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The Dancing Ghost

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-04-04 15:56:54


è mai stato innamorato?
…  ho fatto il barista tutta una vita
(Sfida Infernale – John Ford – 1946)
 
 
«Posso usare il gabinetto?».
Il barista porse all’uomo un paio di chiavi di vecchio tipo, con una lama sola su un’asta cilindrica e un anello in fondo.
«Passi nel disimpegno, salga le scale e arrivi al pianerottolo del primo piano, poi attraversi il corridoio e apra la porta a sinistra, quella col vetro smerigliato» spiegò.
«Non posso usare il bagno nel cortile?» chiese l’uomo. Accennò a tre vecchietti che stavano giocando a carte su un tavolo avvolto nella penombra. Sfumacchiavano allegramente e segnavano i punti su una lavagnetta. «Uno di loro c’è andato, prima».
Il barista esitò un attimo, passando lo straccio sul bancone, poi scosse la testa.
«No, non può» disse «non a quest’ora. Per via del fantasma».
L’uomo annuì sorridendo «The Dancing Ghost, giusto?».
Il barista fece spallucce «Ah, l’insegna. Quella è stata un’idea di mio figlio, di ritorno da un viaggio in Inghilterra…sa, le insegne dei pub e tutto il resto. Pensava che potesse attirare clienti, ma questo non è un pub. Solo un bar. Si chiamava “Il bicchiere della staffa”, una volta, ma era la vecchia gestione».
«Lo sa perché si dice il bicchiere della staffa?» domandò uno dei tre giocatori. Indossava un paio di occhiali con la montatura in celluloide nera che facevano sembrare tutt’occhi il viso scarno.
«È inutile che gli risponda di sì» interloquì il barista «tanto glielo dice lo stesso».
«Perché era il nome che si dava all’ultimo bicchiere che si beveva prima di partire. Lo si beveva a cavallo, con un piede già nella staffa della sella… e, quando si chiamava così, questa baracca andava meglio… ma forse perché la gestivo io» concluse l’altro.
«Era un nome idiota, comunque» riprese il barista «una volta si usavano i cavalli per salire e scendere dalla montagna, ma è passato un sacco di tempo. L’ultimo l’ho visto nel ‘65».
«Il fantasma invece c’è ancora, naturalmente».
Il barista smise di passare il panno sul bancone, tanto quella che stava strofinando non era una macchia, ma una venatura del legno.
«Non è una cosa naturale» rispose.
L’uomo bevve una lunga sorsata. «E lei lo ha visto» affermò. 
Il barista scosse la testa. «Naah. E' un fantasma, quello. Si fa vedere da chi vuole e quando vuole. Mica come me che devo sorbirmi sempre i soliti pirla» concluse accennando al terzetto di giocatori.
L’uomo svuotò il bicchiere. «Scommetto che avrà pagato una sciocchezza, per tutta la baracca» disse accennando al locale «mi dicono che i fantasmi fanno deprezzare gl’immobili».
«Macché» rispose il barista «gli sto ancora pagando le cambiali, a quel figlio di buona donna. Comunque, con ‘sta faccenda del fantasma, sono già venute due troupe televisive. Ovviamente mi sono fatto pagare; lo considero una specie di affitto».  
L’uomo chiese ancora da bere. «Scommetto che non hanno visto niente» disse.
«Certo che non hanno visto niente, ragazzo» Intervenne il terzo vecchietto, che non aveva ancora parlato «per vederli bisogna essere persone speciali. Sei speciale, tu?».
«Non lo so. È una bella cosa essere speciali?» domandò l’uomo al barista.
L’altro guardò una foto incastrata nello specchio, tra le bottiglie, che lo ritraeva abbracciato a una donna minuta e secca come un ago di pino. Accanto stavano un ragazzo – senz’altro l’ideatore dell’insegna – e una bambina dagli inconfondibili tratti down.
«A volte, forse» rispose.
L’uomo bevve, poi chiese: «Che cosa fa il fantasma? A parte ballare, intendo».
Il barista esitò, poi rispose: «Cerca di terminare quello che ha lasciato incompiuto, a volte prende qualcuno e lo porta via con sé, tanto per ricordarsi com’era essere vivi. Le solite cose, insomma».
«I fantasmi sono come i pensieri, giovanotto» disse il vecchio che aveva parlato per ultimo «solo che invece di starsene dentro le teste se ne stanno fuori».
«E questo se ne sta nel retrobottega» disse l’uomo.
Il barista non rispose. Si udiva solo lo schiocco plastico delle carte da gioco appoggiate sul tavolo.
«Così io devo usare il gabinetto di sopra» concluse l’uomo.
«Mettiamola così, giovanotto»  rimbeccò quello che era andato al bagno «frequento questo locale da trent’anni e non sono mai andato nel cortile, dopo il tramonto».
L’uomo guardò le chiavi con aria di sfida, quindi estrasse il portafogli, pagò e si diresse verso il retro.
 
