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U.N.P. Episodio 3 di 3. L'orizzonte degli eventi. La fine.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-04-01 01:27:59


U.N.P. 3. PRIMA PARTE: L'ORIZZONTE DEGLI EVENTI

 

Moreno Piacenza ed Ezio Torregiani avevano finalmente abbandonato il pianeta alieno, ma solo per cadere dalla padella nella brace: in tenuta ed elmetto dell’esercito francese, i fucili con le baionette in resta, erano invischiati, insieme a migliaia di povere comparse, in quel carnaio che fu la regina dei combattimenti di trincea, la prima guerra mondiale, teatro di brutalità e di sopraffazioni senza limiti.

In quel momento erano appunto rintanati in una trincea, non lungi dalle linee tedesche, in attesa che il proiettile di un obice gli cadesse sulla testa o che dal quartier generale ordinassero una carica, magari suicida. E non avendo nel frattempo nulla di meglio da fare discutevano a bassa voce.

 

***

Aurelio Delfino osservava cupo i corpi inerti ma ancora vivi dei suoi ospiti e quello scosso dai singulti del fratello. Un violento temporale era scoppiato improvviso e un fulmine si era abbattuto sul prototipo di computer quantico, mandandolo in corto circuito, proprio mentre Torregiani e Piacenza erano collegati al sistema. I due navigatori virtuali avevano perso conoscenza e Aurelio non riusciva a capacitarsene. Con tutti i protocolli di sicurezza presenti, non sarebbe mai dovuto accadere.

L’incidente era avvenuto alcune ore prima, ma solo in quel momento erano riusciti a scollegare dal sistema i corpi inanimati e ad adagiarli sulle barelle. Ora, mentre gli infermieri portavano a termine il proprio compito, Aurelio passeggiava nervosamente avanti e indietro e Matteo era accasciato su una delle poltrone, stravolto dal dolore e dai sensi di colpa, invano consolato sia dalla compagna sia dall'attraente e solida Rosanna Cremona, l’insegnante ed ex mezzofondista fidanzata di Moreno, prima e fino a quel momento unica familiare che avessero osato avvisare. Rosanna era perfino più disperata di lui, eppure dimostrava una forza d’animo eccezionale.

Infine l’informatico scosse il fratello e lo sollecitò a seguirli in ospedale.

Matteo alzò sul congiunto uno sguardo inebetito e gonfio di pianto.

“Sono i miei migliori amici e sono ridotti così per causa mia e del mio stupido entusiasmo. Se non avessi tanto insistito perché provassero la realtà virtuale… non riesco a perdonarmelo.”

“Finiscila, accidenti a te.” – Si arrabbiò Aurelio – “Guarda che se qui qualcuno ha delle colpe, quello sono io. Ero convinto che il sistema fosse sicuro, mi sbagliavo e sono stato imprudente a portarlo fuori dell’istituto e a lasciarlo usare a estranei. Ma la verità è che sarebbe potuto capitare pure a noi, è stato il caso a decidere diversamente.”

Aurelio tornò quindi a dedicarsi al computer, cercando ancora, invano, di spegnerlo. Per qualche ignoto motivo il programma continuava a girare: sul maxischermo si vedevano le immagini, vertiginosamente accelerate e a stento distinguibili, di una delle simulazioni presenti in memoria. Soldati in trincea. Prima guerra mondiale, evidentemente. Beh, decise infine, ci penserò dopo, con più calma, ora non ha importanza.

“Forza Matteo, alza le chiappe da quella poltrona e andiamo.” Esclamò poi, sempre più stizzito.

 

***

“Le nostre coscienze devono essere rimaste imprigionate nella memoria del computer, mi pare evidente,” – stava dicendo Ezio Torregiani – “sbalzati da una storia all’altra a partire dal racconto di Bianco ambientato nei borghi medioevali. Ogni volta uscivamo da una simulazione solo per entrare automaticamente in un’altra e le nostre menti, messe di fronte a eventi scioccanti e incomprensibili, rielaboravano i ricordi, interpretandoli erroneamente come dei sogni.”

“Sì, questo lo afferro, per logica dovrebbe essere andata così, però la faccenda non mi torna. La prima volta ricordo benissimo di essere uscito dal programma di realtà virtuali, averti accompagnato a casa ed essermene andato a dormire. Non ero più dentro quella dannata simulazione, capisci, ero a casa mia. E allora come ho potuto risvegliarmi in Brasile, il mattino dopo?”

“Me lo stavo chiedendo anch’io e credo purtroppo di avere trovato la spiegazione.”

“E allora? Non tenermi sulle spine, sputa fuori.”

“Senti Moreno, non hai notato nulla di strano nello studio dei Delfino, quando l’avventura a Castelvecchio è finita e ci siamo tolti il visore a cristalli liquidi e i sensori?”

“Di strano, dici? No, no, niente, perché? Cosa avrei dovuto notare?”

“In effetti neppure io lì per lì ci avevo fatto caso, è la forza dell'abitudine, sai com'è, ma pensaci un attimo: Aurelio e Matteo se ne stavano spaparanzati su quel loro vecchio divano mezzo sfondato.”

“Sì, certo e con que… oh cazzo.”

“Ah, ci sei arrivato. I ragazzi lo hanno appena buttato. Al posto del divano ci sono due poltrone.”

“Sì, ok, hai ragione… mm, però… da dove è saltato fuori il vecchio divano? Non capisco.”

“A me pare chiaro. La casa dei Delfino non era quella autentica, ma una ricostruzione al computer. Aurelio ha spiegato che per creare i vari avatar il programma di realtà virtuale si basa su fotografie, ricordi? Evidentemente deve avere inserito in memoria le foto che abbiamo fatto a casa sua a inizio estate, quando ancora c’erano il divano e in più il lume a stelo invece del tavolino con l'abat-jour in ceramica di Capodimonte. Quando siamo riemersi nello studio, i ragazzi erano seduti sul divano davanti alla vecchia lampada e siccome il programma ha senz'altro in memoria il precedente arredamento, noi dovevamo essere ancora dentro la simulazione. Io credo che deve essersi verificato un incidente nel momento in cui siamo stati sbalzati in avanti lungo la trama di Non entrate dentro il borgo.”

“Ma se siamo tornati a casa con la mia macchina!” Insistette Moreno, testardo.

“Sì, però quando i tecnici della A.T.L. Informatica hanno inserito in catalogo i racconti di Massimo Bianco ambientati nel savonese, ne avranno di sicuro approfittato per ricostruire l’intera provincia, con le immagini di Google map a disposizione l'operazione era fattibilissima. Noi quella sera eravamo piuttosto stanchi, siamo proprio sicuri che l’auto era esattamente identica alla tua e che l'avevi parcheggiata nel punto esatto in cui l'abbiamo ritrovata? Perché a me pare evidente che durante il viaggio di ritorno in macchina dovevamo essere già intrappolati nella simulazione. A casa poi procedevo a tentoni al buio, per non svegliare mia moglie.”

