davanti l’Ernestina: la moglie del contadino del piano di sotto.

«Mi scusi, Danilo,» fece, mostrandomi la chiave che stringeva nella mano, «la chiave non entra.»

Lì per lì, ancora mezzo addormentato, mi domandai perché mai intendesse infilare quella grossa chiave nella serratura del mio appartamento, e come sperasse di riuscirci viste le dimensione minuscole della toppa.

Poi mi sovvenne che prestava servizio dal mio vicino una volta la settimana e che quella che brandiva era la chiave del suo uscio. Chiave che lui le aveva lasciato in modo che potesse entrare anche quando fosse fuori casa. Questo mi spinse a ipotizzare che non fosse ancora rientrato: cinque giorni prima mi aveva salutato restando sul vago riguardo la data del ritorno. Così ebbi a pensare che l’avesse incaricata di rassettare la casa in previsione dell’imminente rientro.

«Vediamo un po’», dissi prendendo la chiave dalla sua mano. Uscii sul pianerottolo e, mentre mi avvicinavo alla porta dirimpetto alla mia, chiesi a Ernestina se Rinaldo dovesse rientrare in giornata.

«Ah, non lo dica a me. Io so solo che, come ogni giovedì mattina, devo rassettare l’appartamento», rispose lei, leggermente scocciata per il contrattempo che rischiava di farle perdere la trecentesima, o giù di lì, puntata della sua telenovela preferita.

«Non entra proprio», dissi provando a spingerla nella toppa. Mi abbassai, chiusi un occhio e puntai l’altro dentro il buco della serratura. «Non entrerà mai, Rinaldo ha lasciato la chiave nella toppa», annunciai alzandomi.

«E quando sarebbe rientrato? Le tapparelle sono tutte abbassate, la posta è ancora nella casella… e poi io non l’ho mica sentito rientrare stanotte», replicò dubbiosa.

«Sarà arrivato quando lei stava già dormendo», ipotizzai.

«Uhm…» fece arricciando le labbra, «difficile!»

«Proviamo a suonare», tagliai corto per non avvitarmi in una discussione sul sonno più o meno leggero dell’Ernestina.

Suonai una, due, tre volte. «Non risponde… strano, solitamente si alza all’alba… Non si sarà mica sentito male?» mi domandai.

Ernestina si agitò e cominciò a battere i pugni sulla porta. «Capitano! Capitano! Sono Ernestina! Mi apra, capitano!» urlava nel mentre con voce sempre più stridula. «Non risponde! Cosa possiamo fare?» mi domandò poi in tono ansioso.

«Dobbiamo buttar giù la porta», risposi deciso.

«Ossignur! No, meglio di no. Se poi sta solo dormendo, chi lo sente quello?» obiettò Ernestina stringendosi la faccia tra le mani.

«E allora come facciamo?» domandai mentre premevo la chiave nella toppa, tentando di spingere fuori quella dall’altro lato.

«La portafinestra del terrazzino, quella della camera», sovvenne a Ernestina. «Il capitano lascia sempre una spanna d’aria, me lo aveva detto lui quando la stavo chiudendo dopo aver cambiato il letto.»

Senza perdere ulteriore tempo tornai nel mio appartamento, seguito da Ernestina, uscii sul terrazzino, aiutandomi con una sedia salii sul muretto divisorio alto un metro e mezzo e mi calai sul terrazzino di Rinaldo.

Le portafinestra erano due. L’avvolgibile della prima, quella del soggiorno, era completamente abbassato. Quello della camera, invece, distava una ventina di centimetri dalla soglia: un pertugio comunque troppo stretto.

Mi guardai attorno, tolsi un vaso di gerani da uno sgabello, lo avvicinai alla tapparella poi, prendendola da sotto con entrambe le mani provai ad alzarla. Con uno sforzo immane riuscii a creare uno spazio sufficiente per infilarci lo sgabello che, avendo le mani impegnate a reggere la tapparella, spinsi sotto aiutandomi con il piede destro; dopodiché sdraiandomi strisciai all’interno.

Rinaldo era a letto, steso supino con indosso un pigiama di flanella. Lo chiamai, non rispose. Tirai su la tapparella. Solo allora, quando la luce inondò l’ambiente, mi accorsi che pareva fluttuare a pochi centimetri dal materasso.

«Rinaldo! Rinaldo! Svegliati! Svegliati!» urlai premendo con le mani sullo sterno. Tirandomi indietro stupefatto vidi qualcosa d’incredibile: il suo corpo levitò lentamente di una decina di centimetri, poi altrettanto lentamente ridiscese sino ad arrivare a toccare il materasso.

