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Tutto o niente

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-04-09 16:10:33


Tutto o niente

 

La suoneria dello Smartphone intonò la Marcia turca. La ragazza scostò le coperte e allungò il busto nudo verso destra per raggiungere il comodino dall’altra parte del letto. Prese lo Smartphone e con voce assonnata annunciò: «Gianni è in bagno, chiami più tardi.»

«E lei, chi sarebbe? La fidanzata, la padrone di casa… o cosa?» domandò l’uomo dall’altra parte in tono alto ma non alterato, prima che potesse avere il tempo riattaccare.

La ragazza sbuffò. «Mi chiamo Susanna, sono un’amica di Gianni e sto chiamando da una camera dell’Hilton, le basta?»

«No che non mi basta!» sbottò l’uomo.

«Cos’è, un interrogatorio? E allora, forza! Mi dica cos’altro vorrebbe sapere!» ribatté a tono la ragazza.

«Se fossi maleducato, le chiederei se di solito gli amici se li porta in camera all’Hilton…»

«Ma per chi mi ha preso?!» proruppe Susanna interrompendolo.

«Non mi interrompa!» urlò l’uomo. Abbassò leggermente il tono e aggiunse in tono sarcastico: «Ora, da brava amica di letto, chiami quel debosciato di mio figlio e gli dica che suo padre ha urgenza di parlargli!»

«Lei è un gran maleducato!» lo apostrofò con voce stridula.

In quel mentre Gianni stava uscendo dal bagno. «Cos’è successo? Chi è?» domandò allarmato.

«Uno zoticone! Toh! Cerca te!» rispose passandogli lo Smartphone.

«Papà?! Ma sono solo le otto!» obiettò stupefatto. Dopo che il padre dall’altra parte si era presentato alla grande. Ordinandogli: «Leva il culo da quel letto, saluta quella generosa signorina e vieni qui, subito!» con un tono così aspro e forte che aveva raggiunto anche l’orecchio di Susanna. La quale, digrignando i denti, stava per intervenire; prontamente stoppata con un gesto perentorio della mano da Gianni, che poi si era messo all’ascolto.

«E’ dalle sette che io sono in ufficio. Vedi di fare in fretta», tagliò corto prima di riattaccare.

Gianni guardò sconsolato lo schermo. «Ha riattaccato», annunciò posando lo Smartphone sul comodino. Poi raccattò in fretta gli indumenti sparsi per la camera e iniziò a vestirsi.

«Dobbiamo proprio andare?» chiese Susanna con il tono implorante di chi aveva ancora del sonno arretrato.

«Tu resta pure, la camera è prenotata fino a domani mattina», la rassicurò mentre iniziava a vestirsi.

Susanna non se lo fece ripetere, s’infilò sotto le coperte tirandosele fin sopra la testa e chiuse gli occhi. Poco dopo si rammentò di qualcosa d’importante e ritirò fuori la testa. «Oggi dovevamo pranzare assieme e poi fare un salto in Montenapo per quella borsa di Prada, lo avevi promesso», gli ricordò imbronciata.

«Hai ragione. Facciamo così», disse Gianni traendo di tasca il portafoglio. «Questi sono mille euro. Li lasco qui.» E li posò sul comodino.

«La borsa costa mille-ottanta euro», gli rammentò Susanna. «Quelli non bastano», concluse indicandoli con gli occhi.

«E tu vedi di farli bastare», sbuffò Gianni.

«E come faccio?»

«Non so… magari facendogliela vedere al commesso?» buttò lì in tono scherzoso Gianni.

«Vedere cosa? E poi ci sono solo commesse nella boutique di Prada.»

“Ma ci è o ci fa?” ebbe a pensare Gianni. «Era una battuta, testolina. Tira un po’ sul prezzo», precisò poi.

«Tirare sul prezzo?!» esclamò inorridita. «Guarda che stiamo parlando di via Montenapoleone, non del mercatino rionale!»

Gianni alzò gli occhi al cielo. “Ma chi me l’ha mandata questa?” si chiese sospirando. «Va beh… se proprio non sai trattare…» disse facendo mostra di riprendersi il denaro.

«No!» esclamò prontamente Susanna allungando la mano per proteggere il malloppo. «Lasciali lì… vedrò di farmeli bastare… proverò a trattare, anche se mi vergogno un po’.»

«Ti vergogni? Forse non ti è chiaro che trattare non significa rubare» le fece presente usando un tono da reprimenda.

«Lo so bene! Ma io mi vergogno lo stesso… Comunque, andrò là e tirerò sul prezzo, contento? E ora lasciami dormire!» sbottò indispettita tirandosi le coperte sopra la testa.

Gianni scrollò il capo e terminò di vestirsi in silenzio.   

«Io vado», la informò quando fu pronto. La ragazza grugnì un: «OK», e scostò la coperta scoprendo il viso: probabilmente si aspettava un bacio o una qualche carineria.

Gianni non la deluse, sorrise e sfiorandole la guancia con l’indice e il medio si congedò, sussurrando: «Sei stupenda anche di primo mattino. Ci sentiamo nel pomeriggio, ciao Susanna».

Fu un gesto freddo, uno sfioramento rapido privo di sentimento seguito da una frase di circostanza, che la ragazza parve comunque apprezzare.

 

                              *********************************************

 

«Susanna è solo un’amica… una delle tante con cui trascorrere delle piacevoli serate… e, a volte, delle ancor più piacevoli notti», rispose sorridendo l’azzimato Gianni a suo padre che, da dietro la scrivania in maniche di camicia, gli chiedeva conto della sua ennesima notte passata fuori di casa.

«Sarebbe ora che invece di perdere tempo a rincorrere le sottane, pensassi un po’ all’azienda», commentò sconfortato questi.

«Ma papà! Ho ventinove anni, se non me la spasso adesso, quando lo dovrei fare?»

Il padre sbuffò. «Dimmi un po’, bellimbusto: secondo te ti avrei fatto frequentare la migliore università degli Stati Uniti, per permetterti di consumare il tuo tempo saltando da un letto all’altro come un grillo?»