“E così non hai notato anomalie, proprio come è successo a me.”

“Facendo mente locale, non posso neppure giurare che Marilena a letto ci fosse davvero.”

“Ok, dev’essere come hai detto tu, ora me ne rendo conto. Per qualche motivo le nostre coscienze sono rimaste intrappolate nella memoria del computer e noi passiamo da uno all’altro dei romanzi e racconti in catalogo. Ma perché farci credere di essere tornati a casa?”

“Colpa dei protocolli di sicurezza. Se ho capito bene le spiegazioni di Matteo, un sensore rileva l’eccesso di stress nei navigatori e il sistema interviene se vengono superati determinati valori.”

“Ma non potendo più farci uscire dalla simulazione, per alleviarci lo stress ha finto la fuoriuscita!”

“Così eccoci incastrati nella Grande guerra e va a sapere da che libro sarà ricavata.”

“Visto che mi ci fai pensare… non ne sono sicuro, ma potrebbe trattarsi del Viaggio al termine della notte di Celine. L'avrò letto sette od otto anni fa e non lo ricordo benissimo, ma la nostra situazione me lo riporta alla mente. Non riconosco invece le simulazioni precedenti.”

“Neppure io, si vede che i libri da cui sono tratte non li abbiamo mai letti, il primo però dev'essere storico e gli altri di fantascienza. Sarei curioso di sapere quali sono.”

“Chi se ne frega! Se almeno la simulazione non fosse così realistica da permetterci perfino di rimettere, come mi è capitato prima. Vomitare cosa, poi? Bit su bit di informazioni?”

“Per lo meno non c’è puzza. L'hai notato? Questo dannato programma non registra gli odori.”

“Sai la consolazione. Dio, non ne posso più, meglio morire definitivamente che continuare così.”

“E se fossimo già morti? Nella memoria del computer sono rimaste imprigionate le nostre coscienze, ma cosa ne sarà stato dei nostri corpi?”

In quel momento qualcosa si mosse nella trincea di fronte. La trama di Celine procedeva ineluttabile: Moreno ricordava le tappe successive, il colonialismo africano con tutti i suoi orrori e l’inumanità del protocapitalismo statunitense.

Chissà se c'è modo di cambiarla? Si chiese. Non gli andava di ripetere uguale l'intero percorso.

 

***

Era notte fonda e i Delfino attendevano notizie assieme a Marilena Rocca e a Daniela, rispettivamente moglie e madre di Ezio Torregiani, a Rosanna Cremona fidanzata di Moreno Piacenza e ai genitori di quest’ultimo. Un opprimente silenzio, interrotto da sporadici pianti sommessi, gravava nella saletta d’attesa dell’ospedale in cui erano stati ricoverati i loro congiunti dopo l’incidente.

Solo l’alta e robusta Rosanna, ragazza forte di spirito e fino a poche ore prima sempre col sorriso sulle labbra, attraente nonostante qualche chiletto di troppo, si sforzava di tirar su il morale agli altri, benché soffrisse non meno di loro. Aveva la parola giusta per tutti, perfino per i Delfino, colpevolizzati invece dagli inconsolabili genitori dei loro amici.

 

***

Un branco di dinosauri bipedi bloccava Moreno dentro un capanno al centro di una radura. I rettili ricordavano i velociraptor resi famosi dal film Jurassic Park, ma al biondo insegnante di scienze, che di dinosauri se ne intendeva, parevano troppo grandi per appartenere a quella specie. Li riteneva piuttosto esemplari di deinonychus, i feroci dromeosauridi loro parenti.  Animali in grado di toccare i quattro metri di lunghezza e i centottanta cm di statura, avevano un cervello estremamente sviluppato e caratteristiche fisiche rivoluzionarie. Erano ritenuti predatori intelligenti e astuti, capaci di complesse strategie di caccia e di grande mobilità e velocità di corsa.

Se i deinonychus erano stati riprodotti con tutte le caratteristiche scoperte dai paleontologi, Moreno non sarebbe mai uscito vivo dal capanno. Affrontare sei avversari armati – perché gli smisurati artigli a falcetto presenti nelle loro zampe posteriori erano da considerare una vera e propria arma bianca – intelligenti, agili e feroci, gli pareva senza speranza. Aveva perciò deciso di barricarsi. Ignorava però se esistevano possibilità di ricevere soccorsi.

La testa di un carnivoro apparve da dietro le inferriate della finestra. La belva l’osservò per lunghi istanti, con quei suoi rettiliani occhi fissi, privi di palpebre. Moreno ne ricambiò lo sguardo finché non uscì dal suo campo visivo. Il cuore gli batteva all’impazzata o almeno così gli sembrava. Per alcuni istanti non accadde più nulla, poi sentì raspare dietro l’uscio, mentre qualcosa cercava, vanamente, di abbassare la maniglia. Quindi il primo colpo si abbatté con forza sulla porta, facendola tremare. Intanto in lontananza si udivano gli spaventosi ruggiti di un tirannosauro.

 

Un po’ prima Ezio stava correndo nella radura dietro a Moreno diretto allo stesso capanno, quando era stato raggiunto dai predatori e sbudellato a colpi di falcetto. Ora si trovava, indenne ma sempre più stressato, in un prato di campagna, con intorno campi coltivati a grano, filari di pioppi e una strada asfaltata che passava non lontano, oltre una siepe. Nei pressi sorgeva una fattoria. Sullo sfondo s’intuivano basse collinette, appena illuminate dalla luna quasi piena.

Dapprima a tali immagini si sovrapposero, fantasmatiche, quelle della vicenda precedente, che sparirono quando l’aria vibrò e mulinò facendo apparire il suo amico Moreno, il volto distorto dalla paura, la bocca atteggiata in un urlo disperato, che solo in parte gli uscì dalla gola, per l’orrore e la sofferenza causati dai micidiali artigli e dagli altrettanto letali denti affilati.

Continuavano a passare da una simulazione all'altra, senza soluzione di continuità. Ciascuna (dis)avventura terminava col naturale esaurimento della trama oppure con la “morte” dei due visitatori. Adesso sapevano di essere usciti da Jurassic Park, il libro, ma ignoravano in quale vicenda fossero entrati.

Moreno si lamentava sommessamente. Ezio invece si era già ripreso e si guardava attorno, gli occhi accesi d’interesse, senza prestare attenzione alle sue parole. In lontananza, in direzione del filare di alberi, ci fu un lieve stormir di fronde, poi si udì il verso di un gufo. Ancora una volta appariva tutto così vero, così credibile. Suo malgrado ne era affascinato. Si rivolse infine all’amico:

“Che ne dici se cerchiamo di farci un’idea più precisa di dove ci troviamo?”