Subito dopo Rinaldo aprì gli occhi. «Dove sono? Questa non è l’isola delle Sirene. Sono a casa?» mi chiese con voce arrochita, guardandomi con occhi pregni di angoscia.

In quel momento udii Ernestina chiamare battendo la porta. «Nooo! Le Arpie non vogliono che mi addormenti… Via! Via, andate via! Maledette!» proruppe Rinaldo, coprendosi gli occhi agghiacciati con l’avanbraccio.

Compresi che erano i colpi sulla porta e la voce di Ernestina che mi urlava di aprirle a spaventarlo. Allora corsi ad aprire e feci cenno a Ernestina di venire avanti in silenzio.

Quando tornammo nella camera Rinaldo si era calmato. Ora tremava dal freddo.

«E’ sudato, copriamolo», mormorò Ernestina tirando le coperte che Rinaldo aveva spinto contro la pediera. «Vado a preparargli qualcosa di caldo», aggiunse poi.

Annuii e rimasi lì a guardarlo tremare.

Mentre Ernestina era in cucina, Rinaldo trasse una mano da sotto le coperte. «Chiudi… il cassetto… le ante… chiudile, fai presto», bisbigliò terrorizzato, indicando con l’indice tremante il portagioie cinese, un cabinet in miniatura, sopra il comodino.

«Questo?» gli chiesi indicando il primo di quattro cassettini all’interno del minuscolo armadio.

Lui annuì. Poi, quando ebbi fatto, disse: «Anche le ante».

Chiusi le due piccole ante che celavano la vista dei quattro cassetti, poi gli chiesi: «Va bene così?»

«Il lucchetto… prendi il lucchetto… nel cassetto sotto», continuo indicando il cassetto esterno sotto le due ante.

Lo tirai, sul rivestimento di seta rossa con impunture argento giaceva un lucchetto di ottone dalla forma desueta.

«Fallo passare da quei buchi», m’istruì indicando due pezzi di metallo forati che sporgevano da due sottili strisce, sempre di metallo, che fungevano da maniglie ed erano fissate con dei minuscoli chiodi al lato interno delle due ante.

Rigirai il lucchetto tra le mani per comprenderne il funzionamento. Poi lo avvicinai alle porte e, spingendolo da un lato, feci scorrere il carrello che spinse l’asta attraverso i fori che continuava a indicarmi. Premendo a fondo udii lo scatto della molla. «Fatto!», annunciai.

Al che, Rinaldo trasse un lungo respiro. «Stavolta ci sono andato davvero vicino», disse esalandolo, usando un tono di voce né alto né basso.

Il che mi spinse ad esprimere un pensiero abbastanza curioso: “Perché prima sussurrava? Era come se temesse che qualcuno all’interno del portagioie aperto lo potesse udire”.

Stavo per chiedergli conto ironicamente di ciò, e più seriamente di quell’ultima frase liberatoria, quando Ernestina arrivò con una tazza di camomilla. «La butti giù!» ordinò posandola sul comodino. Poi prese una sedia e si sedette accanto al letto.

«Puoi andare… sto meglio», la rassicurò Rinaldo.

«Dopo che avrà bevuto la camomilla… forse», rispose lei incrociando le mani sul petto.

«Come va, capitano?» gli chiese cinque minuti dopo.

«Sto bene… dev’essere stata un’indigestione», rispose, sorridendole.

In effetti il volto non era più terreo e il tono era fermo e sicuro.

«Ora, se non vi spiace vorrei riposare. Buona giornata!» concluse invitandoci ad andarcene senza troppi giri di parole.

 

Tornandomene nel mio appartamento, ripensando alle frasi smozzicate pronunciate da Rinaldo derubricai il tutto a un brutto sogno provocato dall’indigestione. «Ma quello che ho visto con i miei occhi, come lo vogliamo chiamare… traveggole?» mi chiesi poi.

Non trovando una risposta logica, conclusi che l’agitazione del momento, unita allo sforzo fisico per alzare la tapparella, avevano finito per farmi prendere lucciole per lanterne. «Il respiro pesante che gli gonfiava il petto, deve avermi tratto in inganno», chiosai, non del tutto convinto.

 

Rinaldo si riprese abbastanza in fretta, ma gli era rimasta addosso una strana forma d’indolenza. Pareva aver perso entusiasmo per tutto, persino gli amati scacchi non lo attiravano più. Così, una settimana dopo, decise di farsi ricoverare per due o tre giorni in clinica. «L’ultimo Check-up risale a dieci anni fa. E’ venuta l’ora di fare un tagliando completo a questa vecchia carcassa», mi disse salutandomi.

 

Quando tornò m’invitò per una partita a scacchi. Ma quando ci accomodammo sul suo terrazzino, compresi che gli scacchi erano il suo ultimo pensiero.