Gianni stava per rispondere, ma il padre, pestando i pugni sulla scrivania non gliene diede il tempo. «Ora basta! Il tempo delle cazzate è finito!» proruppe. Trasse un lungo respiro lo esalò e proseguì in tono pacato: «E’ venuto il momento che ti assuma le tue responsabilità dentro l’azienda. La settimana prossima sarei dovuto volare a New York per incontrare nuovi potenziali clienti. Bene, sarai felice di sapere che è giunto il momento di sfoderare la tua ottima conoscenza della lingua: stavolta sarai tu, nelle vesti di vicepresidente con pieni poteri decisionali, a volare oltreoceano con Daniela».

«Daniela, la tua insostituibile collaboratrice...» fece una pausa, «solamente collaboratrice, o anche qualcos’altro… di più tenero?» domandò alzando un sopracciglio.

Alzandosi di scatto, il padre si proiettò con il busto oltre la scrivania, afferrò Gianni per il bavero della preziosa giacca sartoriale e lo tirò a sé. «Non permetto a nessuno! A nessuno! Nemmeno a mio figlio di dubitare del mio amore per tua madre! Hai capito?!» lo redarguì duramente con gli occhi fuori dalle orbite. Poi lasciò la presa spingendolo indietro.

Gianni quasi si afflosciò dentro la poltroncina. Osservando spaventato il volto paonazzo del padre, che nel frattempo si era riaccomodato sulla poltrona presidenziale e ora provava a sbollire la rabbia traendo lunghi respiri, cercò le parole giuste per rimettere insieme i cocci di un’infelice battuta. «Ti giuro che non ho mai dubitato dell’amore che nutrivi per mamma», esordì in tono contrito. «Ma sei un uomo nel pieno delle forze: lo hai dimostrato prima alzandomi di peso dalla poltroncina», sorrise amaro stringendo il bavero tra le dita. «Così!» mimò la scena alzandosi. Poi ricadde sulla seduta e proseguì commuovendosi: «Avevo diciassette anni quando la mamma è volata in cielo… Ti ho visto soffrire e ho sofferto il doppio: per lei che non c’era più, e per te che, incapace di reggere l’immenso dolore, temevo l’avresti seguita. Ma, bene o male, sono trascorsi dodici lunghi anni. Allora non l’avrei sicuramente accettato. Adesso, invece, di certo non mi stupirei più di tanto se venissi a sapere che hai un’amante… sarebbe nell’ordine delle cose. Comprendi cosa voglio dire, papà?»

Il suo vecchio annuì. «A sessantadue anni non ci sarebbe da stupirsi, sono d’accordo. Ma ho amato e ancora l’amo troppo, tua madre. Da quel tragico giorno, ho pensato solo a crescerti e a far crescere l’azienda, per lasciarla a te.» Sospirò, guardò il ritratto sulla scrivania. «Si vede che tu non hai mai amato veramente… Un giorno, quando troverai la donna giusta, lo capirai.»

«Non vorrei deluderti. Ma anche se mi dovessi innamorare perdutamente di una ragazza, se poi dovesse succedere l’irreparabile, dubito che ce la farei a restare fedele al ricordo di un bellissimo momento», obiettò Gianni.

Avrebbe voluto dirgli altro. Avrebbe voluto spiegare al padre che avendo visto quanto aveva sofferto e quanto ancora stava soffrendo per la perdita della donna amata, lui si era ripromesso di non innamorarsi mai. Ma per non procurargli un ulteriore dolore lo tenne per sé.

«Ti auguro di vivere a lungo, di innamorarti e di conservare il dubbio», tagliò corto il padre accennando un sorriso stanco. Poi tornò sul motivo per il quale l’aveva convocato. «Partirete lunedì: Daniela ha già prenotato il voli e l’hotel…» ruotò l’indice all’indietro. «Tornando a Daniela. Lei non è una semplice segretaria, e senza tirare in ballo la squallida faccenda dell’amante, questo lo sai benissimo anche tu. Non la pago molto più delle altre segretarie perché sa fare certi servizietti…»

«Ma dai, papà! Lo so benissimo che Daniela è una colonna dell’azienda, me lo hai ribadito ben più di una volta», lo interruppe sorridendo Gianni.

«Appunto! Ma voglio che ti entri bene in testa che senza di lei, l’azienda, ora sarebbe ancora l’officina meccanica con quindici addetti di quando, sedici anni fa, l’allora ventenne Daniela mi presentò le sue credenziali. Se siamo arrivati fin qui, gran parte del merito spetta a lei. Quella ragazza ha fiuto… Ti dico questo perché i sui consigli saranno per te merce preziosa; ascoltala poi chiedi chiarimenti, ma sempre prima o dopo. Mai, mai, mai durante gli incontri che avrete con i clienti! Nel frangente della trattativa vedi di non contraddirla, se non vuoi che il cliente dubiti della bontà della vostra offerta», lo istruì in tono accorato. Poi, notando lo sguardo perplesso, domandò: «Ci siamo capiti?»

Gianni sbuffò. «Sì papà! Ho capito.»

«Molto bene, vedi di non scordarlo.» Guardò l’orologio e concluse: «Ora scusami, ma devo correre in banca, ciao Gianni».

«Ciao papà», replicò Gianni alzandosi.

 

                                         ****************************************

 

Il giorno seguente, alle otto del mattino, Gianni osservava il tassista caricare il trolley di Daniela nel bagagliaio. Poi attese che lei uscisse dall’androne, e quando si fu accomodata sul sedile posteriore del taxi si sedette accanto a lei.

«Mi scusi, signor Gianni, ma con mia madre, ogni volta che devo star via qualche giorno è sempre la stessa storia: stai attenta a questo, stai attenta a quello e via discorrendo… Una lagna che non le dico», esordì Daniela in tono esasperato mentre il taxi li portava all’aeroporto.

«Fortunata te che le puoi ancora ascoltare certe lagne», commentò sospirando Gianni.

Daniela comprese che l’argomento lo aveva rattristato e non replicò.

«Senti, Daniela,» disse dopo una breve riflessione Gianni, «visto che dobbiamo trascorrere una settimana gomito a gomito… che ne diresti di lasciar perdere il “signor” e di chiamarmi semplicemente Gianni?»

«Come vuole, Gianni.»

«Come vuoi… non: come vuole», la corresse sorridendo.

Daniela sorrise. «Come desideri, Gianni.»