“Eh? Ah sì, va bene, e speriamo che stavolta ci vada meglio. Diamo un’occhiata a quella casa?”

“Là c’è una strada. Dirigiamoci piuttosto verso la città più vicina, se esiste.”

I due s’incamminarono oltrepassando un cancelletto al centro della siepe e giunsero al bordo della via. Poco dopo sentirono il rumore di un’auto e si voltarono a guardarla. Era una Ford antidiluviana e piuttosto malridotta. Giunto a pochi metri da loro, il mezzo accostò e il contadino alla guida li invitò a montare. Di certo la sua presenza doveva essere prevista dalla trama.

Durante il viaggio scoprirono di trovarsi negli U.S.A., stato di New York, a venti chilometri da una cittadina chiamata Greenville. Intanto osservavano il paesaggio alla luce lunare. Tutto pareva piacevolmente bucolico, sereno e tranquillizzante: campi coltivati, filari d’alberi, rare case isolate, un trattore parcheggiato sul bordo della strada, infine i primi edifici di Greenville, palazzine in muratura di pochi piani. Moreno era ancora frastornato dai balzi repentini, ma andava riavendosi.

Quando giunsero nella piazza principale del paese – definirla città, come aveva fatto il contadino, pareva generoso – scesero e si guardarono intorno. Negozietti, auto d’epoca, pochi pedoni che si muovevano senza fretta, il municipio e l’ufficio dello sceriffo in fondo alla piazza.

“Occhio e croce sembra un comunissimo, tranquillo e sonnacchioso paese nordamericano di sessanta o settant'anni fa.” Commentò Ezio dopo che l’automobilista si fu allontanato.

“Che sicuramente ci riserverà qualche brutta sorpresa. Magari questo è un romanzo dell’orrore, dove un maniaco mascherato fa a pezzi la gente con un’ascia e ci sceglierà come prossime vittime.”

“Può darsi. Per ora sappiamo solo che probabilmente è il romanzo di uno scrittore americano.”

“Statunitense. Gli Stati Uniti sono solo una delle tante nazioni del continente americano. Canadesi, brasiliani o venezuelani sono forse meno americani di loro? Eppure mai definiremmo americano un brasiliano: è brasiliano e basta o al più latino o sud americano. È la loro sempiterna arroganza a spingerli ad autodefinirsi americani come se fossero i cittadini per eccellenza di quel continente.”

“Va bene, che palle, ho capito, uno scrittore statunitense, allora, contento?”

Chiacchierando erano intanto giunti davanti a un locale, in una delle arterie centrali di Greenville. Stavano per entrarci, quando seppero di avere raggiunto l’orizzonte degli eventi e di essersi infilati nel buco nero della nuova avventura.

L’elemento incognito sbucò da dietro l’angolo, mentre loro attraversavano la strada, e si diresse verso il bar. Quando ne raggiunse la soglia la ostruì quasi per intero. Era, infatti, un mostro enorme, alto sui due metri e venti e col corpo ricoperto di vello e scaglie purpurei, privo di naso ma con i denti, tanti denti, tutti acuminati.

“L’ennesima trama paurosa, come volevasi dimostrare! Possibile che quei due imbecilli non abbiamo inserito in catalogo neppure un romanzo sentimentale?” Brontolò Ezio, furibondo.

 

 

***

Aurelio vide finalmente un medico e gli andò incontro insieme a Rosanna per informarsi.

“Siete parenti?” Domandò il dottore.

“No, io sono un amico e lei è la fidanzata di Piacenza. I parenti sono quelli là, ma preferiremmo che dicesse a noi. Poi andremo a riferire con la dovuta cautela.”

Il medico ci pensò su un attimo, poi annuì.

“Dovete farvi coraggio, sono in coma irreversibile. Mi spiace davvero, ma non c’è più nulla da fare. Discutetene con calma con i familiari, ma credo che dovremmo staccare le macchine che li tengono in vita finché gli organi sono utilizzabili.”

***

Ezio e Moreno erano giunti alla stazione ferroviaria di New York. Tutto intorno una folla abnorme, spropositata anche per una stazione metropolitana. Sul lato opposto all’ingresso, dietro alla moltitudine di gente in piedi, c’erano decine di brande, per lo più occupate. In un angolo videro pure due mostri purpurei. Il tabellone degli orari era desolatamente vuoto, eppure in una megalopoli come New York sarebbero dovuti arrivare e partire treni ad ogni ora del giorno e della notte.

L’edicola della stazione riportava sulle locandine annunci strabilianti. La notizia principale riferiva di un attacco di tali arturiani e di una colonia marziana distrutta. Eppure l’arretrata società in cui erano immersi non aveva certo l’aria di poter colonizzare i pianeti del sistema solare.

“Non so da quale romanzo sono tratti gli eventi, ma credo che questo mondo avrebbe potuto piacermi, dopo tutto, se fossi stato un comune visitatore.” Commentò Ezio guardandosi intorno.

Non avendo motivo di trattenersi ulteriormente in stazione, decisero di andarsene. Mentre stavano per superare l’ingresso, una delle guardie di piantone gli rivolse la parola, come al solito in italiano:

“Ehi, non vorrete di certo uscire, voi due.”

“Perché, non si può?”

“Non ci sono divieti, ma attraversare la città con la total nebbia è molto pericoloso.”

“Ma noi non possiamo restare qui, a casa ci aspettano.” S’inventò Moreno lì per lì.

“Oggi sembra che abbiate tutti una gran voglia di farvi ammazzare,” – intervenne il collega, – “due minuti fa se ne è andato un tizio e adesso voi. Immagino che sarete almeno armati.”

“Armati? No, non lo siamo.”

“Beh, sono affari vostri, ma io vi sconsiglio assolutamente di uscire, almeno se desiderate arrivare a rivedere l’alba vivi.”

“La ringrazio agente, faremo molta attenzione. Vieni Ezio.”

“Ne sei proprio convinto? Qui forse saremo al sicuro.”

“Cosa abbiamo da perdere? Non voglio farmi condizionare dal romanzo, qualunque esso sia.”

“Ah, se almeno ne conoscessimo la trama sapremmo come comportarci, ma così...” Sospirò Ezio.

Un attimo dopo uscirono e si ritrovarono letteralmente nel nulla, mentre i poliziotti si affannavano a richiudere la porta dietro le loro spalle. Era come trovarsi nel vuoto siderale, sperduti a metà strada tra due ammassi di galassie. Bastarono pochi passi perché la luce della stazione non fosse più visibile e rimanessero completamente avvolti nell’oscurità. Il buio era inspiegabilmente assoluto, nulla poteva penetrarlo. Sembrava quasi dotato di spessore, corposità.