«Non hai sistemato gli scacchi», gli feci presente indicando con lo sguardo la scacchiera.

«Se è per questo, non ho nemmeno aperto la solita bottiglia di vino… ma se ti va posso provvedere», replicò intristito.

«Non importa…» dissi, iniziando a comprendere cosa volesse veramente: sfogarsi, confidarsi con un amico. Ma c’era anche dell’altro, e questo l’avrei capito durante la nostra conversazione.

 

                           ************************************************

 

«Ho un cancro!» esordì lapidario, facendomi gelare il sangue nelle vene.

«Un… cancro… dove… come…» farfugliai sconvolto.

«Leucemia», rispose in un sospiro. «Cancro del sangue… una gran brutta bestia.»

«Oggi si può guarire… Cosa ti hanno detto?», mi sovvenne di chiedergli con un groppo in gola.

«Che oggi si può guarire», rispose stringendosi nelle spalle. «Sicuramente venderò cara la pelle, stai tranquillo», aggiunse.

«Dovrai ricoverarti, presumo», dissi.

Rinaldo annuì. «Domani stesso. E quando uscirò avrò bisogno di essere assistito. Per questo andrò a vivere da mia sorella, giù, in Sicilia.»

«Dunque non ci vedremo più», dissi guardando, desolato, la scacchiera.

«Temo di no, ho già disdetto il contratto d’affitto dell’appartamento. Oggi metterò negli scatoloni le mia quattro cianfrusaglie. Domani o dopo dovrebbe passare lo spedizioniere che li porterà da mia sorella.»

«Non sai quanto mi dispiace, Rinaldo…» iniziai a dire.

Prontamente interrotto. «Niente inutili sentimentalismi, eh!» esclamò con voce ferma. «Comportiamoci da uomini di mare!»

«Veramente, io non so neanche nuotare. Se dovessi cadere in mare, andrei a fondo come un sasso», mi sovvenne ironicamente. La battuta parve alleggerire il clima. Rinaldo sorrise e ribatté a tono: «Beh, potresti fare il palombaro».

Ridemmo entrambi. Poi Rinaldo si fece serio. «C’è qualcosa di molto prezioso che desidero lasciarti», mi annunciò.

«Se è qualcosa di valore, lo dovresti lasciare a tua sorella», obiettai.

«Bah!» fece agitando la mano davanti allo sguardo, come se dovesse scacciare un insetto fastidioso. «Lascia perdere. Quella odia le cineserie. E poi il valore dell’oggetto in sé è di poche decine di euro… Aspetta, lo vado a prendere.» E così dicendo si alzò dalla poltroncina in vimini.

Quando tornò teneva fra le mani il portagioie cinese. Esclamando: «Ecco, è questo!» lo posò sulla scacchiera.

«Uhm», feci perplesso, «non mi pare proprio che sia di poco valore.»

«Fidati, il valore estrinseco è quello che ti ho detto… quello intrinseco, invece, dipende…» replicò criptico.

«Dipende da cosa?» domandai osservando attentamente l’oggetto.

«Dal desiderio di andare oltre la realtà assodata», rispose sempre più criptico.

Stavo per ribattere ma lui mi anticipò. «Lascia che ti racconti la faccenda dall’inizio, da quando sono venuto in possesso di questo straordinario contenitore di mondi fatati!» Proprio così mi disse, sconcertandomi ulteriormente.

A quel punto la curiosità, il desiderio di capire era salito allo zenit. Staccando la schiena dalla poltrona di vimini, feci ruotare lentamente l’oggetto, pensando: “Io non ci vedo niente di particolare in questa specie di armadio in miniatura, realizzato in legno, probabilmente di mogano, con intarsi di madreperla”.

«Ti ascolto!» esclamai alla fine appoggiando le mani sui braccioli della poltrona.

 

Rinaldo esordì ricordando con un filo di commozione le interminabili traversate per raggiungere Shangai. Seguite dalla snervante attesa in rada aspettando che si liberasse una banchina per poter attraccare e scaricare. Poi il tempo trascorso a terra, camminando lungo le moderne strade della metropoli, osservando stupefatto ergersi nuovi grattacieli dove pochi mesi prima c’era solo un’enorme buca. E infine il tempo speso a curiosare tra i banchi dei mercati piuttosto che nelle botteghe della vecchia Shangai. «… Fu una scacchiera esposta nella piccola vetrina ad incuriosirmi sino al punto di entrare in quella bottega buia», mi spiegò dopo avermi descritto un vicolo tanto stretto che: «Allargando le braccia potevi sfiorare con la punta delle dita le case che si ergevano ai lati della viuzza».

«Cos’aveva di particolare la scacchiera?» mi sovvenne di chiedergli.