«Dici che la sua donna l’ha mollato?» domandò il vecchietto che era andato al bagno.
Il barista finì di pulire il bicchiere. «Moglie» precisò «si vede il segno della fede sul dito. Roba fresca. È l’unica parte della mano non abbronzata».
«E poi beve, ma non è abituato» aggiunse l’ex gestore «me ne intendo, io».
«L'ospite aveva una piaga nascosta. Hai visto che sospiro doloroso uscì dal suo petto alla terza coppa di vino? Brucia certo d'amore, e per gli Dei, ho ragione di dirlo! Io, ladro, riconosco ai segni il ladro» - recitò il terzo vecchietto.
«Ecco» fece il barista «questa suona già meglio della faccenda della staffa».
 
Nel disimpegno, tra scope, casse e detersivi, l’aria sapeva di chiuso.
Sulla destra, le scale salivano al piano di sopra mentre, di fronte, una porta dava sul retrobottega infestato… o era il gabinetto a essere infestato?
Che storia del cavolo… be' per i turisti poteva andare bene, ma per lui…
Ecco, se questo fosse stato un racconto dell’orrore, lui sarebbe andato nel retrobottega, avrebbe incontrato il fantasma e, ovviamente, ci avrebbe rimesso le penne.
Una storia del cavolo, insomma, sentita chissà quante volte.
Se avesse salito le scale, sbronzo com’era, allora sì che ci sarebbe rimasto secco: sarebbe caduto e si sarebbe rotto l’osso del collo.
Sbronzo… mica tanto sbronzo… guardate un po’, mi reggo benissimo su una gamba sola.
Giusto, poteva farle benissimo le scale.
Prese a salire con cautela, appoggiandosi al muro. Coraggioso sì, incosciente no.
A metà della rampa una finestra si affacciava sul cortile: un quadrilatero sghembo, rischiarato appena dalla luce smorta di un lampione. Su tre lati si apriva una porta, sul quarto due
L’uomo spalancò la finestra, schiarendosi le idee all’aria fresca dell’autunno.
Mentre guardava, una delle porte si aprì e una figura uscì ciondolando, reggendo un sacco della spazzatura (dunque qualcuno lo frequentava, il Cortile Proibito).
Anche nella luce incerta si capiva che era la figlia down del barista.
Ecco, se questa fosse stata una storia dell’orrore, lui sarebbe andato al gabinetto, poi sarebbe sceso e avrebbe detto al barista di avere incontrato sua figlia. E, ovviamente, avrebbe saputo che la ragazza era morta un anno prima … ancora una storia del cavolo.
La ragazza svuotò il sacco e si allontanò, sempre ciondolando; anzi no: stava ballando. Tornando indietro passò sotto il lampione e l’uomo poté vedere che, alla cintura, aveva un Ipod.
Be', come ballerina era ancora più improbabile che come fantasma.
 
«Dite che ci siamo andati giù troppo pesante?» chiese il barista.
Il vecchio che era andato al bagno osservò le volute di fumo disperdersi nell’aria. «C’è chi ha visto qualcosa» disse alla fine.
«Qualcosa, forse» replicò l’ex gestore «non qualcuno. O che era stato qualcuno». 
Il terzo vecchietto raccolse le carte e cominciò a mescolarle con dolce, ottuagenaria lentezza. Il fruscio riempiva la penombra.   
«Pensieri» disse «Solo pensieri».
 