Per alcuni istanti ebbero l’agghiacciante impressione di essere diventati ciechi. Avanzarono lentamente, a tentoni, nervosissimi, tenendosi per mano per non rimanere separati. Perdere d’un colpo il rassicurante aiuto della vista era spaventoso. Oltretutto erano costretti a muoversi a caso, privi com’erano di punti di riferimento, non essendo mai stati prima a New York. Perfino i suoni risultavano ovattati. All’inizio discorrevano per sentirsi rassicurati dal suono familiare delle loro voci, ben presto non ne ebbero più la volontà. Poi udirono in lontananza uno spiacevole rumore stridente. Non furono in grado di identificarlo, ma ne rimasero turbati.

Procedettero avvolti in quel nero assoluto, che doveva essere la total nebbia citata dall’agente, percependo solo il battito dei loro cuori, potenti come stantuffi e i respiri sempre più affannosi. Presto persero la cognizione del tempo. Strisciarono lungo i muri, sbattendo contro alcuni ostacoli, senza la minima idea di dove si trovassero o stessero andando e sentendosi sempre più sconvolti. Avessero almeno potuto tornare in stazione, ma ormai non sarebbero più riusciti a ritrovarla.

“In che razza di assurdo universo siamo capitati, stavolta?” Sbottò infine Ezio.

“Sst. Zitto, ascolta.” Lo interruppe Moreno.

Qualcosa di indefinito vibrava a distanza. Contemporaneamente ebbero l’impressione di sentire voci molto lontane, di persone intente a parlare tra loro. S’incamminarono nella direzione da cui parevano provenire. Per un poco le sentirono farsi più vicine, ma presto non udirono più nulla. Tutto parve nuovamente acquietarsi. Poi, continuando a brancolare alla cieca, immersi nelle tenebre, udirono di nuovo la vibrazione, che presto si definì in una serie di ticchettii, inizialmente appena percettibili, per aumentare d’intensità via via che si facevano più prossimi. I due si fermarono in attesa, incapaci di procedere, con la tensione alle stelle. I ticchettii parvero presto giungere da ogni direzione.

All’improvviso da un punto indefinito arrivò un urlo disumano, come se qualcuno venisse scannato e, forse, era proprio così. Allora il non poter vedere cosa succedeva li fece cadere in preda al panico. Si diedero a una fuga disordinata. Il ticchettio, sempre più forte, era ormai ovunque. Un vetro andò in frantumi, poi qualcosa colpì Ezio, che cadde a terra con un grido. Infine fu il turno di Moreno.

 

***

Ricevute le necessarie autorizzazioni, il medico spense le macchine. Torregiani e Piacenza furono dichiarati ufficialmente morti. I funerali si sarebbero svolti il giorno dopo.

All'incirca nello stesso istante, l'ingegnere informatico Aurelio Delfino, che era già rientrato nel suo studio e aveva tentato invano o di ripristinare o di interrompere il programma, infastidito pure dal fatto che sullo schermo in quel momento apparivano le immagini sovrapposte di due diverse simulazioni, con uno scatto d'ira staccò la spina al computer quantico e se ne andò a dormire.

 

 

 

SECONDA PARTE: LA FINE

 

A mezzogiorno, dopo appena tre ore di sonno, Aurelio tornò a dedicarsi al prototipo guasto. Per via delle immagini freneticamente accelerate non riuscì a riconoscere al volo la storia in corso, di nuovo singola. Poi sullo schermo apparve un inconfondibile personaggio vestito da clown e capì. Si trattava, infatti, di It, l'entità maligna dell'omonimo romanzo di Stephen King. Curiosamente trovava che assomigliasse a Ezio. A quanto pareva non riusciva ad accettarne la scomparsa. Scosse la testa: quei poveretti non c’erano più, doveva farsene una ragione.

Diede quindi un’occhiata alla batteria d’emergenza, che segnalava ancora settanta minuti di carica. Staccare la spina era stata l’unica maniera per spegnere il computer. Non aveva nulla di meglio da fare, quindi tanto valeva trascorrere l’attesa lì. Riportò lo sguardo sullo schermo. Ora si vedevano alcuni bambini, tra cui uno piuttosto alto, troppo per un bambino.

“Strano” – pensò Aurelio mentre l’inquadratura si soffermava un istante su quest'ultimo, permettendogli di distinguerlo – “sembra Moreno. Sta a vedere che la disfunzione fa credere al programma che Torregiani e Piacenza stanno ancora navigando.”

Ci meditò un poco sopra. In effetti ciò avrebbe spiegato perché il programma non si chiudeva.

Infine la trama ebbe termine e come al solito si passò, a random, a un altro episodio. Stavolta Aurelio lo riconobbe subito.

 

***

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’esercito di Francia. Carlomagno doveva passare in rivista i paladini. I cavalieri sostavano a migliaia, in attesa su di un immenso campo di papaveri. Indossavano pesanti armature e portavano scudi, lance ed enormi spadoni o mazze ferrate, i volti nascosti dalle celate. Pomposi pennacchi sormontavano i copricapo di cavalli e cavalieri e vivaci stemmi spiccavano su gualdrappe e vesti. In quel caldo pomeriggio di prima estate il sole faceva capolino da sotto le nuvole e gli uomini, in attesa all’interno delle armature da oltre tre ore, bollivano per il calore infernale. Dietro a loro sostavano le truppe appiedate, dietro ancora, a ridosso delle mura, c’erano gli attendamenti per chi non aveva trovato posto in città.

Ezio Torregiani e Moreno Piacenza, ufficialmente defunti nel mondo reale ma con le coscienze ben vive intrappolate nell’hard disk del pc quantico, facevano parte della schiera dei paladini. Dopo aver abbandonato It, si erano direttamente materializzati in sella ai cavalli, sul prato di papaveri. Un errore dei programmatori o dell’autore del libro, quest’ultimo, sospettava Moreno. Dubitava, infatti, che i rosolacci crescessero a latitudini così settentrionali. Ma a parte quell’inezia, pur sapendo entrambi di vivere come avatar in una realtà virtuale, trovavano come al solito la scena assolutamente autentica. Veri loro e veri i cavalli alla cui groppa erano aggrappati. Veri gli altri guerrieri e verissime le armi e le corazze, così come le fortificazioni parigine, l’erba e i fiori calpestati dagli zoccoli.

Il problema semmai era lo stress, sempre più intenso a ogni cambio di storia, che li stordiva a lungo.

Sopraggiungeva intanto, alto e barbuto, il grande sovrano. Fermava il purosangue dinanzi a ogni pari del regno e lo interpellava, chiedendogli chi fosse, quante forze avesse con sé, quali successi avesse riportato e scambiando poi due parole con lui.