Rinaldo indicò quella sul tavolino in mezzo a noi. «Le dimensioni erano più o meno simili. Ma non era di legno… cristallo, cristallo trasparente come lo erano i pezzi. Un vero capolavoro!»

«Un oggetto bello ma inutile», obiettai, riflettendo sul fatto che era praticamente impossibile distinguere i pezzi bianchi da quelli neri.

«Beh, non l’avrei certo presa per farci una partita sulla terrazza. Anche se sarebbe stato comunque fattibile: si potevano distinguere i pezzi bianchi dai neri dalla diversa fattura», mi spiegò. Allargò le braccia inarcando le sopracciglia. «Purtroppo, non era in vendita», concluse deluso.

«E perché mai l’aveva messa in vetrina?» gli domandai.

«Come esca per tirarmi dentro», rispose.

«Una specie di richiamo per allodole», mi sovvenne.

«Per un’allodola», precisò Rinaldo alzando l’indice. «L’aveva messa in vetrina per me. Così mi disse quel vecchio incartapecorito, masticando un abbastanza comprensibile italiano.»

«Come, per te? Come faceva sapere che saresti passato di lì?» gli domandai incredulo.

«Glielo chiesi. E lui, mentre riponeva il prezioso reperto sul fondo di un bauletto imbottito, rivestito di seta azzurra e dotato di tasche laterali, anch’esse imbottite, dentro le quali successivamente infilò gli scacchi; mi disse che aveva sognato un uomo di mare che sarebbe salpato navigando per l’ultima volta sulla rotta del ritorno», rispose tranquillamente. E di fronte alla mia perplessità, aggiunse: «Quello era il mio ultimo imbarco, al ritorno mi attendeva una vita da pensionato».

«Il porto di Shangai è immenso. E’ probabile, anzi, è certo che ci sarà stato qualche altro marinaio in odore di pensionamento a girovagare per le strade della città vecchia», obiettai.

«Sicuramente ci sarà stato…» convenne Rinaldo. «Ma in quel vicolo angusto c’ero solo io. In quella bottega che odorava di mistero, e pure di stantio a dire il vero, ci sono entrato io», aggiunse, un filo ironico.

«Sì, ma…», feci appena in tempo a dire. Prima che Rinaldo mi interrompesse sbuffando. «Insomma! Lasciami finire e capirai.»

Annuendo mi zittii e rimasi ad ascoltare.

«Guardandomi attorno notai che, oltre alla scacchiera, non c’era nient’altro in quella bottega» proseguì in tono pacato. «Dietro al banco, le scansie desolatamente vuote certificavano l’assoluta assenza dei soliti dozzinali souvenir, da rifilare come pregevoli articoli di artigiano orientale a turisti creduloni. Stavo per chiederne conto al vecchio che aveva più anni che capelli in testa, quando questi mi disse di seguirlo. E così feci. Piegandomi in avanti e stringendomi nelle spalle m’infilai in un corridoio basso e stretto che sbucò in un ambiente chiuso, illuminato da una lampadina che pendeva dall’alto. Il filo che la alimentava correva lungo il soffitto a volta in mattoni, come le pareti, e s’inoltrava nello stretto budello percorso poc’anzi: suppongo per allacciarsi alla rete elettrica della bottega.

«Al centro di questo ambientino senza un pertugio, una specie di cripta umida e gelida che al primo impatto mi aveva fatto arricciare le narici per il penetrante odore di muffa; proprio sotto l’unica fonte di luce, la solitaria lampadina, c’era un tavolino rotondo in mogano. E sopra il tavolino, faceva bella mostra di sé ‘sto coso qua!» disse appoggiando la mano sul portagioie cinese. Vi tamburellò sopra con le dita, poi ritrasse la mano e proseguì. «Il vecchio, senza che io gli chiedessi niente. Mi fece vedere come si apriva il lucchetto e dove deporlo: “Quando desidererà esplorare rotte sconosciute”, proprio così mi disse.

«Quel vecchio, con i suoi discorsi strampalati mi stava mettendo addosso un po’ troppa ansia. Così decisi di chiuderla lì. “Gentile da parte sua preoccuparsi dei miei desideri. Ma ero entrato per la scacchiera, non per comprare un armadio in miniatura”, lo informai con il sorriso a fior di labbra.

«Il vecchio non si scompose. “Oh, ma io mica volevo venderglielo”, fece prendendo l’oggetto dal tavolino. “Mi segua”, aggiunse infilandosi nel budello.

«Lo seguii fin dentro la bottega. Lì posò il portagioie su una carta da pacco stesa sul banco e iniziò a incartarlo, dicendo: “Visto che non sbarcherà più a queste latitudini… lo prenda come un presente, un ricordo del porto di Shangai”.