L’uomo aveva raggiunto il corridoio e, con qualche difficoltà, il gabinetto.
Entrato, riuscì a guadagnare la tazza e a sedersi – ci era arrivato, è vero, ma non era sicuro di essere così sobrio da poter urinare in piedi.
A questa considerazione due grosse lacrime gli scesero lungo le guance.
Sbronzo, seduto a piangere sul cesso di scorta in un bar cimicioso.
Un’altra storia del cavolo.
 
«Be', anche io sarei giù di corda se venissi piantato da una così» disse il barista reggendo la foto che aveva raccolto da terra.
I vecchietti si alzarono all’unisono in uno strofinare ligneo di sedie sul pavimento, poi, con passo artritico, si diressero al bancone.
«Dev’essergli caduta di tasca quando mi ha pagato» aggiunse porgendola al trio di ottantenni.
Tre visi incartapecoriti fissarono l’immagine di una bella donna con gli occhi verdi e lunghi capelli neri che spiccavano su un golf rosso. 
     
Scendere le scale non era stato difficile.
L’uomo si era sciacquato la faccia e aveva bevuto almeno un litro dell’acqua che sgorgava sputacchiando dal rubinetto. 
Aveva un brutto sapore ferruginoso, ma, anche se non era potabile, poco importava perché, subito dopo, aveva vomitato copiosamente.
Si era lavato di nuovo, si era asciugato col fazzoletto (WC, lavandino e acqua corrente ok, ma vediamo di non pretendere troppo, eh?) e aveva sceso le scale.
Giunto nel disimpegno aveva trovato, ad aspettarlo, la figlia del barista.
Aveva lo stesso, luminoso sorriso che sfoggiava nella foto. Un sorriso speciale.
«Balliamo?» gli domandò.
Aveva anche uno splendido paio di occhi verdi.
 
«Dovresti tenere più pulito questo posto» disse il vecchietto che aveva recitato la poesia. «Conosco questa ragazza: è stata mia allieva vent’anni fa. Qui però è un po’ più vecchia. Ha sposato uno di fuori e, poco dopo, è morta in un incidente alla curva del Mulino… ma sì, è stato giusto di questi tempi… lui non si è mai saputo che fine avesse fatto… non vi ricordate?».
Il vecchio gestore strappò la foto dalle mani del compagno e l’avvicinò agli occhi miopi che si spalancarono facendolo assomigliare a un grosso gufo senza piume.
«Non l’avevo riconosciuta…» mormorò «si era fermata proprio qui a bere il bicchiere della staffa prima di…per questo il locale ha cambiato nome».
Una folata di vento attraversò il locale e la porta che dava sul retro sì aprì e si chiuse sbattendo.
«Luisa!» gridò il barista precipitandosi verso il cortile tallonato dagli altri. Solo il vecchio che era andato in bagno rimase indietro.
«Io non sono davvero mai andato là dietro dopo il tramonto» bisbigliò.
 
Il gruppetto attraversò il disimpegno e spalancò la porta che dava sul retro, da cui sembrava provenire la musica.
La ragazza danzava alla luce del lampione, abbracciata a un invisibile compagno indossando sulle spalle un golf rosso che nessuno le aveva mai visto.
Ballava benissimo.

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Massimo Bianco il 2018-04-05 13:17:22
Ricordo di averlo letto. Una storia che mostra una sfaccettatura abbastanza inusuale e nel contempo efficace sul classicissimo tema del fantasma e che quindi ha un suo perché. Ciao R.