“Sono Ulivieri di Vienna, sire! Tremila cavalieri scelti, settemila la truppa, venti macchine da assedio. Vincitore del pagano Fierabraccia, per grazia di Dio e gloria di Carlo re dei Franchi.”

“Bernardo di Mompolier, sire! Vincitore di Brunamonte e Galiferno.” E su la celata a mostrare il volto.

Ezio e Moreno osservavano la scena perplessi. Di rivivere le imprese di Carlo Magno con i paladini di Francia l’avevano capito, ma non quale fosse il testo da cui erano prelevate. A parte il fatto che i personaggi gli parevano un po’ troppo grotteschi, non avevano mai sentito dire che i musulmani fossero giunti addirittura alle porte di Parigi. Beh, potevano anche sbagliare loro, naturalmente, però il prode Orlando, presente, era di sicuro perito ben lungi da lì. E poi lo schieramento di forze era esagerato. Ogni condottiero, e ce n’erano parecchi, dichiarava un numero variabile tra tremila e ottomila cavalieri al seguito e almeno altrettanti soldati. Assommati formavano un esercito enorme, almeno per il periodo storico. Se nella realtà ve ne fossero stati così tanti, i mori sarebbero stati spazzati via in cinque minuti.

Carlo Magno stava avvicinandosi. Non potevano restare in silenzio dinanzi a lui, ma non sapevano cosa dire e ignoravano quanti uomini avessero al seguito, né parevano saperlo i loro sottoposti. Inoltre, per quanto ridicolo fosse, il pensiero dell’imminente incontro con il mitico personaggio li innervosiva. Volenti o nolenti finivano sempre per lasciarsi catturare da ogni nuova avventura, pur riconoscendone la falsità.

Il sovrano giunse finalmente alla presenza di Ezio e gli rivolse la parola. Intanto Moreno osservava. Era quasi tentato di provare a infilzare Carlo Magno, per vedere cosa sarebbe accaduto. Ma se la trama avesse previsto proprio tale comportamento? Meglio non far nulla, decise.

“E chi siete voi, paladino di Francia? Non rammento il vostro stemma.”

Ezio sollevò la visiera e disse:

“Sì, io sono Ezio di Savona e del finalese, mio sire, con al seguito duemilacinquecento cavalieri e cinquemila fanti, compresi i servizi, e ho sconfitto Saddam Ussein, il pirata saraceno.”

“Savona?” – Rispose il monarca – “In terra di Liguria, se non erro? Sono lieto di vedere anche gli eroici difensori di quella landa. Avete subito numerose perdite ultimamente, peccato.”

A Ezio occorse qualche istante per capire che il futuro imperatore si era aspettato un maggior numero di uomini e perciò dava per scontato che avessero subito tanti lutti.

“...Ah sì, ecco, sono caduti per la gloria del loro re.”

“Da prodi quali erano e quali siete voi.”

Il re, soddisfatto, si portò quindi innanzi all’uomo d’arme successivo.

“E chi siete voi, mio glorioso campione?”

“Io sono Moreno del ducato di Piacenza e Cremona e… uh… vincitore del feroce, uhm, Osama Bin Laden e conduco con me quattromila cavalieri, seimila fanti e duemila servitori, mio sire.”

“Ah, Piacenza, ch’io strappai a quei pusillanimi di longobardi ed è ora tra le mie più fedeli città.”

Ciò detto Carlo Magno procedette oltre.

“Comunque preferivo essere It, quella sì che era una figata.” Commentò Ezio, a bassa voce.

“Beh, magari ci divertiremo, combattendo i mori in singolar tenzone.” Rispose l’amico.

Continuando a passare in rivista gli uomini, il monarca giunse all’ultimo della fila, un imponente cavaliere che indossava un’armatura completamente bianca, a parte una righina nera ai bordi, e un pennacchio multicolore. Questi si presentò con un nome lunghissimo, di cui da lontano si capì solo una parte: Agilulfo Emo dei Guildiverni. E quando infine si decise, ripetutamente sollecitato da sua maestà, a sollevare la celata, rivelò che al suo interno non c’era nulla. L'armatura era vuota!

“Oh merda, cos’è, un fantasma? Questo allora deve essere un romanzo fantasy, dove possono verificarsi tutte le pazzie e apparire maghi, draghi, orchi… Non mi piace.” Si lamentò Ezio.

“No, ora lo riconosco, l'ho letto. È Il cavaliere inesistente di Italo Calvino.” Rispose Moreno.

Le trombe intanto suonavano il rompete le righe. Il giorno dopo si sarebbe combattuto, ma per qualche ora ci si poteva rilassare. Ognuno si dedicò alle proprie faccende, mentre il candido cavaliere si aggirava instancabile per il campo, continuando a indossare l’armatura e unendosi ai capannelli senza mai partecipare alle conversazioni e mettendo a disagio i colleghi.

Ezio si appartò con una donzella parigina, per scoprire se le gioie del sesso erano ricreate in maniera soddisfacente. Moreno invece restò nella tenda a meditare. Negli ultimi tempi aveva rivolto pochi pensieri a Rosanna, perché la sua folle esistenza virtuale era stata talmente frenetica da non dargliene tempo e soprattutto perché aveva troppa paura di non rivederla più, per approfondire. Ormai però era talmente abbattuto da anteporre il desiderio di abbracciare la donna a ogni altra questione. La separazione forzata gli aveva fatto capire ancor di più quanto l'amava e il pensiero che soffrisse lo addolorava. Cosa starà facendo, adesso? Si chiese, inconsolabile. Sarà in pena per me?

Gli mancavano inoltre gli alunni. Malgrado fosse faticosa, la sua professione gli piaceva. Chissà se le scuole saranno riprese? Si chiese immalinconito. Non riesco neppure a distinguere con certezza lo scorrere del tempo. Mi manca tutto il mio mondo, accidenti. Riusciremo mai a tornare all’esistenza reale?

Gli sembrava che fosse passato troppo tempo e cominciava a perdere la speranza. Ormai avrebbero ben dovuto averli salvati, no? Perché invece non succedeva nulla? Perché continuavano a essere prigionieri della realtà virtuale? E se le loro menti erano lì, cosa ne era dei corpi? Forse non potevano far niente per loro? In tal caso non sarebbe stato meglio se le loro coscienze fossero state cancellate per sempre, anziché sopravvivere per l’eternità in quel modo insensato? Si poneva queste e mille altre domande, ma non sapeva formulare risposte e si sentiva malissimo.