«La cosa mi puzzava. “Continuo a non capire il significato di tutto questo… lei, chi sarebbe lei? Il sindaco della città, per caso?” gli chiesi ironicamente.

«Nel frattempo il vecchio aveva finito d’incartare il portagioie. “Chi io sia… non conta! Quello che conta è qua dentro”, rispose spingendo il pacco verso di me. “Se lei accetterà il dono, sarò autorizzato a descriverle quali e quanti meravigliosi universi si apriranno davanti al suo sguardo. E quando le avrò insegnato come governare i meccanismi che liberano i sogni. Aprendo uno dei quattro cassetti, gli oceani che ha navigato, i porti dove ha attraccato… miliardi e miliardi di leghe percorse da tutte le navi che hanno solcato gli oceani terrestri, le sembreranno nulla: poco più che un passo posato oltre la soglia di casa.”

«Ci sapeva davvero fare, quel vecchio. Sarà stato per il tono, calmo e avvolgente, o per l’aura di mistero che avevo iniziato a percepire già osservando la scacchiera di cristallo nella vetrina. Fatto sta che dopo aver accettato il dono, rimasi ad ascoltare incredulo e stupefatto le straordinarie proprietà di questa scatola magica», concluse indicandola con sguardo incantato.

«Quali proprietà?» mi sovvenne di chiedere al mio amico.

Rinaldo alzò un sopracciglio. «Questo lo posso rivelare soltanto a chi accetterà in dono il portagioie… Ora, tocca a te muovere», rispose sornione facendo scorrere l’indice sulla scacchiera, consapevole di quale sarebbe stata la risposta.

Troppa era la curiosità. Qualcosa di misterioso doveva pur contenere quell’oggetto. In fondo ci stavo rimuginando sopra dal giorno che mi era parso di vedere Rinaldo levitare sopra il letto. E quando si era svegliato, quel suo sguardo terrorizzato di fronte alle ante e al cassetto aperto, quel suo insistere perché chiudessi il cassetto e le ante con il lucchetto, non l’avevo giudicato per niente normale. «E se non accettassi, cosa ne farai del portagioie?», provai a domandargli per testare la sua reazione.

«Lo brucerei!» esclamò lapidario. «E delle misteriose porte, non rimarrebbe che un mucchietto di cenere», aggiunse. Accarezzò l’oggetto e chiosò in un sospiro: «Addio, scatola magica».

Rinaldo aveva scommesso che incolpandomi per il gesto insensato che lui avrebbe materialmente compiuto, mi sarei sicuramente accollato la responsabilità di custodire il portagioie cinese. Così, dopo aver vinto la sua scommessa, iniziò a spiegarmi i segreti celati dietro le due piccole ante.

«Questa piccola chiave», esordì traendo dal cassetto esterno una linguetta di metallo, «la devi inserire nel lucchetto, spingendola a fondo dentro questa fessura», proseguì inserendola nella parte posteriore del lucchetto, «libererai le due ante. Quando avrai tolto il lucchetto lo chiuderai nel cassetto esterno. Poi aprirai le ante.» Le aprì e indicò i quattro cassetti. «Ogni cassetto contiene un cartiglio legato con un nastro azzurro.» Aprì il secondo cassetto e lo indicò. «Il nastro non dovrà essere sciolto né il cartiglio essere estratto dal cassetto. Pena la distruzione della porta.»

«Ne rimarrebbero comunque altre tre», mi sovvenne indicando gli altri tre cassetti.

«Due», precisò Rinaldo. Aprì il primo cassetto. «Questa porta, si è chiusa per sempre.»

Guardai all’interno: un mucchietto di cenere grigia in un angolo era quel che restava del cartiglio.

Rinaldo mi spiegò che svegliandolo avevo interrotto in modo traumatico la sua permanenza al di là della porta; e questa, provando ad opporsi al mio passaggio forzato si era incendiata. «L’ho compreso aprendo il cassetto il giorno dopo, rammentando che, a differenza delle volte precedenti, mi era parso di attraversare un muro di fuoco», mi spiegò di fronte al mio sguardo che esprimeva più incredulità che stupore. Aggiungendo che: «Ora le porte agibili sono soltanto tre… ma se le userai con acume e parsimonia, le destinazioni potranno essere molte di più».

E proseguì istruendomi sull’uso corretto delle porte. «Quello che troverai oltre le porte, muta con le fasi lunare. Per questo dovrai attendere almeno trenta giorni, prima di riaprire lo stesso cassetto; altrimenti ti ritroveresti dov’eri già stato, e questo sarebbe un grosso guaio.»

«Perché un grosso guaio? Cosa mi accadrebbe se decidessi di aprirlo prima che fossero trascorsi trenta giorni?» gli domandai incuriosito.