Rubrus il 2018-04-06 17:25:24
Approfitto del commento per due paroline sull’archetipo del fantasma. Nell’accezione comune “fantasma” è la permanenza, tra i vivi, di una identità riconducibile a un soggetto deceduto. L’inquietudine generata dalla morte (che è un concetto astratto e, se ci si sofferma, sfuggente, malgrado le apparenze) si personifica e concretizza, quindi, nell’inquietudine generata dai morti, specie se non si rassegnano ad andarsene del tutto. Di fronte alla commistione tra vivi e morti c’è una reazione duplice: da un lato si può avere un senso di unità ricomposta e, spesso, di questo lato della medaglia si occupano le religioni. In Paradiso ritroveremo i nostri cari da cui la morte ci ha separato, il culto degli Antenati è uno dei più antichi e, tra Lari e Penati custodi della casa e le foto dei defunti che molte persone anziane tengono accanto al letto non c’è molta differenza. Dall’altro lato si ha la netta percezione della rottura di un ordine, del venir meno di una separazione inviolabile. Se la barriera viene infranta, ci spaventiamo. Solitamente di questo aspetto si occupa la narrativa di genere. Col passare del tempo, ci è resi sempre più o conto che, forse, i morti non saranno oggettivamente presenti tra noi, ma, senz’altro, sono soggettivamente presenti il loro ricordo, le loro memorie e ciò che hanno significato. Ecco quindi che i fantasmi diventano, più e prima che entità oggettive, parti della nostra mente, pensieri (come dice uno dei personaggi) sui quali non abbiamo magari il completo dominio, tanto da non riuscire a liberarcene – infatti è estremamente difficile dimenticare volontariamente qualcosa. Insomma, nell’archetipo del fantasma in senso proprio – e lasciamo perdere gli altri significati, per lo più metaforici, della parola – sono presenti almeno questi significati, oltre a molti altri che non sono in grado di individuare. Per questo, secondo me, è un approccio alla “Circo Barnum” cercare un “monstrum” (sia nel senso di mostro che di meraviglia) mai visto prima. Secondo me non deve essere quello il fine principale di chi scrive. Dire, sia come autore che come lettore: “Uff... la solita storia di (fantasmi, vampiri, ecc)” è come dire (io lo dico, a volte) “Uff, la solita storia del serial killer” (confesso che tendo a trovarle ripetitive, ma è una caratteristica in re ipsa). È un’affermazione in parte vera, ma in parte superficiale e in parte un po’ presuntuosa. Per certi versi, guarda la superficie delle cose e va oltre senza badare che sotto la superficie c’è altro. Per altri versi, ci si scorda del fatto che ci sono degli aspetti nell’esistenza umana – e, se parliamo di fantasmi, il fatto che moriremo, che vedremo o che abbiamo visto morire molte persone, alcune care – che sono e saranno sempre uguali e sempre diversi finchè l’uomo esisterà. Per questo non disdegno, nel mio piccolo, come scrivente, a maneggiare materiale della tradizione. Se qualcuno dice “roba già vista”, non me ne curo più di tanto anche perché in parte avrà sicuramente ragione. Ambisco, per le mie possibilità, a, per così dire, “smontare” l’archetipo e rimontarlo in un modo che funzioni abbastanza efficientemente da portare avanti la storia.

Massimo Bianco il 2018-04-08 00:51:52
Mah, guarda, io nel complesso concordo con quanto scrivi, permettimi un distinguo, però. Tu dici: "guarda la superficie delle cose e va oltre senza badare che sotto la superficie c'è altro". Giusto, ma quando c'è dell'altro sotto la superficie? Io credo che questo tuo raccontino (il cui finale io capito al volo e trovo brillante) effettivamente dica più del solito discorso dell'apparizione fantasmatica. Ma quante volte accade? Perchè effettivamente ormai i serila killer ci vengono offerti in tutte le salse senza mostrarci nulla più che il solito feroce assassino psicopatico che sequestra povere ragazze infifese, e le fa ritrovare seviziate e uccise con azioni fine a se stesse senza che neppure entri mai in scena fino alle ultime pagine, quando il brillente investigatore lo scova e neutralizza, e il più delle volte le storie che li rigurdano servono solo per vendere qualche copia in più perchè nulla viene aggiunto al tema che abbia un minimo di valore, puri lavori di routine da parte di scrittori professionali ma per cui scrivere è ormai solo un lavoro come un altro. L'esempio più eclatante per me è quello da te citato dei vampiri e di cui come forse ricorderai ho già detto in passato. Del tema "Vampiro" si è talmente abusato da trasformare il persinaggio in un insopportabile cliche, quando si legge dei vampiri sembra di leggere una storia tipo, chessò, sul ghepardo: che è l'animale più veloce al mondo raggiungendo i 110 km all'ora, che non ha le unghie retrattili come gli altri felini, eccetera, cose tutte che vanno seguite se si vuole scrivere una storia credibile che riguarda i ghepardi, dato che sono autentiche, proprio come se fosse un entità (un animale?) autentico anche il vampiro e che quindi non può stare al sole perchè si squaglia, non si riflette negli specchi, non sopporta l'aglio, può entrare solo se chi è in casa lo invita a farlo eccetera e non si sfugge, scrivi del vampiro e devi per forza inserire questi elmenti, altrimenti pare che hai tradito il personaggio e guai a te se provi a inventare qualcosa, magari per scavare un po' di più nella psicologia di un essere costretto a nutrirsi di sangue umano (unica caratteristica, quest'ultima, che dovrebbe essere sempre mantenuta, per me, perché altirmenti sì che non si parla più di vampiri). Un personaggio di fantasia che è diventato insomma più vero di qualunque personaggio reale! Questo sì, invece, che per me significa restare alla superficie, eppure non vedo mai nessuno che osi sfuggire a tali assurdi cliché per andare oltre col personaggio. Ciao.