«Molto bene», replicò Gianni, annuendo. Poi, volgendosi verso di lei, rimase incantato. “Però! Ha davvero uno splendido sorriso, non ci avevo mai fatto caso… Probabilmente perché non l’ha mai sfoderato in ufficio. Senza quei vestiti da suora che s’incaponisce a indossare, e con un filo di trucco, darebbe dei punti a molte ragazze più giovani”, pensò.

 

Daniela, a detta non solo del sempre elegante Gianni, era solita indossare abiti datati e leggermente lugubri: dei tailleur neri con la gonna che le arrivava a metà polpaccio portati sopra una camicetta grigio chiaro, scarpe nere dal tacco medio basso infilate sopra calze rigorosamente grigie e, a completare un quadro davvero smunto, il volto di un pallore impressionante incorniciato dai capelli, neri come gli occhi dal taglio orientale, raccolti in uno chignon dietro la nuca.

A questo rigore nell’abbigliarsi, seguiva un altrettanto rigoroso atteggiamento sul lavoro: sguardo serio e tono deciso nell’impartire ordini secchi alle sue sottoposte piuttosto che nell’esporre le sue proposte durante le snervanti trattative per strappare qualche punto di percentuale in più durante la stipula di un contratto.

No, non l’aveva davvero mai vista sorridere, Gianni, le volte che l’aveva incrociata negli uffici dell’azienda dove, in verità, lui ci restava lo stretto necessario per dimostrare a suo padre che il divertimento non era la sua principale occupazione.

 

Durante l’interminabile volo per raggiungere New York ebbero il tempo per approfondire le questioni riguardanti lo scopo del viaggio.

A dire il vero, fu Daniela a metterlo al corrente di tutto. Gianni, invece, quando lei ebbe concluso, si premurò di approfondire la conoscenza personale. E qui, approfittando dell’insperata disponibilità di Daniela, solitamente poco incline a confrontarsi su argomenti che non riguardassero il lavoro, a un certo punto se ne uscì con una domanda davvero un po’ troppo personale. «Sei mai stata fidanzata?» le chiese a bruciapelo.

«Perché me lo chiedi?» ribatté lei usando un tono gelido, accigliandosi.

Preso in contropiede, Gianni balbettò: «No… scusa… non volevo…»

«Ma lo hai fatto!» lo interruppe decisa, sempre più torva. «E ora, sarei curiosa di sapere cosa ti fa pensare che possa essere ancora una… stagionata verginella!» concluse con amaro sarcasmo.

L’imbarazzatissimo Gianni non sapeva cosa rispondere. O più precisamente: sapeva benissimo cosa aveva ispirato quell’infausta domanda, ma temendo di peggiorare le cose, tacque. Sperando che lei lasciasse cadere l’argomento.

Cosa che lei, naturalmente si guardò bene dal farlo. «Allora? Sto aspettando!» lo esortò fissandolo nello sguardo.

Gianni volse gli occhi sul piccolo schermo incastonato nello schienale del sedile davanti a lui. «E’ una voce che gira in azienda… Sarà per il tuo abbigliamento… la tua ostinazione a non mettere nemmeno un filo di trucco», mormorò.

«Oh, le conosco le voci che girano là dentro», disse Daniela, piegando le labbra in una smorfia di disgusto. «E quella secondo la quale vado in giro vestita da suora per nascondere la mia storia con tuo padre, oltre che falsa la trovo cattivissima e offensiva! Più per lui, tua madre e anche per te, che per me!»

«Beh, se ti può far star meglio, t’informo che io non ci ho mai creduto», ribatté in tono mesto, mentendo spudoratamente.

«Fammi capire: lo credi veramente che il tuo parere sia così decisivo? Beh, t’informo che sapere quello che il principe ereditario pensa di me, non mi far stare né meglio né peggio!» lo apostrofò con sarcasmo.

«Mi sono scusato… sono veramente dispiaciuto… Che vuoi che faccia per dimostrartelo? Che apra il portellone e mi lanci da ottomila metri senza paracadute?» replicò in tono contrito Gianni.

A Daniela sfuggi un moto di riso. «Lo dici perché sai che non lo puoi fare.»

Gianni fece mostra di alzarsi dal sedile. «Dici? Vuoi mettermi alla prova?» domandò sorridendo.

«Ma va’ là… Siedi, stupidotto», lo apostrofò ridendo, tirandolo per il braccio. «Chiudiamola così, ridendo di chiacchere da bar che non meritano di essere drammatizzate, nemmeno per scherzo.»

«Concordo!» esclamò Gianni incassando con una certa sorpresa, non ritenendola capace di usare certi termini, ma anche con grazia l’ironico “stupidotto”. La fissò negli occhi. «Sai perché non l’avrei mai fatto?»

Daniela fece cenno di no.

«Perché aprendo il portellone la depressurizzazione della carlinga avrebbe fatto sì che tutti i passeggeri venissero trascinati fuori dal risucchio», rispose provando a stare serio, peraltro senza riuscirci vista la piega ironica assunta dalle labbra.

«Oh, che caro… l’hai fatto per loro. Mi devo ricredere: sei davvero un bravo ragazzo», replicò a tono Daniela.

«Soprattutto… l’avrei fatto per te», chiosò, stavolta sì in tono serio, Gianni.

«Un cavaliere d’altri tempi… chi l’avrebbe mai sospettato», sospirò Daniela. «E ora scusami, ma vorrei dormire un pochino.»

Gianni annuì e tornò a guardare lo schermo video davanti a lui.

«Gianni…» mormorò un paio di minuti dopo Daniela.

«Sì?» fece volgendo lo sguardo su di lei: Daniela aveva gli occhi chiusi, ma il suo volto esprimeva serenità.

«Non sono una suora… sono stata fidanzata… più di una volta», rispose tenendo gli occhi chiusi.

«E ora… lo sei ancora, ora?»

Daniela sospirò, aprì gli occhi, sorrise. «Ora voglio dormire», annunciò abbassando le palpebre.

La risposta parve soddisfare Gianni. “Se saprò giocarmi le mie carte al meglio… mi sa che oltre al lavoro, potrebbero scapparci anche un paio di seratine niente male”, rifletté immaginandola senza lo scafandro nero dentro il quale, ne era certo, nascondeva la sua prorompente femminilità.