«Quello che è accaduto a me l’ultima volta!» rispose ammutolendomi. Aggiungendo che: «Se non fosti riuscito a risvegliare il mio corpo dal sonno catalettico, non sarei mai riuscito a tornare nella nostra dimensione».

A quel punto trovai ovvio chiedergli di raccontarmi per filo e per segno quello che gli era successo.

«Ho commesso un grave errore: mi sono lasciato trasportare dalla passione», rispose scuotendo il capo. «Ne avevo visti di mondi strani. All’occhio, ben più pericolosi di quello. Rammento che in uno dei miei primi viaggi, mi trovai rinchiuso in un recinto insieme ad esseri mostruosi: creature flaccide dalla pelle grigia e rugosa, dotate di quattro gambe e otto braccia. La faccia, simile a una palla untuosa priva di una qualsivoglia forma di bocca, naso e orecchie, era circondata da una miriade di occhi, simili a biglie gialle, privi di palpebre: ne contai ben trentadue, ma potrei essermi sbagliato per difetto; non era per niente facile contarli girando attorno alla testa mentre il soggetto cercava di allontanarsi dall’intruso. La disposizione a raggiera degli occhi consentiva a questi strani esseri alti poco più di un metro di avere una visione a trecentosessanta gradi dell’ambiente circostante. Come facessero a nutrirsi resta per me un mistero: ipotizzai che assorbissero le sostanze nutritive attraverso i pori della pelle, ma non ebbi tempo e modo per accertarmene.

«Ero solo in mezzo a una trentina di loro, eppure li vidi arretrare impauriti e rinserrarsi in un angolo del recinto. Fu lì che notai che più di uno era privo di qualche arto. Qualcuno l’aveva mozzato di netto, ad altri, invece, stava ricrescendo. Non potendo interagire con loro, prima che cambiassero atteggiamento nei miei confronti ritenni utile cercare un angolo riparato dove attendere la notte. Dovevo addormentarmi per permettere alla mia parte cosciente di migrare nel corpo che attendeva inerme dove lo avevo lasciato: dentro il mio letto. Ero nudo e tremavo dal freddo.

«E qui apro una parentesi: anche se ti addormentassi con indosso il paltò, ti ritroverai sempre nudo di là dalla porta. E anche se che quelli che incontri sembrano non accorgersene, tu il freddo lo senti, eccome se lo senti…» Fece una pausa e, sorridendo, proseguì con un aneddoto. «Rammento la volta che rimasi di là per ben tre giorni, e per proteggermi dal gelo fui costretto ad arraffare degli indumenti in una specie di grande magazzino che vendeva di tutto, persino sesso a ore al piano superiore. Chiusa la parentesi!

«Trovai un angolino riparato dentro una specie di porcilaia e lì mi acquattai pregando che arrivasse in fretta la notte.

«Improvvisamente udii un tramestio. Sporsi lo sguardo dalla porcilaia e li vidi correre da una parte all’altra del recinto agitando le innumerevoli braccia, mentre dall’esterno un uomo con indosso soltanto un paio di pantaloni in pelle, alto almeno due meri, con lunghi capelli biondi che gli scendevano fin sulle spalle, allungando la mano nel mucchio, senza proferire verbo afferrava un braccio a caso e, dopo averlo tirato oltre il recinto, con un colpo di mannaia lo recideva di netto e lo gettava dentro una cesta.

«Il piccolo mostriciattolo, amputato di uno dei suoi molti arti, si ritirò rassegnato in mezzo agli altri. Mentre l’uomo si apprestava a recidere l’arto a un’altra di quelle povere creature indifese, notai che dalla ferita del primo sgorgava un liquido denso e giallastro che si stava già coagulando. Il silenzio allucinante dentro il quale si svolgeva la scena, che non la rendeva per questo meno terrificante, era interrotto solamente dai fendenti di mannaia che affondavano negli arti producendo un rumore simile a un colpo di zappa dentro un terreno fangoso; e questo mi fece capire che quelle strane creature erano prive di ossa: era il liquido denso che vedevo uscire dalle ferite, e subito dopo coagularsi, a reggere la struttura dei loro tozzi corpi. Quel liquido era allo stesso tempo scheletro, sangue e chissà cos’altro ancora… forse anche cuore e cervello.

«Contai venti braccia e quattro gambe, prima che quello spregevole macellaio deponesse la mannaia sopra gli arti recisi, issasse la cesta sopra la spalla sinistra e se ne andasse… E lì compresi che i mostri non erano quegli esseri dall’aspetto orripilante che non potevano emettere nemmeno un gemito di dolore. Ma l’Adone biondo che li aveva imprigionati per nutrirsi dei loro arti che, ricrescendo in breve tempo, avrebbero garantito a lui e ai suoi simili nutrimento per molto tempo.