Il giorno dopo l’esercito si mise in movimento. Lungo il cammino incrociarono un gruppo di anatre starnazzanti e tra esse un mentecatto che, incapace di discernere la propria condizione umana, si era convinto di essere anch’egli un’anatra, tentando perfino di alzarsi in volo. Poi, portatosi presso lo stagno verso cui i pennuti si erano diretti, scambiò se stesso per uno dei pesciolini d’acqua dolce che lo abitavano e cominciò a nuotare e a boccheggiare come un essere branchiato. Agilulfo lo notò e lo volle con sé come scudiero. Insieme facevano una bella coppia: l’uno pur essendoci non si rendeva conto di esistere, l’altro pur sapendo di esistere non c’era.

“Non trovi che quei due sembrano simboleggiare la nostra condizione?” – Disse Ezio – “Anche noi siamo come il bianco cavaliere: sappiamo di esserci ma in realtà non ci siamo, perché i nostri corpi stanno altrove e tutto ciò che vediamo è irreale.”

“Già” – completò Moreno – “e siamo condannati come quell’indigeno a cambiare continuamente vesti, con personalità sempre diverse e sconosciute di cui il più delle volte non sappiamo nulla.”

Giunsero infine dinanzi all’esercito nemico e si schierarono. E all’improvviso un acuto e possente biiip, proveniente da ovunque e da nessun luogo, sovrastò per qualche momento ogni altro suono e rumore. I due si guardarono attorno, sbigottiti. Cosa poteva significare?

Ma non c’era tempo per pensarci. Gli eserciti stavano entrando in contatto: era tempo di combattere.

 

***

Aurelio aveva osservato l’evolversi della trama. Non che ci si capisse molto, guardando sul maxischermo quelle immagini troppo veloci. Carlo Magno – sapeva che il personaggio al centro della prima scena doveva essere Carlo Magno – pareva spostarsi freneticamente da un paladino all’altro dell’imponente esercito. Poi al campo era trascorsa in un battibaleno un’intera nottata e il mattino successivo era stato occupato con l’avanzata dell’esercito. A suo tempo si era molto divertito a realizzare quel capitolo, uno dei pochi da lui scelti e curati di persona.

Nella poltrona di fianco sedeva Rosanna Cremona. Tre quarti d'ora prima aveva telefonato ad Aurelio. I Delfino erano stati gli ultimi a vedere Moreno vivo e desiderava sapere tutto ciò che ricordavano dell’incontro. Aurelio le aveva riferito il curioso fenomeno in svolgimento sul computer e lei aveva deciso di venire a vedere di persona. Da venti minuti i due parlavano e osservavano. Rosanna seguiva le scene con le lacrime agli occhi. Avrebbe dato qualsiasi cosa per rallentare le immagini e guardare il fidanzato bene per un ultima volta, prima della fine.

Poi giunse il cicalino che annunciava l’esaurimento della batteria. Se entro dieci minuti gli ipotetici navigatori non fossero usciti dal programma chiudendo la sessione, tutto ciò che non era stato salvato sarebbe andato perso. Alleluia! Pensò Aurelio, stufo marcio.

Erano trascorsi altri otto sanguinosi minuti effettivi e la battaglia era appena terminata, quando i due spettatori videro un personaggio sollevare la visiera. Il suo volto occupò lo schermo per un solo secondo, ma sufficiente a distinguere bene Moreno Piacenza. Vedendone l’espressione stanca e sconvolta, in apparenza assolutamente reale, Rosanna si sentì mancare. Poi l'improvvisa intuizione: e se non fosse solo il suo avatar? Se la mente, la coscienza del suo amore si fosse trasferita dentro l’avatar che ne rappresenta le fattezze e vi sopravvivesse? Agitata, riferì il pensiero ad Aurelio.

“No, no, questo è inverosimile. Il programma è molto accurato nell’interpretare le emozioni degli avatar, tutto qui.” Rispose lui.

“Eppure la sua espressione era così umana, perché il programma dovrebbe continuare a ricostruirla tanto autentica se lì dentro non c’è più nessuno? Non posso credere di aver visto solo una finzione. Ho un'idea, fammi entrare nella simulazione, voglio parlargli, così io potrei… io capirei… ”

“No Rosanna, manca il tempo, ma se anche così non fosse, dopo quanto è successo non potrei permettertelo, sarebbe troppo pericoloso, anche per lo scostamento temporale. E poi è stata aperta un'indagine. Da un momento all'altro la polizia verrà a porre il computer sotto sequestro.”

“Ma non possiamo starcene qui a guardare senza accertarcene. Ti prego, Aurelio, fa qualcosa.”

“Io capisco il tuo dolore, è dura anche per me, ma devi sforzarti di accettare la verità, Rosanna, altrimenti farai solo male a te stessa. Moreno è morto e non c’è più nulla da fare.”

Eppure mentre lo diceva fu colto dal dubbio. Nella sua ignoranza Rosanna aveva colto un punto. Perché riprodurre le espressioni nel volto degli avatar, se i sensori non erano più collegati alle menti che avrebbero dovuto esprimere i sentimenti corrispondenti? Possibile allora che le loro coscienze in qualche maniera…

Intervenire gli pareva tuttavia inutile. Eppure, chissà, non poté fare poi a meno di dirsi, con i prodigi della tecnologia moderna, anche se i corpi non esistono più, una soluzione prima o poi si potrebbe trovare. Intanto si poteva provar davvero a entrar dentro, per capire. Se invece non avesse salvato la sessione di lavoro li avrebbe uccisi per sempre, senza remissione. D'altronde salvare la sessione non avrebbe necessariamente significato salvare anche le loro coscienze. Che fare?

In quell’istante suonò ancora il cicalino e apparve una scritta. CARICA DELLA BATTERIA: 0. Il computer stava per arrestarsi. D'impulso Aurelio andò col dito sul tasto “Salva” e lo pigiò nello stesso momento in cui lo schermo si spegneva. Non riuscì a capire se aveva fatto in tempo.

 

***

Ezio e Moreno stavano rilassandosi dopo la dura battaglia, quando udirono un nuovo biiip e nel cielo giganteggiò una scritta. CARICA DELLA BATTERIA: 0. Poi, tutto si oscurò.

 

Marzo 2018, FINE e stavolta definitiva.

 

N.B.: 1) Come avrete ovviamente ormai capito, i miei U.N.P. cioè Universi Narrativi Paralleli, vogliono omaggiare la narrativa in generale e alcuni dei miei romanzi cartacei e web racconti preferiti in particolare, ma per meglio movimentare le scene, tra i tanti scritti disponibili ho scelto – proprio come ha fatto Matteo Delfino nella trama – non necessariamente quelli che considero i più belli in assoluto, ma quelli, comunque belli, che mi parevano più adatti alla avventurosità della storia.