 

                             *********************************************

 

Gianni, seduto al suo fianco, la osservava ammirato trattare alla pari con l’amministratore delegato di una grande industria, sciorinando un inglese quasi perfetto. “Ora capisco perché mio padre se la tiene ben stretta. E’ un vero fenomeno”, pensava nel mentre.

Durante la lunga ed estenuante trattativa, Gianni, tralasciando poche frasi di circostanza durante le presentazioni di rito, si era limitato ad ascoltare e annuire. Solo quando tutto fu concluso con soddisfazione da entrambe le parti, arrivò il momento di dare il suo contributo. Contributo che, se vogliamo dirla tutta, si limitò ad apporre un paio di firme in calce ai contratti in qualità di vicedirettore nonché figlio del titolare e a stringere la mano all’amministratore delegato.

 

«Beh, direi che è andata alla grande», commentò euforico mentre lasciavano lo studio dove avevano chiuso il loro primo contratto.

«Sì, è andata meglio delle più rosee previsioni», convenne Daniela camminando al suo fianco. «Ma questo è solo l’antipasto. Domani inizieranno gli incontri preparatori con i rappresentanti della “Braswer industries” per chiudere il contratto più corposo. Lì sì che non possiamo permetterci di sbagliare nemmeno una mossa. Chiudere il contratto, significherebbe lavoro assicurato per almeno cinque anni.»

«Ce la farai!» affermò convinto Gianni

«Ce la faremo… siamo una squadra», lo corresse Daniela.

Gianni avrebbe voluto ribattere dicendo che non si considerava un giocatore ma un semplice spettatore, ma alla fine lasciò cadere l’argomento. «Vuoi darla a me?» domandò provando a rendersi utile almeno in quello, indicando la borsa ventiquattrore che conteneva contratti e altri documenti.

Daniela gliela porse.

«E’ quasi ora di cena, che ne diresti di festeggiare in un buon ristorante?» le propose mentre la prendeva.

«Non lo so, sono un po’ stanca…»

«Beh, dovrai pur mangiare qualcosa», la interruppe Gianni. Indicò l’insegna di un ristorante. «Abbiamo trascorso l’intero pomeriggio chiusi dentro un ufficio, e a parte un caffè e un paio di bicchieri d’acqua, non ti ho visto prendere nient’altro… Dopo una buona cenetta in un ristorante “italiano”, riposerai alla grande.»

Daniela guardò l’insegna, lesse il menu esposto nella bacheca e le venne l’acquolina in bocca. «Ma sì. Credo che ce lo siamo meritati…» disse. Aggrotto le sopracciglia. «Se poi tuo padre avrà da ridere sulla nota spese… dirò che mi hai praticamente trascinato dentro», concluse ironicamente.

«Non ce ne sarà bisogno, ho la mia carta di credito», ribatté Gianni prendendola sottobraccio.

Il gesto galante la sorprese non poco, ma ancor più la stupì la motivazione. «Dopo quello che ti ho visto fare oggi, meriti ben altro. Offrirti la cena è il minimo sindacale, credimi. Sei stata impeccabile… Oggi ho fatto da assistente a una grande manager… e a una donna affascinante, se mi è concesso dirlo.»

«Grazie», sussurrò lei. E l’incarnato pallido delle guance prese improvvisamente colore.

 

Cenarono e conversarono in allegria. Mai Gianni si sarebbe aspettato di trovarsi a suo agio con chi, fino a ieri, considerava la cocca sopravalutata di suo padre. E nemmeno Daniela si sarebbe aspettata di trovarsi a suo agio con chi considerava un cocco di papà buono solo a sperperare il denaro guadagnato dal suo vecchio.

«E’ rimasta in sospeso quella domanda», disse Gianni mentre sorseggiavano il caffè.

«Quale domanda?»

«Quella dell’altro giorno, sull’aereo.»

«Non la ricordo», fece Daniela abbassando lo sguardo.

«Il tuo atteggiamento sembrerebbe smentirti.»

Daniela continuava a guardare dentro la tazzina vuota davanti a sé.

«Devo ripeterla?»

Daniela si limitò a scrollare il capo, continuando a guardare dentro la tazzina.

«Guarda che è a me che devi una risposta… non al fondo della tazzina», insistette con un filo d’ironia.

Daniela piegò le labbra in un accenno di sorriso, subito ritirato. Alzò lo sguardo. «Sono sola… Lo sono da più di due anni, Gianni.» Sospirò. «Si vede che le trattative amorose, non sono proprio il mio forte», concluse in tono deluso, svelando il suo lato fragile.

«Non lo pensare, non devi…» mormorò Gianni posando una mano su quella che Daniela teneva sul tavolo.

«Cambiamo argomento!» tagliò corto in tono brusco interrompendolo, ritraendo frettolosamente la mano.

«Come vuoi», si limitò a rispondere Gianni. Poi chiamò il cameriere e si fece portare il conto.

 

Gianni rimase accanto alla porta della propria camera sino a quando Daniela, dopo avergli augurato la buona notte, sparì dietro la porta della sua di camera.

 

“Non sei tu che hai qualcosa che non va… sono io… sono gli uomini di poco spessore che non sanno guardare oltre le apparenze”, rifletteva Gianni, sdraiato nel letto con gli occhi fissi sul soffitto della camera. “Chissà se sta dormendo? Potrei provare a chiamarla… e poi? E’ giusto illuderla? Non nego che oggi mi ha affascinato. E saperla a pochi metri da me, mi fa ribollire il sangue… Ma oltre qualche notte di sesso e piacere, cos’altro potrei donarle?  Nulla di quello che lei meriterebbe! Una volta tornati a casa, lei tornerà alla sua intensa, scialba vita da donna in carriera… ed io alla mia bella e vuota vita… Non avrei più il coraggio di guardala quando incrocerei il suo sguardo in ufficio. Meglio lasciar perdere… Daniela, non è una da una botta e via. Merita di più… molto di più… Merita di essere felice”, concluse chiudendo gli occhi.

 

Durarono due giorni gli incontri preparatori con i rappresentanti della “Braswer industries”. Il terzo giorno all’incontro si presentò il vicepresidente. Gianni rimase senza parole quando gli fu presentato, o per meglio dire: presentata.