«Venne finalmente la notte, faticai non poco ad addormentarmi: il freddo era davvero pungente. Ma alla fine rannicchiandomi in mezzo a quegli esseri dalla temperatura corporea davvero molto alta, ci riuscii. E al risveglio, il mattino seguente, mi stiracchiavo dentro il mio caldo letto, rammentando sconvolto e rattristato i miei piccoli compagni di prigionia destinati ad essere affettati per il resto dei loro giorni.»

Dopo la lunga digressione Rinaldo riprese la narrazione del suo ultimo viaggio. «Avevo resistito quindici giorni, ma il canto delle Sirene mi era rimasto dentro. Lo udivo giorno e notte ed era un richiamo irresistibile…» Trasse un profondo sospiro. «Ora capisco quale tormento debba aver provato Ulisse legato all’albero maestro.»

Sul momento la presi come una frase metaforica per esprimere compiutamente uno stato d’animo e lo lasciai proseguire senza interromperlo.

«Così, quella fatidica notte tolsi il lucchetto alle ante, aprii il primo cassetto e posai il portagioie sul comodino. Quando mi addormentai, come tutte le altre volte mi parve di essere tirato verso l’alto, poi mi arrestai rimanendo come appeso a una corda: il vecchio bottegaio cinese mi aveva spiegato che si tratta del cordone ombelicale che, oltre ad alimentare l’io cosciente proiettato in un’altra dimensione, lo tiene legato all’io incosciente che fluttua sopra il letto.»

Di fronte a questa nuova rivelazione, una domanda sorse spontanea: «Cosa accadrebbe se il cordone si dovesse spezzare?»

«L’irreparabile!» esclamò sgranando gli occhi. «L’io cosciente andrebbe alla deriva attraversando infiniti eoni e si perderebbe nell’immenso nulla.»

«Uhm… Prospettiva per niente tranquillizzante», riflettei a voce alta.

«Non ti preoccupare, ti assicuro che è più facile essere colpiti da un fulmine in una giornata di sole», provò a tranquillizzarmi. Prima di concludere col botto. «E mi ritrovai nudo sulla stessa spiaggia, circondato dalle stesse quattro bellissime Sirene nude dalla cintola in su, con la metà del corpo a forma di pesce disteso sul bagnasciuga.»

Le ultime parole ebbero un effetto straniante. Faticavo a credere a quello che avevano udito le mie orecchie. Eppure, tono e sguardo di Rinaldo esprimevano la sicurezza di chi è certo di non poter essere smentito. Ora iniziavo a immaginarmelo steso su una spiaggia in compagnia… in compagnia di chi? Di cosa? No, non volevo, non potevo crederlo. Eppure, in un certo qual modo avevo preso per buona la storia degli esseri con molti arti e trentadue occhi. Perché allora non dargli credito? Mi chiedevo, non riuscendo a darmi una risposta esaustiva. «Ma le Sirene non sono mai esistite! Sono creature leggendarie!» obiettai allora, accalorandomi.

Il mio amico non si scompose. «E che ne sappiamo noi? Chi può dire cosa ci sia di vero nei miti? O quanti altri Universi e forme di vita contenga l’infinito che ci circonda?» Era una domanda retorica che non prevedeva risposta. Così prese fiato e proseguì. «Cullato dal loro canto rimasi ad ascoltarle fino al tramonto, quando sapevo che sarebbero scivolate in fondo al mare. Ero tranquillo. Dopo averle salutate promettendo loro che non me ne sarei andato, mi distesi sulla spiaggia e chiudendo gli occhi attesi che giungesse il sonno per tornarmene a casa. E lì compresi che l’ammonimento del vecchio bottegaio aveva la sua ragion d’essere. L’assassino non dovrebbe mai tornare sul luogo del delitto, se non vuole farsi scoprire, mi sovvenne quando quelle maledette Arpie iniziarono a ronzarmi attorno sbattendo le ali starnazzando con voce stridula per non farmi addormentare. Le Sirene, oltre a rapirmi l’animo con il loro melodioso canto, avevano messo in atto un piano per tenermi prigioniero sulla loro isola. E dovendo tornare a dormire negli abissi, avevano chiesto alle Arpie di non lasciarmi addormentare… Poi sei arrivato tu e mi hai liberato, mandato a carte quarantotto il loro piano», concluse, restando in attesa di un mio commento.

«Sirene, Arpie… Un racconto incredibile, impossibile da prendere per veritiero… se non t’avessi visto con questi occhi levitare sul letto. Ma anche così, il dubbio che influenzato dalle parole del vecchio bottegaio, tu abbia semplicemente interpretato un sogno, o un incubo, come qualcosa di reale, è molto forte», commentai sperando di non irritarlo.

