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pubblicato il 2018-04-12 12:54:55

Proviamo a fare qualcosa di diverso. Qui di seguito ecco il link a un audioracconto. Si tratta di "Materia grigia", tratto da "A volte ritornano". I diritti ovviamente sono riservati e la diffusione - il file viene da you tube - è a puro scopo ludico e non lucrativo. Se vi va, dopo aver sentito il racconto, che secondo me è buono, troverete il mio tentativo di smontarlo per cercare di capire come funziona. Spero di non aver scritto troppe fesserie.

https://www.youtube.com/watch?v=kHIzgS-OvdI 

 

Sperando che siate riusciti a sentire il racconto, posso rubarvi un po’ di tempo e smontarlo?,
Innanzi tutto partiamo da una situazione di costrizione. Ci sono alcuni personaggi in un luogo chiuso e circondato da un ambiente ostile. È una situazione che ricorre spesso in King, sia in questa raccolta, che altrove. Se vi va, fateci mente locale. Io vi do’ un aiutino: iniziate con “Shining” e passando per “La nebbia” puntate verso “The dome”. Lungo la strada, trovate diversi casi simili. La situazione di costrizione, comunque, ci mette al massimo un po’ di disagio: niente mostri, solo maltempo. Questo è solo il primo gradino del climax e non è il caso di avere fretta e rovinare tutto.
A un certo punto la staticità viene rotta da un intervento esterno: qualcuno ha bisogno di aiuto e noi, come i personaggi, siamo portati a solidarizzare con lui, anche perché è un ragazzo indifeso. Troviamo questo meccanismo più volte, in King, sia qui (vedasi l’ultimo racconto) sia altrove. Se volete, fate i compiti a casa.
Che cosa sarà successo di tanto terribile a questo ragazzo?.
A questo punto l’autore fa qualcosa di molto efficace: allontana il ragazzo – e la risposta – dalla scena: anzi, lo rinchiude in un ambiente ancora più circoscritto. Mentre “di là” sta avvenendo una specie di confessione, noi così curiosi che, quando il proprietario del negozio esce e ci mostra un dollaro coperto da una strana patina grigia, ci scordiamo di pensare: “ma va’! che cosa cerchi di farmi credere?”.  E poi quella misteriosa patina grigia sarà strana, ma non incredibile, no?
A questo punto King, come se ci dicesse: “seguitemi e saprete come prosegue la storia”, ci fa fisicamente abbandonare – col narratore e i suoi compari – la relativa sicurezza dell’emporio per l’ostile ambiente esterno. Il contesto in cui il resto della storia viene narrata la rende ancor più angosciosa; stiamo andando non soltanto fuori, nella tormenta, ma addirittura, ai confini del paese, dove, ci viene detto, neppure lo spazzaneve arriva. Stiamo dirigendoci ai confini della realtà.
È il momento di salire un altro scalino del climax, ma prima fermiamoci un attimo. A questo punto entra in scena un altro narratore (quello vero, si può dire) e l’autore si premura di farci sapere che è un tipo di cui fidarsi. In omaggio allo show don’t tell, però, King non ce lo “spiega”: ce lo “dimostra” raccontandoci i due aneddoti sulla pistola. Tra l’altro, è così che raccontano i vecchi, per aneddoti di tempi andati, e questo accresce la credibilità. Mentre questo affidabile personaggio narra, saliamo un altro gradino del climax (avete tenuto il conto? No? vuol dire che il racconto funziona): è la storia del ragno nelle fogne, grande come un cane (pensava già a It, King? Boh). Qui siamo già nel fantastico quasi puro. Il “quasi” è dovuto al fatto che il narratore dice, in pratica, “non è vero, ma ci credo”. E noi con lui.
Parliamo adesso del vero protagonista: Grenadine. Abbiamo tutti conosciuto, direttamente o indirettamente, tipi come lui: è l’ubriacone del paese – e anche qui King non ci limita a spiegarlo: lo dimostra narrando l’aneddoto della gara di birre. In più, è il padre del ragazzo che abbiamo visto all’inizio. King ci ha già fatto incontrare  padri ubriaconi, dispotici e assenti e ce ne farà incontrare un bel po’ (anche qui, chi vuole fare i compiti a casa, parta da “Shining” e vada avanti). Non sono personaggi simpatici e non ci dispiace se gli capita qualcosa di brutto. Anzi, vogliamo che gli capiti qualcosa di brutto, ci piace crederlo e, se ci stanno ingannando, vogliamo essere ingannati.
È scattata, a questo punto, la trappola della hybris: la storia dell’orrore è la storia della punizione di qualcuno che merita di essere punito. Qui si potrebbe aprire un dibattito per stabilire quanto c’è di ipocrisia, quanto di catarsi, quanto di mimesi ecc., ma stiamo saldi a un dato: Grenadine ha stampati addosso almeno tre peccati: Gola (è un ubriacone) Ira (non l’abbiamo mai visto maltrattare fisicamente il ragazzo, ma come i personaggi siamo certi che l’ha fatto o lo farebbe o lo farà) e Accidia (poltrisce tutto il tempo).
Eccoci arrivati a destinazione. Siamo in un territorio non segnato dalle mappe dove ci sono i mostri. In realtà è la periferia di un paesotto anonimo in una giornata di neve, ma questo non ci rende increduli, anzi... e man mano che saliamo le scale con Henry vediamo, per la prima volta in presa diretta, lo scenario in cui sta per apparire il mostro, con tanto di indizi: i gatti che, ci dicono, sono spariti, le lampadine rotte, le finestre tappate che dimostrano (ma non c’è più bisogno di dimostrazioni, vero?) che il ragazzo ha detto il vero. Quando il mostro appare lo intravediamo, ma ormai King ha costruito il climax così bene che, se c’è una zip sulla schiena, non la scorgiamo, anche perché la reazione dei personaggi è del tutto prevedibile; sarebbe anche la nostra, se fossimo lì: il tempo di un'occhiata e scappano a gambe levate – tranne quel fegataccio di Henry.
Storia conclusa? Non proprio. In realtà un racconto tollera molto meglio di un romanzo un finale aperto, o sospeso – e questo, per un autore come King che qualche problemino con i finali ce l’ha, è un aiuto non da poco. Ecco un’altra trovata: lo scioglimento ha ben poco di opinabile o vago; ha, per essere precisi, l’ineluttabile rigore di una dimostrazione scientifica. Così, intanto che, col narratore, in attesa di avere la risposta alla domanda fondamentale delle storie horror, “il mostro sarà sconfitto o pasteggerà?” ripassiamo le tabelline (in realtà sarebbe progressione geometrica, ma non sottilizziamo, il narratore è un vecchio campagnolo e quindi parla giustamente di tabelline), un brivido che non è solo il freddo della tormenta ci corre lungo la schiena.    
        