Liala Dechamp era una donna dall’indubbio fascino che, grazie al sapiente lavoro del chirurgo estetico, dimostrava una quindicina di anni meno dei cinquantacinque realmente portati con grazia sfacciata.

Liala e Daniela iniziarono a punzecchiarsi fin da subito, sconcertando non poco Gianni. Proprio non si prendevano le due. Ma erano lì per stipulare un contratto vantaggioso, e questo valeva molto più che l’ultima parola in una diatriba nata per decidere come conveniva abbigliarsi nell’ambiente lavorativo; così la pragmatica Daniela scese a più miti consigli.

«Molto bene. Direi che manca solo la firma del presidente», annunciò alla fine Liala.

«Abbiamo prenotato il volo per domani mattina. Se non concluderemo entro oggi, lo dovremo spostare», rammentò Gianni, rivolgendosi a Daniela.

«Oh, ma non sarà necessario», intervenne Liala. «Siete invitati al ricevimento che il dottor Straus darà stasera. Lì avrete modo di conoscerlo. Le garantisco, caro Gianni, che sarà una serata piacevole», concluse con un sorriso ammiccante.

«Le credo sulla parola, Liala», replicò Gianni ricambiando il sorriso.

«Dammi pure del tu, Gianni», proseguì lei.

«Sì, ma per quanto riguarda il contratto?» s’intromise Daniela bruscamente.

Liala la fulminò con uno sguardo che era tutto un programma. «Porti il contratto! Prima del ricevimento il dottor Straus vi farà accomodare nel suo studio e lo firmerà!», rispose in tono acido.

Si alzò dalla poltrona. «Albert!» chiamò rivolgendosi a uno dei due uomini che stavano con lei. «Lasciale l’indirizzo e dille a che ora si dovranno presentare!»

Allungò la mano verso Gianni. «Io devo andare, a stasera, Gianni», disse congedandosi usando un tono soave.

«A stasera, Liala», fece lui prendendole delicatamente le dita per tirarle verso di sé, esibendosi poi in un baciamano da perfetto gentiluomo.

Daniela portò la mano davanti alla bocca per trattenere un moto di riso.

Liala se ne accorse e la ricompensò dedicandole uno sguardo carico d’astio. «Accetti un consiglio disinteressato: indossi qualcosa di più attuale, per il ricevimento… Negli affari, oltre alla bravura, conta anche la presenza. A stasera, Daniela», la apostrofò in tono sprezzante, poi girò sui tacchi, rigorosamente a spillo, e se ne andò lanciando un ultima occhiata a Gianni che, in fatto d’abbigliamento, stava sempre sul pezzo.

E all’ammutolita Daniela non rimase che stare a guardala mentre si allontanava sculettando sulle lunghe gambe.

 

«Grrrr! L’avrei uccisa!» ringhiò quando furono soli, digrignando i denti e piegando le dita ad artiglio.

“Che grinta! Una tigre, chi l’avrebbe mai detto”, ebbe a pensare l’allibito Gianni. «Lascia perdere, non ne vale la pena…» disse poi in tono consolatorio.

«Dal tuo comportamento, non mi pare proprio che non ne valesse la pena!» lo interruppe rossa in volto. «Anche il baciamano le hai fatto… Dio, come la odio!»

«Sì, e allora?» fece Gianni. «Le avrei baciato anche il culo per chiudere quel contratto… E non sono mica sicuro che tu ti saresti tirata indietro, se fosse servito a chiudere l’affare.»

Le parole erano dure, ma il tono era scherzoso. Daniela provò a fare l’offesa, ma alla fine scoppiò a ridere. «Le avrei morsicato una chiappa, per vedere se era di silicone pure quella», concluse con una battuta cattiva.

«Ti piacerebbe farla schiattare di rabbia, eh?» la punzecchiò Gianni ridendo anch’esso.

Daniela lo guardò corrucciata. «Mi piacerebbe sì… ma mi sa che stasera quella mi prenderà in giro davanti a tutti per il mio abbigliamento monacale.»

«E tu non dagliene l’occasione.»

«La fai facile tu.»

«E’ molto più facile di quello che credi», ribatté Gianni in tono sornione.

Daniela corrugò la fronte. «Cos’è, un indovinello?»

«Un semplice cambio d’abito», rispose un po’ meno criptico.

Questa volta Daniela comprese. «Ne ho quattro in valigia… tutti più o meno simili a questo», lo informò sconsolata.

«Vieni, andiamo!» esclamò prendendola per mano.

«Dove mi vuoi portare… cosa vuoi fare… spiegati…», diceva mentre Gianni la trascinava verso l’ascensore.

«Siamo a New York! Mica in mezzo al deserto», rispose in tono allegro Gianni, mentre si aprivano le porte dell’ascensore. «Vuoi che non ci sia nemmeno un abito adatto a una principessa?»

«Non sono una principessa!» obiettò lei indurendo il tono.

«Lo sarai, fidati», mormorò Gianni spingendola nell’ascensore.

«No, Gianni. Non trovo giusto buttare dei soldi per un abito che indosserei una sola volta, soltanto per far ingelosire quella strega», ribatté lei con tono fermo.

«Uhm… Hai detto “ingelosire”. Mi devo preoccupare… o inorgoglire?» domandò in tono languido, stringendola all’angolo.

«Ma va’ là!» fece Daniela, respingendo l’approccio allontanandolo con una spinta.

Gianni comprese che non si sentiva ancora pronta. Si ricompose e riprese dall’argomento precedente. «Comunque, tu non spenderai un euro. In qualità di vicedirettore, ho deciso che vestito, trucco e parrucco sono a carico dell’azienda…»

«Mah! Sei impazzito!» sbottò sgranando gli occhi.

«Shhh», fece Gianni appoggiando l’indice alle labbra. «Te lo meriti, Daniela. Per tutto quello che hai fatto in questi anni, per l’enorme impegno profuso per far crescere l’azienda, ti meriti molto di più che un semplice abito da sera… In questi cinque giorni ho imparato ad apprezzare il tuo lavoro… ad apprezzarti come persona», le spiegò con trasporto.

Un complimento del genere da parte di chi fino alla settima prima si limitava a un saluto o poco più quando la incrociava in azienda, non se lo sarebbe mai aspettato. «Grazie, Gianni», bisbigliò commossa, abbassando lo sguardo.