Rinaldo non se la prese. «Che vuoi che ti dica. Io ti ho fornito il mezzo e le istruzioni per appurare i fatti», esordì indicando il portagioie. «Ora sta a te, trovare il coraggio di aprire uno dei tre cassetti e andare a toccare con mano cosa c’è oltre l’ignoto. Se accetterai la sfida, vedrai cose che la mente umana ha solamente immaginato… Io l’ho fatto e ora, comunque vada a finire la lotta con la belva che mi sta divorando quel che resta della vita… posso andarmene sereno. Perché ora lo so, il mio spirito finirà per alimentare un’altra e diversa forma di vita su un qualche pianeta di un qualche galassia di uno degli infiniti universi sparsi nell’infinito nulla.»

 

                                          ****************************************

 

Riflettendo a posteriori, mi sovviene che avevamo scambiato più parole in quell’ora scarsa che in tutti i mesi precedenti.

 

Rinaldo era fermamente convinto di ciò che andava affermando… io un po’ meno, ma decisi di non farglielo pesare. Accettai il dono e lui ne fu felice. Il giorno seguente, quando ci salutammo commossi, mi ringraziò per averlo fatto, raccomandandomi, se mai avessi deciso di provare l’ebrezza di navigare nel mondo fatato celato dietro le porte, di seguire i suoi consigli.

Due mesi dopo me andai a vivere in un altro luogo ameno. E anche lì, ogni sera prima di addormentarmi, osservando perplesso e allo stesso tempo affascinato il portagioie cinese sul comò, ho continuato a chiedermi come potessero i minuscoli cassetti foderati di seta rossa con impunture argento di quel piccolo armadio in mogano, alto una trentina di centimetri e largo venti, con intarsi di madreperla e borchie in ferro dorato, contenere tutti quei fantastici mondi decantati dal mio amico; senza mai trovare il coraggio di andare a cercare la risposta nell’unico posto dove la potevo trovare... almeno fino a stanotte… se mai riuscirò ad addormentarmi.

 

                                                                        FINE   

           

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Rubrus il 2018-04-16 19:16:48
L'unico problema di questo racconto è che il finale manca, ma per il resto scorre ed avvince (benchè forse il sogno della porcilaia sia superfluo). "Terracqueo" (viene da "acqua") "A posteriori" (e non "a posteri":). Ciao.

Vecchio Mara il 2018-04-16 20:56:27

Ho corretto \"terracqueo\" e \"posteri\". Per quanto riguarda il finale, l\'ho lasciato aperto, molto aperto, concludendo con la frase \"fino a stanotte\". Detto ciò ieri avevo anche iniziato un finale diverso, con il protagonista che finiva in un bosco, salvava una vergine dalle grinfie di un demone, deflorandola. E poi per sfuggire alla sua ira riparava in un luogo consacrato. Una chiesa stranamente priva di campanile. Lì si addormentava e tornava nella nostra dimensione. Ma il giorno dopo tornava a trovare l\'ex vergine e quando prima del tramonto, ora del risveglio del demone. riparava in chiesa, vedeva che lì accanto era stato eretto un campanile la cui cella campanaria conteneva una solo enorme campana. Il campanile fatto erigere nel corso di una sola notte dal demone, era l\'arma per non farlo addormentare e tenerlo prigioniero per sempre in quella dimensione. Il racconto in questo caso, si sarebbe concluso con il protagonista all\'interno della chiesa che urlava di dolore stringendosi le mani attorno alle orecchie, assordato dagli incredibilmente forti botti funerei della campana suonata dal demone. Ecco, a grandi linee finiva così. Poi mi pareva un po\' troppo fantasy, oltreché troppo lungo (erano altre tre pagine) e così ho optato per il finale apertissimo. Si potrebbe anche immaginare che essendo la voce narrante quella del protagonista, non abbia chiuso la narrazione perché qualcosa o qualcuno gli stia impedendo di ritornare dalla dimensione in cui è precipitato. Ti ringrazio. Ciao Rubrus


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Paolo Guastone il 2018-04-19 11:16:58
Bella l'idea dei cassetti. Ne regalai uno identico alla mia fidanzata secoli fa, che ora è diventata mia moglie. Magari funziona anche con me? Comunque ottimo pezzo anche se, forse, un tantino prosaico in certi passi. Ma sempre godibilissimo.

Vecchio Mara il 2018-04-19 20:40:28
Potrebbe anche funzionare... prova a mettere il portagioie cinese sul comodino accanto a te, apri un cassetto... addormentati e aspetta. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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