 
 
 

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Eli Arrow il 2018-04-12 17:29:50

Molto interessante questo articolo, non conoscevo quel racconto di King e, dopo un primo momento di adattamento all'audiolibro (sono abituata a leggere, ascoltare richiede una disposizione d'animo diversa) mi sono goduta la storia. Il 'mostro' mi ha ricordato una serie di tre racconti di Seanan McGuire che si sviluppa lungo la trilogia The Apocalypse Triptych, che se non sbaglio è stata tradotta e pubblicata dalla Edizioni Nord (?). Se ti interessa, in rete lo trovi in inglese (http://www.nightmare-magazine.com/fiction/spores/  - questo è il primo dei tre, immagino che si trovino anche gli altri).

Il luoghi chiusi di cui parli li ho trovati anche nel tuo ultimo libro, Sosta di Mezzanotte, che sto finendo e che ho gustato per diversi motivi, non ultimo il personaggio di Siobhan e tutti i collegamenti grandi e piccoli che hai sapientemente costruito fra le tre parti del romanzo. Se King ti è stato maestro, direi che hai imparato bene :)

 

Rubrus il 2018-04-13 14:12:19
Ho scelto questo racconto di King perchè è piuttosto semplice, per non dire elementare, dal punto di vista contenutistico: la morale è, se così si può dire, "non bere troppo o ti capiterà qualcosa di brutto". Dato che - secondo me - il senso è estremamente lineare, è più facile analizzarlo dal punto di vista strutturale e formale, che era quello che mi interessava. A mio modestissimo parere, quando si insegna letteratura, non si sta abbastanza attenti agli aspetti tecnici della scrittura. Si dedica più attenzione a questo profilo allorchè ci si occupa di poesia, tra rime baciate, metrica, strofe, lasse eccetera, ma forse un po' poco alla prosa. Eppure, senza la tecnica, che, parlando di narrativa, è quell'insieme di strumenti che costruisce la storia invogliando il lettore a proseguire nella lettura, non c'è niente.

Eli Arrow il 2018-04-13 15:08:34

Beh, mi pare un po' semplicistico messo così. Non troviamo nel racconto un mero discorso moraleggiante riguardo il bere troppo, mi pare invece che K introduca il concetto di minaccia che viene dall'esterno, tanto più tremenda quanto talmente piccola da non essere visibile (batteri/particelle che entrano nelle lattine di birra attraverso fori microscopici dai quali la birra stessa non può uscire ma abbastanza 'grandi' da permettere alle particelle letali di entrare). E lo collega anche a mostri che si trovano in altri luoghi, scollegati da contesti alcolici (le fogne).