Rubrus il 2018-04-08 17:00:01
Mah… l’esempio che hai fatto secondo me contiene un verbo decisivo “abuso”. Per non parlare dei massimi sistemi prendo l’esempio gotico da te utilizzato cioè il vampiro. L’aspetto che voglio esaminare è quello “erotico” della figura. Lasciando da parte, anche se non si dovrebbe, le opere pre – Stoker, sappiamo che, dopo un’indigestione di gamberi, l’autore sognò di avere davanti una o più bellissime ragazze che si inginocchiavano (!) davanti a lui: a un certo punto entrava in scena un uomo dall’aspetto terrificante che proclamava: “Quell’uomo è mio!” Stoker fece leggere la scena non ricordo se alla moglie o alla madre che gliela cassò perché troppo esplicita, ma poi, e forse dopo (non ricordo la successione degli eventi) aver scritto “L’ospite di Dracula” - un racconto che praticamente è il primo capitolo del romanzo, la inserì, pressochè identica, nel romanzo. “Dracula”, tuttavia, è un romanzo positivista e, anche se contiene una certa carica erotica, non contiene alcuna sottotrama amorosa. Quella l’ha aggiunta la nostra estetica decadente, per cui non sopportiamo le figure troppo nette: un buono deve essere un po’ anche cattivo e un cattivo un po’ anche buono. L’aspetto erotico è stato il primo a palesarsi, sin dai film con Bela Lugosi – che non ha il look del vampiro stokeriano, ma una mise alla Rodolfo Valentino – e poi, soprattutto, con Christopher Lee, indefesso dispensatore di succhiotti (non venitemi a dire che non c’è una componente sessuale sublimata, la vedo persino io!) a indifese fanciulle addormentate dal generoso decolletè. Esplosa la liberazione sessuale degli anni ‘70, questa componente ha perso la sua attrattiva perché superata da un senso del pudore evoluto verso forme più esplicite, tant’è vero che King, nel suo remake del romanzo di Stoker, la trascura volontariamente – lo dice in una prefazione – proprio per questo motivo. Venuta meno la trasgressione e quindi l’interesse, l’estetica neodecadente degli ultimi decenni ci propina la vita privata del nostro villain preferito, per cui Coppola, a parte far passare Oldman sotto le forche caudine di un parrucchiere impazzito, realizza sì una versione abbastanza fedele al romanzo di Stoker, tanto da proclamarlo nel sottotitolo, ma non riesce a sottrarsi alla sottotrama dell’amorazzo tra il Conte e Mina Harker – che, insisto, nel romanzo non c’è: c’è un sottotesto erotico come poteva esserci nell’epoca vittoriana, ma non c’è, nel Conte, alcun lato sentimentale. Più o meno nello stesso periodo, la Rice avvicina “Dracula” a “Novella 2000” e va giù d’interviste – ho letto il romanzo anni fa e l’ho trovato assai noioso. In questo però è superata alla grande dalla Meyer che affligge i lettori con storie di succhiasangue damerini e cicisbei – a proposito, pare che i suoi vampiri, se esposti alla luce del sole, non si dissolvano, ma diventino sbrilluccicanti come le insegne di un centro commerciale durante il Black Friday. Tutta questa carrellata per dire cosa? Per dire “Ma non è che il troppo stroppia?” Sì. Sopratutto perché autori e, soprattutto, il mercato, hanno azzannato un aspetto indubbiamente presente nell’icona fino a prosciugarlo e renderlo ridicolo. Tutta questa sovraesposizione dell’elemento più facile e commercialmente redditizio (signori, il sesso vende e venderà sempre, ancora oggi un nudo in copertina attira e, se ci si pensa, è pazzesco, con tutta l’offerta a disposizione) ha comprensibilmente causato una saturazione per il fruitore che, giustamente, non sta lì a riflettere sulle implicazioni politiche e sociologiche di una pellicola come “Blacula” (il politicamente corretto ha avuto un antesignano nella “Blacksploitation” degli anni ‘60) o antropologiche di “L’ombra del vampiro” (un film con John Malkovich nella parte dell’attore che interpretò il Nosferatu di Murnau) o psicologiche e sociali di un romanzo come “Fammi entrare” - un romanzo in cui Lindqvist usa il vampiro anche per parlare della disperata solitudine che serpeggia nello stato svedese e risolve le implicazioni sessuali della figura del vampiro con – diciamo così – un taglio netto (tra l’altro avvertendo o preavvertendo l’impatto dell’ideologia gender). E, ricordo benissimo, proprio con te parlammo di come “Il silenzio degli innocenti”, sotto l’apparenza di una storia di serial killer celi la storia di un scontro vampiro (Lecter, che succhia confidenze dalla Starling tra un banchetto e l’altro a base di carne umana) contro lupo mannaro (Bufalo Bill è un versipellem, cioè un licantropo, nel senso più puro e originario della parola). Il problema quindi, non è nell’archetipo in sé, che, come tutti gli archetipi, trascende le epoche, ma nel fatto che ci sia concentrati su un aspetto, tutto sommato, a portata di mano, e lo sia sfruttato, proposto e riproposto fino all’inverosimile – senza dubbio per ragioni di cassetta. Bastava andare un po’ più in profondità, e con maggior cautela, come, credo, hanno fatto gli autori che ho nominato. E, bada bene, capendo meglio proprio quello che la tradizione ci ha consegnato, senza inutili arzigogoli come la pettinatura di Oldman (che si può perdonare) o gli sdilinquimenti della Meyer (perdonare i quali è un po’ più dura) Ma le esigenze dello show business sono altre.