2) Oltre ai testi espressamente citati, nei tre episodi sono apparsi, nell'ordine, i romanzi “Grande Sertao” di Joao Guimaraes Rosa e “Ubik” di Philip Dick nella prima puntata, “L'Invincibile” di Stanislaw Lem e “L'aquila dell'Impero” di Simon Scarrow nella seconda, “Assurdo Universo” di Fredric Brown nella terza.

3) Nella seconda puntata, per descrivere il funzionamento del computer quantico e del sistema di realtà virtuale, a suo tempo chiesi aiuto a un mio amico informatico, Mario Lovaglio, che ringrazio. Ringrazio inoltre tutti coloro (ben 13 utenti) che commentarono la serie originaria su Neteditor e in particolare Rubrus e, se mai mi leggeranno qui, Scribak e Starsky per le loro critiche costruttive. Ho basato l'attuale rielaborazione anche sui loro pareri.

4) Se qualcuno volesse leggere il mio raccontino citato nella seconda puntata, che in realtà su P.i.a.f. è e resterà assente, ecco il link su cui cliccare per trovarlo: Non entrate dentro il borgo.

5) Grazie infine a tutti voi, utenti o visitatori di Parole intorno al falò, che mi avete seguito fin qui. Con la speranza che abbiate apprezzato, cari saluti da Massimo Bianco.

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2018-04-01 21:20:17
dunque il viaggio nel mondo virtuale, per noi finisce qui, mentre per i due protagonisti, forse salvati all'ultimo istante, potrebbe proseguire all'infinito... ma questo noi non lo sapremo mai. Il loro destino è nell'indice di Aurelio... e della memoria del pc... tutto dipende dall'istante in cui il dito di Aurelio calò sul tasto "salva". Bello mi è piaciuta anche quest'ultima parte... ora vado a leggermi il racconto che hai segnalato con il link . Ciao Massimo

Massimo Bianco il 2018-04-01 22:31:48

Già, non si sa, la storia potrebbe fermarsi qui o proseguire ancora a lungo, a ogni modo si ferma qui per me e con una domanda che resta in sospeso: ma se il dito ha pigiato in tempo, si potanno estrarre le loro coscenze da dove sono imprigionate? E per trasferirle dove? Oppure sarebbero costrette a esistere in eterno sottoforma di byte dentro un computer? E che esistenza sarebbe, in tal caso?



Lieto del tuo apprezzamento.



 



Tra parentesi, a puro titolo di cronaca: sono andato a vedere il nuovo film di Steven Spielberg, "Ready player one" e, va beh, l'ho trovato di una pochezza sconcertante, trama tanto banale quanto risibile, personaggi con lo spessore della carta velina, idee vecchie come il cucco (le recensioni positive che sta ricevendo mi risultano francamente incomprensibili), ma... eh già, idee così vecchie che alcune sembrano scopiazzate da questa mia triologia!, che non solo, come ho spiegato all'inizio, risale con le stesse situazioni fondamentali al 2011, versione, quella, ancora disponibile alla lettura su truciolisavonesi.it, ma che deriva in realtà da una stesura ancora precedente, in forma di romanzo, da me scritta addirittura tra il 2002 e il 2003. Ciao e stammi bene, Giancarlo.



M.


Rubrus il 2018-04-03 09:58:05
Mi ricordavo di questo racconto anche se ovviamente non posso ricordarmi nel dettaglio le differenze tra versioni . Di opere (libri, film, fumetti) nelle quali i personaggi sono parti di una realtà immaginaria, che oggi chiamiamo virtuale, ce ne sono tantissime, in tante variazioni: avevo pensato di fare qualche esempio, ma alla fine ho deciso di lasciar perdere perchè lascerei indietro troppa roba. La peculiarità di questo tipo di opere è che la finzione scenica è espressa ed elemento del racconto e non presupposto tacito e credo che ne avremo sempre se non altro finchè ci sarà amore per la scena e quindi la finzione narrativa, cinematografica ecc. Ne cito solo una che forse non è la prima (anzi, senz'altro), ma che mi pare significativa perchè è già moderna ma non ancora tecnologica e cioè Don Chisciotte. Il personaggio di Cervantes vive dentro i suoi libri cavallereschi; l'aspetto peculiare è che noi contemporanei, dopo la scienza barocca, l'illuminismo, il positivismo, il realismo, la tecnologia abbiamo un'idea molto meno salda del reale di quella che aveva uno scrittore del sedicesimo secolo. Don Chisciotte è lui il pazzo, mentre nelle opere più recenti è un po' tutto il mondo ad essere pazzo. La poetica di Cervantes portava alla morale del disinganno, della disillusione: gli ideali cavallereschi sono finti... ma forse viver pazzo e morire saggio è una fortuna. Oggi, quando il mondo intero è un po' virtuale e un po' matto - pensiamo del resto al tempo che si passa in rete - persino questa consolazione appare più fragile.

Massimo Bianco il 2018-04-05 13:41:00
Opere in cui i personaggi finiscono in una realtà immaginaria in effetti ce ne sono diverse, una l'ho citata qui su Piaf io stesso nel mio saggio su Clifford Simak: "L'immaginazione al potere", uno dei romanzi più creativi di Simak, in cui le creazioni della fantasia umana prendono vita e cercano di sostituirsi all'umanità stessa. Come hai visto nei ringraziamenti in calce, i tuoi pareri dell'epoca neteditoriana e in particolare quello, assai lungo e approfondito, che offristi nell'ottava e ultima puntata hanno avuto non poco peso nella rielaborazione di questo scritto, che così come è ora mi soddisfa assai di più. Rielaborato, sì, ma senza mutare la sostanza, soprattutto il motivo principale per cui avevo realizzato gli U.N.P.: un mio piccolo omaggio in versione narrativa alla letteratura in generale e ad alcuni dei miei scritti preferiti in particolare, da allora sono però trascorsi diversi anni e così ho anche variato alcuni dei libri omaggiati. Ciao e grazie per la visita, R.

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Eli Arrow il 2018-04-06 16:35:58

Ho apprezzato molte cose di questo racconto. Mi è piaciuto questo entrare e uscire da racconti di autori universalmente noti e un po' meno noti e tuoi personali. Davvero simpatica e autoironica la tua presenza all'interno della simulazione, pareva anche a me, mentre leggevo, di averti davanti in carne e ossa, eheheh. Adesso che ho letto tutto non rilevo squilibri fra le parti e mi fa piacere anche il finale aperto.

Trovo anche molto interessante il tuo commento sul racconto, mi è sempre piaciuto conoscere l'opinione dell'autore sulla sua opera, cosa che non è frequente trovare, purtroppo. Orson Scott Card è uno scrittore che si sofferma spesso a raccontare la genesi dei suoi racconti e ho trovato  sempre molto piacevole leggerla.