Non mi trovi d'accordo nemmeno per quanto riguarda lo studio delle tecniche di scrittura. Ci sono fior di testi estremamente interessanti, soprattutto americani, visto che lì, come per tutti i mestieri, esistono veri e propri corsi universitari di scrittura (che poi la definiscano creativa o altro poco importa dal punto di vista delle tecniche insegnate). E sicuramente, conoscerle e saperle applicare fa una bella differenza nel prodotto finale, come dici anche tu. Ma forse ti riferisci agli studi letterari del liceo. In quel caso ti do ragione, viene privilegiato maggiormente lo studio della struttura e degli strumenti poetici più che quello degli strumenti narrativi.



Chi ha interessi in quell'ambito deve andarsi a cercare un corso di narrativa serio (perchè di improvvisati maestri scrittori creativi è pieno il tristissimo panorama della narrativa italiana contemporanea).


Rubrus il 2018-04-13 15:39:50
Sì mi riferivo alla scuole medie e superiori. Insomma, ci preoccupiamo del fatto che le lingue vanno imparate presto e poi non ci occupiamo con sufficiente attenzione del modo in cui si scrive - salvo poi lamentarsi che molti siano incapaci di esporre pensieri in forme più articolate di quelle che consente un sms. Imparare a scrivere quando si è arrivati all'università è tardi. Rischi - a parte il fatto che è in genere tardi per imparare una qualunque tecnica epositiva - di scoprire che scrivere non è quella cosa che credevi che fosse al liceo - e magari rischi di scoprire che non ti piace per niente.
Sui batteri - e qui torno alla concretezza - secondo me siamo nel campo di quelle che oggi si chiamano creepypasta o leggende metropolitane. E' vero che i batteri possono entrare nelle lattine di birra, o meglio, è possibile, se non probabile, ma subito dopo, entriamo in un campo molti simile a quello dei ragni che fanno il nido nelle parrucche. Insomma, King prende una vicenda che il lettore non fatica a considerare vera e la sviluppa. Il vantaggio è che, siccome la storia dei batteri sembra vera e potrebbe esserlo, l'autore non deve faticare troppo. Siamo insomma un passo indietro alla faccenda del ragno gigante (e infatti in quel caso King la personalizza e ne prende - in apparenza - un po' le distanze). Anche qui, ottimo esempio di costruzione del climax.

Eli Arrow il 2018-04-13 16:20:02

Sì, i batteri che entrano nelle lattine è un po' una leggenda metropolitana (ma nemmeno troppo leggenda), mentre i racconti che ti avevo indicato nel primo post prendono la via della possibilità scientifica in quanto, in quel caso, le spore della muffa sono state create in laboratorio per errore nell'ambito della ricerca di mutazioni genetiche in grado di migliorare la resistenza ecc di certi frutti e ortaggi. E non sono leggenda i funghi che si impossessano del cervello di certi insetti e li fanno agire in modi contrari alla loro natura, ma favorevoli al fungo.

Insomma, direi che di spunti questo nostro mondo ne offre molti, senza scomodare troppo l'immaginazione :)


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Mauro Banfi il Moscone il 2018-04-12 19:46:40
Ciao Rub: passo per il momento per dirti che hai fatto un gran bel lavoro: la triangolazione racconto/lettura con effetti su YT e l'analisi con il solito gran stile rubrusiano fatto di chiarezza aristotelica e profondità ermeneutiche alla Citati è qualcosa di imperdibile e saporitissimo per i palati fini dei lettori. Ritornerò sul racconto del Re che ho letto anni fa e non ricordo bene e sul tuo prezioso e preciso "smontaggio", Ho ascoltato dieci minuti dell'audioracconto e ho apprezzato la lettura ad alta voce che, come piace a me, pensa a valorizzare i segni d'interpunzione, le pause, gli intervalli, i silenzi e non le pletoriche accentuazioni recitative "naturalistiche" o peggio ancora "superomistiche" che purtroppo vanno per la maggiore in radio e su You Tube. Del Re, per ora, che altro dire? La cattiva letteratura dell’orrore, per un peccato originale che risale al pessimo Walpole e alla pessima Radcliffe, coltiva programmaticamente il vago e il fumoso, l’indistinto, l’enorme. In King, al contrario, tutto è plastico, sodo, preciso, stagliato, illuminato: la sua è una poetica delle cose, fondata sul presupposto della reificazione del male. La costrizione, l'ossessione e il loro racconto sono l'esorcismo e alle volte la stessa trappola in cui l'uomo si rinchiude. Ma tutto avviene con una precisione da orefici, da orologiai, da chirurghi. E il tuo bel granlavoro ci porta in quella raffinata oreficeria. Grazie Roby, abbi gioia P.S. Un pensierino al volo su You Tube, che pur tra alti e bassi e bene e male (che ci sono e vanno distinti rinunciando al suo fascino di frulattore globale caotico e nichilistico) sembra essere l'ultima frontiera della scrittura a video. Ci sono nuove tendenze interessanti, come appunto la messa in scena radiocinematografica dei racconti brevi e tante altre nuove forme d'espressione che altro non sono che la fonoimago litweb degli ormai obsoleti litblogs che non riescono ad avere la stessa agilità e facilità d'accesso globale di YT. Io aborro chi usa YT in modo istantaneo, da surfer rincoglionito che balza sulla cima di ogni onda senza percorrerne fino in fondo nessuna, ma però è davvero l'ultima frontiera, lo devo ammettere e il tuo modo sapientemente obliquo, indiretto, veramente letterario è uno dei modi più idonei per percorrerla (sperando di non avere frecce nella schiena, ahahah!) Salutoni