Gianni, posandole l’indice e il medio sotto il mento, le alzò delicatamente lo sguardo. «Ti devo mille e più scuse, per come ti avevo giudicata…»

Il tocco lieve e il tono caldo della voce le fece correre un brivido lungo la schiena. «Non aggiungere altro, ti prego», lo interruppe con voce increspata, stringendogli la mano che sorreggeva il suo sguardo.

«No, non dirò nient’altro», sussurrò avvicinando la bocca alla sua. Questa volta Daniela non si sottrasse.

 

«Ops», fece Gianni quando le porte dell’ascensore si aprirono, staccando le labbra da quelle di lei.

«Scusate», disse in tono imbarazzato Daniela, rivolgendosi a due ragazze che sorridevano davanti all’ascensore.

 

«Madonna, che vergogna!» esclamò nascondendo il volto tra le mani, quando furono in strada.

«Vergogna di cosa?», le chiese Gianni.

«Boh… Non lo so», rispose sgranando gli occhi. «Sono confusa… non chiedermi altro, ti prego.»

«Non ti chiederò altro. Anche perché, ora dovrai concentrarti sulla scelta dell’abito», chiosò Gianni indicando la boutique di una famosa griffe. 

 

Daniela si lasciò guidare nella scelta dell’abito e, successivamente, anche dell’acconciatura. Non le era mai capitato una roba del genere. Si sentiva come dentro una bolla e non riusciva a spiegarsi il motivo… ovvero, si rifiutava di ammettere che il motivo era Gianni.

Gli altri uomini che aveva frequentato sentimentalmente (soltanto due a dire il vero) non l’avevano mai coinvolta sino al punto di seguirne pedissequamente i consigli in fatto di abbigliamento piuttosto che dell’acconciatura. Ma qui, oltre al desiderio di far schiattare Liala, c’era un motivo ben più importante, anche se cercava di respingerlo con tutte le sue residue forze: si sentiva follemente attratta dal figlio del suo datore di lavoro.

 

Seduto nella Hall dell’hotel, Gianni attendeva che Daniela scendesse: il taxi che aveva chiamato attendeva all’entrata.

“Chi può essere?”, si chiese traendo di tasca lo Smartphone. «Qualche problema, Daniela?» domandò in tono apprensivo.

«Puoi salire un attimo?»

«Corro!» rispose Gianni precipitandosi agli ascensori.

 

Quando Daniela aprì la porta della camera, di primo acchito Gianni rimase estasiato. Subito dopo notò un velo di tristezza palesarsi nello sguardo. «Cosa c’è che non va?» domandò.

«Mi vergogno, Gianni», rispose con un filo di voce. «Non ce l’avrei mai fatta a scendere da sola.»

Gianni sorrise. «Tutto qui?»

Daniela gli lanciò un’occhiataccia torva.

«Sei bellissima anche quando ti arrabbi», continuò anticipando la sua reazione. «Andiamo», aggiunse porgendole il braccio.

Daniela trasse un lungo respirò. «Andiamo», sospirò esalandolo.

«Questi tacchi sono una vera tortura… mi sento tutti gli occhi addosso», sussurrò mentre, rigida come uno stoccafisso, attraversava la hall gremita di gente avvinghiata al braccio di Gianni.

«Rilassati… sei perfetta… uno splendore, credimi…» la incoraggiava passo dopo passo, bisbigliando al suo orecchio.

        

E che fosse uno splendore, se ne accorse pure Liala quando, uscendo dallo studio del dottor Straus, se la trovò davanti nel suo abito da sera in seta color cobalto.

«Il dottor Straus vi attende!» annunciò in tono freddo, indicando la porta dello studio.

Durante il breve colloquio prima di apporre le firme sui contratti, Liala rimase in disparte stranamente silenziosa. Mentre Daniela, Straus e Gianni facevano un po’ di conversazione, lei osservava in tralice il camaleontico cambiamento della donna che aveva irriso poche ore prima.

 

Durante il ricevimento che seguì, Gianni omaggiò Daniela di mille e più premure, trascurando l’impettita Liala che, mentre conversava con altri ospiti, non perdeva d’occhio i due. Ma soprattutto lanciava occhiate cariche di risentimento a lei, la donna che le stava rubando la scena attirando gli sguardi ammirati degli uomini presenti.

Liala se l’era immaginata differente la serata. Aveva progettato di concluderla in gloria portandosi a letto il bel Gianni. Ed ora non voleva rassegnarsi alla sconfitta.

Fu così che, approfittando di un momento in cui Daniela si era allontanata, chiamata dal dottor Straus che voleva presentarla a degli ospiti che avevano chiesto di conoscerla, Liala si avvicinò a Gianni.

«Ti stai divertendo?» esordì arrivandogli alle spalle.

«Ciao, Liala», rispose Gianni voltandosi. «Molto… gran bella gente», aggiunse indicando gli ospiti con il bicchiere che teneva in mano.

«Uomini di successo…» precisò lei. «E donne affascinanti», aggiunse.

«Molto affascinanti», confermò Gianni guardando in un punto preciso.

Liala traguardò il suo sguardo e vide dove andava a cadere. «Ma tu, sembra abbia occhi solo per lei», disse indicandola.

Gianni annuì. «L’amo», gli sfuggi in un sussurro continuando a guardarla con occhi persi.

Liala ebbe un moto di stizza, i lineamenti del volto assunsero un’espressione schifata. La pelle tirata dal chirurgo, sotto stress conferì all’aspetto un non so che di grottesco, più provava a contenere la rabbia più il suo aspetto peggiorava. In quel mentre Gianni, volgendosi verso di lei, ebbe a pensare. «Cristo! Sembra una caricatura”.

«Di quale amore vai cianciando? Di’ le cose come stanno: tu vuoi solo portartela a letto!» esondò in tono aspro, stirando le labbra a canotto sin quasi contro le orecchie.

Gianni si ammutolì. “Un fendente di scimitarra”, avrebbe pensato più tardi, rammentando le labbra tese all’inverosimile.

«Non reagisci? Un innamorato non me la lascerebbe passare!», lo punzecchiò Liala.

Gianni inarcò le sopracciglia. «No!» esclamò stringendosi nelle spalle.