Complimenti.

Massimo Bianco il 2018-04-08 01:39:51

Grazie per l'apprezzamento, Ely. Visto che lo scritto è mio mi pareva logico far visitare ai personaggi anche un altro mio racconto insieme quelli altrui, ma sia chiaro, senza alcuna presunzione da parte mia di paragonarmi ai grandi citati, era solo un puro divertimento. E ancor più divertente per me è stato inserire anche me in persona come avatar, cercando di beccare spiritosamente qualche mia caratteristica.



E già che ci sono permettimi di aggiungere che il massimo successo per questo mio racconto per me sarebbe se al termine della lettura a qualche lettore venisse voglia di procurarsi e leggersi almeno uno dei romanzi qui citati; allora sì che avrebbe svolto appieno il proprio scopo.



 



L'autore che commenta i propri scrtti, perché no? Alle volte qualche sepiegazione può tornare utile, questa storia è comprensibile anche senza la nota in rosso, tuttavia qualche ulteriore spiegazione io la vedo come un arricchimento (e poi il titolo del racconto è abbreviato come U.N.P. per non svelare troppo ai lettori, ma era giusto che ne conoscessero il significato e nel testo era impossibile e se avessi messo intero quslche putnata successiva un lettore che leggesse il racconto tutto insieme capirebbe in anticipo e si guasterebbe il piacere) solo che sui libri gli editori tendono a non prevederle. Tuttavia tu fai l'esempio di Orson Scott Card: nella fantascienza in effetti talvolta accade l'autore fornisca qualche delucidazione, soprattutto nelle raccolte di racconti. Io ricordo le interessanti spiegazioni fornite da Philip Dick in calce a una sua antologia e altrettanto all'inizio di ogni racconto in un'antologia di Ursula Le Guin. Inoltre il poterli discutere e commentare coi lettori per me fa parte del bello del proporli sui siti web, almeno su quei pochi che commenti ne rilasciano davvero. Ma d'altronde non accade forse anche a chi fa le presentazioni in giro dei propri libri, quando i lettori presenti all'incontro gli chiedono qualcosa sul libro appena letto? Ricordo che lo feci anch'io una volta: domandai a Gianrico Carofiglio il significato della presenza in uno dei suoi romanzi di un personaggio che si chiamava Gianrico Carofiglio pure lui pur non essendo con tutta evidenza il Carofiglio scrittore. Domanda, tra parentesi, che dovette apprezzare, perché decise di non rispondervi subito ma di lasciare la risposta al termine della serata, come proprio congedo. Il vantaggio qui sul web è che gli scambi coi lettori per fortuna restano: verba volant, scripta manent. Ciao.


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Antonino R. Giuffrè il 2018-04-08 11:10:15
Sì, ora ci siamo. Con l’eliminazione di alcuni episodi e le dovute aggiunte e precisazioni, il racconto si legge che è una meraviglia, soprattutto dalla seconda parte in poi, in cui il ritmo diviene frenetico e l’interesse raggiunge lo zenit. Non ti nascondo, però, che se ne avessi fatto un malloppone di 150 pagine, probabilmente lo avrei mollato a metà, perché ogni tanto qualche pausa ci vuole. Proprio in “Potere all’immaginazione”, se non erro nel capitolo 5, dopo una sfilza di situazioni immaginifiche in cui appaiono anche i tuoi amati dinosauri, Simak inserisce a bella posta un documento che parla dell’evoluzione del pensiero umano. Anche la sintassi è fluida e scorrevole. Mentre alcuni dettagli continuano a sembrarmi un po’ superflui. Per dirne uno: che la prima guerra mondiale sia stata “teatro di brutalità e di sopraffazioni senza limiti” è indubbio ma risaputo. Il lettore lo sa ed è inutile che qualcuno glielo ricordi, almeno secondo me. In ogni caso, piaciuto molto. Ciao.

Massimo Bianco il 2018-04-08 19:24:55
In effetti credo proprio che la versione "racconto" sia assai migliore della versione "romanzo" (80.000 parole circa, sono andato a riguardarmelo ora perchè lo ricordo poco: in pratica gli episodi 1 e 2 attuali sono invertiti, per cui manca il mistero su cosa stia accadendo). Ti offro un aneddoto: nel 2003 o 2004 inviai quella versione ad alcuni editori e il curatore della Nord apprezzabilmente mi inviò una risposta vera e non prestampata: scrisse che trovava l'idea simpatica ma secondo lui più adatta a una collana per ragazzi che fantascientifica e mi suggeriva di inviarla ad editori ad hoc, io non concordai e da allora lo lasciai nel cassetto finché non lo trasformai nella prima versione "racconto" in 8 puntate. Vabbè. ... Conoscendoti immagino che per non doverti affidare alla memoria prima di venire qui a commentare sarai andato a rileggerti almeno in parte le 8 puntate per poter fare il confronto, che quindi sarà affidabile al 100%. Grazie per l'apprezzamento, ciao.

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Gerardo Spirito il 2018-04-10 17:11:49
Lessi questa parte il giorno dopo la pubblicazione qui su piaf, anche se lo commento solo adesso per vicissitudini lavorative e festive eheh. Ho apprezzato tutto, forse insomma come dice Antonino qualche dettaglio poteva essere sforbiciato, ma il succo alla fine non cambia. Ero curioso di conoscere il finale, e questo finale aperto mi sembra congruo a questo tipo di storia, le cui vicende di Ezio e Moreno scorrono e s'intersecano e si ripetono come un “loop infinito”. Anche io apprezzo i commenti dell'opera, le piccole sfumature che hanno interessato e colpito l'autore. Insomma, tutto quello che c'è stato “prima” o che magari ci sarà “dopo”. A proposito di questo mi pare di aver capito che offristi la prima versione di questa storia a un editore ma lui ti consigliò di proporlo in una collana per ragazzi, beh (premettendo che non ho letto la precedente versione) la struttura della storia è troppo articolata quindi altro che narrativa per ragazzi... è fantascienza tutta la vita! anche se qui nello specifico ci sono infinite tonalità di genere, che variano e variano quasi ad ogni capitoletto. Ben fatto Max!

Massimo Bianco il 2018-05-13 23:04:38
Rispondo in ritardissimo e me ne scuso, ma ultimamente ho altre priorità rispetto a P.i.a.f.. La prima versione non puoi averla letta perchè non l'ho mai pubblicata, questa, infatti, non è la seconda ma la terza: rispetto alla prima è assai più breve, con meno suspence ma con la medesima sostanza e quindi descisamente, no, non era per ragazzi neppure quella, ma fantascienza adulta, checchè ne pensasse il responsabile di quell'editrice. Sono molto lieto del tuo apprezzamento. Grazie per la visita, ciao.

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