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Paolo Guastone il 2018-04-06 13:10:41
Questo racconto, a suo tempo, me lo ero perso. Poco male perché ho avuto modi di apprezzarlo ora. Ti confesso che ho dovuto leggerlo più volte, sia perché è come sempre piacevole, sia perché il finale mi appariva sempre un po' criptico. Ma ora mi sono fatto la mia personale convinzione. Già, le persone "speciali": sono quelle che ci toccano nei sentimenti, sono quelle che hanno una marcia in più. E che noi non vorremmo mai dimenticare. In questo racconto ne posso vedere ben due, che appaiono e scompaiono come, appunto, fantasmi, tra lacrime, ricordi struggenti e tanta, troppa rassegnazione.

Rubrus il 2018-04-06 17:30:45
Eh, i racconti di fantasmi sono spesso un po' criptici e giocati sull'ambivalenza, sull'ambiguità, forse per la molteplicità di sensi che l'archetipo del fantasma può racchiudere. Come diceva un autore esperto in questo tipo di racconti, cioè MR James, "a me, più che l'apparizione fantasmatica, interessa la mente che la percepisce". Del resto, per esempio, senza stare a scomodare "Il giro di vite" o "La maledizione della casa sulla collina" anche in un romanzo molto concreto come "Shining", cosa sarebbero i fantasmi dell'Overlook Hotel senza i sigg. Torrance e i loro tormenti - o capacità - interiori?

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Eli Arrow il 2018-04-06 16:12:07

Un racconto di fantasmi classico, di quelli che mi aspetto e vado a cercare quando ho voglia di leggere questo genere che non mi stufa mai (o non mi sazia mai, non so, la linea di confine è sottile). Sempre un bel raccontare, il tuo.

Rubrus il 2018-04-06 17:32:18
Eh, sulla "sfruttabilità" degli archetipi si potrebbe sfruttare il famoso aforisma di Calcino sui classici.

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