«Vai al diavolo!» ribatté lei digrignando i denti. Poi girò sui tacchi e si allontanò.

“Per fortuna che i contratti li abbiamo già firmati… altrimenti quella mezza pazza ninfomane, per una scopata sarebbe stata capace di mandare tutto a monte”, pensava guardandola andar via ancheggiando.

 

«Dio! Che serata!» esultò un’euforica Daniela a bordo del taxi che li riportava all’hotel. «Il suo sguardo terreo al momento del congedo, quando ti a porto la mano e tu l’hai stretta invece che baciarla, non lo scorderò mai.»

«Lo sai che sei davvero tremenda?» la apostrofò Gianni in tono ironico.

«Diabolica… stasera mi sono sentita davvero diabolica», precisò ridendo.

“Che trasformazione… possibile che sia la stessa segretaria compunta e riservata che incontravo negli uffici dell’azienda?”, si chiese sconcertato dal suo comportamento, osservandola con sguardo meditabondo. «Voleva deriderti davanti al suo bel mondo, e invece ha finito per farti un favore. Gli uomini non avevano occhi che per te. Povera Liala… mi fa quasi pena», gli scappò detto nel mentre.

Daniela non gliela lasciò passare. «A sì?! Ti fa pena?!» sbottò fissandolo con occhi fiammeggianti. «Allora sai che devi fare? Torna da lei e vedi di consolarla!»

Gianni scrollò il capo e rise.

«Non ridere, sai?»

«Ok… sono serio», fece lui mettendo le mani avanti. «Non posso tornare da lei. Per il semplice motivo che avevo programmato di concludere la serata in altro modo…» concluse lasciando la frase in sospeso, temendo una reazione scomposta se avesse osato spingersi oltre.

«Come?» chiese Daniela alzando un sopracciglio.

Gianni lo colse come un ammiccamento e prese la palla al balzo. «Con una principessa… se mi aprirà la porta del suo castello», rispose abbassando il tono, mentre accorciava le distanze spostandosi al centro del sedile.

«E se non te la dovesse aprire?»

«Allora potrei anche decidere di tornare da lei», rispose con il sorriso a fior di labbra, riallungando le distanze spostandosi verso la portiera.

A Daniela sfuggì un moto di riso. «O mio Dio! Dalla strega. Che fine atroce. Mi sento svenire», fece, portandosi il dorso della mano sulla fronte.

«Già, dalla strega… e non sarà uno svenimento a impedirmelo!»

«E cos’altro te lo potrebbe impedire?»

«Se non lo sai tu…» rispose Gianni senza concludere la frase.

Saranno forse state le bevande ad alta gradazione alcoolica allegramente ingurgitate durante il ricevimento, che fecero dire alla non più impacciata e nemmeno timida Daniela: «Va beh, Mi sacrificherò. Credo che la porta del castello resterà aperta stanotte… e credo anche che la principessa non veda l’ora di rotolarsi nel suo bel lettone con il principe buffone.» E giù una bella risata.

 

E fu una notte davvero memorabile che, essendo universalmente arcinoto cosa possa accadere tra due innamorati stesi dentro lo stesso letto, naturalmente non andremo ad approfondire. Li lasceremo godere della loro intimità e torneremo a investigare nelle loro vite poco prima dell’alba, quando le grandi manovre sotto ma anche sopra le lenzuola saranno state portate a termine con soddisfazione da entrambe le forze in campo.

 

Gianni aprì gli occhi e vide Daniela stesa di fianco che dormiva serenamente. “E ora, cosa succede?”, si chiese.

Comprese che non poteva permettersi di frequentarla, se voleva mantenere il punto. “Non posso, non voglio finire come mio padre… amare vuol dire mettere in preventivo la possibilità di affrontare un lacerante dolore”, pensava cercando una ragione per cui valesse la pena rinunciare all’amore.

In quel mentre Daniela si svegliò. «Che ore sono?» chiese con voce ancora impastata di sonno.

«Le sette.»

Si tirò su, mettendosi a sedere con la schiena nuda appoggiata alla testiera del letto. «E’ stato bellissimo, vero?»

«Sì… lo è stato», rispose laconico senza troppo entusiasmo Gianni.

Daniela corrugò la fronte. «Cosa c’è di sbagliato?»

Gianni scrollò il capo. «Non lo so… forse non siamo pronti…»

«Parla per te!» saltò su Daniela interrompendolo. «Io sono prontissima, altrimenti non sarei qui, nuda dentro il tetto insieme a te!»

«Ragiona, Daniela», disse in un sospiro Gianni.

Al che Daniela si alzò dal letto. «Sei tu che devi ragionare. Fatti un esame di coscienza, e poi decidi quello che vuoi fare da grande», ribatté indurendo sguardo e tono. «Ora se non ti spiace dovrei prepararmi. Abbiamo il volo tra due ore.»

«Non è una decisione facile. Devi concedermi un po’ di tempo.»

«Dieci ore di volo, saranno più che sufficienti!» tagliò corto Daniela, andando verso il bagno.

 

                              ************************************************

 

Dieci ore di volo seduti uno accanto all’altro silenti e immusoniti, immersi nei loro tumultuosi pensieri, non furono sufficienti.

Quando il taxi su cui erano saliti all’aeroporto stava imboccando la via dove risiedeva Daniela, Gianni ruppe l’assordante silenzio, dicendo: «Magari una di queste sere ti chiamo per andare a cena». Il tono era quello di chi lo stava facendo non per piacere ma per dovere, probabilmente per lasciarsi una porta socchiusa.

E questo finì per irritare la già carica Daniela. «Magari anche no! Eh!», proruppe con voce stridula, facendo tendere l’orecchio al tassista.

«Calmati, non mi pare di aver detto nulla di male. Dovremmo pur trovarlo un modo per capire come proseguire il nostro rapporto», provò a giustificarsi in tono pacato Gianni. «Affrontalo con il sorriso sulle labbra, come se si trattasse di un incontro preparatorio per decidere le clausole di un lucroso contratto», aggiunse usando un’infelice metafora.

«Va bene così?» domandò Daniela sorridendo a denti stretti.

Intanto il taxi si era fermato davanti all’androne del condominio dove abitava Daniela. «T’informo che non sono previste trattative al ribasso nei contratti d’amore», iniziò a dire aprendo la portiera. «Ciao, Gianni… stammi bene», concluse scendendo dal taxi.