Rubrus il 2018-04-13 14:21:04
Ho tralasciato l'aspetto linguistico formale a bella posta, non perchè penso che non conti, ma perchè m'interessava di più l'aspetto strutturale, il modo in cui si susseguono le scene, e speravo che dell'aspetto linguistico si occupasse qualche commentatore. Ovviamente sono d'accordo con quanto scrivi. Linguisticamente, lo stile si può riassumere in una parola: concretezza. E quindi: niente paroloni o astrazioni (malinteso e pedestre omaggio a una concezione distorta del bello stile). Anche tutti i paragoni che fa il narratore sono riferimenti a realtà concrete, o addirittura microstorie. E aggiungo: ipotassi contenuta - ma non assente, periodi brevi, ma non telegrafici, discorso diretto largamente predominante su quello indiretto. Questo è "come parla la gente?". No, ma ne parleremo un'altra volta. Mi limito a dire che è una ottima traduzione della lingua parlata nella lingua scritta, il che mi porta a youtube etc. Quei canali, e lo spostamento delle storie su quei canali, sono appunto la traduzione di quelle storie in una mezzo che non è più la parola scritta, ma, appunto, la parola vista, o ascoltata. Come se ormai - e secondo me è quasi fatale - il web abbia abdicato a diventare "luogo dove si scrive" per essere "luogo dove si vede" o "luogo dove si ascolta"... ma NON si legge. Non penso che sia necessariamente un male perchè in questo modo la parola scritta riesce a mantenere la sua specificità - tendenzialmente su carta.

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Paolo Guastone il 2018-04-13 11:32:56
Analisi introspettiva molto sagace e molto ben condotta. Ovviamente conosco il racconto. La raccolta "A volte Ritornano" è stato il primo libro di King che comprai (senza nemmeno sapere chi fosse, peraltro, mi piaceva il disegno in copertina....) quando ero ancora, quasi, adolescente. Ti dirò inoltre che il racconto in questione mi aveva proprio impressionato e lo avevo giudicato tra i migliori della raccolta. E nel leggere la tua analisi mi ci sono completamente ritrovato e, a distanza di secoli, non cambio certo idea. Infine, giudico questa tua analisi come un racconto. E' stato molto bello entrare, per un attimo, nella mente di King, e, perchè no, carpire qualche segreto. Mi complimento per la tua capacità di analisi e per l'inevitabile cultura restrostante. Solo una cosa: Grenadine era sì violento ed anche un ubriacone. Ma, se non ricordo male, fu costretto all'ozio a causa di un incidente sul lavoro, che, oltre all'invalidità, gli ha regalato l'innalzamento del livello dellle birre gionaliere. Quindi, forse, non era pigro di natura......

Rubrus il 2018-04-13 14:26:36
Per quello che mi trasmette il personaggio di Grenadine, a pelle la sensazione è che egli abbia vissuto l'infortunio come una specie di benedizione che gli consente di starsene stravaccato in poltrona... però è soprattutto una sensazione. Ci sono altri ottimi racconti, nella raccolta, dal classicissimo "Il babau" (forse la quintessenza del racconto kinghiano, ma in questo caso il lettore non l'ha recitato nel modo giusto) allo splendido "Io so di che cosa hai bisogno" - uno dei racconti di horror psicologico più belli che abbia mai letto - allo struggente e non horror (in apparenza, in realtà il mostro c'è) "L'ultimo piolo". Però sono racconti più complessi, analizzando i quali non puoi dire almeno tre - quattro parole sul contenuto e sul messaggio. Volendo esaminare il "come mai un racconto avvince" mi sono concentrato su questo, più semplice.

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