«Ciao Daniela», ebbe appena il tempo di dire prima che lei chiudesse la portiera sul suo sguardo.

Il tassista scese a sua volta, prese il trolley dal bagagliaio e, dopo averlo posato sul marciapiede, salutò Daniela. Poi tornò al posto di guida e ripartì.

«Valle a capire ‘ste donne», disse in uno sbuffo Gianni.

Il tassista lo osservò dallo specchietto retrovisore interno. «Se mi permette, dottore…» esordì con il tono di chi la sa lunga.

«Dica pure?»

«In amore, le donne non accettano mezze misure… Tutto o niente! E’ il loro motto.»

Uhm», fece Gianni riflettendo. «Interessante teoria. E secondo lei, di fronte a un ultimatum del genere, un uomo come dovrebbe comportarsi?»

«Dipende?»

«Dipende?» ripeté Gianni.

«Sì. Dipende dal tipo di donna.»

“Curioso ragionamento”, pensò Gianni. «E Daniela, che tipo di donna sarebbe?» gli domandò mostrandosi interessato.

«Dottore!» iniziò in tono squillante. «Quella è una donna vera… una con le palle grosse così!» esclamò lasciando il volante per alzare le mani sopra la testa, mostrandogli allargando indici e pollici le notevoli dimensioni delle parti anatomiche in questione.

A Gianni, seduto alle sue spalle, sfuggì una breve risata.

Il tassista riprese il volante e concluse in tono accorato: «Mi creda, dottore, quella ragazza è un esemplare in via d’estinzione. Se fossi in lei non me la lascerei scappare!»

Gianni si limitò ad annuire.

 

                              *******************************************************

 

Il rapporto fra i due, ovviamente gelido, nell’ambito lavorativo era improntato alla rigida formalità antecedente il viaggio a New York. Era trascorsa una settimana dal loro rientro e nulla lasciava presagire che qualcosa potesse cambiare a breve.

Quel mercoledì pomeriggio, Gianni stava pranzando al ristorante in compagnia di Susanna e altre tre coppie di amici. Mentre gli uomini stavano decidendo come trascorrere il fine settimana e le donne erano impegnate a commentare le ultime novità in fatto di moda, lui si estraniò dal fastidioso chiacchiericcio e tornò con la mente a quella fantastica ultima notte a New York.

«Gianni. Ehi, Gianni!» udì chiamare da lontanissimo. Era Susanna che doveva chiedergli qualcosa di estremamente importante, vitale per la propria sopravvivenza all’interno del bel mondo.

«Sì. Cosa?» fece lui, tornando lì, dove non avrebbe desiderato essere.

«Ieri sono passata a provare quel Versace che ti dicevo…»

«Sì, e allora?» la interruppe con un fare che pareva voler urlare: “E a me che vuoi che me ne freghi?!”

Susanna rimase un attimo interdetta. «Beh… mi era parso che volessi regalarmelo», rispose corrucciata.

«Beh! T’informo che ti sei sbagliata!» ribatté a tono alzandosi dal tavolo.

«Si può sapere cos’hai oggi? Non parli, te ne stai lì immusonito a pensare chissà cosa!» sbottò lei, alzandosi a sua volta.

«Calmati, Susanna. E torna a sederti… L’ira non ti dona», l’apostrofò in tono calmo, indicando la sedia. Poi si rivolse agli altri commensali. «Scusate, mi sono ricordato che ho un appuntamento.»

«Quale appuntamento? Non mi hai detto nulla? Con chi?» lo incalzò la sempre più sconvolta Susanna.

«Con una donna che possiede qualcosa che tu non hai», rispose sereno.

«Sei un bastardo! Mi stai lasciando così, su due piedi per metterti con una donna ricca… Una tua pari!», urlò stridula attirando su di sé gli sguardi dei commensali seduti agli altri tavoli.

«Lusso e denaro. Dunque, per te conta solo questo… Oooh, Susanna, sapessi quanta desolazione c’è nel tuo modo sbagliato d’intendere l’amore», ribatté in tono deluso Gianni, osservandola con occhi pietosi. «Tutto il denaro del mondo, non basterebbe ad acquistare quello che non hai… Il carattere, la forza di non cedere ai compromessi, la capacità di dire “ti amo” a un uomo guardando negli occhi, e non dentro il suo portafoglio.»

Susanna lo guardava con occhi vacui e il mento tremolante. Ancora poco e si sarebbe messa a piangere. Davanti al suo sguardo passarono in un attimo le belle feste, i bei vestiti e tutto quello di materiale che Gianni rappresentava per lei… tutto, tranne l’amore, di quello non v’era traccia, non c’era mai stata traccia del nobile sentimento nel loro rapporto.

«Non hai proprio capito di cosa sto parlando…» dovette ammettere sconfortato Gianni, scuotendo il capo. «Te lo dirò usando le parole di un tassista filosofo: ti mancano le palle, Susanna. Due palle grosse così!» concluse allargando indice e pollice delle mani sino a formare due semicerchi, ben distanti uno dall’altro. Poi salutò la compagnia e se ne andò lasciandoli esterrefatti.

 

                                                               FINE

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Paolo Guastone il 2018-04-10 11:26:07
E perché mai un racconto sentimentale non dovrebbe "tirare"? Se è bello e scritto bene tira eccome! Come in questo caso, ad esempio, dove non c'è miele ma solo la doverosa consapevolezza di un uomo che, finalmente, ha deciso cosa vuole fare da grande. Ed anche, quale deve essere il vero amore. Piaciutissimo come sempre, anche se, talvolta, c'è una Diana di troppo e una Daniela di meno.... eh.....eh....

Vecchio Mara il 2018-04-10 13:54:50
Cavoli l'avevo riletto due volte, avevo scovato tre o quattro Diana sparse qua e là, ma quella serie ravvicinata mi era sfuggita, si vede che ero cotto. Va beh, per fortuna sei un lettore attento. Ora le ho sistemate tutte quante le Diana di troppo... almeno spero. Ti ringrazio per il commento e ancor di più perché mi dai sempre una mano con le incongruenze e i refusi che sfuggono a ogni mia rilettura. Ciao Paolo

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